Tra cucina romana reinventata e la scelta di salvare un pezzo di storia gastronomica della città
Alla Garbatella, quartiere che vive di una luce tutta sua, capita ancora di trovare porte che sembrano condurre in un’altra epoca e che invece si aprono su qualcosa di sorprendentemente attuale. È il caso del Ristoro degli Angeli, un ristorante che da anni lavora nel cuore di questo pezzo di Roma senza mai smettere di interrogarsi su cosa significhi davvero fare accoglienza oggi. A raccontarci il percorso è Marco Ceccarelli, che insieme ai suoi soci ha costruito attorno a questo locale un progetto capace di tenere insieme radici e visione.
Quando gli si chiede di presentarsi, Marco non parte dal ristorante. Parte da sé stesso, da un percorso personale che ha attraversato lingue e continenti prima di tornare a Roma. “Mi sono formato sin da giovanissimo nel mondo dell’accoglienza e dei servizi,” racconta. “Ho studiato e mi sono specializzato in lingue orientali, viaggiando e contemporaneamente lavorando in Italia e all’estero.” Un dettaglio che, ascoltato con attenzione, dice già molto: chi ha imparato a muoversi tra culture diverse porta con sé uno sguardo meno scontato sull’ospitalità, meno legato agli automatismi di chi non ha mai lasciato la propria città.
Un ritorno a Roma con uno sguardo che viene da lontano
Tornare non significa mai ripartire da zero. Marco arriva a Roma con un bagaglio fatto di esperienze internazionali e decide di metterlo al servizio di un progetto profondamente romano. Non è un paradosso: è, semmai, la logica di chi ha capito che l’autenticità di un luogo si difende meglio quando la si osserva anche da fuori, quando si è avuto modo di confrontarla con altri contesti, altre abitudini di sala, altri modi di accogliere un cliente.
Il Ristoro degli Angeli nasce e cresce in questo equilibrio. Da una parte la cucina romana, con le sue ricette codificate da generazioni. Dall’altra un modo di gestire il locale che guarda a logiche più ampie, quasi manageriali, distanti dall’idea un po’ romantica del ristorante a conduzione familiare e improvvisata. Marco lo spiega con naturalezza, senza cercare toni epici: per lui si è trattato semplicemente di applicare a Roma quello che aveva imparato altrove.
Il team che sta dietro alla sala
C’è un momento dell’intervista in cui Marco cambia registro, e lo fa proprio quando si parla di chi lavora con lui ogni giorno. “A Roma ho costruito un team di figure qualificate e appassionate capitanate dal direttore del ristorante, Gabriele Giannattasio,” racconta. “Con lui e con i miei due soci, Francesco Morrone e Domenico Falcone, studiamo e realizziamo continuamente nuovi progetti per il miglior andamento delle nostre attività.”
Sono tre nomi precisi, non un generico “il mio staff”. E questo conta, in un settore dove spesso la narrazione si concentra su un solo protagonista, lasciando sullo sfondo le persone che materialmente tengono in piedi il servizio ogni sera. Al Ristoro degli Angeli la squadra ha un organigramma chiaro: un direttore di sala che coordina il lavoro quotidiano, due soci che condividono le decisioni strategiche, e Marco che tiene insieme i fili del progetto. Non è un dettaglio da poco per chi legge questa rivista con un interesse specifico per i modelli di leadership: qui la gestione non è accentrata, è distribuita tra ruoli con competenze diverse.
Marco lo riassume con una frase semplice, quasi dimessa nella sua formulazione, ma che nella pratica quotidiana di un ristorante rappresenta una scelta gestionale precisa: “Il miglioramento giornaliero e la condivisione degli obiettivi con il nostro team è alla base dello sviluppo delle nostre attività.” Tradotto in termini concreti, significa riunioni di allineamento, correzioni continue sul servizio, un dialogo aperto tra sala e cucina che non si esaurisce mai, perché ogni sera porta con sé qualcosa da aggiustare.
Cosa arriva in tavola, tra memoria e sperimentazione
Chi si siede al Ristoro degli Angeli trova un menu che rispetta le ricette della tradizione romana nella loro tecnica, ma che non ha paura di intervenire sulle combinazioni. Sul sito del locale viene descritto proprio così: piatti che “seguono le vecchie maniere, ma con un tocco moderno”. Non è una formula vuota. Significa, per esempio, che accanto ai grandi classici della cucina capitolina trovano spazio proposte pensate per chi cerca un’alternativa vegetale, per chi ha esigenze legate al glutine, per chi vuole semplicemente scoprire una variazione su un piatto che conosce da sempre.
La selezione delle materie prime segue lo stesso criterio: prodotti artigianali, ingredienti di stagione, fornitori scelti con attenzione al territorio. È una linea di lavoro che ha portato a un riconoscimento concreto, non autoreferenziale: dal 2019 il Ristoro degli Angeli è presente nella selezione Bib Gourmand della Guida Michelin. Un dato che va oltre la soddisfazione personale di chi gestisce il locale, perché certifica dall’esterno una coerenza mantenuta negli anni.
Anche la location racconta qualcosa. Il ristorante occupa gli spazi dell’ex sede dell’Ente Comunale di Consumo, proprio di fronte allo storico Teatro Palladium, uno dei punti di riferimento culturali della Garbatella. Sedersi lì significa entrare in un edificio che ha avuto altre funzioni prima di diventare un ristorante, e che porta ancora addosso i segni di quella storia: soffitti alti, un’atmosfera che il locale ha scelto di preservare invece di cancellare con una ristrutturazione troppo aggressiva.
Roma “divora”: la scelta di custodire
C’è un passaggio dell’intervista che merita di essere riportato quasi per intero, perché va oltre la presentazione del ristorante e tocca un tema più largo. Marco riflette sul destino dei locali storici della Capitale: “Credo che puntare l’attenzione sugli ultimi locali realmente autentici, che sono passati di gestione ma che conservano un percorso storico, sia un patrimonio da condividere in una città che divora molto, come Roma.”
Il verbo scelto, “divora”, non è casuale. Descrive con precisione quello che succede in molte zone della città: un turismo di passaggio che consuma insegne storiche senza lasciare nulla, gestioni che si susseguono cancellando ogni traccia di ciò che c’era prima, format replicabili che sostituiscono l’identità locale con qualcosa di intercambiabile. Marco e i suoi soci hanno scelto di posizionarsi dall’altra parte di questo processo.
Nel 2024 il gruppo ha rilevato la Pizzeria Ristoro Est Est Est, in via Genova, che risulta essere la pizzeria più antica ancora attiva a Roma. Non un’acquisizione qualunque, quindi, ma l’assunzione di una responsabilità precisa verso un pezzo di storia gastronomica cittadina che rischiava di perdersi. “Questo a dimostrazione del nostro desiderio di non omologarci, ma di conservare e affermare l’autenticità delle nostre radici,” dice Marco. Dietro questa scelta c’è un ragionamento che va oltre il singolo affare commerciale: rilevare un locale storico comporta il rischio di stravolgerlo per renderlo più redditizio, oppure quello di lasciarlo intatto rinunciando a parte del margine. Il gruppo ha scelto la seconda strada, mantenendo l’impostazione originale della pizzeria e limitandosi a intervenire su ciò che serviva davvero.
Cosa insegna questo percorso a chi si occupa di leadership
Chi lavora in questa rivista, e chi la legge, guarda spesso alle storie imprenditoriali cercando modelli replicabili, non solo aneddoti. Il percorso di Marco Ceccarelli ne offre più di uno, ma vale la pena isolarne alcuni con attenzione, senza forzarli in una lista.
Il primo riguarda la costruzione dell’identità. In un settore dove la tentazione di inseguire la tendenza del momento è fortissima, il Ristoro degli Angeli ha scelto una strada meno immediata: definire con chiarezza cosa vuole essere, e restarci fedele nel tempo. Non significa immobilismo, come dimostra la parte più sperimentale del menu, ma vuol dire avere un centro stabile attorno a cui muoversi.
Il secondo riguarda il modo in cui Marco parla del proprio ruolo. Non si presenta mai come l’unico artefice del successo del locale. Cita Gabriele, Francesco e Domenico con la stessa naturalezza con cui parla di sé, distribuendo pubblicamente il merito. È un atteggiamento che in altri contesti aziendali farebbe la differenza tra un capo che accentra e un leader che condivide, e che nella ristorazione — settore fatto di turni serrati, pressione costante, margini di errore ridottissimi — ha un peso ancora maggiore.
Un terzo elemento riguarda la scelta di guardare oltre il proprio perimetro. L’acquisizione della pizzeria Est Est Est nasce da una lettura del contesto cittadino, non da una semplice logica di espansione. Marco e i suoi soci hanno individuato un rischio collettivo — la scomparsa di locali storici — e hanno deciso di intervenire, assumendosi un costo economico e gestionale per rispondere a un problema che va oltre il loro interesse diretto.
La Garbatella vista da dentro un ristorante
Passeggiare per la Garbatella significa attraversare uno dei quartieri più coerenti di Roma dal punto di vista urbanistico e sociale: le case basse, i cortili interni, il ritmo che rallenta rispetto al centro storico. Il Ristoro degli Angeli si inserisce in questo tessuto senza stonature, ma senza nemmeno diventare un elemento neutro dello sfondo. Chi ci lavora conosce il quartiere, ne parla con cognizione diretta, e questo si percepisce anche nel modo in cui viene raccontato ai clienti che arrivano per la prima volta.
Il locale apre a cena tutti i giorni della settimana, e nel weekend estende il servizio anche al pranzo, venerdì, sabato e domenica. Sono orari pensati per intercettare pubblici diversi: chi lavora in zona e cerca una cena dopo l’ufficio, chi arriva da fuori per un weekend a Roma, chi conosce già il locale e torna per riprovare qualche piatto della carta. La struttura del servizio, del resto, riflette la stessa logica emersa nell’intervista: prevedibilità nell’orario, ma apertura a esigenze diverse.
Un’idea di ristorazione che guarda al domani
Quello che colpisce, alla fine di questa conversazione con Marco, non è tanto un singolo aneddoto quanto la coerenza complessiva del racconto. Ogni elemento — la formazione internazionale, la scelta di un team con ruoli definiti, l’attenzione alla materia prima, l’acquisizione della pizzeria storica — torna sempre allo stesso punto: la volontà di fare ristorazione con una visione di lungo periodo, in un settore che spesso premia chi pensa solo alla stagione in corso.
Marco non parla mai di traguardi raggiunti in modo definitivo. Quando descrive il lavoro quotidiano con il suo team, usa un linguaggio che rimanda più a un processo che a un risultato: correggere, allineare, migliorare un poco ogni giorno. È un approccio che si adatta bene tanto alla gestione di un ristorante quanto a qualsiasi altro tipo di organizzazione, ed è probabilmente questo il motivo per cui la sua storia trova posto in una rivista dedicata alla leadership più che in una guida gastronomica.
Chi volesse toccare con mano questo equilibrio tra tradizione e visione può farlo semplicemente prenotando un tavolo al Ristoro degli Angeli, nel cuore della Garbatella, di fronte al Teatro Palladium. E chi, dopo la cena, volesse proseguire il viaggio nella storia gastronomica romana, troverà nella Pizzeria Ristoro Est Est Est un altro capitolo della stessa filosofia: quella di chi ha scelto di custodire l’autenticità di Roma invece di limitarsi a sfruttarla.

