L’Italia ha incassato il 73% dei fondi europei disponibili dal PNRR. Giorgia Meloni può rivendicare il “primato europeo” nel raggiungere gli obiettivi formali. Eppure, dietro i numeri che fanno bella figura a Bruxelles, si nasconde una realtà ben diversa: dei 194,4 miliardi promessi per modernizzare il Paese, ne sono stati spesi davvero meno di 66. Il resto? Bloccato in una ragnatela burocratica che penalizza soprattutto chi doveva beneficiarne di più: piccole imprese, ospedali locali, scuole del Sud.
Ma c’è di peggio. Una quota consistente dei soldi “spesi” è finita in realtà in misure che esistevano già prima del PNRR. Oltre 27 miliardi sono andati al Superbonus e ai crediti d’imposta: soldi veri, ma che non hanno creato un euro di valore aggiunto rispetto a quanto già programmato. Nel frattempo, in 25 settori strategici da 32,6 miliardi non esistono nemmeno i progetti. Fantasmi di carta che dovrebbero materializzarsi entro diciotto mesi.
Un’inchiesta tra le pieghe del sistema
Tre mesi di analisi sui dati ufficiali raccontano una storia diversa da quella che il governo presenta all’Europa. Abbiamo scandagliato le relazioni della Corte dei Conti, dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, i rapporti di Openpolis. Abbiamo incrociato i numeri di Italia Domani con quelli del sistema ReGiS, che dovrebbe monitorare in tempo reale l’avanzamento dei progetti.
Il risultato è un quadro schizofrenico: l’Italia eccelle nel centrare gli obiettivi formali – le famose “milestone” che fanno scattare i bonifici di Bruxelles – ma boccheggia quando si tratta di trasformare quei soldi in cantieri, ospedali, banda larga. La stessa piattaforma ReGiS, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, “presenta criticità per informazioni non coerenti e ritardi nella registrazione delle operazioni”. In pratica, nemmeno chi dovrebbe controllare sa davvero cosa sta succedendo.
Le prove di un sistema malato
Primo: la matematica spietata dei flussi finanziari. Al marzo 2025 risultano spesi 65,7 miliardi sui 194,4 totali. Suona rispettabile, finché non si scava nei dettagli. Di quei 65,7 miliardi, ben 27 sono andati a Superbonus 110% e crediti fiscali vari. Misure già previste, solo “ripassate” sotto l’ombrello PNRR per far quadrare i conti europei. Risultato: se si guarda ai progetti realmente nuovi, la percentuale di avanzamento crolla dal 33,8% al 16%. Meno di un sesto di quanto promesso.
Secondo: i progetti fantasma. L’analisi di OpenPNRR rivela che per 25 misure strategiche, del valore complessivo di 32,6 miliardi, non esistono progetti tracciabili. Tra questi, chicche come le “Tecnologie a zero emissioni nette” (2 miliardi), le “Comunità energetiche” (2,2 miliardi), l'”Agrovoltaico” (1 miliardo). Soldi stanziati sulla carta, ma che nella realtà sono ancora alla ricerca di una destinazione concreta.
Terzo: il paradosso della rendicontazione. Su oltre 260.000 progetti teoricamente finanziati, al luglio 2024 erano stati completati appena 4.775 rendiconti. Il 52% di questi non era nemmeno stato approvato. Significa che migliaia di “progetti” esistono solo nei database ministeriali, senza una verifica effettiva che siano mai partiti.
Quarto: il caso delle ferrovie come cartina di tornasole. Gli investimenti ferroviari valgono quasi 25 miliardi, una delle voci più pesanti del PNRR. Eppure sono stati spesi poco più di 9 miliardi, e solo il 4% delle opere ha superato il collaudo. La riqualificazione di 1.280 chilometri di linee – che doveva rilanciare la competitività logistica del Paese – vede pagamenti fermi a un miliardo contro i 10 stanziati.
L’ingranaggio che blocca tutto
Il meccanismo è diabolicamente semplice nella sua perversità. Roma presenta a Bruxelles obiettivi formali: approvare una legge, pubblicare un bando, firmare una convenzione. L’Europa, soddisfatta del rispetto delle scadenze burocratiche, eroga i fondi. A quel punto inizia il calvario vero.
I ministeri distribuiscono le risorse agli enti attuatori – Regioni, Comuni, ASL, università – senza verifiche approfondite sulla loro capacità effettiva di spendere. Questi si scontrano con una realtà fatta di autorizzazioni ambientali lunghe mesi, carenza di personale tecnico, procedure d’appalto complicate. Per non perdere i soldi europei, si punta allora su misure più semplici: crediti fiscali, bonus, incentivi automatici che non richiedono cantieri né progetti complessi.
Il risultato è un cortocircuito perfetto: l’Europa paga vedendo rispettati i parametri formali, il governo rivendica il successo, ma l’economia reale – quella delle imprese che devono innovare, degli ospedali che devono ammodernarsi, delle scuole che aspettano il digitale – resta a secco.
Adesso il tempo stringe davvero. Nel 2025 vanno spesi 25,6 miliardi suddivisi in due tranche semestrali. Nel 2026 altri 29 miliardi. Un ritmo triplo rispetto a quello sostenuto finora, quando si aveva tutto il tempo del mondo per organizzarsi.
Il prezzo del fallimento distribuito
Chi ci guadagna in questo sistema distorto? In primo luogo, le amministrazioni centrali che possono esibire statistiche rassicuranti. Giorgia Meloni ha potuto dichiarare senza mentire che “l’Italia procede con determinazione” dopo l’erogazione della sesta rata europea. I numeri formali le danno ragione: l’Italia è tra i Paesi che hanno centrato più obiettivi e incassato più fondi.
Ci guadagnano anche i beneficiari dei crediti fiscali e del Superbonus, che hanno potuto accedere a risorse ingenti senza dover navigare nella burocrazia PNRR. Procedure semplici, erogazioni automatiche, zero mal di testa. Peccato che questi interventi fossero già programmati e finanziati prima che il Piano esistesse.
Chi ci perde sono tutti gli altri. Le piccole e medie imprese che aspettano gli investimenti promessi per la digitalizzazione: dei 13,4 miliardi stanziati per la Transizione 4.0, solo una frazione minima è arrivata a destinazione attraverso percorsi trasparenti e competitivi. Il Ministero del Lavoro ha bruciato appena l’11,8% degli 8,4 miliardi assegnati per riqualificazione e politiche attive.
Ci perdono gli ospedali e le strutture sanitarie territoriali: il 72% delle risorse per le Case di comunità (649 milioni) non è ancora in fase esecutiva. Ci perdono le imprese del turismo e della cultura, settori strategici che vedono tassi di utilizzo dei fondi tra i più bassi in assoluto.
Ma soprattutto ci perde il sistema Paese, che rischia di sprecare l’occasione del secolo per modernizzare infrastrutture, sanità, scuola, pubblica amministrazione. Tutto questo mentre la competitività internazionale si gioca proprio su questi fattori.
Il paradosso delle amministrazioni locali
Un dato fa riflettere: là dove la gestione è più vicina al territorio, le cose funzionano meglio. Gli enti locali hanno aggiudicato l’80,6% delle gare bandite, con le città metropolitane che toccano il 92,3% e i Comuni il 77%. I ministeri si fermano al 53,1%. Una forbice impressionante che suggerisce dove stia davvero il problema.
Le amministrazioni locali – sindaci, presidenti di Regione, dirigenti ASL – sanno bene quali sono i bisogni del territorio. Conoscono le imprese locali, i fornitori affidabili, i tempi reali per realizzare un’opera. Ma devono sottostare a procedure centralizzate pensate da burocrati che non hanno mai messo piede in un cantiere.
Il caso della transizione energetica è emblematico. La misura per l’autoproduzione di energia rinnovabile nelle PMI aveva 320 milioni disponibili. Il primo sportello ne ha utilizzati solo 133, lasciando quasi 190 milioni inutilizzati. Non per mancanza di domanda – le piccole imprese sono affamate di incentivi per il fotovoltaico – ma per la complessità delle procedure.
Stesso discorso per le comunità energetiche: 2,2 miliardi stanziati, zero progetti tracciabili dopo quattro anni. Eppure l’Italia ha migliaia di piccoli Comuni che potrebbero diventare energeticamente autonomi con pochi milioni di investimento ciascuno.
I settori che pagano il prezzo più alto
La sanità è forse il caso più drammatico. La Missione 6, che doveva rilanciare la medicina territoriale dopo la batosta Covid, procede a rilento. Al primo semestre 2025 risultava speso solo il 46% dei fondi, con previsioni che non superano il 67% a fine anno. Significa che un terzo delle risorse sanitarie deve essere utilizzato negli ultimi sei mesi: un’impossibilità fisica per costruire ospedali, assumere medici, installare tecnologie complesse.
La conseguenza è che mentre si parla di liste d’attesa infinite e pronto soccorso al collasso, i soldi per risolverli restano parcheggiati nei conti del Tesoro. Le 480 Centrali operative territoriali previste dal Piano esistono per ora solo nei documenti ministeriali. Lo stesso vale per i 5.922 posti letto aggiuntivi che dovevano alleggerire la pressione sugli ospedali.
Anche l’istruzione, pur essendo tra i settori “più virtuosi” secondo i dati ufficiali, sconta ritardi pesanti. Il piano asili nido da 4,6 miliardi doveva portare i posti disponibili dal 25,5% al 33% della popolazione infantile. Un obiettivo che permetterebbe a migliaia di madri di tornare al lavoro, con benefici economici evidenti. Ma i cantieri procedono a singhiozzo, frenati da ricorsi, problemi burocratici, carenza di personale nelle amministrazioni locali.
La trappola delle piccole imprese
Le PMI italiane si trovano in una situazione kafkiana. Sulla carta, il PNRR prevede per loro una pioggia di incentivi: contributi a fondo perduto fino al 90% per le startup, finanziamenti agevolati con quote a fondo perduto del 25-40% per le imprese del Sud, crediti d’imposta per ricerca e sviluppo, digitalizzazione, sostenibilità.
Nella realtà, accedere a questi fondi richiede competenze legali e amministrative che solo le grandi aziende possiedono. Serve un consulente per interpretare i bandi, un commercialista per la rendicontazione, un tecnico per redigere i progetti. Costi che per una piccola impresa possono superare l’importo stesso del contributo.
Il risultato è che solo il 2,8% delle imprese italiane – circa 146.000 su oltre 5 milioni – riuscirà effettivamente a intercettare i fondi PNRR. Un paradosso in un Paese dove le PMI rappresentano il 99% del tessuto produttivo e il 70% dell’occupazione.
Prendiamo il Fondo per il sostegno alla transizione industriale: 400 milioni per aiutare le manifatturiere a diventare più efficienti dal punto di vista energetico. Obiettivo sacrosanto, in un’epoca di caro-energia. Ma le domande si presentano “esclusivamente online attraverso piattaforme dedicate”, con documentazione tecnica che richiede competenze specialistiche. Risultato: le grandi aziende, che hanno uffici legali e consulenti dedicati, la fanno da padrone. Le piccole restano fuori.
Come uscire dal pantano
La strada per salvare il PNRR esiste, ma richiede scelte coraggiose che vadano contro la logica centralista che ha dominato finora.
Prima mossa: semplificazione radicale. Il decreto 113/2024, che consente di erogare il 90% dei fondi entro 30 giorni rimandando i controlli alla fase finale, deve diventare la regola, non l’eccezione. È meglio rischiare qualche irregolarità che bloccare tutto il sistema per eccesso di zelo burocratico.
Seconda mossa: decentramento operativo. I dati dimostrano che Comuni e Regioni sono più efficienti dei ministeri nella gestione dei fondi. Va trasferita a loro la responsabilità operativa, mantenendo a Roma solo il coordinamento strategico. Le Camere di Commercio, che conoscono il tessuto imprenditoriale locale, devono diventare sportelli unici per le PMI.
Terza mossa: trasparenza totale. Il sistema di monitoraggio deve essere pubblico e accessibile in tempo reale. Ogni cittadino, ogni impresa deve poter verificare a che punto sono i progetti sul proprio territorio. L’attuale opacità alimenta sfiducia e inefficienze.
Quarta mossa: aggregazione dal basso. Le piccole imprese devono smettere di aspettare passivamente e organizzarsi in consorzi territoriali. Unendo le forze possono permettersi consulenze specializzate e accedere collettivamente ai bandi. Le associazioni di categoria devono trasformarsi in veri centri di assistenza PNRR, non limitarsi a lamentare i problemi.
Il tempo è quasi scaduto. Nei prossimi diciotto mesi l’Italia deve spendere più soldi di quanti ne abbia utilizzati nei quattro anni precedenti. Se non cambierà drasticamente metodo, il PNRR passerà alla storia come la più grande occasione sprecata della Repubblica. E a pagarne le conseguenze saranno proprio quelle realtà locali – piccole imprese, ospedali di provincia, scuole periferiche – che il Piano doveva aiutare a crescere.
La posta in gioco non è solo economica. È la credibilità stessa dell’Italia come Paese capace di fare sistema e modernizzarsi. Bruxelles osserva, gli investitori internazionali valutano, i competitor europei corrono. L’Italia può ancora recuperare, ma solo se avrà il coraggio di ammettere che l’approccio seguito finora non funziona. E di cambiarlo, prima che sia troppo tardi.

