Isabella Zonca ha fatto una cosa che in pochi riescono davvero a fare: ha smesso di guardare il problema da fuori e ci è entrata dentro. Con le proprie competenze, con la testa, con quella forma di coraggio pratico che non ha niente di eroico ma che, alla fine dei conti, è l’unica che produce risultati concreti. Il risultato si chiama Strafico. Una pizzeria ONLUS nel cuore di Gallarate che crea lavoro vero per ragazzi autistici. Non simulato. Non assistito. Vero.
La disperazione vestita da dignità
C’è una frase che Isabella ripete con la cadenza di chi ci ha pensato a lungo, prima di trovare le parole giuste. “La disperazione è quasi sempre vestita da dignità.” L’ha capita tardi, dice. Ha girato molto: consulente aziendale, settori diversissimi, decine di storie imprenditoriali seguite dall’interno. Ha assistito a storie di successo e di insuccesso, ha imparato a leggere le organizzazioni senza farsi ingannare dall’apparenza. Eppure il mondo delle famiglie con figli autistici — i servizi scarsi, la solitudine silenziosa, il nulla istituzionale — le era rimasto invisibile per anni. Stava esattamente accanto a lei, nella sua stessa città, nei luoghi che frequentava ogni giorno. “Mi sono chiesta mille volte come ho fatto a non vedere,” racconta. La risposta, una volta trovata, ha cambiato la direzione di tutto. Il percorso inizia quasi per caso, o almeno così sembra a raccontarlo oggi. Isabella decide di mettere le sue competenze al servizio del Terzo Settore, come volontaria. Gestisce progetti esistenti, pianifica nuovi percorsi, costruisce una rete territoriale fatta di associazioni, istituzioni, imprenditori locali. Poi, quasi senza accorgersene, si ritrova a fondare insieme al fratello Federico e a Virginia Marzullo un’Associazione di Promozione Sociale — Mondi Connessi — con una disponibilità economica importante che viene destinata a nuovi servizi per bambini e ragazzi autistici. È lì che i numeri diventano volti. E i volti cambiano tutto.
Un’idea precisa, non una buona intenzione
L’anno scorso arriva l’occasione concreta: aprire una pizzeria. Isabella la descrive senza abbellimenti: un passo in avanti ambizioso, e una strada tutta in salita. Le due cose insieme, non in alternativa. Ambizioso perché l’idea di partenza non lasciava spazio a scorciatoie. Inclusione non significa abbassare l’asticella. Significa alzarla, per tutti, sempre. Strafico doveva essere un posto dove si venisse a mangiare bene — non per solidarietà, non per una generosa rinuncia alla qualità, non per sentirsi buoni. Per questo fin dall’inizio la cucina viene affidata a Francesco Pompetti, chef tre spicchi Gambero Rosso, e gli impasti si costruiscono sulla farina Mazì. La pizza che esce da Strafico è una pizza che si difende da sola, senza aver bisogno di essere giustificata da una causa. “Quando abbiamo aperto, avevamo un’idea molto precisa, che ancora oggi guida ogni scelta: creare un locale in cui le persone vengono perché si mangia bene e perché si sta bene. Il progetto sociale è parte integrante di Strafico, ma non è mai stato pensato come un richiamo.” È una distinzione che vale la pena sottolineare, perché non è così scontata nel panorama del sociale italiano. La disabilità non è una vetrina. Non è un’attrazione. Non è lo strumento con cui convincere qualcuno a scegliere questo posto invece di un altro. Chi entra da Strafico entra per la qualità e per l’atmosfera. Poi, senza forzature, scopre qualcosa in più. E magari si rende conto che, semplicemente scegliendo quel posto per la serata, ha fatto anche qualcosa di buono per il proprio territorio.
Niente assistenzialismo: qui si lavora davvero
La scelta più coraggiosa, però, è quella che non si vede subito. Strafico ha deliberatamente rifiutato il modello assistenzialista che caratterizza molte esperienze simili. Nessuna presenza operativa di genitori. Nessun volontario che affianca i ragazzi durante il servizio. I ragazzi autistici che lavorano in questo posto hanno responsabilità reali — e vengono trattati di conseguenza. L’accompagnamento c’è, ma è pensato in modo radicalmente diverso. Tutor ed educatori specializzati seguono i percorsi di inserimento lavorativo nel locale e, parallelamente, i percorsi di crescita personale e autonomia nei laboratori del Centro per l’Autismo Terra Luna di Gallarate — partner fondamentale del progetto “Autismo al Lavoro”, sostenuto dall’Unione Europea. La differenza tra affiancare e sostituire è tutto, in questo modello. Chi affianca forma. Chi si sostituisce, anche con le migliori intenzioni, impedisce. “Trasforma il lavoro in autonomia reale, non simulata,” dice Isabella. È una frase breve. Contiene una critica precisa e non velata a certe forme di inclusione che, nella pratica, includono ben poco. Il nome stesso del progetto racconta questa filosofia con un’immagine che vale più di molte spiegazioni. Il fico, credono in tanti, è un frutto. In realtà è un fiore. Esattamente come i ragazzi coinvolti in Strafico: in apparenza allineati ai loro coetanei, ma con bisogni specifici che, senza un supporto adeguato, restano invisibili e sistematicamente insoddisfatti. Il suffisso “stra” aggiunge il livello successivo — il desiderio di costruire qualcosa di talmente ordinario da diventare straordinario, talmente buono da essere strabuono, talmente bello da essere strabello. Non è un gioco di parole. È un programma.
Rigore manageriale e profondità umana
Quello che rende la storia di Isabella particolarmente rilevante per chi si occupa di leadership e di impresa non è solo il progetto in sé. È il modo in cui lo ha costruito e il modo in cui continua a tenerlo in piedi ogni giorno. Isabella porta nel Terzo Settore lo stesso sguardo che aveva portato nelle aziende: metodo, visione, capacità di leggere la realtà senza filtri sentimentali. Nessuna idealizzazione del volontariato. Nessuna retorica del “fare del bene”. Strafico le ha insegnato, dice, che l’impatto non nasce dalle buone intenzioni ma “dall’incontro tra rigore manageriale e profondità umana.” Una formula che suona come un manifesto, ma che nella pratica quotidiana si traduce in decisioni concrete, spesso difficili e non sempre popolari. “Il sociale deve smettere di improvvisare e deve iniziare a funzionare per davvero. Perché aiutare non basta. Bisogna saper costruire.” Lavorare ogni giorno sul confine tra impresa e sociale significa confrontarsi con progressi non lineari — e chi lavora con ragazzi autistici lo sa meglio di chiunque altro. Significa tenere il punto anche nei momenti di regressione, che ci sono e che richiedono interventi continui e competenze specialistiche. Significa portare struttura in contesti dove spesso la struttura non è mai arrivata, e dove l’improvvisazione viene difesa con argomenti che hanno la forma dell’etica. La sfida più grande, però, Isabella non la identifica nella gestione. La identifica nelle persone. “In un mondo dominato dall’idealismo dove la verità muta dipendentemente dall’opinione personale del singolo,” spiega, “diventa sfidante portare rigore senza perdere il senso.” Far capire che monitorare non è controllare. Ridefinire le priorità quando tutto appare discutibile. Mantenere un rapporto di collaborazione costruttivo anche nei momenti in cui le cose non funzionano come previsto. È la leadership nei contesti difficili. Non quella che si pratica quando tutto va bene — quella è facile, la praticano tutti. Quella che tiene insieme il progetto quando le cose si complicano. Quando i risultati non arrivano subito. Quando serve restare, anche senza la certezza che stare valga la pena.
Crescere figure professionali capaci di stare nella complessità
C’è un aspetto della visione di Isabella che merita attenzione separata, perché tocca qualcosa di più largo rispetto al singolo progetto. La sfida più importante che Strafico ha messo a fuoco non è solo operativa. È educativa, nel senso più ampio del termine. “Credo che la sfida più grande sia quella di crescere figure professionali capaci di trovare soluzioni in contesti lavorativi in evoluzione,” dice. “Ciò significa educare alla lettura della realtà, alla capacità di decisione e di affermazione, all’abbandono della passività e dell’inerzia.” Non sta parlando solo dei ragazzi autistici che lavorano in pizzeria. Sta parlando di tutti quelli che partecipano al progetto. L’idea è che ogni anello della catena debba capire che le proprie azioni hanno un impatto diretto sulla realizzazione del bene comune. La delega responsabilizza. La responsabilità forma. La formazione costruisce autonomia — e l’autonomia, alla fine, è l’obiettivo dichiarato di tutto questo. In questo Strafico funziona come uno specchio di quello che vorrebbe produrre. Un ambiente dove la crescita viene presa sul serio, dove il progresso non lineare viene accettato come parte del processo e non come un fallimento, dove restare nei momenti difficili è considerato parte integrante del lavoro e non un sacrificio straordinario.
Uno spazio che porta storia e la rinnova
C’è anche una dimensione fisica in tutto questo, e sarebbe sbagliato ignorarla. Strafico abita gli spazi dell’ex Farmacia Dahò, nel cuore di Gallarate. Un luogo con il soffitto a volta, un dipinto originale di inizio Ottocento e il pavimento in pietra. Un posto abitato fin dai primissimi anni dell’Ottocento da una farmacia — cioè da un presidio della comunità, da un luogo che per due secoli ha avuto il compito di prendersi cura delle persone che vi abitavano intorno. Oggi quel compito continua, solo con un’altra forma. Non è un dettaglio decorativo. È coerenza narrativa e coerenza di valori. La scelta dello spazio racconta la stessa cosa che racconta il progetto: la bellezza non è un optional, è parte integrante del rispetto verso le persone. Verso i ragazzi che ci lavorano, verso i clienti che vengono a cena, verso il territorio che ospita tutto questo. Scegliere un posto brutto avrebbe detto qualcosa — che ci si accontenta, che si fa del proprio meglio con quello che c’è, che il bello è un lusso che il sociale non può permettersi. Strafico dice l’opposto: il bello è esattamente il punto di partenza. Gli utili vengono reinvestiti interamente in progetti dedicati a bambini e ragazzi autistici del territorio. Il cerchio si chiude, ma non si chiude su se stesso. Si allarga.
Una serata da Strafico è già partecipare
Strafico è molte cose insieme, e sarebbe riduttivo cercare di chiuderlo in una sola definizione. È una pizzeria che fa una buona pizza — una pizza certificata da tre spicchi Gambero Rosso, costruita con ingredienti scelti, servita in un posto che è bello stare. È un progetto di inserimento lavorativo che funziona perché è stato costruito con rigore e non con buone intenzioni. È un modello di impresa sociale che dimostra come qualità gastronomica, cura degli spazi e impatto territoriale non siano in contraddizione — anzi, si sostengano e si rafforzino a vicenda. Ma è anche una delle storie di leadership più oneste che si possano raccontare in questo momento, in questo paese. Isabella Zonca ha portato nel Terzo Settore qualcosa che spesso manca: la capacità di distinguere tra ciò che appare bello sulla carta e ciò che effettivamente sta in piedi. “I progetti che funzionano,” dice, “sono quelli che stanno in piedi, non quelli belli sulla carta.” È una frase semplice. Dietro c’è anni di lavoro, di scelte difficili, di momenti in cui sarebbe stato più facile smettere o accontentarsi. La lezione che Strafico impartisce — e che Isabella racconta senza paura di suonare scomoda — è che il sociale non ha bisogno solo di cuore. Ha bisogno di competenze, di struttura, di scelte. A volte difficili. Spesso poco popolari. Quasi sempre necessarie. E poi c’è la parte più semplice di tutta la storia: chiunque può partecipare a questo progetto semplicemente scegliendo dove andare a mangiare una pizza il venerdì sera. Non servono donazioni, non servono discorsi, non serve sentirsi eroi. Basta prenotare un tavolo. Il resto lo fa Strafico.
Andarci è già fare qualcosa
Se sei a Gallarate o nei dintorni, o se passi da quelle parti, Strafico merita una visita — non per dovere civico, ma perché è un posto bello dove si mangia bene. Il resto, come dice Isabella, arriva da solo, senza forzature. Puoi scoprire il progetto, leggere il menù e prenotare il tuo tavolo su www.strafico.it. Il locale è aperto tutti i giorni dalle 19:00 alle 23:00, il venerdì e il sabato fino alle 23:30. Puoi seguire Strafico su Instagram (@strafico_pizzeria) e su Facebook (straficopizzeria) per restare aggiornato su novità e iniziative. Ogni pizza ordinata è utile che torna ai ragazzi, ai loro percorsi, al territorio. Non è uno slogan. È la struttura contabile del progetto. Ed è, forse, il modo più concreto e più bello che esista per partecipare a qualcosa di più grande di una serata fuori.

