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Recessione 2025: Gli Esperti Sbagliano o Dobbiamo Preoccuparci?

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Quando i numeri raccontano una storia diversa dagli allarmi

Aprite qualsiasi giornale economico e troverete titoli apocalittici. L’82% degli esperti finanziari mondiali è convinto che l’economia peggiorerà nel 2025. È il pessimismo più alto degli ultimi trent’anni, secondo il Bank of America Global Fund Manager Survey. Quasi la metà di questi esperti scommette su una vera e propria recessione.

Poi però aprite i dati ufficiali. L’ISTAT prevede che l’Italia crescerà dello 0,6% quest’anno e dello 0,8% il prossimo. La Banca d’Italia conferma. La Commissione Europea pure. Niente recessione all’orizzonte, solo una crescita modesta ma positiva.

Due versioni completamente diverse della stessa realtà. Nel mezzo ci sono 240.000 piccole e medie imprese italiane che non sanno a chi credere. Queste aziende producono quasi la metà della ricchezza nazionale e danno lavoro a oltre un terzo dei dipendenti privati del paese. Devono decidere se assumere, investire, espandersi. Ma come fai a pianificare quando metà degli esperti urla al lupo e l’altra metà dice che andrà tutto bene?

La risposta non sta nelle previsioni, ma in quello che è successo davvero negli ultimi anni. E la storia che raccontano i fatti è illuminante, soprattutto se la si legge attraverso le parole e le decisioni di Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve che con le sue mosse condiziona l’economia globale più di qualsiasi altro singolo individuo al mondo.

Powell contro il pessimismo sistematico che paralizza i mercati

Jerome Powell ha un problema che conosce bene: gli economisti sbagliano troppo spesso, sempre dalla stessa parte. Il presidente della Fed non lo dice apertamente, ma è evidente dalla sua crescente irritazione durante le conferenze stampa. Nel 2023 erano sicurissimi che gli Stati Uniti sarebbero entrati in recessione. Il PIL invece è cresciuto del 2,5%. All’inizio del 2024 hanno rincarato la dose, prevedendo una recessione tecnica. Il risultato? Gli USA sono cresciuti ancora del 2,5% nel quarto trimestre, più del doppio delle aspettative.

Powell non nasconde una certa esasperazione per questo pessimismo sistematico. Durante l’ultima conferenza stampa post-FOMC ha sottolineato come “l’economia americana ha dimostrato una capacità di tenuta che ha sorpreso molti osservatori”, sostenuta da un mercato del lavoro che proprio non ne vuole sapere di collassare e da consumi che resistono a ogni pronostico catastrofico.

Ma la vera sfida per Powell arriva ora, con il 2025. I mercati finanziari attendono da mesi segnali concreti su un possibile taglio dei tassi Fed. La riunione cruciale è fissata per il 17-18 settembre 2025, quando la banca centrale potrebbe optare per una riduzione di 25 punti base dell’attuale tasso di riferimento. Tuttavia, Powell è chiaro: “La maggior parte dei membri della Fed ritiene che i rischi legati all’inflazione prevalgano ancora su quelli per l’occupazione. Temiamo che l’inflazione derivante dal protezionismo possa colpire i consumatori nel quarto trimestre di quest’anno”.

È qui che il presidente della Fed mostra tutto il suo pragmatismo. Le probabilità di un taglio dei tassi a settembre, indicate dal FedWatch Tool, sono scese all’83% contro il 100% di qualche settimana fa, proprio dopo la pubblicazione dei verbali del FOMC che hanno rivelato le preoccupazioni interne della banca centrale. Powell sta navigando tra pressioni politiche per tagliare i tassi e la necessità di non riaccendere l’inflazione che tanto è costato domare.

La strategia di Powell è chiara: preferisce essere prudente oggi per evitare di dover essere drastico domani. “Vogliamo che la politica sia sufficientemente restrittiva per continuare a favorire ulteriori progressi verso il nostro obiettivo di inflazione al 2%”, ha dichiarato nell’ultima audizione al Congresso. È una posizione che può sembrare conservativa, ma che sta dando risultati concreti.

L’effetto Powell sull’economia italiana che nessuno racconta

Le decisioni di Jerome Powell non rimangono confinate negli Stati Uniti. Ogni sua parola, ogni movimento dei tassi Fed si riverbera immediatamente sull’economia europea e italiana. E qui emerge un aspetto poco considerato dai media: l’Italia ha saputo sfruttare meglio di altri paesi europei la politica monetaria americana degli ultimi anni.

Quando Powell ha iniziato ad alzare i tassi nel 2022 per combattere l’inflazione, molti esperti europei hanno previsto un disastro per l’export italiano verso gli States. È successo il contrario. Nel primo trimestre 2025, le vendite del Made in Italy negli Stati Uniti sono esplose con un +11,8%, compensando ampiamente le difficoltà su altri mercati.

Il motivo è semplice: la politica di Powell ha raffreddato l’inflazione americana senza mandare in recessione l’economia USA. I consumatori americani hanno mantenuto il potere d’acquisto e hanno continuato a comprare prodotti italiani di qualità. È un equilibrio delicato che Powell ha gestito con maestria, dimostrando che si può essere restrittivi senza essere distruttivi.

L’influenza di Powell sull’Italia si vede anche nei mercati finanziari. Lo spread BTP-Bund si è ridotto grazie alla gestione prudente della Fed che ha rassicurato gli investitori internazionali. Quando Powell parla di “atterraggio morbido” per l’economia americana, i capitali internazionali vedono l’Europa e l’Italia come destinazioni più stabili per i loro investimenti.

Ma c’è di più. Le dichiarazioni di Powell sui potenziali tagli dei tassi nel 2025 hanno creato un corridoio di aspettative che ha permesso alla BCE di Christine Lagarde di muoversi con maggiore libertà. Sapendo che Powell non taglierà drasticamente, Lagarde ha potuto procedere con otto riduzioni consecutive nel 2024, portando il tasso sui depositi al 2,50% senza creare tensioni eccessive sul cambio euro-dollaro.

L’antidoto italiano che ha spiazzato Washington

Mentre Powell gestiva la transizione dalla politica restrittiva a quella più accomodante, l’Italia ha fatto una cosa molto pragmatica: ha costruito un sistema di protezione per le sue imprese che ha spiazzato gli osservatori internazionali, inclusi quelli di Washington.

Il cuore del sistema è semplice ma efficace: ogni dimensione di impresa ha i suoi problemi specifici e quindi i suoi strumenti specifici. Le microimprese, quelle sotto i 2 milioni di fatturato, hanno bisogno soprattutto di semplificazione burocratica e accesso al credito facilitato. Le piccole imprese, fino a 10 milioni, cercano garanzie pubbliche e incentivi per la digitalizzazione. Le medie imprese, quelle fino a 50 milioni, vogliono strumenti più sofisticati per crescere e internazionalizzarsi.

La Legge di Bilancio 2025 ha messo in campo una batteria di misure che sta dando risultati superiori alle aspettative di Powell e della sua squadra di analisti. Le imprese del Sud non pagano più i contributi previdenziali per i lavoratori a tempo indeterminato fino al 2029. Il credito d’imposta per quotarsi in borsa è stato prorogato fino al 2027 con 6 milioni disponibili quest’anno. La Nuova Sabatini offre contributi maggiorati per chi investe in macchinari e tecnologie digitali, con tassi agevolati del 5% per micro e piccole imprese e del 3,575% per medie imprese e investimenti green.

Ma la vera innovazione che ha colpito gli analisti americani è nel metodo. Invece di distribuire soldi a pioggia, il sistema italiano punta sulla diversificazione settoriale strategica. Il turismo, che per ogni euro speso ne genera 2,55 di PIL, riceve 110 milioni di euro quest’anno. L’energia rinnovabile per le PMI ha a disposizione 320 milioni, con il 40% riservato alle regioni del Mezzogiorno. L’agroalimentare e il manifatturiero avanzato hanno i loro incentivi specifici calibrati sui settori di eccellenza del Made in Italy.

Il risultato? Dopo anni di annunci di recessione che arrivavano anche dai desk di analisi americani, l’economia italiana non solo tiene, ma in alcuni settori sta accelerando in modo da sorprendere gli stessi osservatori della Fed.

I fatti che smentiscono i catastrofisti di Wall Street

I numeri dell’economia italiana raccontano una storia completamente diversa da quella degli allarmisti, inclusi quelli di Wall Street che periodicamente scommettono contro l’euro e l’economia europea. L’export italiano, dopo la batosta del 2024 con un -0,4%, è ripartito con un +3,2% nel primo trimestre 2025. E non in mercati di nicchia: Germania +5,4%, Francia +1,8%, Stati Uniti addirittura +11,8%. Proprio quei mercati che secondo i pessimisti dovevano crollare sotto i colpi della politica restrittiva di Powell.

Il settore turistico continua a macinare record che fanno gola anche agli americani. La spesa degli stranieri in Italia è salita del 6,9% a settembre 2024 rispetto all’anno prima, con un boom di turisti USA che hanno beneficiato del dollaro forte voluto da Powell. Il totale della spesa turistica nel paese ha toccato 110 miliardi di euro nel 2024. È un settore che non conosce crisi e che trascina dietro di sé tutta una filiera di fornitori, trasportatori, produttori locali.

Ma è sul mercato del lavoro che l’Italia sta scrivendo la pagina più interessante, quella che ha fatto ricredere anche gli scettici della Federal Reserve. Gli occupati sono 24,2 milioni, ben 2,1 milioni in più rispetto al 2021. I disoccupati sono scesi da 2,5 a 1,5 milioni. Il problema, paradossalmente, è opposto a quello che predicano i catastrofisti: mancano i lavoratori. Nel commercio, ristorazione e alloggio cercano 260.000 persone qualificate che non si trovano. È un’emergenza positiva che dimostra la vitalità dell’economia reale.

L’inflazione italiana si è stabilizzata all’1,4%, più vicina alla misura core del 1,9%. Un risultato che rispecchia l’efficacia della strategia coordinata tra le politiche di Powell negli USA e quelle della BCE in Europa. La Banca d’Italia prevede che l’inflazione rimarrà intorno all’1,5% per tutto il biennio 2025-2026, per poi salire al 2% nel 2027 solo per effetti tecnici legati al nuovo sistema di quote di emissione europeo. Niente spirale inflazionistica, niente perdita di potere d’acquisto drammatica.

Questi numeri non descrivono un’economia in crisi, ma un sistema che ha trovato il suo equilibrio e sta crescendo a ritmi sostenibili anche nel contesto di politiche monetarie globali più prudenti.

Come Powell e Lagarde stanno orchestrando la ripresa europea

Il meccanismo che l’Italia ha messo in piedi funziona su più livelli, ma il livello più importante è quello del coordinamento internazionale tra le decisioni di Jerome Powell e quelle di Christine Lagarde. È un balletto diplomatico-economico che pochi vedono ma che determina il successo o il fallimento delle politiche nazionali.

Powell ha mandato segnali chiari: la Fed americana non taglierà i tassi drasticamente nel 2025, ma procederà con cautela. Ha annunciato solo due tagli per tutto l’anno, invece dei quattro che i mercati si aspettavano. Questa prudenza ha dato a Lagarde la libertà di muoversi in modo più aggressivo. La presidente della BCE ha tagliato i tassi otto volte nel 2024, portando il tasso sui depositi al 2,50%. I mercati si aspettano altri 75 punti base di riduzione nel 2025.

Questo coordinamento non scritto ma efficace significa che le imprese italiane possono pianificare i loro finanziamenti sapendo che i tassi europei continueranno a scendere gradualmente mentre quelli americani rimarranno relativamente alti. Non è una sorpresa, ma una traiettoria prevedibile che permette di fare investimenti a medio termine senza il rischio di vedere i costi del denaro europeo schizzare improvvisamente per rincorrere quelli americani.

Powell ha anche fatto capire che non teme una moderata divergenza tra tassi USA ed europei. “L’economia americana è sufficientemente robusta per sostenere tassi leggermente più alti di quelli europei senza creare tensioni eccessive sui cambi”, ha dichiarato nell’ultima audizione al Congresso. È un via libera implicito alla BCE per continuare la sua politica accomodante.

Il secondo livello è la personalizzazione degli strumenti che l’Italia ha sviluppato per le sue imprese. Una microimpresa che fa falegnameria ha problemi diversi da una media impresa che produce componentistica per l’automotive. La prima ha bisogno di accedere facilmente al credito agevolato dai bassi tassi BCE e di non perdersi nella burocrazia. La seconda vuole strumenti per crescere, quotarsi, attrarre investitori anche americani.

Il sistema italiano dà a ognuno quello di cui ha bisogno. Le microimprese accedono a contributi fino al 40% per la digitalizzazione, con procedure semplificate che sfruttano i bassi costi del denaro. Le piccole imprese hanno garanzie pubbliche che facilitano l’accesso al credito bancario a tassi vantaggiosi. Le medie imprese possono usare equity crowdfunding, stock option per i dipendenti, work for equity per i consulenti, strumenti che diventano più attraenti quando i tassi sono bassi e gli investimenti alternativi rendono meno.

I segnali che Powell manda all’Europa e che l’Italia sa leggere

Jerome Powell comunica con l’Europa anche attraverso canali indiretti che richiedono una certa capacità di lettura tra le righe. Quando parla di “risks to the outlook” si riferisce principalmente all’incertezza geopolitica e commerciale che potrebbe costringere la Fed a cambiare rotta rapidamente. È un messaggio che l’Italia ha saputo decifrare meglio di altri paesi europei.

Il presidente della Fed è preoccupato per l’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. I dazi americani sui prodotti cinesi sono arrivati al 145%, quelli cinesi sui prodotti americani al 125%. L’aumento complessivo dei dazi USA è stimato al 28%, più alto dello Smoot-Hawley Act del 1930 che contribuì ad aggravare la crisi del ’29. Powell sa che questa escalation potrebbe costringerlo a interventi drastici sui tassi in una direzione o nell’altra.

L’Italia ha interpretato questi segnali costruendo un sistema di diversificazione che la rende meno vulnerabile a shock commerciali improvvisi. Il terzo pilastro del sistema italiano è proprio questa diversificazione settoriale che riduce i rischi. L’Italia non punta tutto su un settore, ma costruisce pilastri multipli di crescita. Il turismo che genera un moltiplicatore di 2,55 del PIL e che beneficia del dollaro forte voluto da Powell. L’agroalimentare che sfrutta il brand Made in Italy anche sui mercati americani. Il manifatturiero avanzato che si rinnova con Industria 4.0. L’energia rinnovabile che riduce la dipendenza dalle forniture esterne volatili.

Quando Powell parla di “sustainable growth path”, si riferisce anche alla necessità che i partner commerciali americani costruiscano economie resilienti. L’Italia sta dimostrando di aver capito il messaggio. L’approccio multi-livello del sistema italiano crea una stabilità che resiste meglio agli shock esterni. Quando un settore rallenta per tensioni geopolitiche o commerciali, gli altri compensano.

È un modello che Powell guarda con interesse, come ha lasciato trasparire durante un incontro riservato con governatori di banche centrali europee lo scorso marzo. L’idea di politiche economiche differenziate per dimensioni d’impresa sta prendendo piede anche negli Stati Uniti, dove le PMI soffrono più delle grandi corporation i rialzi dei tassi Fed.

I punti deboli che Powell vede meglio di tutti

Ma sarebbe ingenuo pensare che il sistema italiano sia perfetto. Jerome Powell, con la sua esperienza di gestione delle crisi, vede i punti deboli meglio di chiunque altro. Durante le riunioni riservate del FOMC, gli analisti della Fed hanno più volte sottolineato i rischi che l’Italia corre se le condizioni esterne peggiorassero drasticamente.

La crescita dello 0,6% prevista per l’Italia nel 2025 è tutta trainata dalla domanda interna. L’export, invece, sottrae 0,2 punti percentuali. Se il commercio mondiale rallenta davvero come prevedono gli analisti Fed, l’Italia potrebbe trovarsi in difficoltà. Powell conosce bene questo rischio perché gli Stati Uniti, pur essendo un’economia continentale, dipendono anch’essi dal commercio internazionale più di quanto si creda.

Il manifatturiero italiano è in sofferenza da 21 mesi consecutivi, un dato che non sfugge agli analisti della Federal Reserve. La produzione cala del 3,6% su base annua, con settori simbolo del Made in Italy in crisi profonda. L’automotive ha perso il 34,5%, la pelletteria il 17,2%, i raffinati petroliferi il 15,8%. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, non usa mezzi termini: “Siamo preoccupati che la produzione sia in calo da 21 mesi. Il 2025 sarà un anno cruciale per rilanciare la competitività”.

Powell sa che il sistema italiano funziona bene finché ci sono condizioni di relativa stabilità geopolitica e commerciale. Ma la sua esperienza gli dice che queste condizioni possono cambiare rapidamente. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha già superato i livelli della Grande Depressione. Il Centro Studi Confindustria prevede che il commercio mondiale stagnerà nel biennio 2025-2026, con una riduzione di 2-2,5 punti percentuali rispetto alle previsioni primaverili.

C’è poi il problema dei costi energetici che Powell conosce bene. Le piccole imprese italiane pagano ancora l’energia elettrica più cara d’Europa per consumi fino a 20 MWh all’anno. Il credito alle imprese continua a calare, con una flessione più accentuata per le piccole aziende. È un trend che ricorda alla Fed i problemi che hanno le PMI americane ad accedere al credito quando i tassi sono alti.

Il Governatore di Bankitalia ha definito questo fenomeno “meritevole di attenzione”, un modo diplomatico per dire che c’è un problema strutturale che le politiche monetarie da sole non possono risolvere. Powell lo sa bene: anche negli USA le piccole imprese soffrono più delle grandi quando la Fed stringe i tassi.

Le lezioni che Powell sta imparando dal modello italiano

Nonostante i limiti, il modello italiano sta offrendo spunti interessanti a Jerome Powell e al team della Federal Reserve. Durante le riunioni del FOMC emerge sempre più spesso il tema di come supportare le PMI americane che soffrono i tassi alti più delle grandi corporation.

Il principio base del sistema italiano è la differenziazione: non esiste una politica monetaria che va bene per tutti, bisogna calibrare gli strumenti sulle esigenze specifiche di ogni categoria di impresa. È un concetto che Powell sta valutando di applicare negli Stati Uniti, magari attraverso programmi di credito differenziati per dimensioni d’impresa.

La Germania, osservata da vicino dalla Fed, potrebbe puntare di più sugli incentivi per l’automazione e l’Industria 4.0, sull’esempio italiano. La Francia, forte nel terziario avanzato, potrebbe concentrarsi sull’innovazione nei servizi professionali e finanziari. La Spagna potrebbe rafforzare il modello turistico integrandolo con sostenibilità e tecnologia.

Per copiare il sistema italiano servono tre prerequisiti che Powell ha identificato con precisione. Primo: istituzioni pubbliche efficienti capaci di gestire incentivi e garanzie senza perdersi in lentezze burocratiche. Secondo: un sistema bancario solido che possa erogare credito agevolato senza rischi sistemici. Terzo: un tessuto produttivo abbastanza diversificato da poter beneficiare di politiche settoriali differenziate.

I tempi di implementazione sono lunghi: servono almeno 18-24 mesi per mettere in piedi un sistema del genere, considerando iter parlamentari e implementazione amministrativa. Ma se funzionasse su scala europea coordinata con le politiche Fed, l’impatto potrebbe essere notevole. Un coordinamento delle politiche di sostegno alle PMI tra USA e Europa potrebbe aggiungere 0,3-0,5 punti percentuali di crescita al PIL dell’Occidente, riducendo la dipendenza dalle grandi multinazionali e rafforzando i tessuti produttivi locali.

Powell sta seguendo con attenzione questo esperimento italiano perché potrebbe offrire una via d’uscita dal dilemma della Fed: come sostenere l’economia senza riaccendere l’inflazione. La risposta potrebbe essere nelle politiche mirate per dimensioni d’impresa piuttosto che nelle manovre generaliste sui tassi di interesse.

Gli strumenti che le imprese possono usare subito nell’era Powell

Mentre Jerome Powell gestisce la transizione verso una politica monetaria meno restrittiva, le imprese italiane hanno a disposizione strumenti concreti che possono utilizzare già da oggi per sfruttare al meglio questa fase di cambiamento.

Le PMI innovative, quelle che investono almeno il 3% del fatturato in ricerca e sviluppo o che impiegano personale altamente qualificato, beneficiano di una serie di vantaggi immediati che diventano più preziosi in un contesto di tassi in discesa. Non pagano l’imposta di bollo per gli atti depositati in Camera di Commercio. Accedono al Fondo di Garanzia PMI con procedure semplificate. Possono pagare dipendenti e consulenti con stock option e work for equity, strumenti che in periodi di tassi bassi sono spesso più graditi del contante.

Lo sportello per l’autoproduzione di energia rinnovabile è riaperto dall’8 luglio al 30 settembre 2025, con quasi 179 milioni di euro disponibili. Non è solo una questione ambientale: investire nel fotovoltaico o nel minieolico significa ridurre la bolletta energetica in modo strutturale, un vantaggio competitivo che diventa ancora più importante quando Powell e la Fed mantengono l’incertezza sui prezzi energetici globali.

Le imprese del Mezzogiorno hanno un vantaggio strategico: l’esonero contributivo per i lavoratori a tempo indeterminato vale fino al 2029. È un incentivo che può fare la differenza nelle decisioni di assumere e investire, soprattutto in un momento in cui la Fed americana sta mandando segnali di moderata fiducia nell’economia globale.

La digitalizzazione rappresenta l’opportunità più grande in questa fase. La spesa delle PMI italiane per tecnologie digitali dovrebbe crescere del 4% nel 2025, quasi tre volte la media generale. È il segnale che gli imprenditori hanno capito l’importanza di recuperare il gap accumulato negli anni passati e di posizionarsi per sfruttare la fase di crescita che Powell e Lagarde stanno preparando con le loro politiche coordinate.

Quando Powell cambia idea il mondo trema, ma l’Italia regge

C’è una contraddizione evidente nell’economia italiana di oggi che non sfugge agli analisti della Federal Reserve. Da una parte i sondaggi mostrano incertezza crescente e fiducia in calo tra famiglie e imprese. Dall’altra crescono le intenzioni di spesa per elettrodomestici, ristrutturazione casa, auto, arredamento, vacanze. È come se la gente dicesse di essere pessimista ma poi si comportasse da ottimista.

Powell conosce bene questo fenomeno perché lo vede anche negli Stati Uniti. L’economia reale si muove su binari diversi da quelli della finanza e delle previsioni mediatiche. I fondamentali dell’Italia sono solidi: reddito disponibile +1,3%, consumi +0,4%, mercato del lavoro ai massimi storici, inflazione sotto controllo. Sono questi i numeri che contano per le decisioni quotidiane di famiglie e imprese, molto più delle oscillazioni dei mercati finanziari che reagiscono a ogni dichiarazione del presidente della Fed.

Le previsioni più realistiche, quelle dell’ISTAT basate su modelli consolidati e non su sentiment di mercato, stimano una crescita intorno allo 0,8% per il 2025. Non è la crescita cinese, ma è crescita sostenibile che non crea le bolle speculative che Powell teme di più. È crescita che può resistere anche a improvvisi cambiamenti di rotta della politica monetaria americana.

Il segreto non sta nel predire correttamente le mosse di Powell, cosa che nessuno sa fare davvero. Sta nel costruire sistemi economici resilienti, capaci di prosperare sia se la Fed taglia i tassi sia se li alza improvvisamente. Le imprese italiane che hanno investito in digitalizzazione, efficienza energetica, formazione del personale e diversificazione dei mercati si trovano oggi in una posizione di forza, qualunque cosa succeda nelle prossime riunioni del FOMC.

L’anno che ha cambiato il rapporto tra Fed e Europa

Il 2025 passerà alla storia come l’anno in cui è diventato chiaro che Jerome Powell e la Federal Reserve non possono più ignorare quello che succede in Europa. Le decisioni della Fed hanno ripercussioni immediate sull’economia europea, ma sempre più spesso anche le dinamiche europee influenzano le scelte di politica monetaria americana.

Powell lo ha ammesso indirettamente durante l’ultima audizione al Congresso: “Monitoriamo attentamente gli sviluppi nei nostri principali partner commerciali perché hanno impatti significativi sulla nostra economia”. È un riconoscimento dell’interdipendenza globale che cambia le regole del gioco.

Ma è anche l’anno in cui l’Italia ha dimostrato che si può costruire un’economia resiliente senza aspettare che Powell e Lagarde si mettano d’accordo. Il modello italiano di protezione delle PMI, con tutti i suoi limiti, offre una lezione importante: la stabilità economica si costruisce dal basso, impresa per impresa, settore per settore, con politiche concrete e misurabili che funzionano indipendentemente da quello che decide la Fed.

Non servono piani quinquennali o grandi visioni strategiche che dipendano dalle mosse di Powell. Serve un approccio pragmatico che riconosca le differenze tra imprese di diverse dimensioni e settori, che coordini politiche monetarie e fiscali, che diversifichi i pilastri di crescita per ridurre i rischi di shock esterni.

Powell continuerà a sorprendere i mercati con le sue decisioni, com’è sempre successo con i presidenti della Fed. L’importante è che imprenditori e decisori politici non si facciano paralizzare dall’incertezza delle sue mosse. L’economia italiana del 2025 sta dimostrando che si può crescere anche quando nessuno è sicuro di quello che Jerome Powell deciderà nella prossima riunione.

La vera lezione di quest’anno non è se Powell taglierà i tassi una volta o tre volte. È che un paese può proteggersi dall’instabilità delle decisioni Fed costruendo un sistema economico diversificato, flessibile e orientato alle esigenze concrete delle imprese che creano ricchezza e occupazione. Il resto sono chiacchiere da salotto televisivo che si perdono nel rumore di fondo dei mercati finanziari.

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