Trent’anni nell’oro, una crisi che avrebbe fermato chiunque, e la scelta di ricominciare dall’argento. Viaggio nella storia dell’orafo romagnolo che ha trasformato un braccialetto in un fenomeno di costume
Il laboratorio sul retro, il mestiere nelle mani
Roberto Spadarella ha imparato a lavorare i metalli nel pomeriggio, dopo la scuola, in un laboratorio che non era il suo. Aveva appena finito le medie quando il fratello gli suggerì di iscriversi all’Istituto d’Arte. Lui accettò, senza sapere ancora che quella scelta avrebbe deciso tutto il resto. Al mattino studiava teoria, disegno, storia dell’arte orafa. Al pomeriggio attraversava Riccione e raggiungeva la bottega di un maestro orafo del posto, dove faceva l’apprendista tuttofare: puliva, osservava, provava.
C’è qualcosa che i manuali non raccontano del mestiere orafo. Non raccontano il calore del metallo che si piega sotto la fiamma, il suono secco della lima sull’argento, l’odore acre della saldatura che ti resta nei vestiti anche dopo la doccia. Roberto quelle cose le ha imparate a quindici anni, stando in piedi accanto a un banco da lavoro troppo alto per lui, guardando le mani di un uomo che faceva quel mestiere da una vita intera. Ha imparato la pazienza — quella vera, che non si insegna a parole ma si assorbe stando ore a ripetere lo stesso gesto finché non esce giusto.
La specializzazione in oreficeria arrivò come conseguenza naturale. Di tutte le direzioni possibili, quella era l’unica che gli interessava davvero. E quando finì il servizio militare, Roberto fece qualcosa che a raccontarla oggi sembra quasi incosciente: non aveva ancora ventuno anni e aprì un laboratorio orafo tutto suo. A Riccione Paese, insieme al fratello.
Oro e brillanti per trent’anni, poi il mondo cambia
Il primo laboratorio dei fratelli Spadarella produceva esclusivamente gioielli di alta gamma. Oro e brillanti, il segmento dove i margini sono alti ma gli errori costano caro, dove la clientela è esigente e la reputazione si costruisce pezzo dopo pezzo, anello dopo anello, collana dopo collana. Il mercato rispose bene, più in fretta di quanto i due fratelli si aspettassero. Nel giro di qualche anno aprirono due punti vendita monomarca, uno a Riccione e uno a Rimini.
Per circa trent’anni le cose andarono avanti così. Trent’anni sono tanti. Sono abbastanza per illuderti che il mondo resterà com’è, che il tuo mestiere non cambierà, che la gente continuerà a comprare le stesse cose allo stesso modo. Roberto Spadarella non si è mai illuso, ma nemmeno lui poteva prevedere quello che sarebbe successo.
Una fase di interruzione dell’attività, seguita da un cambiamento profondo dello scenario economico, mise tutto in discussione. La quotazione dell’oro salì a livelli che rendevano i gioielli d’alta gamma un lusso fuori portata per la maggior parte dei clienti. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane si contrasse. Quel mercato che per tre decenni aveva garantito solidità e continuità si restrinse come un maglione lavato a temperatura sbagliata.
Roberto si trovò davanti a una scelta che molti imprenditori del suo settore hanno dovuto affrontare in quegli anni. Poteva provare a resistere, abbassare i prezzi, sperare che la crisi passasse. Oppure poteva fare una cosa molto più difficile: smettere di fare quello che sapeva fare meglio e ricominciare da capo.
L’argento, e la decisione di azzerare tutto
Scelse la seconda. La vecchia produzione venne abbandonata. L’oro e i brillanti — trent’anni di lavoro, di competenza accumulata, di clientela costruita — vennero messi da parte. Al loro posto, l’argento.
Bisogna capire cosa significa una decisione del genere per un orafo che ha passato metà della sua vita a lavorare l’oro. Significa rinunciare a un’identità professionale. Significa presentarsi ai clienti che ti conoscono da sempre con un prodotto diverso, più economico, e convincerli che non stai scendendo a compromessi, ma stai andando in una direzione nuova. Significa, in sostanza, scommettere su te stesso una seconda volta, quando la prima scommessa l’avevi già vinta.
Roberto aveva ancora tutta l’attrezzatura del laboratorio originario. Le mani erano le stesse, la competenza tecnica intatta. Quello che cambiò fu la visione: una linea di gioielli con un’estetica minimalista, semplici, belli, con costi che la gente poteva permettersi. E per distribuirli, siccome una rete commerciale per la nuova produzione non esisteva ancora, Roberto fece l’unica cosa possibile: salì in macchina e cominciò a percorrere l’Italia, vendendo all’ingrosso di persona, città dopo città, negozio dopo negozio.
Chi lo conosce descrive Roberto Spadarella come una persona carismatica, sempre in movimento, con una mente che non si ferma mai. In quel periodo, queste qualità smisero di essere tratti caratteriali e diventarono strumenti di sopravvivenza imprenditoriale.
Ventiquattro fiere in dodici mesi
La svolta vera arrivò con le fiere di settore. La prima partecipazione significativa fu a Milano, dove Roberto riuscì a esporre il campionario in uno spazio ridotto, messogli a disposizione da un partner commerciale. Pochi metri quadri, un tavolo, i gioielli disposti con cura, e Roberto dall’altra parte a parlare con chiunque si fermasse a guardare. Da quella fiera uscì con una rete di contatti internazionali che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe potuto generare.
Quando il partner commerciale venne meno e lo spazio espositivo non fu più disponibile, Roberto reagì nel modo che gli è più naturale: investì per farcela da solo. Strutturò una presenza fieristica indipendente e, nel giro di una stagione, arrivò a coprire un calendario che farebbe tremare le ginocchia a qualsiasi commerciale navigato: ventiquattro fiere in un anno. Concentrate nei mesi caldi del settore — da febbraio ad aprile, poi di nuovo da settembre a ottobre — significavano una fiera ogni due settimane circa, con tutto quello che comporta in termini di logistica, preparazione del campionario, spostamenti, montaggio dello stand, trattative, smontaggio, e via verso la prossima città.
Il biennio 2005-2006 fu il momento in cui tutto questo lavoro frenetico produsse i risultati più spettacolari. A livello globale, la moda stava riportando in auge il colore oro. Roberto colse l’onda con un tempismo che, a distanza di vent’anni, appare quasi profetico: presentò una collezione che applicava la tonalità galvanica dorata ai gioielli in argento. Il risultato era un prodotto che aveva l’aspetto dell’oro, la resistenza dell’argento e un prezzo accessibile. I buyer impazzirono. Le trasferte commerciali si moltiplicarono: Madrid, Bologna, Roma, Hong Kong. Un orafo di Riccione che tratta con acquirenti di Hong Kong — se qualcuno glielo avesse detto vent’anni prima, nel laboratorio del maestro orafo dove puliva i banchi da lavoro, probabilmente non ci avrebbe creduto.
La Pina, Diego e un braccialetto regalato in diretta
Nella storia di Spadarella c’è un episodio che nessun consulente di marketing avrebbe saputo pianificare, per il semplice motivo che certe cose succedono e basta.
Siamo a Riccione, d’estate. Radio 105 trasmette in diretta da Viale Ceccarini, com’è tradizione. I conduttori — La Pina e Diego, che per chi ascoltava la radio in quegli anni non hanno bisogno di presentazioni — decidono di regalare in onda un braccialetto firmato Spadarella. Un gesto spontaneo, nato lì per lì, senza contratti né accordi commerciali.
L’effetto fu sproporzionato rispetto a qualsiasi aspettativa. Le richieste cominciarono ad arrivare da tutta Italia. Negozi che volevano rifornirsi, distributori che chiedevano il catalogo, privati che cercavano quel braccialetto sentito alla radio. In pochi giorni, un prodotto conosciuto soprattutto sulla riviera romagnola diventò un oggetto desiderato a livello nazionale.
Questo episodio racconta due cose. La prima è che Roberto Spadarella aveva già costruito un prodotto che funzionava — bello, riconoscibile, con un prezzo giusto. Senza quella base, l’esposizione radiofonica sarebbe evaporata nel giro di una settimana. La seconda è che a volte, nel percorso di un’impresa, interviene un elemento che non puoi controllare né prevedere, e l’unica cosa che conta è essere pronti quando arriva. Roberto era pronto. Aveva il prodotto, aveva il laboratorio, aveva la capacità produttiva. La radio accese il fiammifero, ma la legna era già lì, impilata con cura.
Da quel momento, la costruzione della rete retail accelerò in modo decisivo, ponendo le basi per quella che oggi è una struttura distributiva con venticinque negozi monomarca sparsi per l’Italia.
Pepite d’argento e filo nautico: come nasce uno Spadino
Se dovessimo scegliere un singolo oggetto per raccontare la filosofia di Spadarella, quel oggetto sarebbe il bracciale Spadino. È il prodotto più iconico del marchio, quello che lo ha reso riconoscibile, quello che i clienti collezionano e combinano tra loro come fossero parole di un alfabeto personale.
La lavorazione è semplice da descrivere e complessa da eseguire. Si parte da sfere in argento 925, che vengono schiacciate una per una fino ad assumere una forma irregolare — piccole pepite, ognuna leggermente diversa dall’altra, perché la mano dell’artigiano non è una macchina e ogni pressione produce un risultato unico. Queste pepite vengono poi intrecciate con filo nautico in nylon, un materiale tecnico che dà al bracciale resistenza e flessibilità. Il risultato è un gioiello che ha il peso dell’argento e la leggerezza del filo, che si adatta al polso e cambia aspetto a seconda della luce.
La gamma cromatica è vasta fino al punto da diventare quasi un gioco: oltre quaranta colori disponibili, dal nero al turchese, dal fucsia al verde militare, dal senape al viola fluo, fino alle versioni degradé e a edizioni speciali come la Rainbow e la Italia. L’idea di fondo è che il bracciale Spadino non sia pensato per essere indossato da solo. È progettato per essere accumulato, sovrapposto, mescolato. Ogni combinazione è diversa, ogni polso racconta qualcosa di chi lo porta. Il sito del brand parla di “mix and match”, ma la sostanza è più semplice e più poetica: ognuno si compone il proprio bracciale come compone il proprio modo di vestire, scegliendo colori e texture secondo l’umore, la stagione, l’occasione.
Ogni singolo Spadino viene ancora oggi assemblato a mano nel laboratorio artigianale di Riccione. Mani che intrecciano argento e nylon, che controllano la tensione del filo, che verificano la chiusura. È un lavoro minuto, ripetitivo nel gesto ma mai nel risultato, che richiede una precisione che solo l’esperienza può garantire.
Un campionario che non finisce mai
Oltre agli Spadini, il catalogo Spadarella si è espanso nel tempo fino a diventare — stando ai numeri — il più ampio del settore, sia in Italia che sui mercati esteri. Le categorie comprendono bracciali, anelli, collane, orecchini, cavigliere, orologi. Ci sono linee dedicate ai bambini — la Spada Baby — e collezioni tematiche come gli Intraducibili, ispirata a parole che esistono solo nella lingua che le ha inventate e che non si possono tradurre in nessun’altra. Ci sono i Gioielli Parlanti, personalizzabili, e i Charms della Irene Collection. Centinaia di referenze, tutte prodotte in argento 925, tutte lavorate artigianalmente in Italia.
Questo ampliamento non è stato casuale. Roberto Spadarella ha costruito il campionario nel tempo, aggiungendo linee e collezioni man mano che il mercato gliele chiedeva, ma sempre mantenendo un filo conduttore: gioielli accessibili, con un’identità forte, realizzati a mano. Il giorno in cui la produzione dovesse spostarsi altrove — in un capannone industriale dall’altra parte del mondo, dove le mani degli artigiani vengono sostituite da macchine a controllo numerico — quel giorno Spadarella smetterebbe di essere Spadarella. Roberto lo sa, e per questo il laboratorio resta a Riccione.
L’azienda oggi: venticinque negozi e Riccione nel logo
L’assetto attuale di Spadarella è quello di un’impresa che ha fatto il salto dalla bottega artigianale alla struttura commerciale organizzata, senza perdere l’anima lungo il percorso. Venticinque negozi monomarca attivi in Italia, una distribuzione internazionale consolidata, e un campionario che si rinnova stagione dopo stagione.
Roberto si è progressivamente spostato dalla gestione quotidiana del punto vendita alla supervisione strategica dell’intero marchio. Una transizione che ha il sapore della maturità imprenditoriale: il fondatore che alza lo sguardo dal banco di lavoro per guardare l’orizzonte, senza mai smettere di tornare in laboratorio quando serve.
C’è un dettaglio che racconta molto della mentalità di quest’uomo. Nel logo aziendale, nel brand identity, nella comunicazione ufficiale, la città di Riccione è presente in modo esplicito e voluto. In un settore dove molti marchi preferiscono un’immagine apolide — meglio sembrare milanesi, o parigini, o vagamente internazionali — Spadarella scrive Riccione a chiare lettere. Perché è lì che tutto è cominciato, è lì che si produce, è lì che lavora la squadra di artigiani che dà forma ai gioielli. Nasconderlo sarebbe come vergognarsi delle proprie radici, e Roberto Spadarella non si è mai vergognato di niente.
Quello che un orafo può insegnare a chi guida un’impresa
Raccontare la parabola professionale di Roberto Spadarella significa inevitabilmente toccare temi che riguardano la leadership, anche se lui probabilmente non userebbe mai questa parola per descrivere ciò che fa.
Ha dimostrato che ricominciare da zero dopo trent’anni non è una sconfitta, ma una prova di lucidità. Che percorrere l’Italia in auto per vendere il proprio campionario porta dopo porta non è un ripiego, ma il modo più onesto per costruire un mercato. Che ascoltare le tendenze senza rincorrerle — come quando presentò l’argento dorato nel momento giusto — richiede un orecchio allenato e una fiducia nelle proprie capacità che non si improvvisa.
Ha dimostrato anche che il rapporto con il territorio non è un vincolo ma una risorsa. Riccione non ha frenato la crescita di Spadarella: l’ha alimentata, le ha dato carattere, l’ha resa riconoscibile. In un’epoca in cui la delocalizzazione sembra l’unica strada percorribile, un laboratorio artigianale che produce tutto in Italia, nella stessa città in cui è nato quarant’anni fa, ha il valore di una dichiarazione di principio.
E poi c’è un aspetto che i numeri non catturano e le interviste faticano a trasmettere: la coerenza. Roberto Spadarella ha cambiato materiali, ha cambiato mercato, ha cambiato strategia commerciale. Ma non ha mai cambiato il modo in cui lavora. Le mani sulla materia, la cura del dettaglio, l’ossessione per un prodotto che sia bello e fatto bene. Quella parte lì è rimasta identica dal primo giorno nel laboratorio del maestro orafo, quando era un ragazzino che non aveva ancora idea di dove lo avrebbe portato tutto questo.
Dove trovare i gioielli Spadarella
Per chi volesse esplorare il mondo di Roberto Spadarella, il sito spadarellagioielli.it raccoglie l’intero catalogo, dagli Spadini in tutte le varianti cromatiche agli anelli, dalle collane agli orologi, fino alla linea dedicata ai più piccoli. E per chi passa dalla Romagna, una visita al punto vendita di Riccione vale il viaggio: vedere da vicino come nasce un gioiello artigianale, toccare l’argento lavorato a mano, scegliere i colori del proprio bracciale uno per uno, è un’esperienza che nessuna vetrina digitale può sostituire.
Roberto Spadarella ha cominciato a lavorare i metalli in un laboratorio che non era suo, il pomeriggio dopo la scuola. Oggi il suo nome è su venticinque insegne in tutta Italia e sui polsi di migliaia di persone che, ogni mattina, scelgono quale combinazione di Spadini indossare. In mezzo ci sono state crisi, reinvenzioni, fiere a ripetizione, una telefonata dalla radio che ha cambiato le carte in tavola, e una fedeltà testarda a un modo di lavorare che prevede le mani, la pazienza, e un laboratorio affacciato sulla riviera romagnola. È una storia che merita di essere conosciuta, e un gioiello che merita di essere provato.

