La trattoria più antica di Ivrea, in via Gariglietti 1
Ci sono posti che non hanno bisogno di presentarsi. Esistono, e basta. Resistono agli anni, ai cambi di moda, ai locali che aprono a novembre e chiudono ad aprile. La Trattoria Monferrato di Ivrea è uno di questi posti: sta lì in via Gariglietti 1 da così tanto tempo che molti ivresi faticano persino a ricordare un prima. Non perché sia invisibile — tutt’altro — ma perché è diventata parte del paesaggio della città nel senso più vero del termine. Una di quelle cose che ci sono sempre state e che, senza che nessuno se ne accorga davvero, tengono insieme qualcosa. A guidarla oggi sono Sonia Di Nuzzo, in cucina, e suo fratello Maurizio, che in sala c’è da trent’anni. Prima con la madre, adesso con lei. Il testimone è passato di mano senza cerimonie, senza discontinuità, con quella naturalezza che si vede solo nelle storie di famiglia in cui il lavoro non è mai stato soltanto lavoro ma qualcosa di più difficile da definire — una forma di appartenenza, forse, o di responsabilità verso qualcosa che non si possiede del tutto ma di cui ci si fa carico.
Una scenografa in cucina: il percorso insolito di Sonia
La cosa che colpisce di più, nella storia di Sonia, è che lei non avrebbe dovuto finire in cucina. Almeno, non seguendo la logica lineare dei percorsi professionali. Ha studiato scenografia all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino — una scelta che dice molto di lei, del suo modo di guardare le cose, del fatto che non ha mai voluto prendere la strada più ovvia. Poi è arrivata la cucina, ma non come ripiego. Come approdo. “Ho fatto una scelta scolastica diversa,” racconta. “Ho frequentato scenografia all’Accademia Albertina di Belle Arti. Poi la passione per la cucina mi ha portato ad occuparmi dell’attività di famiglia.” Detto così sembra semplice. Ma chi ha frequentato un’accademia d’arte sa che quello non è solo un percorso tecnico — è un modo di imparare a guardare il mondo, a costruire significato attraverso la composizione degli elementi, a capire che ogni dettaglio ha un peso narrativo. E si può ipotizzare che sia proprio quella formazione — insolita, laterale, tutt’altro che convenzionale per una ristoratrice — ad avere plasmato il modo in cui Sonia pensa la cucina e il locale. Non solo come un posto dove si mangia, ma come uno spazio in cui succede qualcosa. In cui ogni piatto, ogni prodotto, ogni scelta ha una ragione e racconta qualcosa di preciso. Maurizio, invece, è la continuità fatta persona. Trent’anni in sala, prima con la madre, poi con Sonia. Una fedeltà al luogo che non ha niente di statico — è la fedeltà di chi ci crede davvero, di chi sa che certe cose si costruiscono solo con il tempo e che non ci sono scorciatoie.
La cucina della madre, e il cambiamento che non tradisce
La cucina della Trattoria Monferrato è sempre stata quella della tradizione piemontese. Quando c’era la madre di Sonia e Maurizio, si cucinava quello che si cucina ancora oggi: vitello tonnato, acciughe al verde, peperoni in bagna cauda, piatti che sanno di domenica e di famiglia, di tavole apparecchiate senza fronzoli e di sapori che non hanno bisogno di spiegazioni. Quella cucina è rimasta. Ma qualcosa è cambiato, e quel cambiamento vale la pena di capirlo bene perché non è un cambiamento di facciata. “La cucina era tradizionale come oggi,” spiega Sonia. “Il vero cambiamento è stata la valorizzazione dei prodotti del territorio. L’acquisto delle materie prime nelle piccole aziende agricole locali.” È una frase che, se la si legge in fretta, sembra quasi ovvia — oggi tutti parlano di km zero, di filiera corta, di prodotti del territorio. Ma quello che fa la Trattoria Monferrato non ha niente di retorico. Il pane è fatto in casa con la farina del Mulino Enrici di Azeglio. L’olio è quello dell’Azienda Agricola La Turna, presidio Slow Food, prodotto sui terrazzamenti di Settimo Vittone — un’olivicoltura che definire eroica non è un’iperbole, perché quei terrazzamenti richiedono un lavoro fisico e una dedizione che pochissimi sono disposti a sostenere. La mocetta di trota salmonata viene dall’Altura di Verrès, da piccoli allevamenti a bassa densità, con acqua di sorgente alpina, senza antibiotici. Il burro e il Seirass sono della Cooperativa Mombarone di Settimo Vittone. I vini sono del Canavese — Nebbiolo da uve coltivate su terrazzamenti che sono essi stessi un paesaggio culturale oltre che agricolo. Ogni voce del menu ha un nome, un luogo, una storia dietro di sé. E questo non è marketing. È rispetto — verso chi produce, verso chi mangia, verso un territorio che ha molto da dire se qualcuno si prende la briga di ascoltarlo davvero.
Piattini, degustazione e la libertà del cliente
Uno degli aspetti più interessanti della trattoria oggi riguarda il formato con cui si mangia. Sonia e Maurizio hanno scelto di proporre un servizio basato su piattini in degustazione — porzioni contenute, assaggi, la possibilità di costruire la propria serata seguendo il proprio ritmo e il proprio appetito, senza essere vincolati a un percorso prestabilito. “Attualmente vogliamo proporre un servizio più leggero,” dice Sonia, “dove si possa spaziare tra i sapori, creare la propria esperienza culinaria scegliendo di degustare più piatti. Porzioni più contenute, assaggi e piattini, contenendo così anche il costo. E non appesantendo o costringendo il cliente a menu troppo impegnativi. Il cliente si deve sentire sereno di poter mangiare quello che vuole.” C’è una intelligenza pratica in questa scelta che va oltre la questione del formato. Significa che si può arrivare alla Trattoria Monferrato per un aperitivo con il pane fatto in casa e l’olio de La Turna — un olio che, come suggerisce il menu con una certa ironia affettuosa, è “figlio di un’olivicoltura eroica sui terrazzamenti di Settimo Vittone” e che “può causare colpi di fulmine culinari” — e fermarsi lì, con un bicchiere di Nebbiolo, senza sentirsi in obbligo di ordinare un pasto completo. Oppure si può fare l’esatto contrario: affidarsi completamente alla cucina e lasciarsi guidare attraverso l’intero menu stagionale, assaggio dopo assaggio. La trattoria accoglie entrambi, senza gerarchie. È un cambio di approccio che richiede fiducia nel cliente e fiducia nel proprio prodotto. Non tutte le cucine sono in grado di reggere quel tipo di esposizione — quando le porzioni sono piccole e gli assaggi numerosi, non c’è niente che si possa nascondere. Ogni piattino deve guadagnarsi il suo posto sul tavolo da solo. Il menu stagionale rispecchia questa logica: vitello tonnato con salsa all’antica, battuta di manzo con Seiras e mirtilli, tomino fresco con pere e burro della Cooperativa Mombarone, flan di melanzane con fonduta di toma stravecchia, lingua con salsa agrodolce alle prugne e uvetta — una salsa, questa, che il menu spiega nascere dalla tradizione ebraica sviluppatasi anche in Piemonte come accompagnamento dei bolliti, dettaglio che da solo racconta quanto profonde siano le radici culturali di una cucina che a prima vista potrebbe sembrare “semplicemente” regionale.
La trattoria durante il Carnevale: quando il locale vive con la città
Sonia tiene a menzionare il Carnevale di Ivrea, e ha le sue ragioni. Il Carnevale storico di Ivrea — con la Battaglia delle Arance, gli aranceri in costume, i personaggi della tradizione e quella capacità rara di coinvolgere una città intera in un rito collettivo che dura giorni — è uno degli eventi più identitari del Piemonte. E la Trattoria Monferrato, nel cuore del centro cittadino, ne è parte viva. “Nel periodo del Carnevale è sufficiente stare seduti a tavola per respirare l’aria della festa e il fervore che la contraddistingue, tra aranceri e personaggi in costume,” si legge sul sito del locale. Non è una cosa che si organizza, non è uno sforzo di posizionamento. È la conseguenza naturale di stare in quel posto da così tanto tempo: quando la città si anima, il locale si anima con lei. Chi entra durante il Carnevale porta dentro la festa — i colori, le voci, l’energia di una tradizione che non ha perso niente della sua forza popolare. E chi è seduto a tavola diventa, senza averlo cercato, parte di quello spettacolo. Questo è il privilegio di essere la trattoria più antica della città: non stare nel posto, ma essere del posto. Con tutto quello che questo comporta.
Crescita e tradizione: due parole che non si contraddicono
La tentazione, raccontando una storia come questa, sarebbe quella di enfatizzare la resistenza al cambiamento — il coraggio di restare fedeli a se stessi in un mondo che cambia in fretta. Ma sarebbe una lettura parziale e, in un certo senso, sbagliata. Sonia e Maurizio non resistono. Evolvono. Lo fanno con cautela, con rispetto per quello che è venuto prima, con la consapevolezza che certi valori non si modificano senza perdere qualcosa di essenziale. Ma lo fanno. “Siamo sempre in crescita e in evoluzione rispettando la tradizione,” dice Sonia. E quella formula — non un ossimoro ma una sintesi possibile — descrive bene quello che la Trattoria Monferrato è diventata sotto la sua guida. Il menu cambia con le stagioni. I fornitori vengono selezionati con attenzione crescente. Il formato del servizio si adatta a come le persone vogliono mangiare oggi. Gli orari sono stati aggiornati: dal giovedì il locale apre alle 18, permettendo un uso più flessibile dello spazio. Eppure il cuore è rimasto intatto. La cucina è quella piemontese, vera, senza concessioni alla fusion o alle tendenze del momento. L’ambiente è familiare nel senso più autentico del termine — non perché si faccia finta di esserlo, ma perché quella famiglia è davvero lì, in cucina e in sala, ogni giorno.
Una clientela che torna, e il significato di questo
C’è una cosa che Sonia dice quasi di sfuggita, ma che vale la pena di fermarsi a considerare. “Abbiamo, tra gli altri, una clientela abituale, come accadeva in passato nelle trattorie. Credo si sentano in famiglia.” In un settore in cui il turnover dei clienti è spesso considerato un dato neutro — tanto ne arrivano altri — la fedeltà della clientela è invece un segnale preciso. Significa che le persone trovano qualcosa che non vogliono lasciare. Significa che il locale ha costruito, nel tempo, un senso di appartenenza che va oltre la qualità del cibo o la convenienza del prezzo. Significa che c’è una storia condivisa, fatta di abitudini e di riconoscimenti — il tavolo preferito, il piatto di stagione atteso, il modo in cui Maurizio sa già cosa portare senza che qualcuno glielo chieda. Nelle grandi città questa cosa si chiama fidelizzazione e ci si fanno convegni. A Ivrea, alla Trattoria Monferrato, si chiama semplicemente clienti che tornano. Ed è esattamente la stessa cosa.
Quello che si porta a casa da una trattoria come questa
Ci sono ristoranti che si visitano una volta e si raccontano. E ci sono posti che si frequentano nel tempo e che lentamente diventano parte delle proprie abitudini, dei propri riferimenti, di quella mappa personale e affettiva che ognuno costruisce intorno ai luoghi in cui si sente bene. La Trattoria Monferrato appartiene chiaramente alla seconda categoria. Non è un posto per chi cerca di stupirsi. È un posto per chi vuole mangiare bene, sentirsi accolto, capire qualcosa di un territorio attraverso quello che ha nel piatto. Per chi apprezza che il pane sia fatto in casa e che l’olio abbia un nome e un luogo di provenienza. Per chi sa riconoscere la differenza tra un vitello tonnato con salsa all’antica — quella vera, con tonno, acciughe, capperi e tuorli emulsionati col fondo di cottura — e una versione qualsiasi dello stesso piatto. Per chi è disposto a rallentare un po’ e a mangiare come si mangiava quando mangiare aveva ancora il tempo che meritava. Sonia e Maurizio Di Nuzzo stanno facendo una cosa difficile: tenere in vita qualcosa di prezioso senza imbalsamarlo, senza trasformarlo in una rievocazione o in un museo del gusto. Lo stanno facendo con intelligenza, con rispetto e con quella discrezione che è propria di chi lavora sul serio, senza bisogno di annunciarlo.
Venite a trovarli
La Trattoria Monferrato si trova in via Gariglietti 1, nel centro di Ivrea. È aperta dal giovedì al sabato — con servizio serale dalle 18 e pranzo a mezzogiorno il venerdì e il sabato — e la domenica a pranzo. Per prenotare un tavolo potete scrivere a trattoria@trattoriamonferrato.it. Se siete in zona Canavese, o anche solo di passaggio, non lasciate che sia la pigrizia a decidere per voi. Un piattino di vitello tonnato, un calice di Nebbiolo, il pane caldo spezzato con le mani come suggerisce il menu — e capirete da soli perché questa trattoria è ancora qui, dopo tutto questo tempo, e perché lo sarà ancora a lungo.

