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Tradizione e genuinità: la storia di Massimo e Rita Mocchi e del loro Vecchia Piacenza

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

A Piacenza, in Contrada San Bernardo, la sera scende presto sulle vecchie mura della città e la luce delle finestre di Vecchia Piacenza sembra quella di una casa privata più che di un ristorante. Trenta coperti, un tavolone in cantina, bottiglie ordinate lungo le pareti di un locale del Cinquecento: è qui che Massimo Mocchi, in cucina, e sua moglie Rita, in sala, portano avanti da oltre ventitré anni un mestiere che hanno scelto di fare a modo loro, anche quando modo loro ha significato complicarsi la vita.

“Io in cucina e mia moglie Rita in sala,” racconta Massimo, quasi liquidando in una frase quello che in realtà è il perno di tutto: una collaborazione che dura da più di due decenni e che ha attraversato tre locali diversi prima di arrivare a quello attuale. Vecchia Piacenza, nella sua forma di oggi, ha aperto nell’ottobre 2020. In piena pandemia.

Aprire un ristorante mentre il mondo si fermava

Bisogna fermarsi un attimo su questo dettaglio, perché non è un aneddoto di contorno. Nell’autunno 2020 la ristorazione italiana viveva uno dei momenti più bui della sua storia recente: chiusure, dehors deserti, incertezza su ogni fronte. Molti colleghi rimandavano investimenti, tagliavano il personale, aspettavano che passasse la tempesta. Massimo e Rita, invece, hanno scelto proprio quel momento per aprire.

Non è stato un azzardo lanciato al buio. Dietro quella scelta c’erano già vent’anni di mestiere, tre locali aperti in precedenza, un metodo di lavoro rodato e la conoscenza precisa di cosa volesse dire gestire una cucina e una sala. È la differenza tra il coraggio incosciente e quello costruito sull’esperienza: il secondo, quando arriva il momento giusto — o quello che sembra il meno sbagliato — sa muoversi.

Una cucina che aspetta le stagioni, non le insegue

Chi si siede a Vecchia Piacenza non trova un menù fisso. Lo trova cambiato, in media, sette o otto volte l’anno. Non è una trovata di marketing stagionale come se ne vedono tante: è la conseguenza diretta di un principio che Massimo applica con una certa ostinazione — si cucina quello che il territorio offre nel momento in cui lo offre, e non prima.

Da aprile a settembre, per esempio, la carta si arricchisce di pesce di fiume: anguilla, rane, alborelle, trota. Un ingrediente che a Piacenza ha un peso identitario preciso, legato a una tradizione gastronomica che affonda le radici nel Po e nei suoi affluenti, e che al Vecchia Piacenza compare in preparazioni come la frittura di rane e alborelle o l’anguilla alla piastra con insalata di pomodori e cipollotto di Tropea in panna acida. Fuori da quella finestra stagionale, il pesce di fiume semplicemente non c’è. Nessuna eccezione per accontentare chi lo chiede a dicembre.

La stessa logica guida i primi piatti, dove convivono la tradizione più stretta — i pisarei e fasò da antica ricetta, i tortelli piacentini al burro — e incursioni più personali, come lo spaghettone risottato all’aglio nero con bottarga di trota e mandorle tostate, o i paccheri con baccalà, acciughe e pomodorini gialli e rossi. È una cucina che non ha paura di mescolare il dialetto piacentino con accenti mediterranei, purché la materia prima regga il confronto.

In questo solco di tradizione si inserisce un piatto che a Vecchia Piacenza ha un valore quasi identitario: la bomba di riso con piccioni, ricetta storica della tradizione del ducato di Parma e Piacenza, proposta qui in una versione monoporzione fin dal primo locale, oltre ventitré anni fa. Un piatto che Massimo e Rita non hanno mai tolto dal menù e che, in questa formula, li rende gli unici a proporlo con continuità sul territorio.

Tra i primi, colpisce in particolare l’accostamento dei bigoli all’uovo con rane trifolate e salsa di gorgonzola: due mondi apparentemente distanti, quello dell’entroterra padano e quello della tradizione casearia, che in cucina trovano un punto di incontro tutt’altro che scontato. Allo stesso modo, gli spaghetti Mancini di grani turanici con salmerino affumicato in emulsione di soia e lime raccontano una cucina che non ha paura di guardare oltre i confini regionali, pur restando ancorata a una materia prima riconoscibile e tracciabile.

Anche tra i secondi la stagionalità detta le regole più della fantasia: la tartare di chianina con senape e acciughe di Cianciolo convive in carta con pesche e pomodorini scottati, mozzarella di bufala e acciughe, un piatto che nella sua semplicità richiede comunque una materia prima impeccabile per reggere senza correzioni di cottura o salse elaborate a coprire eventuali difetti. È una cucina che, in fondo, si espone: meno ingredienti, meno margine per nascondersi dietro la tecnica.

I salumi che raccontano un allevamento

C’è un punto su cui Massimo non transige, ed è la selezione dei salumi. Al Vecchia Piacenza arrivano da allevamenti bradi o semi-bradi, di razze autoctone come la mora romagnola, il nero di Parma, il nero lucano, la mangalitza, la cinta senese. Nessun conservante chimico, nessuna scorciatoia industriale.

Dietro questa scelta c’è un lavoro che comincia molto prima del taglio del salame: la selezione dei produttori, spesso piccole realtà che lavorano secondo metodi tradizionali, con un’alimentazione controllata e sostenibile. “Ogni razza racconta un territorio, le sue tradizioni e un modo preciso di intendere l’allevamento”, si legge nella presentazione del ristorante, e in effetti assaggiare la coppa di nero lucano accanto alla pancetta e al salame di mora romagnola significa mettere a confronto tre storie di allevamento diverse, tre sapori che non si assomigliano affatto, per quanto vengano tutti definiti genericamente “salumi”.

È un lavoro di filiera che richiede pazienza — costruire un rapporto di fiducia con un allevatore non è questione di una telefonata — e che raramente viene notato da chi si siede a tavola senza fare domande. Ma è proprio lì, in quel dettaglio che il cliente distratto non nota, che si misura la differenza tra un ristorante che compra e uno che sceglie.

Anche la giardiniera in agrodolce, che potrebbe sembrare un contorno minore, segue la stessa filosofia di ricerca: viene preparata secondo una ricetta interna, senza ricorrere a prodotti confezionati, e accompagna spesso i taglieri di salumi come elemento di rottura acida. È un dettaglio piccolo, quasi marginale nell’economia di un menù, ma rivelatore di un metodo di lavoro che non lascia niente all’approssimazione, nemmeno le componenti che il cliente medio tende a considerare di contorno.

Una cantina cinquecentesca per trecento etichette naturali

Se la cucina è il regno di Massimo, la cantina porta la firma di entrambi. Circa trecento etichette, tutte naturali o biodinamiche, ospitate in uno spazio che ha davvero cinque secoli sulle spalle: le mura raccontano un’epoca in cui Piacenza era ancora una città di passaggio tra le grandi rotte commerciali del nord Italia.

La cantina non è solo deposito. Può accogliere fino a venticinque, trenta persone per eventi privati e degustazioni, e accanto a essa esiste una sala degustazioni con un tavolone unico e le bottiglie esposte lungo le pareti, attiva dalle diciotto in poi, dove si può ordinare un tagliere di salumi selezionati insieme a un menù enoteca su richiesta. È uno spazio pensato per chi vuole rallentare, fare domande, magari scoprire un vitigno che non conosceva.

La scelta di puntare sul vino naturale, va detto, non è la strada più comoda per un ristoratore. Le etichette biodinamiche costano di più, arrivano in quantità limitate, richiedono una gestione della cantina più attenta rispetto ai vini industriali standardizzati. Ma è coerente con tutto il resto: prodotti che si possono raccontare, non semplicemente vendere.

Al calice si trovano proposte comprese tra i sette e i nove euro, una fascia di prezzo pensata per invitare anche chi non frequenta abitualmente il mondo del vino naturale a fare un primo passo, magari lasciandosi guidare da Rita nella scelta. Perché in una cantina di trecento etichette, senza una guida che sappia raccontare cosa c’è nel bicchiere, il rischio è quello di perdersi tra nomi sconosciuti e annate che dicono poco a chi non mastica il settore. È qui che il lavoro di sala, spesso sottovalutato rispetto a quello di cucina, mostra tutto il suo peso.

Trenta coperti, per scelta

Vecchia Piacenza non insegue i grandi numeri. Con circa trenta coperti in sala, il locale ha una dimensione che permette a Rita di conoscere per nome buona parte della clientela abituale e di seguire personalmente il servizio, tavolo per tavolo. È una scelta di posizionamento precisa, in un settore dove la tentazione di aumentare i coperti per aumentare il fatturato è quasi automatica.

Questa misura contenuta ha un prezzo: significa rinunciare a una parte di incassi potenziali nelle serate di massima affluenza. Ma ha anche un ritorno che si misura diversamente, nella qualità del servizio e nella possibilità concreta di raccontare ogni piatto e ogni bottiglia a chi lo chiede, invece di limitarsi a portarli in tavola.

Nelle sere più affollate, con la sala piena e la cantina che accoglie un gruppo per una degustazione privata, il ritmo del locale resta comunque riconoscibile: nessuna fretta imposta al cliente, nessun secondo turno da liberare in un’ora. È una gestione del tempo che in molte città, dove il ricambio dei tavoli è diventato una variabile economica imprescindibile, sarebbe difficile da sostenere. A Piacenza, con trenta coperti e una clientela in buona parte fidelizzata negli anni, resta ancora una possibilità concreta.

Il prezzo di scegliere fuori dalle convenzioni

Quando gli si chiede del percorso fatto fin qui, Massimo non edulcora la risposta. “La nostra scelta è fuori dalle convenzioni, sia di cucina che di vineria”, dice, “il che non rende facile il nostro percorso a causa della massificazione della clientela.” È una frase diretta, quasi scomoda, che dice più di molte dichiarazioni di intenti: fare ristorazione fuori dagli schemi comporta un pubblico più ristretto, tempi di fidelizzazione più lunghi, la necessità costante di spiegare perché un salume costa quello che costa o perché a novembre in menù non c’è pesce di fiume.

Eppure quella difficoltà, raccontata da Massimo senza toni drammatici, sembra più una condizione accettata che un problema da risolvere. Chi sceglie di lavorare sulla qualità reale, e non sulla sua rappresentazione, sa che il ritorno arriva più lentamente. Vent’anni di attività, tre locali aperti prima di questo, e ventitré anni di lavoro fianco a fianco con Rita sono la prova che quella scommessa, alla lunga, ha retto.

Una collaborazione che dura da ventitré anni

Vale la pena tornare su questo aspetto, perché nella narrazione della ristorazione italiana si parla spesso dello chef come figura solitaria, e molto meno della sala, che pure regge l’altra metà del lavoro. Rita segue la sala da ventitré anni, lo stesso arco di tempo in cui Massimo ha costruito la sua cucina. Non è un dettaglio biografico: è la struttura su cui poggia tutto il resto.

Un ristorante che cambia menù otto volte l’anno, che gestisce trecento etichette in cantina e una filiera di salumi artigianali, ha bisogno di una regia coordinata tra chi cucina e chi comunica al cliente cosa sta arrivando in tavola. Quella regia, a Vecchia Piacenza, si chiama Massimo e Rita, e viene da un rapporto di lavoro — e non solo — che ha attraversato tre aperture, una pandemia, e un mercato che negli ultimi vent’anni è cambiato più volte.

Un’idea di ristorazione che guarda avanti

Guardando al futuro di Vecchia Piacenza, non ci sono segnali che indichino un cambio di rotta. Il menù continuerà a cambiare seguendo le stagioni, i salumi arriveranno dagli stessi allevamenti selezionati nel tempo, la cantina continuerà a crescere per etichette naturali e biodinamiche. È una linea che Massimo e Rita hanno costruito mattone su mattone, e che oggi rappresenta l’identità riconoscibile del locale.

In un settore dove la standardizzazione è spesso la via più rapida per crescere, la scelta di restare fedeli a una linea di ricerca continua — anche a costo di un pubblico più selettivo — racconta qualcosa che va oltre la cucina: la capacità di costruire un progetto coerente nel tempo, senza lasciarsi deviare dalle pressioni del mercato.

Come raggiungere Vecchia Piacenza

Vecchia Piacenza si trova in Contrada San Bernardo 1, a Piacenza. Per prenotare un tavolo, organizzare una degustazione nella cantina cinquecentesca o richiedere informazioni sul menù enoteca, è possibile chiamare il ristorante o scrivere all’indirizzo email dedicato, oltre a consultare il sito ufficiale del locale, dove sono raccolti tutti i dettagli su cucina, cantina ed eventi.

Che si tratti di una cena in sala tra aprile e settembre, quando il pesce di fiume torna protagonista, o di una serata più raccolta nella sala degustazioni con un tagliere di salumi e un calice scelto da Rita, l’esperienza che si trova a Vecchia Piacenza racconta un modo di intendere la ristorazione ormai raro: fatto di tempo, di rapporti costruiti negli anni con allevatori e produttori, e di una coerenza che a Piacenza dura ormai da ventitré anni.

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