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Terrazza De Ferrari, la terrazza su Genova: dove la città si lascia guardare dall’alto

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

La storia di Jianhu Zhou, dalla gavetta nei ristoranti d’Italia fino al locale più panoramico nel cuore della Superba

Ci sono ristoranti che si raccontano dal menù, e ce ne sono altri che si raccontano da una finestra. Terrazza De Ferrari appartiene alla seconda categoria. Sta al quarto piano di un palazzo all’angolo di Piazza De Ferrari, e la prima cosa che fa con chi arriva non è servirgli da mangiare: è metterlo davanti a Genova. Tutta intera. La fontana che resta accesa a ogni ora, la mole solenne del Teatro Carlo Felice, il viavai che dal basso sembra disordine e da lassù diventa coreografia. Ci si affaccia, e per un istante si smette di parlare. Poi, di solito, qualcuno dice qualcosa come “non sapevo fosse così bella”.

È un effetto che non si compra e non si arreda. O ce l’hai, perché sei salito di quattro piani nel punto giusto della città, oppure no. Terrazza De Ferrari ce l’ha. E attorno a quella vista, negli anni, un uomo ha costruito un’idea di ristorazione che merita di essere raccontata per intero — perché dietro al panorama c’è una storia di lavoro che parte da molto, molto più in basso.

Il panorama prima di tutto

Inutile girarci attorno: la protagonista, qui, è la vista. È lei la prima portata, quella che arriva al tavolo prima ancora dell’acqua. La veranda all’aperto funziona come una finestra spalancata sul centro di Genova, e Piazza De Ferrari non è una piazza qualsiasi. È il cuore pulsante della città, ma è anche il suo simbolo, il punto in cui i genovesi si danno appuntamento e in cui ogni viaggiatore, prima o poi, finisce per passare.

Vista dall’alto, quella piazza diventa un piccolo spettacolo che cambia con la luce. C’è la versione del pranzo, quando il sole batte sulla fontana e tutto sembra in movimento. C’è quella del tramonto, la preferita da chi sale solo per un aperitivo, con i colori che si addolciscono sui palazzi. E c’è quella della sera, con la fontana illuminata e il teatro che si accende. Tre spettacoli diversi nello stesso luogo, ed è questo, più di ogni altra cosa, ciò che resta impresso. Nessun altro posto a Genova, dicono qui con un orgoglio che è difficile contestare, regala un’emozione capace di far capire al volo cosa significhi davvero il soprannome di “Superba”.

Che si salga per fermarsi un’ora o per restare tutta la sera, l’emozione è la stessa. Di quelle che scaldano, e che il viaggiatore si porta a casa insieme alle fotografie.

Una proposta che non vuole accontentarsi

Sarebbe però un torto fermarsi alla vista, come se il resto fosse contorno. Perché Terrazza De Ferrari ha l’ambizione di essere all’altezza di ciò che la finestra promette, e lo fa con una cucina che parte da una scelta non negoziabile: la qualità delle materie prime e la freschezza di ogni giorno.

La carta è larga, larghissima, e dichiaratamente pensata per non lasciare fuori nessuno. Si va dai piatti di pesce a quelli di carne, dai grandi classici del sushi e della tradizione giapponese fino a proposte che pescano nella cucina cinese e in quella mediterranea. È, letteralmente, l’imbarazzo della scelta: chi ama il crudo trova il suo, chi preferisce un piatto più rassicurante anche, e nessuno deve scendere a compromessi sul proprio gusto per accompagnare il resto del tavolo. In un Paese dove “andiamo a cena fuori” significa quasi sempre mettere d’accordo persone con voglie diverse, è una virtù più rara di quanto sembri.

C’è poi un capitolo a cui la casa tiene in modo speciale, e che dice molto del livello a cui si punta: i vini. La cantina è ampia, ma non per riempire una pagina. È una selezione che nasce da una passione vera per il settore, con un obiettivo preciso e tutt’altro che banale: trovare per ogni piatto il bicchiere giusto. Perché anche l’incontro tra un calice e una portata, se fatto bene, è parte dell’emozione.

E qui sta una piccola lezione nascosta. In un locale dove la varietà è da sempre un punto di forza, dedicare questa cura ai vini significa rifiutare un’idea molto comune: quella secondo cui dove c’è abbondanza non può esserci finezza. Terrazza De Ferrari dimostra il contrario, e lo fa senza proclami, semplicemente curando il dettaglio anche quando l’ospite non se lo aspetta.

Un’ultima precisazione, utile per capire la filosofia del posto. La formula “all you can eat” che ha reso celebre il locale non è una gabbia. Accanto a quella convivono un menù alla carta e una proposta di apericena: una volta seduti, sono gli ospiti a decidere come vivere la serata, da soli o con gli amici. È libertà, ed è anche un modo per dire una cosa semplice: al centro c’è la persona, non il format.

Le mani in pasta, davvero: i ravioli fatti in casa

Se uno volesse capire questo locale in un solo gesto, non dovrebbe guardare la vista. Dovrebbe guardare i ravioli. In un’attività con una proposta così ampia, sarebbe facilissimo — e perfettamente comprensibile — affidarsi al surgelato. Quasi nessun cliente se ne accorgerebbe. E invece no: i ravioli si fanno in casa, ogni settimana.

Il procedimento è di quelli che pochi raccontano perché pochi lo fanno. Si preparano in base alle prenotazioni, in quantità calibrate, si abbattono subito per garantirne la freschezza e si cuociono al momento, nella vaporiera, quando arriva l’ordine. Richiede più tempo, fa perdere qualche minuto al servizio, costa fatica. Resta lo stesso, perché è la prova provata di una scelta: la qualità prima della comodità, anche — anzi, soprattutto — quando nessuno sta guardando. È in dettagli così, più che nelle insegne, che si misura la serietà di chi sta in cucina.

Una storia che comincia con le mani nell’acqua

Per capire da dove arriva tutta questa cura bisogna però scendere dalla terrazza e tornare indietro nel tempo, lontano dalle luci della piazza. Perché la storia di Jianhu Zhou non comincia in alto. Comincia in basso, con le mani nell’acqua.

Tutto nasce in una famiglia cinese da sempre legata alla ristorazione: un’eredità di mestiere, ma anche di sacrificio, che non regala nulla e che mette subito davanti alla realtà di un settore durissimo. Il suo percorso, lui non lo addolcisce: è stato intenso, faticoso, fatto della gavetta vera. Quella che parte dal lavello, lavando piatti in diversi ristoranti sparsi per l’Italia. Ore in piedi, mani perennemente bagnate, e una scuola severa che non rilascia diplomi ma insegna ciò che nessun corso può trasmettere — come funziona davvero un locale, cos’è il ritmo di un servizio, quanto pesano le responsabilità quando il conto, a fine giornata, deve tornare.

Poi arriva la prima occasione vera, quella che separa chi resta sempre dietro le quinte da chi decide di salire sul palco: l’apertura di un ristorante cinese a Savona. È il debutto da protagonista, il momento in cui chi aveva sempre servito sceglie di mettersi in proprio. E non è una parentesi: quel ristorante resterà al centro della sua vita per sedici anni. Sedici. Una cifra che da sola racconta più di mille aggettivi, perché durare così a lungo in questo mestiere non è fortuna, è ostinazione quotidiana.

L’arte di vedere il cambiamento prima degli altri

C’è un talento, nella vicenda di Jianhu Zhou, che vale la pena isolare perché è il vero motore di tutto: la capacità di sentire i cambiamenti mentre sono ancora un sussurro, prima che diventino un coro.

Dopo gli anni savonesi, intuisce l’onda montante della cucina giapponese in Italia e apre un ristorante di sushi. Non uno qualunque: uno dei primi della Liguria, in un’epoca in cui il sushi era ancora qualcosa da spiegare ai clienti più che una moda da cavalcare. Scommettere su un gusto quando è ancora un seme, e non quando è già un frutto maturo che colgono tutti: è questo che distingue chi anticipa da chi insegue.

Lo stesso fiuto lo guida nel 2015, quando a Genova apre uno dei primi locali a buffet della regione, proprio nello spazio che oggi conosciamo come Terrazza De Ferrari. Di nuovo una formula nuova, intercettata sul nascere. Ma le mode hanno una scadenza, e qui emerge la seconda dote, forse ancora più preziosa della prima: saper cambiare senza affezionarsi a una formula solo perché un tempo funzionava.

Così il buffet, avvertito il mutare dei tempi, ha lasciato il passo nel 2021 alla formula “all you can eat”, più moderna e via via più amata. E nel 2026 è arrivato il gesto più simbolico di tutti: l’insegna storica, conosciuta per oltre dieci anni nel cuore di Genova, ha cambiato nome ed è diventata Terrazza De Ferrari. Non un rinnegare il passato, ma il modo di mettere un cartello nuovo su una crescita reale. Un nome che, finalmente, dice ad alta voce qual è il vero punto di forza: quella terrazza, quella vista, quella città ai piedi.

Cosa insegna, in fondo, una terrazza

Letta nel suo insieme, la storia di Jianhu Zhou parla a chiunque si occupi di leadership e d’impresa, ben oltre i fornelli. Perché dietro alle scelte di un locale si intravede un modo di stare nel proprio mestiere che ha qualcosa da dire anche a chi di sushi non si intende affatto.

C’è, prima di tutto, il valore della gavetta. Aver iniziato lavando piatti non è un aneddoto da nascondere: è la fondazione. Chi ha conosciuto il lavoro dal gradino più basso porta con sé una competenza concreta che nessuna poltrona può improvvisare. È la differenza tra guidare avendo capito ogni ingranaggio e guidare soltanto dall’alto, fidandosi di ciò che gli altri raccontano.

C’è la perseveranza. Sedici anni alla guida di un ristorante non si spiegano con la fortuna, ma con una costanza che è essa stessa una forma di talento. In un tempo che applaude i risultati rapidi e si annoia in fretta, la capacità di restare, di durare, di reinventarsi senza perdere la rotta è una qualità rara e sottovalutata.

E c’è la visione, che Jianhu Zhou riassume con una nettezza che vale la pena riportare quasi alla lettera: lo sguardo deve essere sempre rivolto al futuro, alla comunicazione, alla voglia di rinnovarsi e di aggiornarsi. Oggi, dice, un’attività commerciale non può permettersi di restare ferma: deve stare al passo con i tempi e con le esigenze del mercato. Ma — ed è qui che il discorso si fa interessante — aprirsi al mondo che cambia non deve mai far spegnere la propria passione e la propria professionalità, che restano il centro di tutto.

Non è una sintesi scontata. Quante imprese, inseguendo l’innovazione, perdono la propria anima per strada; e quante altre, per difendere l’identità, si irrigidiscono fino a diventare inutili. La forza di Terrazza De Ferrari sta proprio nell’aver tenuto insieme le due cose: cambiare buffet, formula, nome e proposta, restando però fedele alla stessa passione che muoveva quel ragazzo davanti al lavello, anni prima, in un ristorante qualunque d’Italia.

Salire, sempre

Alla fine tutto torna lassù, alla terrazza. Perché quel locale al quarto piano di Piazza De Ferrari è la metafora perfetta di un percorso intero. Per arrivare a guardare una città dall’alto bisogna prima averla attraversata dal basso, gradino dopo gradino, con la pazienza di chi ha capito una cosa semplice: le viste più belle si conquistano salendo. C’è una coerenza profonda tra la fatica di quegli inizi e la bellezza di questo arrivo. L’una ha reso possibile l’altra, e nessuna delle due, da sola, avrebbe lo stesso significato.

Terrazza De Ferrari non è soltanto un’esperienza gastronomica: è emozione allo stato puro. È l’emozione di pranzare o cenare nel punto più panoramico e iconico della città, di fermarsi per un aperitivo mentre la luce cambia sulla piazza, di vivere un momento che poi resta. È il frutto di una storia fatta di lavoro vero, di intuizioni coraggiose e di un’ospitalità che ha sempre messo le persone al centro.

Se siete a Genova, o se la città è nei vostri piani, salite fino a quel quarto piano. L’ingresso si trova all’angolo di Piazza De Ferrari, tra le vetrine di H&M e Bershka. Da lì, una scelta semplice — un pranzo, una cena, un aperitivo al tramonto — può trasformarsi in uno di quei ricordi che ci si porta a casa insieme al panorama. Lasciatevi guidare dalla curiosità, scoprite la proposta della casa e poi accomodatevi: certe emozioni, come certe viste, vanno vissute dall’alto. E Terrazza De Ferrari, su Genova, vi aspetta proprio lì, nel punto più alto del suo cuore.

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