C’è un dato che torna ogni anno nei rapporti dell’Ufficio Europeo dei Brevetti e che dovrebbe far riflettere molto più di quanto non faccia. L’Italia — seconda potenza manifatturiera d’Europa, Paese che esporta macchine utensili, sistemi di automazione, componentistica di precisione richiesta dai mercati di mezzo mondo — deposita all’EPO il 2,4% delle domande di brevetto totali. La Germania ne deposita il 12,1%. La Francia il 5,4%. I Paesi Bassi, con un terzo della nostra popolazione, ci superano.
Non è un errore di misurazione. Non è un problema di come vengono conteggiati i dati. È uno squilibrio strutturale che dura da decenni e che, guardato da vicino, dice qualcosa di preciso su come funziona — e su come non funziona — il sistema produttivo italiano.
Manifattura forte, brevetti deboli: il nodo che nessuno scioglie
Il punto di partenza è questo: l’Italia produce bene, ma non certifica abbastanza ciò che inventa. Sono due cose diverse, e confonderle è il primo errore che si commette quando si prova ad affrontare il tema.
Brevettare non significa inventare. Significa decidere che un’invenzione vale la pena di essere protetta, registrata, difesa legalmente in uno o più mercati. Significa investire tempo e risorse in un processo che dura anni, costa denaro e richiede competenze specialistiche. Significa, soprattutto, avere una strategia — sapere che quella soluzione tecnica, quel processo produttivo, quel componente che nessun altro sa ancora fare potrà generare valore anche tra cinque, dieci, quindici anni.
È qui che l’Italia perde terreno. Non perché non inventi. Ma perché la catena che va dall’invenzione alla protezione formale si inceppa in più punti, e nessuno di questi punti è facile da correggere con una legge o un incentivo fiscale.
Il problema comincia dai soldi che non si investono in ricerca
Tutto parte dalla spesa in ricerca e sviluppo. L’Italia nel 2023 ha investito in R&S l’1,37% del PIL. La Germania supera il 3%. La Francia sfiora il 2,5%. Non è una differenza marginale: è un divario che si è allargato nel corso di quarant’anni, non ridotto. Dagli anni Ottanta a oggi, il gap con la Germania in termini di investimento in R&S è cresciuto di mezzo punto percentuale. Nel frattempo, la Cina è diventata il terzo Paese al mondo per domande di brevetto all’EPO, superando il Giappone per la prima volta nel 2025.
La quota più debole, in Italia, è quella privata. Le imprese italiane investono in R&S lo 0,8% del PIL, circa dieci punti percentuali al di sotto della media europea. E quando si guarda a chi sostiene davvero questa spesa, emerge un altro dato scomodo: oltre l’80% della ricerca privata italiana è finanziata da imprese che appartengono a gruppi multinazionali. Le PMI indipendenti — che sono la maggioranza assoluta del tessuto produttivo — investono proporzionalmente molto meno, e negli ultimi anni la tendenza non è migliorata.
La conseguenza è diretta: chi non investe in ricerca strutturata difficilmente produce il tipo di innovazione che finisce in una domanda di brevetto. Produce innovazione lo stesso — ma di un tipo diverso, meno formalizzato, più legato alla pratica quotidiana che alla sperimentazione sistematica.
Dove si innova e dove no: il problema della specializzazione
C’è poi la questione di dove si concentra l’innovazione italiana. I settori in cui le imprese italiane brevettano di più — trasporti, macchine speciali, packaging, ingegneria meccanica — sono comparti solidi, con mercati consolidati e una reputazione internazionale costruita in decenni. Ma non sono i settori dove si giocherà la competizione tecnologica nei prossimi vent’anni.
All’EPO, nel 2024, il settore con il maggior numero di domande a livello globale è stato per la prima volta quello delle tecnologie informatiche: intelligenza artificiale, machine learning, sistemi di riconoscimento. Batterie, 6G, semiconduttori, biotecnologie: sono queste le aree dove chi brevetta oggi costruisce le barriere all’entrata di domani. L’Italia in questi settori è quasi assente. La quota di brevetti italiani in ambito informatico e AI è inferiore all’1%. Nel farmaceutico e nelle biotecnologie siamo su livelli simili.
Non si tratta di svalutare la meccanica di precisione o il packaging industriale. Si tratta di riconoscere che presidiarli con brevetti, senza costruire contemporaneamente una presenza nei settori emergenti, espone il sistema produttivo a un rischio preciso: quello di ritrovarsi con un know-how eccellente ma sempre più replicabile da competitor che hanno speso anni ad osservare, analizzare e imitare. La manifattura avanzata protegge, ma non per sempre.
Piccole imprese, grandi costi: il nodo dimensionale
Una delle ragioni più concrete — e meno discusse — per cui le PMI italiane brevettano poco è il costo. Non solo economico. Depositare una domanda di brevetto, seguirla nella fase di esame, estenderla a livello europeo o internazionale, difenderla da eventuali oppositori: è un percorso che richiede consulenti specializzati, anni di lavoro amministrativo, attenzione continuativa e liquidità. Per un’azienda con venti dipendenti, dove il titolare fa anche da responsabile commerciale e da responsabile della produzione, tutto questo è difficile da gestire in modo sistematico.
Le grandi aziende tedesche o francesi hanno uffici IP interni con team dedicati. Le medie imprese tedesche — le famose Mittelstand, spina dorsale dell’export tedesco — hanno da decenni sviluppato una cultura della protezione brevettuale che è parte integrante della strategia competitiva: si brevetta prima di produrre, non dopo. In Italia questa sequenza è rovesciata, o più spesso saltata del tutto. Il brevetto viene percepito come un adempimento burocratico, non come un asset.
Eppure gli strumenti esistono. Il bando Brevetti+ 2025 del Ministero delle Imprese copre fino all’80% delle spese ammissibili per valorizzare un brevetto già depositato — dall’ingegnerizzazione alla commercializzazione internazionale. Le Camere di Commercio offrono sportelli dedicati. I Patent Attorney possono fornire una prima consulenza orientativa spesso accessibile anche per le realtà più piccole. Il problema non è tanto la mancanza di strumenti quanto la mancanza di consapevolezza che quegli strumenti esistono e che potrebbero fare la differenza.
Il segreto industriale: una scelta razionale, fino a un certo punto
C’è però una ragione più sottile che spiega perché molte imprese italiane non brevettano, e che non si riduce a ignoranza o mancanza di risorse. Si chiama cultura del segreto industriale, ed è una strategia che in certi contesti funziona davvero.
Il brevetto obbliga alla pubblicazione dell’invenzione. Chi deposita una domanda deve descrivere con precisione come funziona la propria soluzione tecnica — è un requisito essenziale per la concessione del titolo. Questo significa che chiunque, nel mondo, può leggere quella descrizione. Significa che, trascorso il periodo di protezione o se il brevetto decade, quella tecnologia diventa liberamente utilizzabile. Per molte aziende manifatturiere italiane, specie nei settori dove il vantaggio competitivo si basa su processi raffinati e su anni di affinamento produttivo, proteggere quel know-how come segreto aziendale sembra più robusto — e meno costoso — che brevettarlo.
Nei distretti industriali di Brescia, Bergamo, Modena, Vicenza ci sono aziende che dominano da generazioni nicchie di mercato globale senza aver depositato brevetti internazionali rilevanti. Il loro vantaggio sta nella capacità di fare: nella precisione millimetrica acquisita in anni di lavoro, nelle relazioni con i fornitori, nella conoscenza di materiali e processi che si trasmette attraverso l’esperienza diretta più che attraverso i manuali. È un patrimonio reale, ma è un patrimonio fragile. Non si valorizza in una vendita aziendale. Non si difende in un tribunale straniero. Non si trasferisce a un partner commerciale in modo controllato.
Nell’era della manifattura digitale avanzata, della reverse engineering assistita dall’AI, della mobilità internazionale dei tecnici specializzati, quella difficoltà di imitazione si riduce ogni anno. Il segreto funziona finché imitare è difficile. Quando smette di esserlo, non rimane nulla da difendere.
Università e imprese: una distanza che costa cara
Un’altra frattura che pesa sui numeri dei brevetti italiani è quella tra sistema accademico e sistema produttivo. L’Italia ha ottimi politecnici, centri di ricerca di eccellenza, ricercatori che pubblicano su riviste internazionali di primo piano. Ma il percorso che porta una scoperta dal laboratorio a un prodotto brevettato e commercializzato è storicamente tra i più lenti e farraginosi d’Europa.
Una riforma recente ha spostato la titolarità delle invenzioni accademiche dagli inventori individuali agli atenei, con l’obiettivo di creare strutture più efficienti per la valorizzazione dei brevetti universitari. I risultati iniziali sono incoraggianti: le domande da università e centri di ricerca sono cresciute del 25% nel 2025. Ma il divario rispetto ai sistemi anglosassoni o nordeuropei — dove il trasferimento tecnologico è una macchina oliata, con fondi dedicati, network di investitori, percorsi di spin-off codificati — resta enorme.
Il risultato concreto è che molte innovazioni nate nei laboratori italiani vengono sviluppate, brevettate e commercializzate altrove. Da startup fondate all’estero da ricercatori italiani. Da multinazionali che acquisiscono i progetti prima che raggiungano la maturità. Dal sistema universitario di altri Paesi che ha saputo attrarre quei talenti offrendo ecosistemi più favorevoli. È una perdita che non si vede sui giornali ma che pesa sul potenziale innovativo del Paese.
Green e innovazione: il modello che funziona a metà
Tra i segnali più interessanti degli ultimi anni c’è la performance italiana nella brevettazione in ambito green. L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti legati a tecnologie ambientali e sostenibili. La crescita tra il 2012 e il 2022 ha superato il 44%. Le imprese manifatturiere rappresentano quasi il 60% delle innovazioni green brevettate in Italia — un dato che dice qualcosa di preciso sulla capacità del settore industriale di rispondere alle sfide della sostenibilità con soluzioni concrete.
Ma anche qui il paradosso si ripete. Quasi il 39% delle imprese italiane ha investito in sostenibilità tra il 2019 e il 2024 — quasi 580.000 aziende. Non tutte producono innovazioni brevettabili, ovviamente. Ma molte sì, e non brevettano. Migliorano i processi, riducono i consumi, adottano materiali nuovi, progettano sistemi di recupero degli scarti: tutto questo resta nel dominio del know-how interno, non protetto, non valorizzato, non monetizzabile al di fuori dell’azienda che lo ha sviluppato.
Il settore green è forse il caso più illustrativo di un problema più generale: le imprese italiane innovano più di quanto brevettino. La distanza tra le due cose — tra il fare e il proteggere ciò che si fa — è il cuore del problema.
Il ritardo digitale si porta dietro quello brevettuale
C’è un ultimo fattore che completa il quadro. Solo l’8,2% delle imprese italiane con almeno dieci dipendenti ha adottato tecnologie basate su intelligenza artificiale nel 2024. La media europea è al 13,5%. Non è un dato isolato: riflette un ritardo nell’adozione tecnologica avanzata che riguarda più ambiti — cloud, automazione, analisi dei dati — e che si traduce direttamente in meno innovazione nei settori dove oggi si concentra la brevettazione globale.
Chi non usa tecnologie avanzate difficilmente produce invenzioni in ambito informatico, AI o automazione digitale. Chi non innova in questi settori non deposita brevetti in questi settori. Chi non deposita brevetti in questi settori non costruisce gli asset che contano nei mercati finanziari, nelle valutazioni aziendali, nelle trattative con i partner internazionali. Il ritardo digitale e il ritardo brevettuale non sono fenomeni paralleli: si alimentano l’uno con l’altro.
Cosa cambia, e cosa deve ancora cambiare
I numeri degli ultimi due anni portano qualche segnale positivo. Le domande all’UIBM sono cresciute a doppia cifra. La riforma del trasferimento tecnologico universitario sta producendo effetti. I bandi pubblici sono più generosi e più accessibili. L’attenzione politica al tema — dal rapporto Draghi sulla competitività europea fino al Libro Bianco del MIMIT sul Made in Italy 2030 — è cresciuta in modo significativo.
Ma la distanza da colmare è quella di decenni. E non si colma solo con gli incentivi. Si colma quando un imprenditore che sviluppa un nuovo processo produttivo chiama un consulente di proprietà intellettuale prima di avviare la produzione, non dopo che il concorrente ha già replicato la soluzione. Si colma quando il brevetto smette di essere percepito come un costo e diventa parte della conversazione su come si costruisce il valore di un’impresa nel tempo.
L’Italia sa fare. Il problema è che non sempre sa difendere quello che fa. In un mercato globale dove la competizione si vince anche — e sempre di più — sui diritti di proprietà intellettuale, questa è una vulnerabilità che vale la pena prendere sul serio.

