Quattro generazioni della famiglia Lequio sulle colline di Neive, tra Barbaresco e una visione del vino che non ha mai cercato scorciatoie
Neive, pomeriggio di fine estate. L’aria ha quella qualità particolare che hanno certi angoli del Piemonte: densa di profumi, ferma, come se il tempo ci girasse attorno invece di attraversarla. In cima alla collina che porta il nome di Serragrilli — uno dei 66 cru ufficiali del Barbaresco — i filari scendono ordinati verso la valle. Quindici ettari di vigneto che la famiglia Lequio coltiva, senza interruzione, dal 1890.
Piernicola Bruno, quarta generazione, non ama i discorsi inutili. Parla del vino come si parla di qualcosa che si conosce bene: con precisione, con rispetto, con quella sobrietà che appartiene a chi non ha bisogno di convincere nessuno. “La natura non perdona,” dice a un certo punto. “E noi non possiamo far altro che rispettarla ed ottenere il massimo dai suoi frutti.” Non è una frase fatta. È la sintesi di 130 anni di lavoro.
Da quando il vino si caricava sui carri
Bisogna partire dall’inizio, per capire cosa sia davvero Collina Serragrilli. E l’inizio è lontano — così lontano che il mondo del vino non aveva ancora il vocabolario con cui lo descriviamo oggi. Nel 1890, quando la famiglia Lequio si insediò su questa collina, l’uva veniva venduta in tini e il vino sfuso veniva caricato in grossi barili su carri trainati dai buoi. Niente denominazioni, niente certificazioni, niente export. C’era la terra, c’era il lavoro, c’era la famiglia.
Quella famiglia è ancora qui. Stesso nome, stessa collina, stesso metodo di fondo: fare le cose per bene oppure non farle. Nel tempo sono cambiate molte cose — la cantina si è ingrandita, le attrezzature si sono aggiornate, il mercato si è aperto al mondo — ma l’ossatura è rimasta intatta. Passaggio di padre in figlio, o meglio di generazione in generazione, ciascuna con il compito di non sprecare ciò che aveva ricevuto e di lasciare qualcosa di più a chi sarebbe venuto dopo.
Oggi è la quarta generazione a guidare l’azienda, con l’aiuto dei mariti e dei cognati, anch’essi di estrazione vinicola. Una struttura familiare che si è allargata restando fedele a sé stessa.
La collina che vale un nome
Serragrilli non è un nome inventato per il marketing. È il nome vero di questa collina, riconosciuto ufficialmente come uno dei 66 cru del Barbaresco — una lista ristretta che dice tutto sul valore del terroir e su quanto conti, nel vino, il posto in cui le radici affondano.
I 15 ettari di vigneto sono distribuiti intorno alla cantina, che si trova sulla cima della collina. Una posizione non casuale: la cantina al centro, i vigneti attorno, tutto in proprietà. Nessuna uva acquistata da terzi, nessuna dipendenza dal mercato delle uve, nessun rischio di ritrovarsi con materia prima che non corrisponde agli standard che ci si è dati. Filiera chiusa, controllo totale, responsabilità intera.
È una scelta che ha un costo — economico, logistico, gestionale — ma che ha anche un vantaggio competitivo difficile da replicare: quando la bottiglia arriva sul tavolo di un ristorante a Tokyo o di un collezionista a New York, ogni uva che c’è dentro è nata su questa collina, è stata raccolta da queste mani, è passata per questa cantina.
Dentro la cantina: dove il tempo lavora al posto tuo
La cantina di Collina Serragrilli è al piano terra dell’azienda, per facilitare tutte le operazioni di vinificazione e stoccaggio. È attrezzata con le migliori tecnologie enologiche disponibili ed è completamente termocondizionata. Ma la cosa che colpisce di più, parlando con Piernicola, non è quello che c’è: è quello che manca.
Non vengono mai impiegati sistemi di concentrazione. Niente osmosi inversa. Tecniche che molti usano per correggere, per accelerare, per uniformare. Qui non se ne vuole sentire parlare, perché altererebbero le caratteristiche del vino e ne intaccherebbero il sapore. Sembra una rinuncia. In realtà è una scelta precisa: fidarsi del prodotto, non manipolarlo.
Per l’affinamento, l’azienda usa barriques da 225 litri, tonneaux da 500 litri e botti da 10 ettolitri, tutti rigorosamente in rovere francese “Allier”. Le botti da 25 ettolitri sono riservate al Barbaresco tradizionale. Il cru “Serragrilli”, invece, riposa in tonneaux da 500 litri. Ogni formato ha il suo ruolo, ogni vino il suo tempo.
E poi c’è la barricaia. Ricavata nel sottosuolo, nell’ambiente in cui la famiglia produceva vino agli inizi del Novecento. Umidità e temperatura costanti, ottimali per conservare sia il vino che il legno. Un luogo che ha una sua atmosfera — quella dei posti in cui le cose accadono lentamente e per questo durano. Le barriques vengono rinnovate ogni quattro anni. Il costo è alto, molto alto. I risultati, dice Piernicola senza enfasi, sono eccezionali.
Senza chimica, senza fretta
Prima ancora che diventasse una moda, prima che le etichette “naturale” e “biologico” acquisissero il peso commerciale che hanno oggi, Collina Serragrilli lavorava i suoi vigneti senza prodotti chimici. Non per seguire una tendenza: perché era il modo giusto di fare le cose.
Tutti i lavori in vigna vengono eseguiti a mano o meccanicamente. La vinificazione è tradizionale, pensata per mantenere intatte le caratteristiche di tipicità delle uve e del territorio — non per standardizzare, non per inseguire profili gustativi internazionali, non per compiacere il gusto medio di un mercato globale sempre più omologato.
Le certificazioni The Green Experience e SQNPI — Sistema di Qualità Nazionale della Produzione Integrata — attestano formalmente questo impegno. Ma sarebbe un errore ridurle a un dettaglio di marketing. Sono la conferma ufficiale di qualcosa che la famiglia Lequio fa da prima che quelle sigle esistessero. Un riconoscimento esterno a un modo di essere che viene da dentro.
Venticinque anni di strada, un Paese alla volta
Fare un vino straordinario non basta. Bisogna farlo sapere. E in questo, Piernicola Bruno ha investito una parte importante della sua vita professionale.
“La sfida più grande negli ultimi 25 anni,” racconta, “è stata quella di consolidare il brand Collina Serragrilli dal punto di vista di visibilità e soprattutto di rispettabilità.” Una parola precisa, rispettabilità. Non fama, non popolarità: rispettabilità. Quella che si guadagna lentamente, che non si compra, che richiede di essere coerenti nel tempo.
Per costruirla, Piernicola ha viaggiato. Ha partecipato a fiere, a eventi, a degustazioni. Ha affiancato la forza vendita degli importatori, ha visitato i clienti uno per uno — quelli che avevano creduto nell’azienda e che nel tempo sono rimasti fedeli. Non ha aspettato che il mercato venisse da lui. È andato a cercarlo, mercato per mercato, Paese per Paese, con la pazienza di chi sa che certi investimenti non restituiscono i frutti nell’arco di una stagione.
Ha scelto anche di partecipare ai Wine Challenges e alle guide specializzate, nazionali e internazionali. Con consapevolezza critica: “non sempre rappresentano una vera garanzia di qualità,” ammette. Ma sono un confronto utile, una verifica esterna, un modo per misurare il proprio lavoro con quello degli altri. E quando i riscontri sono positivi — come lo sono stati, nella grande maggioranza dei casi — diventano una conferma preziosa.
Il premio che nessuno si aspettava. O forse sì
Nel 2024, il Barbaresco DOCG Starderi annata 2020 ha vinto il Sylvain Trophy al Concours Mondial de Bruxelles. Miglior vino affinato in legno al mondo.
Al mondo.
È il tipo di riconoscimento di fronte a cui ci sono due reazioni possibili. Chi non conosce la storia dell’azienda resta sorpreso. Chi la conosce, invece, ci vede la logica conseguenza di decenni di lavoro fatto nel modo giusto. Un vigneto tra i migliori del Barbaresco, una cantina gestita senza compromessi, una filosofia di affinamento che privilegia la pazienza alla velocità. Il Sylvain Trophy non è caduto dal cielo. È arrivato per via.
“Solo la passione, la testardaggine di tutta la famiglia e il duro lavoro possono portare a tali risultati,” commenta Piernicola. “Non vi sono compromessi, non vi sono scuse.” C’è qualcosa di quasi severo in questa dichiarazione. Ma è la severità di chi si è imposto degli standard alti e li ha mantenuti, anno dopo anno, senza che nessuno glielo chiedesse.
Neive, dove il paesaggio è già una promessa
Non si può parlare di Collina Serragrilli senza parlare del posto in cui si trova. Neive è uno di quei luoghi del Piemonte che sorprendono chi li scopre per la prima volta: il centro storico è considerato tra i più belli d’Italia, con le sue chiese, i suoi palazzi e i monumenti che portano i segni di secoli di storia. Ma la ricchezza più grande di Neive — lo sanno bene i suoi abitanti — è la terra.
Il Barbaresco DOCG, la Barbera d’Alba DOC, il Dolcetto d’Alba DOC e il Moscato d’Asti DOCG sono le denominazioni che nascono su queste colline. Un microclima eccezionale, un’esposizione che raramente delude, un legame tra le persone e la vigna che si tramanda con la stessa naturalezza con cui si tramanda il cognome di famiglia.
Neive è il punto d’incontro tra le Langhe e il Monferrato. E sulla sua collina più celebre — quella che porta il nome di Serragrilli — la famiglia Lequio lavora da quando il ventesimo secolo non era ancora cominciato. C’è una certa vertigine, a pensarci.
Da Neive al mondo: quattordici Paesi e una storia da raccontare
Italia, Svizzera, Belgio, Francia, Germania, Olanda, Inghilterra, Polonia, Stati Uniti, Brasile, Cina, Giappone, Taiwan, Hong Kong. Sono i mercati in cui oggi si trovano i vini di Collina Serragrilli. Una lista che, per un’azienda di quindici ettari a conduzione familiare nel mezzo delle Langhe, dice molto su quanto lavoro ci sia dietro.
Non si costruisce una rete di distribuzione internazionale con la fortuna o con una buona campagna pubblicitaria. Si costruisce incontro dopo incontro, fiducia dopo fiducia, bottiglia dopo bottiglia. Piernicola lo sa bene — ci ha passato un quarto di secolo. E i clienti che ha conquistato nel tempo, in gran parte, sono rimasti: “fedeli e supporter del brand,” come li chiama lui.
È questa, forse, la misura più autentica del successo di Collina Serragrilli. Non i premi — che pure ci sono, e di peso. Non la distribuzione internazionale — che pure è un risultato notevole. Ma la capacità di costruire relazioni durature, di essere percepiti come un riferimento affidabile in mercati lontanissimi per lingua, cultura e abitudini di consumo. Quella non si improvvisa.
Cosa resta, dopo quattro generazioni
C’è una domanda che vale la pena di farsi, guardando la storia di questa famiglia: cosa ha tenuto insieme quattro generazioni sullo stesso pezzo di terra, per più di un secolo?
Non è una risposta semplice. Ci sono la tradizione e il senso di responsabilità verso chi è venuto prima. C’è la qualità del territorio, che ha sempre offerto materia prima straordinaria a chi sapeva trattarla con rispetto. C’è la coerenza di un metodo che non ha mai cercato scorciatoie. Ma c’è anche qualcosa di più difficile da definire — una specie di fiducia nell’essenziale, nella convinzione che fare le cose bene, nel tempo, ripaghi sempre.
L’azienda si è modernizzata: le attrezzature sono all’avanguardia, il sistema di lavorazione viene costantemente aggiornato, la barricaia è cresciuta. Ma l’identità è rimasta intatta. La quarta generazione porta avanti gli insegnamenti di quelle precedenti con un approccio che Piernicola descrive come “più moderno e ottimizzato,” senza però stravolgere le caratteristiche organolettiche di ogni tipologia di vino. L’innovazione al servizio della tradizione, non il contrario.
È una forma di leadership poco rumorosa ma solidissima. Il tipo che non finisce sulle copertine dei magazine di startup, ma che produce aziende capaci di attraversare i decenni senza perdere la rotta. Capaci di resistere alle stagioni difficili — quelle meteorologiche e quelle di mercato — senza che nessuno, dall’esterno, se ne accorga troppo. Perché la solidità vera non fa rumore. Si vede nei risultati, nel tempo.
Se volete scoprire da vicino la storia di Collina Serragrilli, i suoi vini e il territorio di Neive che li ha resi possibili, trovate tutte le informazioni sul sito www.serragrilli.it. La cantina si trova in Via Serragrilli 30, a Neive, in provincia di Cuneo. Per chi vuole organizzare una visita o ha domande sui vini, l’azienda è raggiungibile all’indirizzo info@serragrilli.it.
Certe storie si capiscono meglio di persona. E certi vini, si sa, non si raccontano: si bevono.

