C’è qualcosa di raro, oggi, nel trovare due persone che abbiano scelto di costruire tutto insieme — non solo una vita, ma un’idea precisa di come si mangia, di come si accoglie, di cosa significa fare ristorazione senza svendere nulla. Stefano ed Esposito Cristina, chef lui e sommelier lei, hanno fatto esattamente questo. E lo hanno fatto in un posto che vale da solo il viaggio: il castello di Agnellengo, a Momo, in provincia di Novara, un edificio del 1200 che dal 2023 ospita l’Osteria del Maniero.
Non è una storia di successo improvviso. È una storia di gavetta lunga, di scelte ponderate, di un Covid attraversato senza mollare, e infine di un salto — quello vero, quello che si fa solo quando si è abbastanza sicuri di sé da poterselo permettere.
Figli d’arte che hanno deciso di fare da soli
Cristina è la prima a entrare in scena, cronologicamente. Nel 2000 apre con i genitori la Trattoria da Barone, il locale di famiglia. Ci mette anni, ma a un certo punto capisce che il vino non è solo una lista da aggiornare: è una disciplina, un linguaggio, un modo di raccontare il territorio. Nel 2022 diventa sommelier AIS. Una scelta tardiva solo in apparenza — in realtà è quella di chi aspetta di essere davvero pronto prima di mettere un titolo su quello che già fa bene.
Stefano arriva al Barone nel 2012, e da subito la trattoria comincia a cambiare pelle. “Ho fatto la gavetta in questo locale per una decina di anni,” racconta, “continuando a studiare, frequentando corsi con Gente di lago e di fiume capitanata dallo chef Marco Sacco, e portando a termine l’accademia di cucina presso l’istituto Maggia di Stresa.” Non è il percorso di chi vuole bruciare le tappe. È quello di chi sa che una cucina seria si costruisce nel tempo, sbaglio dopo sbaglio, piatto dopo piatto.
La passione per la pesca — quella vera, quella che ti porta a stare delle ore in silenzio accanto all’acqua — diventa presto una chiave di lettura professionale. Stefano comincia a domandarsi perché il pesce d’acqua dolce, così presente nei laghi e nei fiumi del Novarese, sia ancora così sottovalutato in cucina. E comincia a rispondere a quella domanda portandolo in tavola.
La scelta del castello: quando l’occasione giusta ha la forma di un maniero
A un certo punto la trattoria dei genitori non basta più. Non perché non funzioni — ma perché Stefano e Cristina hanno idee che non ci stanno dentro. “Abbiamo deciso di cambiare, di passare dal locale di mamma e papà a uno nostro,” spiega Stefano. “Volevamo qualcosa di particolare, dove poter dare sfogo alle nostre idee.” E quando qualcuno gli propone il castello di Agnellengo, capiscono che quello è il posto.
Il Maniero è un edificio del XIII secolo, ristrutturato con cura, che conserva tutta la sua forza evocativa. Le mura spesse, le proporzioni del tempo, la quiete di un borgo fuori dai circuiti più battuti: tutto concorre a creare un’atmosfera che nessun locale costruito ex novo potrebbe imitare. “Vorremmo che il cliente si senta coccolato,” dice Stefano. Ed è una parola — coccolato — che suona esatta, in un posto così.
L’apertura nel 2023 non è un punto di partenza improvvisato. È il frutto di tutto quello che è venuto prima: gli anni al Barone, i corsi, la formazione, la somiglieria, il rapporto con i produttori. Stefano e Cristina non aprono il Maniero per tentare la fortuna — ci arrivano già attrezzati, anche se consapevoli che c’è ancora moltissimo da imparare. Il castello, con la sua storia secolare, non è solo una scenografia: diventa il contenitore naturale di una proposta gastronomica che guarda al passato senza esserne prigioniera, che dialoga con la tradizione senza smettere di interrogarsi su come evolverla.
Una cucina in movimento continuo
Il concetto attorno a cui ruota l’Osteria del Maniero è quello di una cucina “work in progress”: non un menu fisso e inamovibile, ma una proposta che cambia con le stagioni, che segue i prodotti freschi, che si interroga ogni volta su cosa abbia senso servire in quel momento dell’anno.
Il menu è corto — una scelta precisa, non una mancanza. “Un menu corto ma rispettoso del prodotto di stagione e fresco,” spiega Stefano. Ogni portata prevede quattro declinazioni: una tradizionale, una vegetariana, una di pesce d’acqua dolce, una di selvaggina. Una struttura che garantisce libertà al commensale senza disperdere l’energia della cucina in troppe direzioni.
Il pesce d’acqua dolce è forse la cifra più originale di tutta la proposta. Stefano ci crede da anni, e al Maniero ha finalmente lo spazio per esprimerlo senza compromessi. Il ramen con il pesce siluro è diventato uno dei piatti più discussi — e più apprezzati — del locale. Un pesce che la tradizione popolare ha sempre trattato con diffidenza, trasformato in qualcosa di raffinato e sorprendente, accompagnato da agretti e paste al grano arso. È il tipo di piatto che racconta una storia: quella di un territorio, di una materia prima ignorata, di uno chef che ha deciso di prenderla sul serio.
Accanto al pesce d’acqua dolce, la cucina del Maniero attinge alla tradizione regionale — rivisitandola, mai tradendola. La lingua in salsa verde, le lumache in umido, il coniglio arrotolato con riduzione al porto, la tartare di fassona con gorgonzola: piatti che parlano di Piemonte in modo diretto, senza fronzoli, con quella concretezza che è propria di una cucina che non vuole stupire a tutti i costi ma vuole essere buona davvero.
Il vino come racconto parallelo
Cristina non si occupa solo di accoglienza — anche se quella, da sola, sarebbe già un lavoro. È lei che costruisce la carta dei vini del Maniero, e lo fa con una logica che rispecchia esattamente quella della cucina: ricerca continua, attenzione al territorio, preferenza per i piccoli produttori.
“La continua ricerca di prodotti e piccole cantine ci aiuta a creare piatti e proposte interessanti,” racconta Stefano. I vini non sono un catalogo immobile: seguono il menu, cambiano con lui, offrono ogni volta la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. Una filosofia che richiede molto lavoro — selezionare produttori piccoli significa visitarli, assaggiarli, costruire relazioni — ma che si traduce in una proposta sempre viva, mai banale.
Al tavolo, Cristina suggerisce gli abbinamenti caso per caso, in base a quello che il cliente ha scelto di mangiare. Non è un servizio da manuale: è ascolto, attenzione, capacità di capire chi hai davanti e di trovare il vino giusto per quella persona, in quel momento. È un’accoglienza che va oltre il sorriso all’ingresso.
Sopravvivere al Covid e riaprire più forti
C’è una frase, nell’intervista, che dice tutto sulla pasta di cui sono fatti Stefano e Cristina: “Siamo sopravvissuti al Covid e abbiamo aperto il secondo ristorante.” Detto così, quasi di passaggio, come se fosse una cosa normale. Ma non lo è.
Il Covid ha chiuso ristoranti che sembravano solidi, ha messo in ginocchio professionisti con decenni di esperienza, ha spento sogni che sembravano già realizzati. Stefano e Cristina non solo hanno tenuto in piedi il Barone — hanno usato quel periodo per maturare l’idea del Maniero, per chiarirsi le idee su cosa volessero fare davvero. La crisi, per chi sa attraversarla senza perdere la visione, può diventare una specie di acceleratore.
“Ci riteniamo bravi e un pochino diversi dalla concorrenza,” dice Stefano, con una franchezza che non è arroganza ma lucidità. “Ma ovviamente con ancora tanto da imparare e studiare.” È la stessa attitudine che aveva al Barone dieci anni fa: mai fermarsi, non darsi per arrivati, restare in ascolto di quello che il lavoro — e i clienti — ti insegnano ogni giorno.
Il Maniero come spazio per cerimonie ed esperienze
L’Osteria del Maniero non è solo un ristorante nel senso ordinario del termine. Il castello di Agnellengo offre uno spazio esterno — un ampio giardino — che diventa sede di rinfreschi, cerimonie, degustazioni. È un contenitore che permette di costruire esperienze diverse: una cena intima in sala, un evento privato nel cortile medievale, una serata di degustazione guidata da Cristina.
Questa versatilità non è un ripiego commerciale — è coerente con l’idea di fondo del progetto: creare un luogo dove le persone si sentano bene, dove ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire, dove l’ospitalità non finisca con il conto.
Gente di lago e di fiume: una filosofia prima ancora che una rete
Non è casuale che Stefano citi la sua formazione con Gente di lago e di fiume — il progetto capitanato dallo chef Marco Sacco — come uno dei momenti fondativi della sua carriera. Gente di lago e di fiume non è solo una scuola di cucina: è una comunità di chef e produttori che lavora per recuperare e valorizzare le materie prime dei laghi e dei fiumi del Nord Italia, spesso dimenticate a favore del pesce di mare o delle carni più commerciali.
Fare parte di quel mondo ha dato a Stefano una prospettiva che non si trova nei manuali: quella di chi conosce il territorio da dentro, che sa dove pesca il pescatore che gli porta il siluro la mattina, che capisce il ciclo delle stagioni non come un vincolo ma come una risorsa. È da lì che nasce la scelta di mettere il pesce d’acqua dolce al centro di un menu che parla esplicitamente di Piemonte e di Lombardia, di laghi e di pianure, di prodotti che esistono a pochi chilometri dal ristorante e che aspettano solo di essere raccontati bene.
Questo radicamento nel territorio non è un’etichetta di marketing. È una postura concreta, che si traduce in relazioni con i fornitori, in scelte di approvvigionamento, in piatti che hanno un indirizzo preciso. È anche il motivo per cui l’Osteria del Maniero, pur essendo aperta da poco più di due anni, ha già costruito una sua identità riconoscibile — qualcosa che i clienti percepiscono non appena si siedono a tavola.
Quello che insegna la storia di due ristoratori veri
Per chi si occupa di leadership e di impresa, la storia di Stefano e Cristina offre qualche spunto che vale la pena tenere a mente. Prima di tutto: la formazione non ha una data di scadenza. Stefano studia ancora adesso, si aggiorna, partecipa a corsi. Cristina ha aspettato il momento giusto per formalizzare la sua competenza nel vino. Nessuno dei due ha mai smesso di imparare.
In secondo luogo: la chiarezza dell’identità. L’Osteria del Maniero sa esattamente cosa vuole essere — e altrettanto chiaramente sa cosa non vuole essere. Un menu corto, prodotti stagionali, piccoli produttori, pesce d’acqua dolce rivalutato, territorio al centro. Non è un posizionamento generico. È una scelta precisa, che richiede coraggio da mantenere ogni giorno.
Infine: la complementarità. Stefano e Cristina si occupano di cose diverse — lui della cucina, lei del vino e dell’accoglienza — ma condividono la stessa visione. Lavorare così, in perfetta sintonia, è un vantaggio competitivo che non si compra e non si studia: si costruisce nel tempo, attraverso fiducia reciproca e rispetto per il ruolo dell’altro.
C’è anche un’ultima lezione, forse la più sottile: quella del tempo. Stefano e Cristina non hanno aperto il Maniero alla prima occasione utile — ci sono arrivati dopo anni trascorsi a formarsi, a sbagliare, a crescere all’interno del locale di famiglia, a capire cosa funzionava e cosa no. In un’epoca che premia la velocità e il lancio immediato, la loro storia ricorda che certi risultati hanno bisogno di maturare lentamente, come un buon vino in cantina. E che aprire troppo presto, senza le basi giuste, è spesso il modo più efficace per chiudere in fretta.
Se siete in zona Novara e volete capire cosa significa mangiare bene in un posto con una storia vera — un castello del 1200, una cucina in continua evoluzione, una carta dei vini costruita con passione e rigore — l’Osteria del Maniero è la risposta giusta. Prenotate il vostro tavolo e scoprite di persona quello che Stefano e Cristina hanno costruito ad Agnellengo, a Momo. Trovate tutte le informazioni, gli orari e il modulo di prenotazione sul sito www.osteriadelmaniero.com, oppure seguite la loro pagina Instagram e Facebook per restare aggiornati sulle novità stagionali, le degustazioni e gli eventi. Vale il viaggio.

