Dal garage senza luce a una delle piazze più belle del Cuneese
Quattro anni fa, in un garage senza luce a Cherasco, due amici tiravano avanti a forza di entusiasmo e di quella testardaggine silenziosa che non fa notizia finché non produce risultati. Nessun investitore alle spalle, nessuna rete di relazioni consolidata, nessuna certezza se non quella di avere qualcosa da dire — e un vino con cui dirlo.
Oggi Alberto Pettavino e Federico Ribotta sono i fondatori di Cantina121, una realtà che ha trovato casa a Savigliano, in provincia di Cuneo, in una delle piazze più belle del territorio. Una cantina che produce vini pensati e numerati, con etichette che sembrano uscite da un laboratorio di comunicazione più che da una tradizionale azienda vitivinicola. Un progetto che si definisce “pop” — e lo fa senza ironia, o meglio, con tutta l’ironia consapevole di chi sa esattamente cosa sta facendo.
La strada percorsa è lunga. E la racconta bene Alberto, che quando parla del cammino fatto non usa la retorica del successo, ma il linguaggio più diretto di chi ha ancora le scarpe sporche di quella fatica: “Solo quattro anni fa eravamo in un garage senza luce a produrre il nostro lavoro. Oggi di strada ne abbiamo fatta molta.”
Poche parole, nessun abbellimento. È il tono di chi non ha bisogno di gonfiare le cose perché le cose, ormai, parlano da sole.
Due infanzie, una vigna, un’amicizia che diventa impresa
Per capire Cantina121 bisogna tornare indietro di parecchi anni, molto prima che il progetto prendesse forma. Bisogna tornare a due bambini che crescono con il vino intorno — non come bevanda, ma come linguaggio familiare, come ritmo delle stagioni, come modo di stare insieme.
Federico ricorda con precisione quasi fotografica il nonno Ettore. Erano i filari di La Morra, corre l’anno 1986, e quell’uomo lo teneva per mano mentre gli spiegava i segreti delle viti. Gli acini neri, la terra, il profumo di qualcosa che stava per succedere. “Mi accorgo che quegli acini neri nascondono qualcosa che non riesco a concepire,” scrive Federico nel racconto che ha scelto di condividere pubblicamente. “Le sue mani affettuose mi trasportano in un mondo che non conosco ma che in qualche modo vorrei fossero parte della mia vita.”
Per Alberto è il 1988. C’è suo padre Matteo, una bigoncia colma di uve, e il silenzio di chi lavora sapendo che quello che fa ha un senso. “Lavoro, applicazione ma soprattutto passione per un prodotto, il nostro, destinato a riempire i tavoli della famiglia.” Alberto non capisce ancora tutto, ma sente che quel mondo lo riguarda, che lo coinvolge in un modo che non sa spiegare ma non può ignorare.
Due storie parallele, due famiglie che trasmettono il vino come si trasmette una lingua madre — non con spiegazioni formali, ma con la presenza, con i gesti, con la quotidianità condivisa. E poi, molti anni dopo, quelle due storie si incrociano in un’amicizia che diventa società. Il 16 settembre 2022 nasce ufficialmente Cantina121. La data è scritta nel racconto delle origini come se fosse l’incipit di un romanzo, e in un certo senso lo è.
Il numero giusto, al momento giusto
Il nome dell’azienda non è un numero scelto a caso. Ogni vino in catalogo porta un numero che rimanda a un momento preciso delle vite di Alberto e Federico — un’emozione, una data, un’occasione che vale la pena ricordare. È una scelta identitaria precisa, quasi programmatica: fare del ricordo personale la materia prima del prodotto. Non una strategia di marketing applicata a posteriori, ma una filosofia che nasce con l’azienda e la attraversa dall’etichetta al contenuto della bottiglia.
Il simbolo scelto per rappresentare Cantina121 è un ingranaggio. Campeggia sulle etichette, quelle che i fondatori definiscono “rivoluzionarie”, ed è un segnale preciso del modo in cui Alberto e Federico pensano al proprio lavoro: meccanismo, ingegno, parti che si incastrano e funzionano insieme. Non c’è niente di casuale neanche in questo — è la firma visiva di un progetto che prende sul serio ogni dettaglio, anche quello apparentemente minore.
Sul sito campeggia uno slogan che dice tutto: “Alcuni non diventano mai folli. I loro vini devono essere proprio noiosi.” È una provocazione elegante, il manifesto di chi ha deciso di non assomigliare a nessun altro. E fin qui, sembra che ci stiano riuscendo.
La credibilità non si eredita, si costruisce
Quando si chiede ad Alberto quale sia stata la sfida più difficile nel costruire Cantina121, la risposta non riguarda la vinificazione, né la distribuzione, né i problemi burocratici che ogni piccola impresa conosce bene. Riguarda qualcosa di più sottile e, per certi versi, più difficile da affrontare.
“La sfida più importante è quella della credibilità: le persone ti testano, che tu sia uno di loro, amico, parente o legato da rapporti speciali. Se il tuo prodotto o la tua realtà non è credibile o quanto meno reputata tale, non lavori.”
È una verità che vale in qualsiasi settore, ma nel mondo del vino acquista un peso specifico particolare. Il vino piemontese porta sulle spalle secoli di tradizione, una gerarchia consolidata, una mappa di reputazioni costruite nel tempo da famiglie che si tramandano vigne e saperi da generazioni. Arrivare in questo contesto con un progetto nuovo, con etichette numerate e uno spirito volutamente controcorrente, significa esporsi a uno sguardo critico che non perdona le imprecisioni e non regala niente.
Alberto lo sa, e non si è sottratto a questa pressione. L’ha affrontata con il metodo più lento ma più solido disponibile: la qualità costante del prodotto, la coerenza della proposta, la pazienza di chi sa che la fiducia non si compra e non si accelera. “Le cose non andranno bene da subito,” dice, “ma l’entusiasmo diventa il motore di ciò che facciamo.”
C’è qualcosa di molto concreto, in questo atteggiamento. Non è ottimismo di facciata, è la scelta deliberata di usare l’energia emotiva come carburante nei momenti in cui tutto il resto si inceppa. È una forma di intelligenza imprenditoriale che non si insegna nelle scuole di management.
Vini con memoria: la gamma di Cantina121
I vini di Cantina121 nascono dalla convinzione che ogni bottiglia debba portare dentro di sé qualcosa di vivo. “In ogni bottiglia c’è una parte di noi,” scrivono Alberto e Federico. “Ogni sorso del nostro vino racconta la nostra esperienza e la nostra passione senza mai tralasciare la memoria della tradizione.”
Il 218 è un Roero Arneis, bianco, quattordici virgola novanta euro. Il Roero Arneis è uno di quei vini piemontesi che meriterebbero più attenzione di quanta normalmente ricevano: nasce sulla riva destra del Tanaro, su suoli sabbiosi che danno al vitigno una freschezza e una mineralità difficili da trovare altrove. Floreale, delicato, con una persistenza che sorprende chi lo incontra per la prima volta.
Il 104 è un Nebbiolo d’Alba, rosso, diciassette virgola novanta euro. Il Nebbiolo è il grande vitigno del Piemonte — quello da cui nascono il Barolo e il Barbaresco — e nella versione d’Alba esprime tutta la sua complessità con una struttura meno impervia, più accessibile, senza perdere quella firma tannica e aromatica che lo rende inconfondibile.
Federico ha una passione dichiarata per il Barolo — “l’affascinante invecchiamento del vino nel tempo regala sensazioni uniche” — mentre Alberto si orienta verso l’Alta Langa, le bollicine piemontesi che secondo lui “rendono frizzante qualsiasi incontro tra più persone.” Due caratteri diversi, due preferenze complementari. Come spesso accade nelle partnership che durano.
Un posto dove il vino si incontra, non si studia
Cantina121 non è pensata come una cantina per soli specialisti. L’approccio è deliberatamente inclusivo, e si vede in ogni scelta comunicativa: dal tono del sito, ironico e diretto, alle degustazioni aperte “a tutti, appassionati, curiosi, privati, aziende e ristoratori”. L’obiettivo non è separare chi sa da chi non sa, ma creare le condizioni perché chi non sa voglia imparare — e chi sa voglia tornare.
Le degustazioni di Cantina121 sono pensate come esperienze sensoriali complete, durante le quali vengono spiegate le caratteristiche tecniche percepibili al palato, le note olfattive, i colori. Ma lo fanno — e questo è il punto — senza fare pesare il sapere. “Cerchiamo di farvi rivivere lo stesso percorso che ha guidato noi nel nostro progetto,” spiegano. È un invito alla condivisione, non una lezione.
A Savigliano, nella bella piazza che ospita la loro presenza sul territorio, Alberto e Federico propongono un format che mescola aperitivo, degustazione e food in un tutt’uno con una regia precisa alle spalle. Non è una semplice enoteca, non è un ristorante, non è un wine bar nel senso classico del termine. È qualcosa che non aveva ancora un nome preciso, e che Cantina121 ha deciso di inventare piuttosto che adattarsi a una categoria preesistente.
Regalare emozioni, non bottiglie
Tra i servizi che Cantina121 ha sviluppato con più attenzione c’è quello dei regali aziendali. In un panorama in cui il regalo di fine anno viene spesso risolto con confezioni standardizzate e prevedibili, la proposta di Alberto e Federico punta in una direzione diversa: offrire qualcosa che abbia un impatto emotivo, che resti nella memoria di chi lo riceve, che dica qualcosa di preciso su chi lo ha scelto.
“Se anche tu non sei un fan del pacco regalo con lenticchie e cotechino, o stai cercando una soluzione piacevole, di impatto e conviviale, ti proponiamo l’alternativa perfetta: la selezione di vini Cantina121.” Il tono è quello giusto — un po’ ironico, molto diretto, assolutamente efficace. È la voce di chi conosce bene il proprio pubblico e sa come parlargli senza risultare né formale né banale.
Scegliere Cantina121 per i regali aziendali significa, secondo i fondatori, “avere la garanzia di un regalo innovativo, emozionale e tutto da gustare.” Non è solo una promessa di qualità enologica — è la proposta di un’esperienza che va oltre il contenuto della bottiglia.
La gestione delle persone: dove la leadership diventa cultura
Uno degli aspetti che emergono con più forza nel racconto di Alberto riguarda la gestione del team. In un settore in cui il lavoro è spesso fisico, discontinuo e stagionalmente stressante, costruire e mantenere un gruppo coeso non è mai scontato. Alberto ne parla con la precisione di chi ci ha riflettuto a lungo, non con i luoghi comuni del manuale aziendale.
“Bisogna unire, cercare tutti i giorni, anche quelli più difficili, di tenere alto l’umore. Noi siamo convinti che più vivi in un ambiente sano, meglio stanno tutte le persone del team.”
È una visione che parte da un presupposto semplice ma spesso trascurato: il benessere delle persone non è una conseguenza dei buoni risultati, è una condizione necessaria per ottenerli. Alberto parla di rinnovare ogni giorno la stima nei confronti dei collaboratori, di stimolare le idee, di alimentare quella fiducia che trasforma un gruppo di persone in qualcosa di più solido e creativo.
Allo stesso tempo, è orientato allo sviluppo professionale — “forse troppo,” ammette con una punta di autoironia. “Cerco sempre di proporre idee nuove per cercare di crescere, ma soprattutto di stupire, perché in questo mondo ormai di realtà ce ne sono davvero molte.” La pressione a distinguersi è reale, il mercato non premia chi si accontenta di fare le cose come le ha sempre fatte. Ma Alberto sembra aver trovato un equilibrio personale tra l’ambizione di innovare e il rispetto per ciò che ha funzionato nel passato — la tradizione come punto di partenza, non come limite.
Il coraggio come pratica quotidiana
Se c’è un filo conduttore nel percorso di Alberto Pettavino, è il coraggio inteso non come gesto eroico e isolato, ma come pratica quotidiana. La capacità di alzarsi ogni mattina con la stessa determinazione del primo giorno, anche quando le cose non vanno come previsto, anche quando le critiche fanno più rumore degli apprezzamenti, anche quando il garage senza luce sembra una metafora un po’ troppo calzante della propria situazione.
“Non bisogna mai smettere di credere in se stessi: il coraggio è quello che trasforma i sogni in realtà.”
È una frase che suona diversa quando viene detta da chi ha davvero costruito qualcosa partendo da zero. Diversa da come suona in una conferenza motivazionale, o su uno sfondo foto di tramonto sui social. Ha il peso specifico dell’esperienza vissuta, della fatica concreta, delle notti in cui si sarebbe potuto mollare e non si è mollato.
“Bisogna ascoltare i consigli, ma non farsi condizionare dalle critiche: la strada tracciata è quella che va seguita.” Anche qui, la distinzione è precisa e importante. Ascoltare non significa obbedire, recepire suggerimenti non significa cambiare direzione a ogni vento. Cantina121 è rimasta fedele alla propria identità — pop, irriverente, radicata nella memoria personale — anche quando il mercato avrebbe forse suggerito percorsi più convenzionali.
Una cantina che sa dove vuole andare
Guardare Cantina121 oggi significa vedere un progetto che ha trovato la propria voce e non ha intenzione di abbassarla. I vini ci sono, la proposta sul territorio è definita, la comunicazione è riconoscibile. Ma quello che colpisce di più, parlando con Alberto, è la sensazione che il meglio debba ancora venire — e che loro lo sappiano benissimo.
Il percorso dal garage di Cherasco alla piazza di Savigliano è lungo abbastanza da giustificare una certa soddisfazione. Ma non è il tipo di soddisfazione che porta a fermarsi. È quella che porta a chiedersi cosa c’è dopo, con la stessa energia con cui ci si è chiesti, quattro anni fa, se valesse la pena cominciare.
La risposta, evidentemente, era sì.
Se siete curiosi di scoprire i vini di Cantina121 — le bollicine, i bianchi, i rossi, le degustazioni, le esperienze conviviali che Alberto e Federico hanno costruito in questi anni — il modo migliore è andarli a trovare. A Savigliano, in provincia di Cuneo, in quella piazza che ormai è anche un po’ casa loro. Oppure scrivergli direttamente: sono il tipo di persone che risponde, e che sa fare buona compagnia. Il resto lo fa il vino.
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