Nota Editoriale: Oggi la nostra rivista, la n.1 in Italia per ciò che riguarda la leadership, racconta la storia di Davide Pierluigi Intimo e del suo ristorante, Antico Monastero, specializzato in cucina monferrina tradizionale con pasta fresca e vini del territorio, una delle realtà più apprezzate del territorio. Un cliente soddisfatto ci ha contattato, ci ha fatto scoprire questo gioiello e abbiamo intervistato il fondatore.
La parte bella? Si trova vicino a te, a Lu Monferrato in provincia di Alessandria, e puoi andarci già da oggi. Noi lo consigliamo. Vedilo su Google.
Un posto che non ti aspetti, in cima a un paese che sembra fermo nel tempo

Lu Monferrato non è un posto che si trova per caso. Bisogna volerci andare. È uno di quei borghi piemontesi che stanno in cima a una collina come se il mondo di sotto non li riguardasse troppo, con le case strette attorno alla chiesa, il silenzio delle strade lastricate e quella luce bassa del pomeriggio che d’estate trasforma tutto in oro. Il paese ha sette campanili — e per questo lo chiamano così, il paese dei sette campanili — e da su si vedono le Alpi da un lato, gli Appennini dall’altro, e in mezzo distese di vigne che hanno fatto di questo territorio uno dei più riconoscibili del Piemonte. Non a caso il Monferrato è patrimonio dell’UNESCO dal 2014. Ma i suoi abitanti lo sapevano già da prima.
È qui, proprio in cima al paese, che si trova l’Antico Monastero. Il palazzo è del Quattrocento, fu dimora dei Marchesi del Monferrato per secoli, poi circolo dei signori nei primi anni del Novecento, poi — come capita spesso agli edifici che hanno visto troppe epoche — rimase in attesa di qualcuno che capisse cosa farsene davvero. Quel qualcuno è arrivato nel 2009, e si chiama Davide Pierluigi Intimo.
Il ristorante che nasce da una famiglia, non da un business plan
Davide non ha aperto l’Antico Monastero perché aveva individuato un’opportunità di mercato nelle colline del basso Monferrato. L’ha aperto insieme a suo padre e a sua madre, con l’idea precisa di creare un posto dove tre cose potessero stare insieme ogni giorno: accoglienza, tradizione e qualità. Sembra semplice, detto così. Non lo è quasi mai nella pratica.
“Ho creato questo ristorante insieme a mio padre e a mia madre”, racconta, “con l’obiettivo di realizzare un luogo dove accoglienza, tradizione e qualità potessero incontrarsi ogni giorno attorno a una tavola.” Quella frase — attorno a una tavola — non è una formula. È la chiave di lettura di tutto quello che è venuto dopo. Perché un ristorante, per chi lo vive davvero e non solo lo gestisce, è prima di tutto un atto sociale. È un posto dove la gente si siede, rallenta, mangia insieme e per un po’ smette di avere fretta. E questo tipo di esperienza non si costruisce con le schede tecniche dei piatti o con i filtri di Instagram: si costruisce con una cultura dell’ospitalità che deve venire da qualche parte. Nel caso di Davide, viene dalla famiglia.
I suoi genitori non ci sono più. È una cosa che dice con quella semplicità pacata che si vede nelle persone che hanno imparato a portare il dolore senza nasconderlo e senza esibirlo. “Il loro insegnamento continua a vivere ogni giorno nell’attenzione dedicata agli ospiti, nella cura delle materie prime e nel rispetto delle tradizioni del nostro territorio.” Non è retorica. È il modo in cui Davide tiene in piedi qualcosa che ha iniziato a costruire insieme a loro, e che adesso è anche — inevitabilmente — un omaggio quotidiano alla loro memoria.
Portalettere di mattina, ristoratore il resto del tempo
C’è un dettaglio nella storia di Davide che vale la pena raccontare bene, perché dice molto di come è fatto come persona. Per tutti questi anni — e ancora oggi — ha fatto il portalettere. Ogni mattina, la distribuzione della posta. Poi il ristorante. Due lavori, uno accanto all’altro, portati avanti con lo stesso impegno e senza che uno rubasse niente all’altro.
A qualcuno potrebbe sembrare una situazione di transizione, qualcosa da superare il prima possibile. Ma non è così che la vede lui, e probabilmente non è neanche così che stanno le cose. Quello che Davide ha fatto in questi anni è qualcosa di molto più difficile della semplice gestione di un’attività: ha dimostrato che è possibile non scegliere, non sacrificare una cosa per l’altra, e uscirne con entrambe integre. Ci vuole una disciplina silenziosa per farlo. Ci vuole la capacità di essere completamente presenti in quello che si sta facendo, ora dopo ora, senza che la testa sia già da qualche altra parte.
È questa — se vogliamo trovare una parola che la definisca — una forma di leadership. Non quella delle slide e dei keynote speech, ma quella concreta, quotidiana, fatta di coerenza tra quello che si dice e quello che si fa. Il ristorante funziona perché chi lo guida non si è mai permesso di non essere all’altezza di quello che aveva promesso. Né ai suoi genitori, né ai suoi clienti, né a se stesso.
Oggi al suo fianco c’è sua moglie, che contribuisce alla gestione dell’attività. E intorno a loro un gruppo di lavoro che Davide descrive con genuino affetto: persone che condividono gli stessi valori con cui il ristorante è nato, che ci credono, che sanno che la qualità non è uno slogan ma il risultato di mille scelte piccole fatte ogni giorno nel modo giusto.
Una cucina che ha radici vere, non radici di scena

Il menù dell’Antico Monastero ha una colonna vertebrale solida, fatta di piatti che appartengono a questo territorio da molto prima che qualcuno inventasse il concetto di cucina del territorio. Accanto ai classici che rimangono fissi tutto l’anno — perché certi piatti sono troppo identitari per essere stagionali — c’è una parte del menù che cambia con le stagioni, rinnovata ogni paio di mesi per seguire quello che il territorio offre di meglio in quel momento. Non è una scelta di tendenza: è il modo naturale di lavorare per chi prende sul serio le materie prime.
La pasta fresca si fa ogni giorno, con farine biologiche. Il pane anche. Non è una scelta di marketing: è la scelta di chi sa che certi prodotti o li fai freschi o non ha senso farli. Gli agnolotti del Plin seguono le ricette monferrine più antiche, quelli veri, fatti a mano con quella tecnica del pizzicotto che si impara guardando qualcuno farlo, non leggendo una ricetta. Sono il tipo di piatto che racconta dove sei, in quale angolo d’Italia ti trovi, cosa ha mangiato la gente di questa terra per generazioni.
E poi c’è la guancia di manzo stufata e laccata con fondo bruno, che Davide indica senza esitazioni come il piatto forte della casa. È un piatto che richiede tempo — molto tempo — e una conoscenza tecnica che non si improvvisa. La stufatura lenta, il fondo che si riduce e si concentra, la laccatura finale che dà a ogni fetta quella lucentezza che è già, da sola, una promessa di sapore. È il tipo di cucina che non ha fretta di impressionare, perché sa di avere le carte in regola. La qualità sta nel processo, non nell’effetto speciale.
Noi di Saliremo ti consigliamo di assaggiare gli agnolotti del Plin e la guancia di manzo stufata di Davide Pierluigi Intimo: www.anticomonastero.it
La Monfrina, ovvero: come si inventa qualcosa di nuovo restando fedeli a qualcosa di antico
Tra tutti i piatti dell’Antico Monastero, ce n’è uno che ha una storia diversa dagli altri. Non viene da una tradizione antica, non è la ricetta di una nonna monferrina. È un piatto che Davide ha creato da zero, sviluppato nel tempo, affinato fino a trovarne la forma giusta. Si chiama Monfrina — il nome evoca il territorio, ed è giusto così — ed è diventato così rappresentativo del ristorante che ne è stato registrato il marchio.
La Monfrina è adatta ai vegetariani ed è senza glutine, quindi adatta anche alle persone celiache. Questo potrebbe sembrare un dettaglio tecnico, ma non lo è. È una scelta che rivela qualcosa di importante sul modo in cui Davide pensa alla sua cucina e ai suoi ospiti: nessuno deve restare fuori. Un ristorante che si definisce tradizionale rischia spesso di diventare esclusivo nel senso sbagliato del termine, un posto per chi sa già cosa aspettarsi e si sente a casa in quella cultura gastronomica. La Monfrina è la risposta pratica a questo rischio: si può restare fedeli a un territorio e a una tradizione e allo stesso tempo aprire la tavola a tutti.
Davide dice che crede “che la tradizione debba essere il punto di partenza, non un limite.” Non è una frase vuota. La Monfrina ne è la prova concreta.
Il vino, che qui non è un’aggiunta ma una parte della storia
Davide è sommelier. Non è un titolo che porta come un accessorio: è una passione che viene prima della qualifica, e che quella qualifica ha trasformato in competenza strutturata. La carta dei vini dell’Antico Monastero è il risultato di anni di selezione, assaggi, conoscenza diretta dei produttori — quelli locali, che fanno vini che raccontano queste stesse colline in un bicchiere, e quelli più rari, cercati con la curiosità di chi sa già molto ma vuole continuare a scoprire.
“Una passione che cerco di trasmettere ogni giorno attraverso una selezione accurata di etichette e abbinamenti”, dice. E questa trasmissione è reale: non nel senso del sommelier che ti spiega il vino con un vocabolario che intimidisce, ma in quello più sottile e più efficace di chi ti mette davanti a qualcosa di buono e ti lascia scoprire perché funziona insieme a quello che stai mangiando. Il vino, qui, non compete con il cibo. Lo accompagna, lo completa, lo racconta da un’altra angolazione.
Il Monferrato è terra di grandi vini — Barbera, Grignolino, Dolcetto, e poi ovviamente il Barolo e il Barbaresco non lontano da qui — e una carta dei vini fatta con questa cura è, in un certo senso, un altro modo di celebrare il territorio. Un modo che Davide conosce bene e che sa come condividere.
Le sale, la loggia, il panorama: il posto fisico conta


Ci sono ristoranti dove il cibo è talmente buono che quasi non noti dove sei. Poi ci sono posti dove la cucina e il luogo si moltiplicano a vicenda, dove essere seduti in quella sala specifica, con quella luce e quell’atmosfera, aggiunge qualcosa al piatto e il piatto aggiunge qualcosa al posto. L’Antico Monastero è del secondo tipo.
Le sale del palazzo quattrocentesco hanno i camini — quelli veri, non decorativi — le travi a vista, i mattoni che mostrano i segni di secoli senza per questo sembrare un museo. L’atmosfera è calda, non austera. È il tipo di bellezza che non esclude, che non mette a disagio, che ti fa sentire che sei in un posto speciale ma che quel posto è contento di averti.
Poi c’è la loggia. E il panorama. Dalle terrazze dell’Antico Monastero si vede un pezzo di Piemonte che è difficile da dimenticare: le colline del Monferrato che si succedono una dopo l’altra verso l’orizzonte, e poi in fondo, nelle giornate limpide, il profilo delle Alpi da un lato e degli Appennini dall’altro. È il tipo di vista che fa capire perché questo territorio è patrimonio dell’umanità. Non per una scelta burocratica, ma perché davvero, qui, il paesaggio ha qualcosa di eccezionale.
Tutto questo fa dell’Antico Monastero un posto adatto anche alle occasioni importanti — matrimoni, ricorrenze, cene aziendali, eventi privati — e non perché sia stato progettato a tavolino per quello scopo, ma perché un luogo con questa storia, questa bellezza e questa cucina diventa naturalmente il posto dove si vuole stare quando si vuole che un momento resti impresso nella memoria.
Quindici anni dopo: la stessa idea, con più esperienza
L’Antico Monastero ha quindici anni. Non è poco, in un settore dove aprire è relativamente facile e restare aperti è complicato. Rimanere aperti restando fedeli a se stessi, senza inseguire ogni moda e senza diventare qualcosa di diverso da quello che si era all’inizio, è ancora più difficile. Davide ci è riuscito.
“Guardiamo al futuro con lo stesso entusiasmo del primo giorno”, dice, “consapevoli che ogni piatto servito è un omaggio alle nostre radici, alla nostra famiglia, al lavoro della nostra squadra e alla terra straordinaria che ci ospita.” Quindici anni di lavoro, di sacrifici, di lutti e di soddisfazioni, e l’entusiasmo del primo giorno è ancora lì. Non come slogan, ma come atteggiamento concreto verso il lavoro quotidiano.
Quello che ha costruito Davide in questi anni non è solo un ristorante di successo. È un esempio di come si possa fare impresa con valori chiari, senza scorciatoie, tenendo insieme le radici e la voglia di crescere, il rispetto per chi è venuto prima e l’apertura verso chi verrà dopo. Non è una storia di genio imprenditoriale improvviso. È una storia di lavoro onesto, fatto bene, ogni giorno, per quindici anni. Ed è per questo che vale la pena raccontarla.
Se siete in Piemonte, o se state pensando di esserci, Lu Monferrato e l’Antico Monastero meritano una deviazione — o meglio, meritano di essere la destinazione. Una cucina monferrina autentica, una carta dei vini curata con passione, un palazzo del Quattrocento con un panorama che vale il viaggio, e una storia familiare che si sente in ogni piatto. Trovate tutte le informazioni per prenotare e raggiungere il ristorante su www.anticomonastero.it

