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Abbiamo cambiato tutto. Tranne noi: Giovanni Batacchi e la lezione di Pian del Pino a chi guida un’impresa

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Cosa può insegnare una piccola azienda agricola agli imprenditori che affrontano un mondo in continua trasformazione

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per costringere chi ci lavora a pensare. I Pianalti del Valdarno sono uno di questi: terrazzamenti sopraelevati che si affacciano sulla valle dell’Arno, ai piedi del Massiccio del Pratomagno, in una Toscana che non compare quasi mai nelle cartoline. Suoli drenanti e minerali, ventilazione costante, escursioni termiche importanti. Qui, nella frazione di Campogialli, comune di Terranuova Bracciolini in provincia di Arezzo, Giovanni Batacchi conduce Pian del Pino, una piccola azienda agricola biologica che produce vino. Ma se gli si chiede di parlare della sua cantina, Giovanni porta la conversazione da un’altra parte quasi subito.

“La domanda che mi pongo è un’altra,” dice. “La tecnologia ha cambiato il mondo molto più velocemente di quanto l’uomo abbia cambiato il proprio modo di pensare?”

È una domanda che non ci si aspetta da un vignaiolo, e che invece arriva esattamente da dove doveva arrivare. Perché Giovanni Batacchi il vino lo ha incontrato tardi, dopo una vita professionale passata dall’altra parte del tavolo. E perché il vigneto, a suo modo di vedere, è il posto meno indulgente del mondo verso chi si racconta storie.

Vent’anni passati a leggere il passato delle aziende

Prima delle vigne ci sono stati i bilanci. “Per oltre vent’anni ho svolto la professione di consulente, occupandomi di imprese, strategie e bilanci,” racconta. Un mestiere di numeri, di riclassificazioni, di indici. Un mestiere che insegna moltissimo, ma che ha un limite strutturale di cui Giovanni si è accorto solo dopo averlo lasciato.

“Nei bilanci imparavo a leggere il passato delle aziende,” spiega. “Oggi, lavorando ogni giorno in vigneto, cerco di comprendere il futuro attraverso ciò che cambia nella natura e nei comportamenti delle persone.”

La frase merita di essere letta due volte, perché contiene una critica gentile ma radicale a un intero modo di dirigere un’impresa. Il bilancio è uno specchietto retrovisore straordinariamente preciso. Dice cosa è successo, con quale marginalità, dove si è persa efficienza. Non dice quasi nulla su cosa stia per cambiare nel mondo là fuori. E in un’epoca in cui il mondo là fuori cambia con questa velocità, un imprenditore che governa solo con lo specchietto retrovisore sta guidando in un modo che prima o poi presenterà il conto.

La scelta di dedicarsi completamente all’agricoltura e alla viticoltura ha spostato il punto di osservazione. “Questo cambiamento mi ha permesso di osservare il mondo da una prospettiva completamente diversa,” dice. Non è stata una fuga verso la campagna, la classica storia di chi molla tutto: è stato, semmai, un cambio di strumentazione.

Un’eredità che non era soltanto un podere

C’è però una linea più lunga, dietro. L’azienda non è nata con lui. “L’azienda fu acquistata da mio nonno Giovanni nel 1953,” racconta. “Avevo solo sedici anni quando morì, ma a lui devo molto: non solo l’azienda, ma anche il rispetto profondo per le piante e per la terra che ancora oggi guida il mio lavoro.”

Da Giovanni a Giovanni. Settant’anni di distanza, lo stesso nome, la stessa terra. È il genere di continuità che in Toscana si dà quasi per scontata, e che invece qui viene interpretata in modo tutt’altro che nostalgico. Perché ereditare un’azienda agricola può voler dire due cose molto diverse: ricevere un patrimonio da conservare intatto, oppure ricevere un punto di partenza da mettere in discussione ogni anno. Giovanni ha scelto senza esitazione la seconda.

Il risultato è un’azienda che negli anni ha preso una strada precisa, e piuttosto scomoda. “Negli anni abbiamo scelto una strada diversa da quella della massimizzazione produttiva,” dice. “Preferiamo comprendere i processi piuttosto che forzarli, osservare prima di intervenire e costruire un’azienda sempre più autonoma.”

Mani, autonomia, natura

A questo modo di lavorare Pian del Pino ha dato un nome: metodo M.A.N., acronimo di Mani, Autonomia e Natura. Giovanni tiene a precisare subito che cosa non è: “Non è un protocollo né un disciplinare. È il modo in cui cerchiamo, ogni giorno, di mettere in pratica la nostra idea di organismo agricolo.”

Le tre parole non descrivono tre tecniche, ma tre facce dello stesso approccio, e ciascuna vale ben oltre i confini di una vigna.

Mani significa che l’agricoltura è prima di tutto osservazione diretta. “Nessun sensore può sostituire completamente chi vive la vigna ogni giorno,” dice, “perché molte decisioni nascono dal contatto diretto con il terreno, le piante e le stagioni.” Non è una posizione tecnofobica — Giovanni sui dati ci ha costruito vent’anni di carriera — ma la constatazione che i dati arrivano sempre da qualcuno che ha deciso cosa misurare.

Autonomia significa costruire un sistema che produca da sé gran parte della propria fertilità e dipenda il meno possibile da risorse esterne. A Pian del Pino il compost viene prodotto internamente, i diserbanti non si usano, il terreno si lavora il meno possibile, la biodiversità vegetale e animale viene favorita anziché tollerata. “Per noi autonomia non significa isolamento, ma resilienza,” precisa: “la capacità di mantenere il proprio equilibrio anche quando le condizioni cambiano.” Chiunque abbia gestito un’impresa negli ultimi anni sa esattamente di cosa sta parlando.

Natura, infine, significa comprendere invece di imitare. “Il nostro compito non è controllare ogni cosa, ma creare le condizioni perché questi processi possano esprimersi nel modo più armonioso possibile.”

Tenute insieme, le tre parole descrivono un’azienda concepita come un organismo unico: il vigneto non è un reparto isolato, ma dialoga con boschi, oliveti, prati, siepi, vento, luce. “Boschi, oliveti, siepi, prati, insetti impollinatori, uccelli e fauna selvatica non rappresentano il contorno dell’azienda,” si legge nelle pagine con cui Pian del Pino racconta il proprio lavoro. “Fanno parte del vigneto.” L’unica eccezione, ammette Giovanni con un certo realismo, riguarda i cinghiali: da quelli le vigne vanno protette fisicamente, e su questo la teoria dell’equilibrio non aiuta granché.

Il cambiamento non aspetta che siamo pronti

Se c’è una lezione che il calendario agricolo impartisce ogni dodici mesi, senza sconti e senza possibilità di rinvio, è questa. “Ogni stagione agricola insegna una lezione che vale per qualsiasi impresa: il cambiamento non aspetta che siamo pronti.”

È il punto in cui il discorso di Giovanni smette di riguardare il vino e comincia a riguardare chiunque abbia responsabilità di guida. Nella maggior parte delle imprese il cambiamento si può negoziare: si rinvia un investimento, si posticipa una riorganizzazione, si tiene in vita ancora un semestre un prodotto che non funziona più. In vigna no. La stagione arriva, la pianta reagisce al clima che trova, e chi non ha osservato in tempo raccoglie quello che merita.

Su questo, Giovanni ha una posizione netta e volutamente controcorrente rispetto al dibattito dominante. “Molte aziende investono correttamente in tecnologia, digitalizzazione e intelligenza artificiale. Sono strumenti indispensabili,” riconosce. Poi arriva il ma: “Tuttavia, la tecnologia, da sola, non migliora automaticamente la qualità delle decisioni. La differenza continua a farla la capacità dell’imprenditore di osservare la realtà senza rimanere prigioniero delle proprie convinzioni.”

E ancora, in una formula che vale come sintesi di tutto il ragionamento: “La tecnologia amplifica le decisioni e non sostituisce chi deve prenderle.”

Chi ha lavorato in aziende che hanno affrontato progetti di trasformazione digitale riconosce immediatamente il fenomeno descritto. Si comprano strumenti nuovi e li si usa per confermare più in fretta le convinzioni di sempre. Si automatizzano processi che nessuno ha avuto il coraggio di ripensare. Si producono dashboard perfette su domande sbagliate. Lo strumento migliora, lo schema mentale resta dov’era.

La qualità come sottrazione

L’idea che l’eccellenza si costruisca aggiungendo — più tecnologia, più interventi, più correzioni — è forse la convinzione più diffusa e meno esaminata del mondo produttivo. A Pian del Pino vale l’opposto: “La qualità non si ottiene aggiungendo, ma togliendo ciò che non è necessario.”

In cantina questo si traduce in scelte precise. Le fermentazioni sono spontanee. Il contenitore viene scelto di volta in volta — muratura, cemento, legno o acciaio — senza schemi rigidi né ricette prestabilite. Chiarifiche, filtrazioni e stabilizzazioni non necessarie vengono evitate. “Quando l’uva entra in cantina, gran parte del lavoro è già stato fatto,” spiega Giovanni. La cantina non serve a trasformare il vino, ma ad accompagnarlo e a conservarne il carattere.

Ne discende una definizione del proprio ruolo che qualsiasi manager farebbe bene a leggere: “Il vignaiolo non costruisce il vino. Costruisce le condizioni perché il vino possa nascere ed esprimersi nel modo più autentico possibile.”

Sostituite “vino” con “squadra”, con “prodotto”, con “azienda”, e avrete una delle descrizioni più economiche ed efficaci della leadership che si possano trovare in circolazione.

Piccolo per scelta, non per rassegnazione

Un altro punto su cui Giovanni non lascia margini di ambiguità è la dimensione dell’azienda. Non è un ripiego, non è il romanticismo del piccolo produttore: è una decisione tecnica. “Lavorare su piccola scala permette presenza diretta, maggiore precisione e meno compromessi. Fare meno cose, ma seguirle meglio, è ciò che rende possibile un controllo reale e una qualità più coerente.”

Poche bottiglie, molti passaggi manuali, coltivazione diretta dei propri vigneti e vinificazione esclusiva delle proprie uve. E nessuna ambizione di ripetersi: “Non cerchiamo di riprodurre ogni anno lo stesso risultato. Consideriamo le differenze tra le vendemmie una parte essenziale dell’identità di ogni vino.”

Nella stessa logica rientra la scelta di continuare a credere nei vitigni storici del territorio, come il Colorino del Valdarno. Non perché siano i più produttivi o i più comodi da coltivare — non lo sono — ma perché custodiscono una parte dell’identità agricola di questa terra, una storia che altrimenti rischierebbe di andare perduta. Anche qui c’è una scelta imprenditoriale precisa: si può competere assomigliando a tutti gli altri, oppure si può competere essendo difficilmente replicabili.

Il coraggio di abbandonare le cose vecchie

Arriviamo così al punto che Giovanni considera il cuore di tutto, e che formula con una frase destinata a restare impressa: “Il problema non è imparare cose nuove. È avere il coraggio di abbandonare quelle vecchie.”

C’è una differenza sostanziale, e quasi sempre sottovalutata, tra le due operazioni. Imparare qualcosa di nuovo è gratificante: si aggiunge una competenza, si aggiorna un curriculum, ci si sente al passo. Abbandonare qualcosa di vecchio è invece doloroso, perché significa ammettere che una convinzione su cui si sono costruiti anni di lavoro — e magari qualche successo — non serve più. “La formazione più importante non è quella che ci permette di utilizzare nuovi strumenti,” osserva Giovanni, “ma quella che ci aiuta a mettere continuamente in discussione il nostro modo di pensare.”

Ed è qui che il consulente di un tempo e il vignaiolo di oggi si incontrano, in una revisione che riguarda lui stesso prima di chiunque altro: “Per anni ho pensato che il compito di un imprenditore fosse produrre meglio degli altri. Oggi penso che il suo compito principale sia osservare prima degli altri.”

La conseguenza, per Giovanni, è un avvertimento formulato senza mezzi termini: “L’imprenditore che continua a difendere il proprio prodotto senza interrogarsi sul cambiamento delle persone è destinato, prima o poi, a perdere il mercato.”

Non è un giudizio sulla qualità dei prodotti. È un’osservazione su dove si sposta il valore. Un prodotto eccellente che risponde a un bisogno che sta cambiando resta un prodotto eccellente — semplicemente, non serve più a nessuno. E la difesa a oltranza del proprio lavoro, che a chi la pratica appare come coerenza, dall’esterno assomiglia molto spesso a un problema di osservazione.

Ciò che una vigna insegna e un bilancio non dice

Il messaggio che Giovanni Batacchi vuole lasciare ai lettori di Saliremo lo formula lui stesso, e vale la pena riportarlo per intero: “Non esiste innovazione senza la disponibilità a cambiare prima il proprio modo di osservare il mondo.”

È una tesi impegnativa, soprattutto in un momento in cui l’innovazione viene raccontata quasi esclusivamente come una questione di adozione tecnologica. Ma è anche una tesi che regge, e che a Pian del Pino ha una verifica quotidiana: il clima cambia, i mercati cambiano, i consumatori cambiano, e nessuno di questi tre fenomeni si lascia governare con gli schemi dell’anno precedente. La natura, come dice Giovanni, non segue le mode né le strategie di marketing.

Resta, allora, la domanda che lui stesso pone e che è forse il vero regalo di questa conversazione: stiamo affrontando il futuro con strumenti nuovi ma con schemi mentali vecchi? Chi risponde di getto “no” farebbe bene a concedersi qualche minuto in più. Nessuno si accorge da solo delle proprie convinzioni: per questo servono luoghi, persone e mestieri capaci di rimandarcele indietro. Una vigna, a quanto pare, funziona benissimo.

Un invito, tra i Pianalti del Valdarno

Il modo migliore per capire di cosa stiamo parlando, naturalmente, è andarci. Pian del Pino accoglie gli ospiti in azienda con degustazioni guidate che non si limitano al calice: si cammina tra i vigneti dei Pianalti, si entra in cantina, si vede da dove nasce quello che poi si assaggia. “Non organizziamo semplici degustazioni,” spiegano in azienda. “Accompagniamo le persone a scoprire come un territorio diventa vino.”

Per chi guida un’impresa, è un’esperienza che vale doppio: si porta a casa qualche bottiglia difficilmente replicabile in serie e, con ogni probabilità, anche un paio di domande scomode sul proprio modo di decidere.

L’Azienda Agricola Pian del Pino di Giovanni Batacchi si trova in Via Ascione 6919, frazione Campogialli, 52028 Terranuova Bracciolini (Arezzo). Per conoscere i vini, prenotare una visita in cantina o acquistare online, il sito è www.piandelpino.com; per informazioni dirette, info@piandelpino.com. Terra, tempo e conoscenza: da qui nasce ogni vino di Pian del Pino — e, a sentire Giovanni, anche qualcosa di più utile di una bottiglia.

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