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Dal Belpaese a Melbourne e ritorno: la rinascita di Domenico De Marco e della sua Trattoria Grano a Imola

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Piazza Antonio Gramsci, centro storico di Imola, un tardo pomeriggio qualunque. I tavolini fuori dalla Trattoria Grano cominciano a riempirsi, qualcuno ordina un tagliere di salumi mentre in cucina si sente il rumore ritmato dei coltelli sul tagliere. Dietro a quel bancone c’è Domenico De Marco, e se gli chiedete da quanto fa questo mestiere vi risponde senza esitare: ventisei anni. Non è una cifra buttata lì per impressionare. È il numero che racchiude tre continenti, una decina di città diverse, un ristorante aperto e poi venduto dall’altra parte del mondo, un incidente stradale che ha cambiato le priorità. E, alla fine, un ritorno a casa che ha il sapore della scelta più che del caso.

Un’infanzia tra l’orto e i fornelli di casa

Domenico nasce a Milano da genitori calabresi, ma la sua passione per la cucina non nasce in un ristorante: nasce in una fattoria. “Sin da piccolo lavoravo nella filiera di famiglia,” racconta. Con quell’espressione intende qualcosa di molto pratico: aiutava il padre con gli animali e con l’orto, poi passava in cucina con la madre, dove si cucinava e si conservava tutto quello che la terra aveva dato. Niente di romantico o costruito a tavolino: era semplicemente il modo in cui si viveva in casa sua.

In quella casa milanese con radici calabresi si mescolavano due mondi: da un lato la disciplina del lavoro nei campi, dall’altro il rito quotidiano della cucina, fatto di verdure raccolte al momento giusto e di conserve preparate per l’inverno. È lì, tra i barattoli sistemati in dispensa e le verdure di stagione appena colte, che si forma il primo rapporto di Domenico con il cibo, molto prima di qualsiasi scuola alberghiera. Un’educazione che non passa dai libri, ma dall’esperienza diretta: capire quando un pomodoro è pronto, quanto sale serve per una conserva, come si organizza il lavoro di una giornata intera.

I primi anni di lavoro, a quattordici anni

Nel 1999 Domenico ha quattordici anni e si diploma alla scuola alberghiera di Riolo Terme. Comincia subito a lavorare, e lo fa negli alberghi della riviera romagnola, un ambiente che negli anni Novanta era una vera palestra per chiunque volesse imparare il mestiere sul serio, tra stagioni intense e turni lunghissimi. Da lì il percorso si allarga: prima l’Italia, poi l’Europa, fino ad arrivare nei ristoranti stellati dell’Emilia Romagna e di altre regioni italiane. C’è anche un anno passato in Indonesia, una parentesi che racconta bene quanto, già da giovanissimo, Domenico fosse disposto a spostarsi pur di imparare qualcosa di nuovo.

Quindici anni in Australia

Nel 2009 arriva il trasferimento più importante: l’Australia. Prima Sydney, per tre anni, poi Melbourne, dove resta per altri dodici. In totale, quindici anni dall’altra parte del mondo, a lavorare fianco a fianco con alcuni degli chef più affermati del panorama gastronomico australiano. Nel 2012, a soli ventisette anni, apre il suo primo ristorante a Melbourne. Ci resterà fino al 2023, undici anni di attività continuativa in un mercato notoriamente competitivo e in continua evoluzione come quello australiano.

Sono anni lunghi, e cambiano un cuoco. Non solo sul piano tecnico: cambiano il modo in cui si guarda alla gestione di un locale, al personale, ai clienti. A Sydney e poi a Melbourne, Domenico lavora in cucine dove i ritmi sono serrati e la competizione tra ristoranti è altissima, un contesto che lo costringe a misurarsi ogni giorno con standard molto esigenti. Gestire per undici anni un proprio locale in quel mercato, tra l’altro, significa aver dovuto affrontare tutto quello che comporta l’imprenditoria della ristorazione: fornitori, personale, clientela internazionale, oscillazioni stagionali.

Ed è proprio in quel periodo, tra le cucine più esigenti del fine dining internazionale, che in Domenico matura un pensiero che tornerà utile qualche anno più tardi. “Stanco del fine dining, mi sono cimentato a proporre piatti semplici con materie prime ricercate,” spiega oggi. “Nel percorso mi sono appassionato e sto lavorando sodo per diventare un ottimo oste.” Dopo anni ai vertici della cucina tecnica, sceglie di allontanarsene per riscoprire un mestiere più antico, quello di chi accoglie le persone a tavola. Non è un ripiego: è, semmai, l’esito di un lungo lavoro di sottrazione, il tentativo di tornare a un’idea di cucina più vicina a quella imparata da bambino, tra l’orto e la cucina di casa.

Il ritorno in Italia, quasi per caso

Il rientro in Italia non nasce da un piano aziendale, ma da una vacanza. È il Natale del 2022, Domenico torna in Italia dopo otto anni di assenza e riscopre Modena, città che ama fin da ragazzo per la bellezza del centro storico e delle campagne intorno. Decide di aprire lì il suo primo locale italiano, lungo la strada nazionale per Carpi Nord, con l’obiettivo di proporre una cucina emiliana vera e di affermarsi come una delle trattorie migliori della zona. “Il motivo di questa mia scelta è soprattutto legato al mio amore per l’Emilia, e soprattutto per Modena,” dice, ricordando la storia della città, il fascino della sua gastronomia, la passione per i motori della Motor Valley, l’arte e la cultura del territorio.

Il 2024, un anno complicato

Nel 2024 arriva un momento complicato di questa storia: un incidente stradale che lo costringe a fermarsi e a rivedere le priorità. Sono settimane che cambiano il modo di guardare al proprio lavoro, soprattutto per un imprenditore che ha appena avviato un’attività e deve conciliare la ripresa con la gestione quotidiana del locale.

Domenico non si dilunga oltre su questo capitolo, e forse è proprio nel modo sobrio in cui lo racconta che si capisce meglio il carattere dell’uomo che poi ha deciso di ripartire ancora una volta, spostando la sua attività in una nuova sede invece di fermarsi.

Settembre 2025: la Trattoria Grano riapre a Imola

Da settembre 2025 la Nuova Trattoria Grano riapre al pubblico in una nuova sede, mantenendo le proposte gastronomiche di sempre. Si trova nel pieno centro storico di Imola, affacciata su Piazza Antonio Gramsci, in un ambiente che riesce a essere allo stesso tempo curato e intimo, con quell’aria da piccola osteria di una volta che oggi si fatica un po’ a trovare. Funziona bene sia per un pranzo veloce di lavoro sia per una cena più lunga in famiglia o con gli amici, ed è collocata in una piazza che ospita anche eventi culturali e musicali cittadini, come la rassegna “Imola in musica”. La trattoria, quindi, si inserisce nella vita della città, non solo nella sua offerta gastronomica.

La cucina: territorio, stagionalità, tradizione di famiglia

“Offriamo una cucina del territorio, con materie prime selezionate seguendo rigorosamente le stagioni,” racconta Domenico. “L’accoglienza, la bellezza del ristorante e l’atmosfera della trattoria di una volta sono il nostro marchio.” Molte ricette arrivano da lontano, passate di famiglia in famiglia fino ai giorni nostri: un modo di cucinare che non si impara sui libri di scuola, ma osservando chi lo faceva prima di te.

La cucina emiliano-romagnola offre da questo punto di vista un patrimonio enorme, fatto di tradizioni diverse tra le nove province della regione: un intreccio che alla Trattoria Grano si traduce in un menù dove le paste all’uovo, fatte a mano partendo da pochi ingredienti semplici come uova e farina, restano il piatto forte, declinate in forme e ripieni diversi a seconda della stagione. Gli antipasti puntano su salumi e formaggi misti selezionati da produttori del territorio, mentre i secondi alla griglia seguono anch’essi la stagionalità, con proposte che cambiano a seconda del periodo dell’anno invece di restare fisse tutto l’anno sulla stessa carta.

Il menù, inoltre, non si limita al servizio quotidiano: la trattoria organizza menù giornalieri a prezzi dedicati e accoglie prenotazioni per compleanni, comunioni, cresime, cene di laurea e altri eventi fino a trenta posti a sedere, con proposte personalizzate a seconda dell’occasione. Un dettaglio che racconta bene come, dietro l’idea di trattoria di quartiere, ci sia in realtà un’organizzazione pensata anche per momenti più impegnativi del semplice pranzo di lavoro.

Piero e Dhia, due ventenni in cucina

C’è un aspetto di questa storia che merita di essere raccontato con attenzione particolare, perché parla del modo in cui Domenico ha scelto di costruire il suo team. “Gestisco la trattoria con due giovanissimi, appena ventenni,” racconta. “Un anno fa era per loro la prima volta lavorare in cucina; oggi cucinano e gestiscono la cucina insieme a me in modo impeccabile.” I due ragazzi si chiamano Piero e Dhia, ed è a loro che Domenico dedica le parole più calde dell’intera intervista: “Sono molto fortunato ad avere due giovanissimi così bravi. Un applauso e un grazie di cuore a Piero e Dhia: anche loro, con me, sono la base della Trattoria Grano.”

In un settore dove trovare personale qualificato è sempre più difficile, Domenico ha scelto una strada che richiede più tempo e più pazienza: prendere due ragazzi alla loro prima esperienza e farli crescere fino a renderli, dopo appena un anno, protagonisti veri della cucina. Significa insegnare le basi da zero, correggere gli errori dei primi mesi, dare fiducia prima ancora che i risultati arrivino. “Sarà sempre più difficile trovare personale, ma è responsabilità di noi imprenditori trovare la soluzione,” dice. “Io l’ho trovata.”

Vale la pena notare anche il tono con cui ne parla: nessuna retorica, solo il racconto concreto di un anno di lavoro fianco a fianco, culminato oggi in una cucina dove Piero e Dhia si muovono con la stessa sicurezza di chi ci lavora da molto più tempo.

Guardando già al prossimo passo

Nonostante la sede imolese sia recente, Domenico non si ferma qui. “Sono una persona in continua evoluzione e cerco sempre di prevedere il futuro,” dice. “Sto già progettando il mio prossimo locale, che sarà il riassunto di ventisei anni di duro lavoro.” È una frase che va presa alla lettera più che come uno slogan: un progetto che mette insieme tutto quello che ha imparato tra la riviera romagnola, l’Australia, Modena e ora Imola.

Ripercorrendo questa storia, colpisce soprattutto la costanza con cui Domenico ha continuato a ricominciare: da quattordicenne appena diplomato, da giovane chef trasferito dall’altra parte del mondo, da imprenditore che apre il suo primo ristorante a ventisette anni, e infine da uomo che, dopo un incidente che lo ha messo alla prova, sceglie di aprire ancora una volta le porte di un nuovo locale. Ogni tappa ha richiesto di ricostruire qualcosa da capo, e ogni volta Domenico sembra averlo fatto senza perdere di vista la stessa idea di fondo: una cucina semplice, fatta con materie prime vere, servita con la cura di chi considera l’ospitalità un mestiere e non un ruolo.

La Trattoria Grano, del resto, è già stata premiata come ristorante più votato del 2026, con un punteggio di 4,9 verificato da Trustindex: un riconoscimento che, a un anno esatto dall’apertura della nuova sede imolese, racconta bene quanto il pubblico abbia risposto a questa proposta.

Un’ultima annotazione

Chi conosce il centro storico di Imola sa che Piazza Antonio Gramsci non è un posto qualunque: è uno dei salotti della città, animato da eventi, musica, vita di quartiere, con la rassegna “Imola in musica” che nei mesi caldi riempie la piazza di gente anche fuori dagli orari dei pasti. In mezzo a questo, la Trattoria Grano ha trovato il suo posto con una proposta che non insegue le mode del momento, ma punta su qualcosa di più semplice da dire e più difficile da fare bene: cucinare come si faceva una volta, con ingredienti di stagione, in un ambiente che sa ancora di trattoria vera.

Vale la pena farci un pensiero, soprattutto se capita di passare per Imola in un giorno qualunque, magari proprio verso l’ora di pranzo, quando i tavolini si riempiono e dalla cucina arrivano i profumi di un menù che cambia con le stagioni ma che, nella sostanza, resta fedele a quello che Domenico ha imparato tra Milano, la Calabria dei suoi genitori, la riviera romagnola e quindici anni dall’altra parte del mondo.

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