A Riomaggiore, dove il vino nasce dalla pietra
C’è un punto delle Cinque Terre dove la terra smette di essere pianeggiante e diventa, semplicemente, verticale. A Riomaggiore i vigneti non si stendono davanti a chi guarda: si arrampicano, si aggrappano alla roccia, tenuti insieme da muretti a secco costruiti pietra su pietra, generazione dopo generazione. È in questo pezzo di Liguria sospeso tra mare e montagna che Samuele Heydi Bonanini ha costruito Possa, la sua azienda vitivinicola, oggi tra i nomi più citati quando si parla di agricoltura biologica e vinificazione naturale in Italia.
Prima di essere un’etichetta, però, Possa è stata una scommessa. E prima ancora di essere una scommessa, è stata l’ostinazione di un ragazzino che, invece di dormire la domenica mattina, preferiva stare con gli anziani del paese.
Chi arriva oggi in questo angolo di Liguria di Levante, magari solo per una gita fuori porta, difficilmente immagina quanto lavoro silenzioso si nasconda dietro un paesaggio che sembra esistere da sempre. E invece quel paesaggio, in buona parte, è stato ricostruito pezzo per pezzo, da un uomo solo, prima che diventasse un progetto condiviso con altri.
Il tirocinio più insolito che si possa immaginare
“Fin da ragazzino passavo le domeniche mattina insieme agli anziani del paese per fare volontariato e ripristinare antichi sentieri”, racconta Bonanini. Non lo dice con l’aria di chi sta raccontando un aneddoto simpatico da mettere in un’intervista: lo dice come chi sa che quelle mattine hanno deciso tutto il resto.
Da quegli uomini ha imparato un mestiere che oggi in pochi conoscono ancora davvero: costruire muretti a secco, innestare viti selvatiche, leggere il terreno. “Con loro non solo ho imparato tutto quello che serviva per mantenere il nostro territorio”, spiega, “ma soprattutto ho imparato a vedere il mio territorio sotto un occhio difficile da immaginare”. Una frase che a prima vista sembra vaga, ma che diventa chiarissima se si guarda a cosa ha fatto negli anni successivi: ha visto un paesaggio dove altri vedevano solo terra abbandonata.
Non è un dettaglio marginale, questo. Nel racconto di molti imprenditori di successo si cerca spesso un momento preciso, un’illuminazione improvvisa. Nella storia di Bonanini non c’è nulla del genere: c’è un apprendistato lento, fatto di gesti ripetuti, di pazienza, di un rapporto con persone più anziane che difficilmente oggi si trova in altri contesti. È un dettaglio che dice molto anche su come si sia poi mosso da adulto: senza fretta di arrivare, ma con la determinazione di chi sa dove vuole andare.
Un patrimonio perso in cinquant’anni
Bisogna fare un passo indietro per capire la portata di quello che Bonanini ha ricostruito. Le Cinque Terre, spiega, sono state per secoli un territorio dove la viticoltura rappresentava praticamente l’unica economia possibile. Fino agli anni Sessanta ogni pendio era terrazzato e coltivato: vite, olivo, agrumi, castagno.
Poi qualcosa si è rotto. “Dagli anni 60 in poi, la ricerca di guadagni più facili ha fatto sì che in circa 50 anni abbiamo perso il 95% del territorio”, dice, senza girarci troppo intorno. Novantacinque ettari coltivati su cento, spariti. Con loro, chilometri di muretti a secco costruiti a mano, varietà d’uva che nessuno coltivava più, e il prodotto che più di ogni altro racconta questa terra: lo Sciacchetrà, il vino dolce che la tradizione vuole fosse servito alle tavole di papi e re.
Non è un dettaglio da citare per colore. È il punto di partenza reale di tutto il progetto Possa, ed è anche la ragione per cui, parlando con lui, si fatica a definire quello che ha fatto semplicemente “un’attività imprenditoriale”. Somiglia di più a un’operazione di recupero della memoria, portata avanti con gli strumenti tipici dell’agricoltura: la vanga, l’innesto, la pazienza di aspettare anni prima di vedere un risultato.
Dieci anni di ricerca prima di una sola bottiglia
“La mia storia parte da qui”, racconta Bonanini, “dalla volontà inizialmente di rimettere in piedi una parte di questo territorio unico dove mettere a dimora antiche varietà ritrovate in dieci anni di ricerca sul campo, partendo da un’agricoltura biologica”. Dieci anni di lavoro, va sottolineato, prima ancora di iniziare a produrre vino.
Provate a immaginare cosa significhi, concretamente: anni passati a girare per terrazzamenti dimenticati, a cercare ceppi di vite sopravvissuti per caso all’abbandono, a capire quali varietà valesse davvero la pena recuperare. Un lavoro che nella maggior parte dei casi non produce nulla di immediatamente spendibile, e che richiede la fiducia di chi crede in un progetto anche prima di avere prove concrete che funzionerà.
Solo nel 2004 arriva la produzione vera e propria di vino e Sciacchetrà, con un percorso di affinamento continuo che negli anni lo ha portato a sperimentare soluzioni fuori da ogni schema, come l’affinamento di alcune bottiglie direttamente in mare. Una scelta che potrebbe suonare come una trovata da marketing, se non fosse che i risultati parlano da soli: nel 2026 Vinitaly ha premiato il suo Sciacchetrà come miglior passito d’Italia. Un riconoscimento arrivato dopo vent’anni di lavoro silenzioso, non prima.
Oggi il progetto Possa non riguarda solo la vite. Comprende agrumi di ogni tipo, piante aromatiche, fiori mediterranei e persino dieci famiglie di api, che lavorano nell’impollinazione senza che nessuno se ne accorga. “Il tentativo”, lo definisce Bonanini, “di creare una vera oasi dove trovare la pace”, con regole precise che vanno dall’agricoltura biologica al recupero delle tradizioni, fino a progetti pensati per insegnare ai bambini a stare in mezzo alla natura.
È un dettaglio, quest’ultimo, che rivela qualcosa di più ampio del semplice progetto agricolo: l’idea che un’azienda vitivinicola possa e debba avere anche una funzione educativa, un ruolo nel trasmettere a chi verrà dopo un rapporto con la terra che rischia altrimenti di andare perso una seconda volta, questa volta forse per sempre.
La caparbietà come metodo di lavoro
C’è una parola che torna più volte nel racconto di Bonanini: caparbietà. “Penso che il mondo della viticoltura sia in continua evoluzione”, osserva. “Basti pensare che quando ho iniziato, praticare agricoltura biologica era un limite verso il mercato. Oggi è quasi obbligatorio essere biologici o quantomeno a lotta integrata”. Un cambiamento che lui ha anticipato di anni, in un momento in cui farlo significava andare controcorrente rispetto a un mercato che chiedeva tutt’altro.
“Personalmente ho scelto la mia strada e l’ho inseguita con caparbietà”, continua, “perché penso che per essere vincenti si debba puntare sull’identità del proprio territorio e delle proprie varietà, senza cadere sull’inseguimento delle mode e dei gusti. Solo così puoi immettere prodotti di carattere”. La descrive, questa battaglia, come “una vera guerra verso i mulini a vento in versione millennium, solo che questa volta a cadere sono stati i mulini a colpi di tradizione e identità”. Un’immagine efficace, che racconta bene lo spirito di un progetto costruito non contro qualcuno, ma per coerenza con se stessi.
Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché è il cuore vero della storia. In un settore dove spesso si insegue il gusto del momento, dove le mode cambiano nel giro di poche vendemmie, scegliere di puntare tutto sull’identità di un territorio piccolissimo e complicato come le Cinque Terre non era affatto una scelta scontata, né priva di rischi economici. Bonanini l’ha fatta comunque, e l’ha fatta prima che diventasse una strategia di marketing diffusa in tutto il settore.
I risultati sono arrivati, e non solo in cantina. “Questa mia decisione ci ha fatto conoscere a livello nazionale e internazionale”, racconta, “tanto che quotidianamente riceviamo visite da parte di colleghi o amanti della natura che vogliono parlare con me e confrontarsi”. E poi, con l’ironia di chi non ha dimenticato da dove è partito: “Non male per uno che è partito da 800 metri quadrati”.
Filari stretti, rese basse, niente scorciatoie
Chi sale al vigneto Possa si trova davanti a quello che in azienda chiamano “un anfiteatro di pietra”: pendenze importanti, filari stretti, rese volutamente contenute. Sfalcio e lavorazioni manuali restano la norma, non l’eccezione. L’altitudine e la ventilazione costante fanno il resto, disegnando vini fini, allungati da una sapidità che qui non è un vezzo da comunicato stampa, ma la conseguenza diretta di lavorare a pochi metri dal mare.
In cantina l’approccio non cambia di molto: pulizia a vapore, energia rinnovabile, interventi enologici ridotti all’indispensabile. “Preferiamo accompagnare che correggere”, si legge nella presentazione dell’azienda, con fermentazioni spontanee quando le condizioni lo permettono, solforosa misurata e affinamenti calibrati in acciaio, legno o anfora a seconda del vino. L’obiettivo, dicono, è uno solo: la trasparenza.
La gamma racconta bene questi contrasti. Ci sono bianchi tesi e minerali come U Giancu, rossi mediterranei come U Neigru, un rosato di roccia nel Rosè d’Amour e nel più semplice Brio d’Amour Rosato Frizzante, oltre al frizzante metodo ancestrale Principe Jacopo. E poi i vertici della produzione: il Cinque Terre Sciacchetrà DOP, la versione affinata in anfora e quella chiamata Parmaea, fino alla sorprendente Cinque Terre Sciacchetrà Underwater, affinata sott’acqua. Parole come salino, minerale, verticale, sapido tornano su quasi ogni etichetta: non sono trovate di marketing, ma la sintesi onesta di un territorio che non lascia molto spazio ai compromessi.
Ogni etichetta, in fondo, racconta una piccola porzione diversa dello stesso paesaggio: c’è il vino che nasce più vicino alla costa e sa più di salsedine, quello che matura più in alto e guadagna finezza, quello che riposa più a lungo e sviluppa una complessità che richiede tempo per essere davvero apprezzata. Non è un caso che molti definiscano quella di Possa una viticoltura “eroica”: basta osservare le pendenze di questi terrazzamenti per capire che ogni singola bottiglia porta con sé una fatica fisica che raramente viene raccontata nelle etichette dei vini più industriali.
Non solo vigne: una squadra, un’idea di responsabilità
Dietro ogni bottiglia, tengono a dire in azienda, ci sono persone prima ancora che tecniche agronomiche. “C’è chi è rimasto, chi è tornato, chi ha imparato a lavorare su queste terrazze passo dopo passo”, si legge nella presentazione del progetto. Una squadra piccola, tenuta insieme dall’idea che fare vino qui significhi prima di tutto assumersi una responsabilità verso il territorio, non semplicemente vendere un prodotto.
È una lezione che vale ben oltre l’enologia: un progetto che dura nel tempo non nasce inseguendo le mode del momento, ma restando fedele a un’identità precisa, anche quando questo costa fatica in più. La cosiddetta viticoltura eroica delle Cinque Terre — ceste portate a spalla, binari, scalinate tra gli ulivi — non è uno slogan da depliant turistico. È un lavoro fisico quotidiano che finisce per scolpire tanto il carattere dei vini quanto quello delle persone che li fanno.
Chi ha la fortuna di parlare con qualcuno della squadra di Possa, magari durante una visita in cantina, si accorge presto che non si tratta di semplici dipendenti che ripetono un copione imparato per i turisti. C’è un’appartenenza reale a questo pezzo di terra, un orgoglio che si percepisce senza bisogno che venga dichiarato esplicitamente, e che probabilmente è l’ingrediente meno visibile ma più importante di tutto il progetto.
Un’esperienza da vivere, prima ancora che da bere
Chi arriva oggi a Riomaggiore non trova soltanto una cantina da visitare. Trova un percorso pensato per far capire, prima ancora di assaggiare qualcosa, da dove arriva quello che si sta per bere. Ci sono diversi itinerari: una visita più breve, di circa un’ora, con degustazione di tre vini; un percorso più lungo che unisce una camminata tra le terrazze a un assaggio di quattro etichette; e un itinerario dedicato interamente allo Sciacchetrà, con il racconto della sua storia e l’assaggio di annate diverse.
Ogni esperienza si chiude in una piccola cantina che risale al Trecento, dove il tempo sembra essersi fermato apposta per lasciare spazio al racconto di questo pezzo di Liguria. Chi decide di partecipare farebbe bene a mettersi scarpe comode: i percorsi hanno dislivelli e gradini, e la bellezza delle Cinque Terre, come insegna la storia di Bonanini, non si conquista mai stando fermi.
Non è un percorso pensato per chi cerca soltanto una foto da condividere. È pensato per chi ha voglia di capire, di fare qualche domanda, di ascoltare fino in fondo perché quel bicchiere di Sciacchetrà costa quello che costa, e perché dietro c’è un lavoro che difficilmente si trova raccontato altrove con la stessa onestà.
Guardare avanti restando fedeli a se stessi
È difficile immaginare per Possa un futuro diverso da quello che Bonanini ha già tracciato con trent’anni di lavoro: continuare a difendere un territorio che, senza questa testardaggine, probabilmente oggi non esisterebbe più in questa forma. Il riconoscimento di Vinitaly nel 2026 non va letto come un punto d’arrivo, ma come la conferma di un metodo che ora guarda sempre più spesso oltre i confini nazionali.
In un momento in cui il mondo del vino insegue spesso etichette accattivanti e tendenze passeggere, la storia di Possa dice qualcosa di diverso: che l’unica strada davvero solida resta quella dell’identità. Vale in vigna, e vale probabilmente in qualsiasi altro mestiere: saper aspettare, saper resistere, e non smettere mai di guardare al proprio territorio con quello sguardo particolare che si impara solo standoci dentro, una domenica mattina dopo l’altra, per una vita intera.
C’è, in questa storia, anche una lezione più ampia per chiunque gestisca un’impresa, piccola o grande che sia: i risultati arrivano, ma raramente arrivano in fretta. Bonanini ha aspettato dieci anni prima di produrre una sola bottiglia, e altri vent’anni prima di ricevere un riconoscimento come quello di Vinitaly. Una pazienza che oggi, in un mondo abituato a misurare il successo in tempi sempre più brevi, appare quasi anacronistica, e proprio per questo ancora più preziosa da raccontare.
Un invito a scoprire questo angolo di Cinque Terre
Chi vuole vivere di persona questa storia fatta di pietra, mare e pazienza può farlo: Possa accoglie visitatori tra le terrazze recuperate una a una, racconta la propria filosofia in vigna e in cantina, e conclude ogni visita con un calice affacciato sull’acqua, nella storica cantina trecentesca dell’azienda. Un’occasione autentica per toccare con mano cosa significhi, davvero, viticoltura eroica — e per capire perché, a volte, la scelta più coraggiosa è semplicemente restare fedeli a dove si è nati.

