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PNRR: Quanti Soldi Sono Stati Spesi Davvero e Cosa è Stato Costruito

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Il piano più grande d’Europa, spiegato a chi lavora sul territorio

Centonovantaquattro miliardi di euro. La cifra circola da anni, viene pronunciata con solennità nei convegni, citata nei comunicati stampa dei ministeri, ripetuta fino alla nausea nei titoli dei giornali. Eppure, se si chiede a un imprenditore, a un artigiano, al titolare di una piccola azienda manifatturiera cosa abbia cambiato concretamente il PNRR nella sua realtà quotidiana, la risposta è quasi sempre un silenzio imbarazzato. Qualcuno menziona un cantiere intravisto in periferia, qualcun altro ricorda un bando a cui un commercialista aveva suggerito di partecipare, senza successo. Il divario tra la narrazione trionfale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e l’esperienza concreta di chi fa impresa ogni giorno è rimasto, fino ad oggi, abissale.

Capire dove sono finiti davvero quei soldi non è un esercizio per economisti. È una questione pratica, urgente, che riguarda chiunque abbia un’attività, dipendenti, un territorio in cui opera. Perché la finestra si sta chiudendo: la scadenza europea per rendicontare tutto è il 31 agosto 2026. Oltre quella data, ciò che non è stato fatto — e dimostrato — va perduto.

Come funziona il meccanismo che nessuno spiega mai

Il primo malinteso da chiarire riguarda il funzionamento del piano. I fondi europei non arrivano in anticipo, come molti credono. Il meccanismo è l’opposto: l’Italia prima deve raggiungere traguardi precisi — chiamati milestone e target — e solo dopo, presentando le prove alla Commissione Europea, riceve il rimborso. È un sistema pensato per evitare che i soldi restino fermi nei cassetti delle amministrazioni, ma che in pratica ha creato una pressione enorme su una macchina burocratica che non era attrezzata a gestirla.

Il piano vale in totale 194,4 miliardi: 71,8 miliardi a fondo perduto, il resto sotto forma di prestiti a tassi agevolati che l’Italia dovrà comunque restituire. A questi si aggiunge il Piano Complementare nazionale, altri 30,6 miliardi finanziati con debito italiano. Si arriva così a quasi 225 miliardi complessivi — una cifra che non ha precedenti nella storia della finanza pubblica italiana del dopoguerra.

Al 30 novembre 2025, l’Italia aveva incassato dalla Commissione circa 153 miliardi, l’ottava rata da 12,8 miliardi è arrivata il 30 dicembre 2025. I numeri delle rate sembrano incoraggianti. Il problema è che “incassato” e “speso” non sono sinonimi. I fondi entrano nelle casse dello Stato e poi devono essere trasferiti a Regioni, Comuni, enti attuatori, imprese private. Questo passaggio — burocratico, tecnico, a tratti kafkiano — è dove il piano ha perso tempo e credibilità.

I numeri della spesa reale, senza filtri

A fine 2024, la Corte dei Conti certificava una spesa effettiva di circa 64 miliardi — il 33% delle risorse totali, a tre anni dall’avvio del piano. Un ritmo che, se mantenuto, non avrebbe permesso di completare il lavoro entro il 2026. Il 2025 ha segnato un’accelerazione reale: a fine novembre il sistema ReGiS — la piattaforma della Ragioneria Generale dello Stato attraverso cui le PA devono caricare ogni spesa — registrava 101,3 miliardi di spesa certificata, con oltre 383.000 progetti conclusi su un totale di circa 550.000.

I numeri, in apparenza, sembrano migliorati. Ma la Corte dei Conti ha continuato a segnalare che l’incremento registrato nel 2024 — circa 18,8 miliardi — rappresentava solo il 44% di quanto previsto dal cronoprogramma aggiornato. In altre parole: si sta accelerando, ma non abbastanza. E una parte consistente della spesa certificata non riguarda opere fisiche o servizi nuovi, ma incentivi fiscali automatici — il Superbonus ha contribuito per circa 14 miliardi, Transizione 4.0 per altri 13,4. Meccanismi già rodati, che non richiedevano gare d’appalto né strutture amministrative sofisticate. Quando si tolgono questi, il quadro della spesa “da costruire” diventa molto più preoccupante.

Cosa si vede davvero sul territorio

Le infrastrutture fisiche più visibili riguardano la rete ferroviaria. I cantieri dell’Alta Velocità verso il Sud — Napoli-Bari, il rafforzamento della dorsale siciliana — esistono, si vedono, impiegano lavoratori. Ma i tempi hanno slittato rispetto alle previsioni. La riqualificazione di stazioni ferroviarie è avanzata in molte città. Gli interventi per il dissesto idrogeologico — uno dei problemi strutturali più gravi del Paese — sono stati finanziati, ma la loro esecuzione è lentissima, ostaggio di iter autorizzativi che il piano avrebbe dovuto semplificare e che invece, in molti casi, sono rimasti identici a prima.

In campo sanitario, il progetto delle Case della Comunità — strutture pensate per rafforzare l’assistenza territoriale e alleggerire la pressione sugli ospedali — ha avanzamenti molto disomogenei. Alcune centinaia sono già operative o in costruzione; molte altre restano ferme in attesa di autorizzazioni, terreni, personale. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, che avrebbe dovuto unificare la gestione delle informazioni cliniche, mostra ancora oggi un’adozione profondamente diversa da regione a regione: in alcune funziona, in altre è quasi inutilizzato.

Sul fronte della digitalizzazione pubblica, l’App IO è stata rafforzata e funziona. Il Polo Strategico Nazionale per il cloud — affidat a un consorzio guidato da TIM e Leonardo — ha avviato la migrazione delle PA verso infrastrutture più moderne, con ritardi rispetto al piano ma con progressi concreti nelle grandi amministrazioni centrali. I Comuni piccoli, invece, arrancano ancora.

Perché i soldi non arrivano dove dovrebbero

Qui si entra nel cuore del problema, e vale la pena dirlo chiaramente: la difficoltà principale non è la corruzione, non è la cattiva volontà, non è nemmeno la complessità delle regole europee in sé. È una questione di capacità amministrativa — un termine tecnico che nasconde una realtà brutale.

I Comuni italiani, specialmente quelli sotto i 15.000 abitanti, sono stati svuotati di personale tecnico nel corso di vent’anni di tagli e blocchi alle assunzioni. Un ufficio tecnico comunale con due geometri e una segretaria non è attrezzato per gestire gare d’appalto secondo le regole del Codice del 2023, rendicontare in formato europeo, caricare dati su ReGiS secondo standard precisi, rispettare le scadenze imposte da Bruxelles. Non perché le persone siano incapaci, ma perché le strutture sono state smantellate nel tempo e nessuno le ha ricostruite prima di cominciare a versare soldi.

L’inflazione post-pandemia ha aggiunto un ulteriore strato di difficoltà. I rincari di acciaio, cemento e materie prime tra il 2022 e il 2023 hanno reso molti progetti non più finanziabili con i budget originali. Alcune gare sono andate deserte per mesi. Il governo ha stanziato fondi aggiuntivi per la revisione dei prezzi, ma il meccanismo ha richiesto tempo e ha introdotto nuova incertezza.

La revisione del piano approvata nel 2023 ha cercato di rispondere a queste difficoltà eliminando o alleggerendo 145 misure considerate irrealizzabili, inserendo strumenti più flessibili, riallocando circa 13,5 miliardi verso misure con maggiore capacità di assorbimento. L’ultima rimodulazione, approvata dal Consiglio UE a novembre 2025, ha introdotto strumenti finanziari da 23,8 miliardi che permettono di spostare l’attuazione di alcune misure oltre il 2026. Una soluzione tecnica intelligente, ma anche una presa d’atto che i tempi originali erano irrealistici.

Quello che ancora si può fare, per chi gestisce un’attività

La domanda che interessa davvero a chi ha un’impresa è questa: c’è ancora qualcosa di accessibile? La risposta è sì. Ma il margine si sta riducendo rapidamente.

Transizione 5.0 — con una dotazione complessiva di 6,3 miliardi — ha finanziato crediti d’imposta fino al 45% per investimenti in beni digitali abbinati a un risparmio energetico certificato. Le risorse 2025 si sono esaurite rapidamente, ma la Legge di Bilancio 2026 ha ridisegnato il meccanismo, introducendo un iperammortamento con maggiorazioni fino al 180% per beni strumentali 4.0. Per molte piccole imprese manifatturiere, è ancora una finestra aperta — se si agisce con tempestività e con il supporto giusto.

Il decreto PNRR approvato dal Consiglio dei Ministri il 29 gennaio 2026 ha introdotto semplificazioni concrete per le microimprese: riduzione degli oneri amministrativi, snellimento delle certificazioni per Transizione 4.0, revisione di oltre 400 adempimenti burocratici. Sulla carta, sono cambiamenti rilevanti. Nella pratica, la velocità con cui queste semplificazioni si traducono in procedure effettivamente più snelle dipenderà dall’attuazione a livello locale.

Per le imprese che operano nei borghi e nei piccoli comuni, il programma “Imprese Borghi” gestito da Invitalia — dotazione di 188 milioni — finanzia progetti imprenditoriali in 294 borghi italiani con contributi fino a 150.000 euro, con focus su rigenerazione culturale, turismo sostenibile e servizi alla comunità. Molte risorse di questo programma sono ancora disponibili o in fase di nuovi bandi.

Sul fronte degli investimenti indiretti — quelli meno visibili ma forse più duraturi — le opportunità per le imprese locali passano attraverso il miglioramento del contesto: banda ultra-larga nei territori rurali, infrastrutture sanitarie di prossimità che riducono l’assenteismo dei lavoratori, PA digitali che abbassano i tempi e i costi delle pratiche burocratiche. Questi benefici non arrivano attraverso un bando, ma attraverso un cambiamento del terreno su cui le imprese operano ogni giorno. E in molti territori stanno già diventando realtà, anche se a velocità diverse.

Il confronto europeo che nessuno vuole fare

L’Italia è il paese che ha ricevuto più fondi in assoluto dall’intero programma NextGenerationEU. È anche uno di quelli che ha mostrato maggiori difficoltà nell’esecuzione. La Spagna, con risorse proporzionalmente inferiori, ha registrato una spesa più veloce. Il Portogallo ha mostrato una capacità di rendicontazione più efficiente. La Germania ha un piano più piccolo ma un’amministrazione strutturalmente più robusta. La Francia ha scelto un approccio più conservativo, con meno misure e più selettività.

Il caso italiano conferma qualcosa che i policy maker sanno da decenni ma faticano ad affrontare: il problema non è la quantità di risorse disponibili, ma la capacità di trasformarle in risultati concreti. L’Osservatorio PNRR di TEHA stima che, anche in caso di piena implementazione, l’impatto sulla crescita di lungo periodo sarà intorno all’1,9% del PIL — meno della metà di quanto stimato dal ministero dell’Economia nel 2021. Non perché i soldi non ci siano, ma perché la macchina che dovrebbe trasformarli in investimenti produttivi non è mai stata davvero messa a punto.

Cosa rimane da fare, e quanto tempo c’è

Con il 31 agosto 2026 come orizzonte fisso, i prossimi diciotto mesi saranno decisivi. Circa 35 miliardi risultano impegnati ma non ancora certificabili come spesa rendicontabile verso Bruxelles. Il governo sta lavorando su più fronti per limitare il danno: ulteriori rimodulazioni, accelerazione della rendicontazione, utilizzo degli strumenti finanziari che spostano parte dell’attuazione oltre la scadenza formale. Ma non tutto può essere spostato, e non tutto può essere recuperato.

Per chi gestisce un’impresa o un’attività locale, il messaggio è duplice. Da un lato, ci sono ancora risorse accessibili — ma richiedono di muoversi con rapidità, con supporto professionale adeguato e con una comprensione chiara di quali strumenti sono ancora operativi. Dall’altro, l’impatto più duraturo del PNRR non si misurerà nei mesi di picco della spesa, ma negli anni successivi: nella qualità delle infrastrutture rimaste, nella modernizzazione dei servizi pubblici, nella capacità delle comunità locali di attrarre investimenti in un contesto migliorato.

I 194,4 miliardi del PNRR non sono un numero astratto. Sono reti idriche, linee ferroviarie, ambulatori, server, fibra ottica, scuole ristrutturate, macchinari nelle PMI. Sono, in larga parte, ancora in costruzione. Il cantiere è aperto — e per molte imprese, la domanda giusta non è “ma che fine hanno fatto quei soldi?” ma “cosa posso ancora fare perché una parte arrivi anche qui?”. La risposta esiste. Il tempo per cercarla, invece, si sta esaurendo.

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