Dal 2018 guida a Dosso un locale diviso in tre sale che si chiamano Inferno, Purgatorio e Paradiso. Quando ha preso in mano l’attività aveva diciannove anni.
Diciannove anni e una serranda da alzare
Nel 2018 Chiara Checchi si è trovata davanti a una decisione che a quell’età nessuno dovrebbe dover prendere. Era morto suo padre, e Il Rifugio degli Artisti — il locale sulla statale 365, a Dosso — restava lì, aperto, con i suoi tavoli, i suoi fornitori, le sue serate da organizzare.
“Gestisco il locale dal 2018,” racconta oggi. “Quando morì il mio babbo avevo solo diciannove anni, ma non volendo abbandonare Il Rifugio degli Artisti ho deciso di provare a tenerlo aperto.”
Usa il verbo “provare”. Non “salvare”, non “portare avanti l’eredità di famiglia”. Provare, con la cautela di chi a diciannove anni sa benissimo di non avere in tasca nessuna garanzia.
Chi conosce il settore sa cosa comporta un passaggio del genere. C’è il personale che aspetta di capire se avrà ancora un lavoro. Ci sono i fornitori che devono decidere se continuare a consegnare, e a quali condizioni. Ci sono le utenze, gli affitti, i permessi, la burocrazia che non fa sconti a nessuno e tantomeno a una ragazza appena maggiorenne. E c’è la clientela, che nei locali di provincia conosceva il proprietario per nome e adesso si chiede cosa succederà.
Chiara ha alzato la serranda. Poi ha continuato ad alzarla il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Otto anni più tardi il bilancio lo fa lei, in una frase sola: “Oggi sono felice di aver fatto questa scelta.”
Cosa si trova al chilometro giusto della statale 365
Il Rifugio degli Artisti non è un posto che si può descrivere con le categorie standard della ristorazione, e questo lo si capisce prima ancora di sedersi.
“Offriamo tre location,” spiega Chiara: “ristorante Inferno, Purgatorio pizzeria, Paradiso pub. Abbiamo un’ambientazione unica, ricca di oggetti di antiquariato che rendono il tutto anche un museo. Qui arte e convivialità si fondono.”
Tre sale, tre nomi presi in prestito dalla Divina Commedia. C’è del coraggio nella scelta, perché mettere in insegna i tre regni di Dante significa promettere al cliente qualcosa di più di una cena decorosa. Significa promettergli un percorso.
E il percorso, in effetti, funziona proprio come suggeriscono i nomi. All’Inferno si va per il ristorante vero e proprio, con i tempi lunghi che una cena seduta richiede. Il Purgatorio è il regno della pizza, quello dove ci si trova in gruppo, dove il conto resta gestibile e la serata può prendere la piega che vuole. Il Paradiso è il pub, l’ultima stazione, il bicchiere che si beve quando ormai si è deciso di non avere fretta.
Chiunque abbia gestito un pubblico esercizio sa che tenere insieme tre formule del genere è un esercizio di equilibrismo. Un ristorante e una pizzeria lavorano su tempi di servizio diversi. Un pub ha un pubblico, un magazzino e degli orari che con la sala del ristorante c’entrano poco. Farli convivere sotto lo stesso tetto senza che l’uno si mangi l’altro richiede una testa organizzata e la disponibilità a rivedere l’organizzazione ogni volta che smette di funzionare.
A questo si aggiunge il fatto che le tre sale non sono intercambiabili. Ognuna ha un’atmosfera sua, e il cliente sceglie il regno in cui passare la serata sapendo già cosa aspettarsi. È una comodità per chi arriva e un vantaggio commerciale per chi gestisce: lo stesso indirizzo intercetta la coppia che cerca una cena tranquilla, la comitiva che vuole la pizza e il gruppo che passa a bere qualcosa dopo cena, senza costringere nessuno dei tre a subire i tempi degli altri. Molti locali provano a ottenere lo stesso risultato allungando il menù. Qui hanno preferito dividere lo spazio.
Poi ci sono gli oggetti. L’antiquariato riempie le sale al punto che il locale, come dice Chiara, funziona anche come museo. Non ci sono teche né cartellini, ovviamente: ci sono cose vere, accumulate, ognuna con una provenienza sua, che il cliente si trova intorno mentre aspetta il primo o mentre discute con gli amici del più e del meno. Un’ambientazione così non si improvvisa e non si compra a catalogo. Si costruisce nel tempo, pezzo dopo pezzo, e chi la eredita ha il compito di non disperderla.
Poi arrivò il 2020
C’è un dettaglio che rende la storia di Chiara diversa da tante altre storie di successione familiare. Aveva appena cominciato a prendere le misure del mestiere quando è arrivata la pandemia.
“Ci sono stati momenti molto duri, tra cui il Covid,” dice senza girarci intorno. “E sicuramente la mia giovane età e inesperienza hanno reso tutto difficile all’inizio.”
Per un locale come il suo il colpo è stato di quelli che arrivano nel punto esatto in cui fanno più male. Il Rifugio degli Artisti vive di persone che entrano, guardano, si siedono, restano. Vive di gruppi, di serate, di sale piene. Non c’è modo di mettere in una vaschetta d’asporto l’atmosfera di una stanza tappezzata di antiquariato con la musica di sottofondo.
Molte attività non hanno retto. Questa sì.
L’ammissione sull’inesperienza, però, è forse la parte più preziosa di tutto il racconto. Nel settore della ristorazione la narrazione pubblica insiste quasi sempre sul talento naturale, sulla passione ereditata, sul dono di famiglia. Sentire un’imprenditrice dire con serenità che all’inizio non ne sapeva abbastanza è una rarità, ed è anche il motivo per cui la sua storia risulta credibile.
L’inesperienza si paga in valuta concreta. Si paga in ordini sbagliati, in serate in cui i conti non tornano, in scelte che vanno rifatte perché la prima versione non stava in piedi. E si paga in autorevolezza: una ragazza di diciannove o vent’anni che si siede a trattare con un fornitore, che deve dare indicazioni a collaboratori più grandi di lei, che deve farsi ascoltare in una sala piena il sabato sera, parte con un credito di fiducia che deve conquistarsi tutto. Nessuno glielo regala.
Chiara se l’è conquistato lavorando, servizio dopo servizio, davanti alle stesse persone che l’avevano vista crescere dietro quei tavoli.
Quello che chiede alla sua squadra
Quando le si domanda del percorso fatto, la prima persona singolare sparisce quasi subito dalle sue risposte.
“Io e il mio team siamo in costante crescita, amiamo sempre porci obiettivi più alti, per soddisfare noi stessi e la nostra clientela,” afferma. “Credo sia fondamentale in questi ambienti di lavoro creare un team che abbia fiducia nei suoi colleghi, e leadership, intraprendenza e spirito di squadra.”
Vale la pena guardare l’ordine in cui mette le cose. La fiducia tra colleghi viene prima di tutto il resto, leadership compresa.
Nella sala di un ristorante durante un servizio pieno la fiducia è una questione operativa, non un valore da appendere in bacheca. Nessuno ha il tempo materiale di controllare che il collega abbia fatto la sua parte: si dà per scontato che l’abbia fatta e si va avanti. Quando quel presupposto salta, saltano anche i tempi. Raddoppiano le verifiche, si allungano le attese, cresce la tensione tra cucina e sala, e il cliente al tavolo se ne accorge molto prima di quanto lo staff sospetti.
C’è poi l’intraprendenza, che è la richiesta più esigente delle tre. Chiedere a un collaboratore di essere intraprendente significa volere qualcuno che decida da solo quando serve, senza aspettare che qualcuno gli dica cosa fare. E significa, dall’altra parte, accettare in anticipo che alcune di quelle decisioni saranno sbagliate. È un patto che costa a entrambe le parti, e di solito lo propone chi ha già capito quanto valga poter contare su una persona che non chiede il permesso per risolvere un problema.
Sul tema degli obiettivi, infine, Chiara fa una precisazione che in genere manca: quegli obiettivi servono a soddisfare la clientela e a soddisfare loro stessi. Nei locali che restano aperti per anni la seconda metà è quella che tiene in piedi il gruppo quando la prima, da sola, non basta più.
Ogni anno un tema diverso, ogni sabato un microfono
Un locale con un’identità visiva così forte rischierebbe di restare soltanto una bella scenografia. Al Rifugio degli Artisti hanno fatto l’operazione opposta: hanno trasformato l’estetica del posto nella materia prima di una programmazione.
“Essendo un locale molto particolare dal punto di vista estetico, qui creiamo feste di Halloween molto rinomate,” racconta Chiara. “Ogni anno c’è un tema diverso e i clienti osano con vestiti particolari.”
Il dettaglio decisivo sta in quel tema che cambia ogni anno. Una festa di Halloween sempre identica si esaurisce dopo due edizioni. Una festa che ogni anno propone qualcosa di nuovo costringe il locale a rimettersi in gioco e dà al cliente un motivo per esserci proprio quella sera, e non un’altra.
Il risultato si misura sul comportamento del pubblico. Le persone non si limitano a partecipare: si preparano, scelgono il costume, osano. Chi investe tempo ed energia prima ancora di uscire di casa non sta andando a passare una serata qualunque.
D’inverno, poi, c’è l’appuntamento fisso. “Tutti i sabati d’inverno, nella parte della pizzeria Purgatorio, facciamo musica dal vivo e karaoke,” spiega Chiara.
Ogni sabato, nella stagione in cui la ristorazione fuori dai centri urbani fatica di più. È una scelta di gestione prima ancora che di intrattenimento: copre le settimane in cui il flusso spontaneo non basterebbe, dà al personale un ritmo prevedibile su cui organizzare turni e magazzino, e costruisce nel pubblico un’abitudine. Il sabato sera, al Purgatorio, si sa cosa si trova.
L’accostamento tra musica dal vivo e karaoke, per inciso, dice qualcosa sul carattere della casa. Al Rifugio degli Artisti non si viene solo a guardare. Il cliente che prende il microfono ha smesso di essere spettatore ed è diventato parte della serata, il che per un locale che si chiama così è esattamente il punto.
Sette anni dopo
Ci sono modi diversi di ereditare un’attività. C’è chi la stravolge per dimostrare qualcosa e nel farlo perde per strada i clienti storici. C’è chi la congela così com’era per rispetto verso chi l’ha fondata, e si ritrova a gestire un ricordo — che in un posto pieno di antiquariato sarebbe stato un rischio concreto.
Chiara ha tenuto in piedi l’identità del Rifugio degli Artisti, con i suoi tre nomi danteschi e le sue stanze piene di oggetti, e ci ha costruito sopra una programmazione riconoscibile come sua. Il locale è rimasto quello che era e nel frattempo si è mosso.
Il tempo, in questo mestiere, è il giudice più severo che ci sia. Nel comparto dei pubblici esercizi le aperture si contano a decine ogni anno e le chiusure pure, e la percentuale di attività che superano indenni il quinto anno di vita non è mai stata generosa. Arrivare al 2026 avendo attraversato una successione improvvisa, una pandemia e l’apprendistato di chi impara mentre già lavora significa aver superato un esame che molti, con molta più esperienza alle spalle, non hanno superato.
C’è un ultimo aspetto che vale la pena segnalare a chi legge queste pagine pensando alla propria impresa. Chiara Checchi non ha mai nascosto di essere partita impreparata. Lo dice apertamente, senza imbarazzo, e proprio per questo ha potuto imparare invece di doversi difendere. Chi arriva presto a una posizione di responsabilità spesso fa l’esatto contrario: si irrigidisce, alza la voce, finge una competenza che non ha ancora, per paura di non essere preso sul serio. Quella strada porta quasi sempre nella direzione opposta a quella desiderata.
Come arrivarci
Il Rifugio degli Artisti si trova a Dosso, in Via Statale 365. Ci si arriva in auto e conviene mettere in conto qualche minuto in più del previsto, perché il locale va guardato prima di essere consumato.
A chi ci va per la prima volta il consiglio è di farlo per intero, il percorso. Sedersi all’Inferno o al Purgatorio a seconda che si abbia voglia di una cena o di una pizza tra amici, e chiudere la serata al Paradiso con un bicchiere in mano, prendendosi il tempo di guardarsi intorno e di capire da dove arrivano tutti quegli oggetti.
Se capita di sabato, d’inverno, ci sarà qualcuno al microfono. Se capita verso la fine di ottobre, conviene informarsi per tempo sul tema dell’anno e presentarsi vestiti di conseguenza.
Per conoscere le proposte delle tre sale, il calendario delle serate con musica dal vivo e le novità sulle prossime feste, si può consultare il sito ilrifugiodegliartisti.it o contattare direttamente il locale per prenotare un tavolo.
E una volta seduti, se capita l’occasione, vale la pena chiedere di Chiara. Perché dietro l’insegna di questo posto che tiene insieme il sacro e il profano con una naturalezza che a molti verrebbe male, c’è una ragazza che a diciannove anni ha deciso di provarci comunque. Sul menù, quella storia, non è stampata.

