A Panzano in Chianti, Podere Felceto è un agriturismo biologico dove il modo di ricevere gli ospiti nasce da un viaggio in Oriente e da venticinque anni di lavoro condiviso in famiglia
La casa che prima era un convento
Per arrivare a Podere Felceto si lascia Panzano in Chianti e si percorrono due chilometri e mezzo di strada che sale tra vigneti e uliveti, in quella fascia di collina che sta esattamente a metà tra Firenze e Siena. Non è un caso che il posto si trovi lì. In origine era un convento, e la sua ragione d’essere era proprio la posizione: una sosta per viandanti e mercanti che percorrevano la via tra le due città quando il viaggio si contava in giorni. Nel XIX secolo l’edificio è diventato casale agricolo, e dal 1998 appartiene alla famiglia Del Mastio, che lo ha riportato alla sua funzione originaria — ospitare chi passa — senza cambiarne l’anima.
I casolari sono in pietra, secondo lo stile della zona, arredati con mobili antichi e pezzi d’antiquariato scelti nel tempo. Attorno ci sono quattro ettari di uliveto, ampi spazi verdi, e una piscina ecologica a sale di dodici metri per sei affacciata sulle colline. Ma quando gli si chiede di descrivere il luogo, Roberto Del Mastio non parte dalla struttura. Parte dal territorio, e lo fa con una gratitudine che raramente si sente in bocca a chi gestisce un’attività ricettiva: «Siamo in una zona benedetta della Toscana, dove grazie ai nostri antenati ci sono paesi che raccontano molto delle capacità artistiche della gente di queste terre, con case contadine costruite con pietre di campo, Badie e Castelli».
Quando lasciò ingegneria per andare a vedere
La biografia di Roberto comincia con una rinuncia che, all’epoca, in molti avranno letto come un errore. «Ho abbandonato la facoltà di ingegneria al secondo anno perché sentivo che la scuola della vita per me era più importante», racconta, e nel modo in cui lo dice non c’è alcuna rivendicazione: è un fatto, riportato come si riporta una data.
Quello che segue sono anni americani, e sono anni di mestieri veri. Cameriere, fornaio, lavoro al mercato della frutta, in varie città dalla East Coast alla West Coast. Chi ha fatto questi lavori sa che insegnano qualcosa che non compare in nessun curriculum: si impara a riconoscere, in pochi secondi, chi ha fretta e chi invece ha voglia di essere ascoltato, chi vuole attenzione e chi preferisce essere lasciato in pace. È una competenza silenziosa, e nel caso di Roberto è tornata utile quarant’anni dopo, quando quella stessa capacità di leggere le persone è diventata il cuore del modo in cui il Podere riceve i suoi ospiti. Lui riassume quella stagione in una riga: «Anni che mi hanno fatto vivere molte esperienze particolari».
Il Nepal, e quello che ne è rimasto
Il passaggio decisivo, però, avviene lontano dagli Stati Uniti. Roberto attraversa l’Oriente via terra, e ci mette nove mesi. Non è un dettaglio secondario: significa attraversare i paesi uno per uno, con i mezzi che ci sono, avendo tutto il tempo di arrivare davvero dove si sta andando. «Il percorso più importante l’ho fatto durante un viaggio di nove mesi via terra in Oriente. In Nepal ho incontrato il Buddismo, che ha capovolto la mia vita».
Da quell’incontro nasce una scelta che non si è mai richiusa come una parentesi giovanile. Quando si prova a inquadrare la sua storia in termini di percorso professionale, Roberto corregge il tiro con una gentilezza ferma: «No, non mi considero in alcun modo una persona orientata al mio sviluppo professionale, ma una persona alla ricerca del suo vero sé, del suo vero Essere, seguendo gli insegnamenti Zen».
Vale la pena prendere sul serio questa frase, invece di addolcirla, perché spiega tutto il resto. Roberto ha costruito parecchio: un agriturismo con quattro unità abitative, un uliveto biologico da 1.300 piante, una reputazione che si legge nelle quasi trecento recensioni raccolte negli anni. Semplicemente, la costruzione non è mai stata il fine. Era il modo con cui portare avanti qualcos’altro.
Panzano, 1998
L’infanzia di Roberto, del resto, era già passata da queste colline. Gran parte l’ha trascorsa nelle campagne del Chianti, dalle parti di Tavarnelle, e quei ricordi li ha messi per iscritto in un testo che ha intitolato Gocce di Memoria. I viaggi lunghi e la ricerca spirituale, invece di allontanarlo dal punto di partenza, gli hanno riacceso il desiderio di tornarci.
A Firenze incontra Jussara, brasiliana, arrivata in Italia per un corso universitario di critica d’arte. Insieme decidono di cercare un posto in campagna dove far crescere una famiglia e realizzare un progetto di vita che coincidesse con il luogo in cui vivere. Nel 1998 arrivano a Felceto e la famiglia racconta di essersi sentita subito avvolta dall’atmosfera di pace del posto, al punto da sentirsi a casa prima ancora di averci abitato. Da quel momento il podere diventa un agriturismo biologico a gestione familiare, e non ha più cambiato natura.
Venticinque anni di mutuo, un muratore e un amico
Qui la storia potrebbe scivolare nella cartolina: le colline, la luce di giugno, il sogno realizzato. Roberto non lo consente, e quando gli si chiede quali siano state le difficoltà materiali risponde con due elementi concretissimi: «Un mutuo di venticinque anni finito poco fa, e una grande fatica per ristrutturare Felceto con un muratore e un ragazzo rumeno diventato poi un amico, un angelo che è sempre presente nei momenti di bisogno».
Venticinque anni di rata, estinti da poco tempo. Significa che l’intera vicenda di questo agriturismo — le stanze rimesse in sesto una alla volta, gli ulivi curati stagione dopo stagione, le figlie cresciute, le migliaia di ospiti passati di qui — si è svolta interamente sotto quel peso. È un’informazione che vale più di qualunque dichiarazione sulla determinazione imprenditoriale, e va detto che Roberto la consegna senza il minimo compiacimento, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Poi c’è quel ragazzo rumeno, e il modo in cui viene citato dice molto. Non compare come manodopera che ha permesso di risparmiare sui lavori: compare come amico, e come presenza costante nei momenti difficili. A distanza di anni fa ancora parte del giro di persone su cui la famiglia sa di poter contare, che in un’impresa di queste dimensioni conta quanto un bilancio in ordine.
Le sfide che non hanno prodotto sofferenza
Nell’intervista c’è un passaggio che spiega, meglio di ogni altro, come sia stato possibile reggere tutto questo senza consumarsi. «Le sfide affrontate non sono mai state fonte di sofferenza perché lo scopo di quello che si faceva era, oltre a creare un luogo di pace e di ospitalità, quello di realizzare un luogo di pratica della consapevolezza».
La cosa interessante è che non si tratta di un proposito rimasto sulla carta: negli anni al podere si sono tenuti diversi incontri con monaci e monache della tradizione Zen, e la struttura è stata pensata anche per accogliere quel tipo di soggiorno. Le sessioni di meditazione guidata che oggi compaiono tra le esperienze proposte agli ospiti non sono un servizio benessere aggiunto per allungare il listino; vengono da lì.
Per chi guida un’impresa, la lezione contenuta in quella frase è tanto pratica quanto spirituale. La fatica pesa in modo diverso a seconda del motivo per cui la si sopporta, e Roberto ha attraversato la ristrutturazione, il debito e la stagionalità con una motivazione che non dipendeva dal risultato economico dell’anno. Molte aziende cercano di costruire a tavolino un senso condiviso di questo tipo, con esiti quasi sempre poco convincenti. A Felceto è arrivato dalla direzione opposta: c’era già, e l’attività gli si è costruita attorno.
Che cosa vuol dire, qui, accogliere
Quando si arriva al cuore del lavoro quotidiano, Roberto sceglie parole di una precisione domestica che sorprende: «Offriamo l’attenzione amorevole dell’intera famiglia mantenendo un ambiente interno ed esterno sempre pulito e in ordine, oltre a un animo più sereno possibile».
Un ambiente pulito e in ordine, dentro e fuori. Un animo il più sereno possibile. Sono le due cose che l’ospite percepisce per prime, e nessuna delle due si può appaltare a un fornitore esterno. Il tema che a Roberto sta più a cuore, e che ha indicato lui stesso come centro dell’articolo, è proprio il rapporto umano, «qualcosa di molto importante che negli ultimi anni stiamo perdendo». Fare del proprio meglio per far sentire a casa chi arriva, dice, riesce meglio quando quello che si fa è compiuto con amore.
Poi aggiunge il punto che pochi imprenditori metterebbero per iscritto, e lo fa senza esitazioni: mettere in secondo piano il profitto, «quello che serve per le cose non necessarie», e trovare soddisfazione nell’offrire il meglio di sé. Chi conosce i margini dell’ospitalità sa quanto sia difficile tenere davvero una posizione simile per venticinque anni. Il fatto che funzioni si legge nella frase che la famiglia ha scelto per definire il proprio successo, e che non parla né di tassi di occupazione né di tariffa media: la soddisfazione più grande, dicono, è sapere che le persone arrivano come ospiti e ripartono come amici.
Novembre è il mese in cui si torna contadini
La parte agricola non è un contorno. L’uliveta conta 1.300 alberi su quattro ettari ed è condotta in regime biologico da oltre vent’anni, ben prima che il biologico diventasse un argomento di marketing. L’olio extravergine nasce dal blend di quattro cultivar — Frantoio, Moraiolo, Leccino e Pendolino — e restituisce quei sentori di spezie, erba fresca e carciofo che chi frequenta il Chianti riconosce al primo assaggio.
Ogni novembre la famiglia si riunisce per la raccolta, e poi arriva l’attesa della frangitura. Il primo assaggio del nuovo olio si fa come si è sempre fatto da queste parti: pane tostato, aglio, sale, la fettunta. È il momento dell’anno in cui l’agriturismo smette per qualche giorno di essere una struttura ricettiva e torna a essere semplicemente un podere che lavora la terra.
L’olio si acquista direttamente in azienda, e attorno a questo prodotto la famiglia ha costruito percorsi di degustazione nella vecchia cantina chiantigiana, pensati per raccontare la lavorazione artigianale e le proprietà del prodotto a chi ne sa poco. Accanto ci sono i corsi di cucina tenuti insieme agli chef — pasta fatta in casa, ricette stagionali, pizze e schiacciata con farina cento per cento toscana — e il tagliere di specialità locali a chilometro zero che accompagna quasi ogni cosa.
Le case, il fienile, la piscina a sale
La proprietà è organizzata in unità indipendenti, e la logica è sempre la stessa: pochi ospiti per volta, ciascuno con il proprio spazio esterno. La Villa ospita fino a tredici persone, viene affittata a un solo gruppo e ha una terrazza con pergolato dove si guarda il tramonto, oltre a un giardino ampio. Il Fienile è una struttura indipendente per cinque o sei persone, con giardino privato e gazebo affacciato sulle colline. Il Cottage è una casina in pietra pensata per due, con un piccolo spazio esterno riservato, tavolo e sedie. La Quercia, antico casolare, raccoglie la sala colazioni e due camere B&B, la Suite Ulivo e la Suite Cipresso, con un giardino dove si fa colazione all’aperto quando la stagione lo permette.
C’è poi la possibilità di affittare l’intero borgo a un unico gruppo di amici o familiari, con uso esclusivo della piscina: una formula che ha reso Podere Felceto una scelta ricorrente anche per matrimoni intimi, celebrati con la stessa impostazione familiare che regola tutto il resto della casa.
Yara e Sara, e un sogno che passa di mano
Il progetto nato nel 1998 oggi non riguarda più soltanto Roberto e Jussara. Le figlie, Yara e Sara, sono cresciute dentro questo luogo e ne portano avanti la gestione, mantenendo viva quella che loro stesse definiscono la calorosa anima di ospitalità del posto. Il modo in cui lo raccontano — un sogno dei genitori che oggi è anche il loro — dice che il passaggio è avvenuto per adesione, non per obbligo.
Sul ricambio generazionale nelle imprese familiari italiane si scrive moltissimo, quasi sempre in termini di governance e continuità patrimoniale. A Felceto la questione si pone su un piano diverso, perché quello che deve passare di mano non è una procedura ma un modo di stare con le persone. Non si insegna a parole e non si mette in un manuale operativo: si trasmette solo per esposizione prolungata, che è esattamente quello che è successo in questa casa negli ultimi venticinque anni.
Il consiglio che dà a chi comincia
A chi vuole avviare un’attività — e, tiene a precisare, a chiunque faccia un qualsiasi lavoro — Roberto lascia un’indicazione sola: «Fate sempre tutto con amore, perché come tutti dicono non è importante quello che si fa, ma come si fa».
Detto così sembra un consiglio mite. Provate ad applicarlo un martedì di agosto, con la piscina da controllare, un gruppo in arrivo nel primo pomeriggio, il telefono che suona e la spesa da fare per la colazione dell’indomani. È in quelle condizioni che si capisce se una filosofia regge o se serviva soltanto a raccontarsi bene.
C’è infine un passaggio che Roberto ha voluto aggiungere in coda all’intervista, e che vale come sua firma: «Qualcosa che mi viene nel cuore, più che alla mente, è di ringraziarvi per quello che fate per aiutare coloro che hanno voglia di iniziare qualcosa, e per creare fra le persone rapporti che sviluppino la vera Consapevolezza della reale esistenza di tutte le cose: rimarremo sempre solo umani, senza diventare mai ESSERI umani». La distinzione, con quel maiuscolo messo dove serve, riassume una vita intera: umani lo si è di fatto, esseri umani lo si diventa con l’esercizio.
Come si arriva a Podere Felceto
Sulla parete del podere è riportata una frase di A. Vannucci che la famiglia ha adottato come dichiarazione d’intenti: il desiderio che in quello spazio ogni uomo si senta a casa propria, che sia una sosta di pace e di riflessione per ogni viandante che vi giunge, un posto dove l’ideale diventa realtà e dove la gioia sia un frutto spontaneo. Considerando che il luogo nasce proprio come riparo per viandanti lungo la strada tra Firenze e Siena, la citazione non è stata scelta a caso.
Chi ha in mente qualche giorno nel Chianti, un weekend lento, una degustazione di olio nella cantina o un corso di cucina con le mani in pasta, troverà Podere Felceto in Via Cappella delle Grazie 17, a Panzano in Chianti, in provincia di Firenze. Ci sono la Villa, il Fienile, il Cottage e le camere della Quercia, la piscina a sale con vista sulle colline, milletrecento ulivi biologici e la possibilità di prendersi l’intero borgo per un gruppo solo. Tutte le informazioni su disponibilità, alloggi ed esperienze si trovano sul sito poderefelceto.com, dove è possibile contattare direttamente la famiglia Del Mastio e prenotare il proprio soggiorno.
Andateci con calma, perché è un posto che chiede tempo e restituisce esattamente l’attenzione che gli si porta. E se al momento di ripartire vi accorgerete di salutare Roberto, Jussara, Yara e Sara come si salutano gli amici e non i proprietari di una struttura, vuol dire che questa famiglia avrà fatto ancora una volta il proprio lavoro nel modo in cui lo intende.

