C’è un numero che dice tutto, e quasi nessuno lo ha notato abbastanza. Nel 2025, per la prima volta nella storia del sistema bancario italiano, il gruppo con il maggior numero di sportelli attivi sul territorio nazionale non è Intesa Sanpaolo. Non è UniCredit. È Iccrea — la holding che raggruppa le Banche di Credito Cooperativo, quegli istituti locali, spesso piccoli, radicati nei territori, che molti davano per destinati a scomparire assorbiti dai grandi gruppi.
Iccrea ha superato Intesa Sanpaolo per numero di filiali. È una svolta silenziosa, senza conferenze stampa, senza grandi annunci. Ma racconta qualcosa di molto preciso su come si sta riscrivendo la mappa del credito in Italia — e su chi, in questo momento, sta davvero servendo l’economia reale del Paese.
Il paradosso dei record e delle chiusure
Partiamo dai numeri delle grandi banche, perché il contesto è necessario. Nel 2024, il sistema bancario italiano ha registrato utili netti complessivi per 46,5 miliardi di euro. Un record assoluto. Sommando il triennio 2022-2024, si supera quota 112 miliardi. Sono cifre che non hanno precedenti nella storia recente del settore.
Nello stesso periodo, le stesse banche hanno chiuso 508 sportelli nel solo 2024. Nel 2025, altri 516. A fine anno, la rete fisica complessiva era scesa a 19.140 filiali — sotto quella soglia psicologica dei 20.000 che sembrava un pavimento, e che invece si è rivelata un soffitto provvisorio verso il basso.
Il meccanismo non è difficile da capire, ma è utile spiegarlo bene. Le grandi operazioni di fusione e acquisizione che hanno dominato il dibattito bancario degli ultimi anni — l’offerta di UniCredit su Banco BPM da circa 10 miliardi, l’OPS di Monte dei Paschi su Mediobanca per oltre 13 miliardi — non sono mosse isolate. Sono la risposta a una pressione strutturale: in un settore dove i margini si erodono e i costi fissi pesano, la scala è l’unica leva che rimane. E la scala, quando si ottiene per via di fusioni, richiede di eliminare le sovrapposizioni. Le sovrapposizioni, nella rete fisica, sono le filiali doppie — due sportelli della stessa banca a pochi chilometri di distanza, destinati a diventare uno solo, o nessuno.
Dopo l’acquisizione di Banca Popolare di Sondrio da parte del Gruppo BPER, sono state annunciate 90 chiusure di filiali. Non è stato un’eccezione: è il copione standard di ogni operazione straordinaria nel settore bancario. La concentrazione produce sinergie di costo, e le sinergie di costo si misurano, tra le altre cose, nel numero di sportelli soppressi.
Una mappa che cambia sotto i piedi
Il risultato di tutto questo lo misura con precisione l’Osservatorio sulla desertificazione bancaria della Fondazione Fiba di First Cisl, che incrocia i dati di Banca d’Italia e Istat. A fine 2025, il 43,8% dei comuni italiani è completamente privo di sportelli bancari. Tremilaquattrocentocinquantasette comuni senza nemmeno una filiale — 75 in più rispetto all’anno precedente.
Non parliamo solo di borghi di montagna. Tra i comuni totalmente privi di sportelli ci sono 13 centri con più di 10.000 abitanti. Uno supera i 20.000: è Trentola Ducenta, in provincia di Caserta. E il fenomeno non risparmia le grandi città: tra la fine del 2021 e la fine del 2025, Milano ha perso il 16,1% degli sportelli, Roma il 14%. Oltre 11,5 milioni di italiani vivono in comuni totalmente desertificati o a rischio di diventarlo — con un solo sportello rimasto.
Per chi gestisce un negozio, un laboratorio, una piccola impresa di distribuzione, un ristorante, questi numeri non sono statistiche da leggere sul giornale. Significano che l’interlocutore bancario che ti conosceva — che aveva visto come era andata la stagione precedente, che aveva finanziato la prima espansione, che sapeva com’era fatto il tuo settore — potrebbe non esserci più. E che al suo posto c’è un numero verde, un’app, o un consulente che passa una volta al mese e ti incontra per la prima volta ogni volta.
Chi entra dove gli altri escono
Ed è qui che entra in scena l’altro pezzo della storia. Perché mentre la rete delle grandi banche si ritira, qualcuno avanza. Le BCC lombarde — in una delle regioni più bancarizzate d’Italia — tra il 2019 e il 2024 hanno ridotto le proprie filiali solo del 3,3%, contro un calo del 19,2% delle banche tradizionali. Nello stesso arco di tempo in cui il sistema complessivo perdeva migliaia di sportelli, le BCC ne aggiungevano. Dal 2023 al 2024, mentre tutto il resto scendeva, il numero di filiali delle BCC è cresciuto di 4 unità a livello nazionale.
Oggi le BCC sono l’unica presenza bancaria in 781 comuni italiani. Nell’80% di questi casi, stiamo parlando di comuni con meno di 5.000 abitanti. Nel primo trimestre del 2025, in 9 dei 18 comuni rimasti con un solo sportello, quell’unico sportello era di una BCC.
Riccardo Colombani, segretario generale di First Cisl, lo ha detto senza giri di parole: «La situazione sarebbe peggiore se non vi fosse il presidio delle banche di credito cooperativo». Non è un elogio retorico. È la descrizione di un fatto che i dati confermano ogni trimestre.
La struttura che spiega tutto il resto
Per capire perché le BCC si comportano diversamente, bisogna capire come sono fatte. Non hanno azionisti quotati in borsa. I loro soci — che spesso coincidono con i clienti — vivono e lavorano negli stessi territori serviti dalla banca. L’utile non deve remunerare chi aspetta un rendimento di mercato: viene reinvestito in riserve patrimoniali, in credito locale, in attività mutualistiche. È una struttura che produce incentivi radicalmente diversi rispetto a quella di una banca quotata.
I numeri patrimoniali sono la conseguenza diretta di questo modello. BCC Roma — la più grande banca cooperativa italiana — ha chiuso il bilancio 2025 con un utile di 302,6 milioni di euro, una raccolta allargata di 18,6 miliardi (+6,2% sul 2024), impieghi sopra gli 11 miliardi. Il CET1 — l’indicatore di solidità patrimoniale che le autorità di vigilanza usano come termometro della salute di una banca — è al 31%. I grandi gruppi bancari italiani si attestano in media intorno al 14-15%. La differenza non è marginale: è il doppio, e in alcuni casi il triplo.
La BCC di Pratola Peligna, per fare un altro esempio, ha chiuso il 2025 con un CET1 al 59,89%. Una cifra che sembra quasi irreale nel contesto bancario europeo, dove la media dell’area euro si colloca intorno al 14-15%. E Iccrea e Cassa Centrale Banca avevano complessivamente, a fine 2024, un capitale di qualità primaria in eccedenza rispetto ai requisiti regolamentari di 16 miliardi di euro.
Cosa significa, in pratica, avere tanta capitale? Significa poter erogare credito senza la pressione regolamentare che frena le banche più tirate sul piano patrimoniale. Significa avere margini per prendersi rischi che un grande gruppo, ottimizzato sul rendimento del capitale, non si permetterebbe — non rischi sconsiderati, ma rischi relazionali. Quelli che si assumono quando si conosce davvero il cliente.
Il credito alle piccole imprese: due mondi a confronto
C’è un aspetto del funzionamento del credito alle PMI che raramente viene spiegato con chiarezza, e che invece è decisivo per chiunque gestisca un’attività. Nelle grandi banche, tra chi gestisce la relazione con il cliente e chi approva il fido ci sono passaggi, comitati, sistemi di scoring automatici, soglie che fanno scattare revisioni aggiuntive. Il processo è necessariamente standardizzato perché deve funzionare su scala nazionale, su milioni di pratiche con caratteristiche molto diverse. Va bene per le imprese grandi, quelle con bilanci certificati e rating interni. Va meno bene per chi ha cinque dipendenti e non ha mai avuto un direttore finanziario.
Nelle banche locali, la catena è più corta. Chi gestisce la relazione spesso può parlare direttamente con chi decide. Non si tratta di lassismo: le BCC mostrano tassi di copertura dei crediti deteriorati tra i più alti del sistema — BCC Roma è al 93,5% per i crediti deteriorati, al 98,7% per le sofferenze, valori «di gran lunga superiori a quello medio delle altre banche, cooperative e non», come rileva il bilancio stesso. Si tratta di una capacità diversa di integrare informazioni qualitative nella valutazione del rischio.
I numeri dell’Emilia-Romagna rendono questa differenza molto concreta. Nel 2024, gli impieghi delle BCC regionali sono cresciuti del 2,6%, mentre nello stesso periodo il sistema bancario nazionale registrava un -1,6% sul credito alle imprese. Uno su tre delle piccole e medie imprese emiliano-romagnole si rivolge alle BCC locali per il credito. Nella fascia delle imprese tra i 5 e i 20 dipendenti, quella più tipicamente artigianale e manifatturiera, la quota di mercato delle BCC tocca il 28,7%.
A livello nazionale, tra il 2022 e il 2024, il credito delle grandi banche alle imprese italiane è passato da 647 miliardi a 598,9 miliardi: quasi 50 miliardi in meno in due anni. Una parte di questa contrazione riflette la riduzione della domanda. Ma una parte riflette anche una diversa allocazione delle priorità: le grandi banche, ottimizzando i portafogli, tendono a concentrarsi sui clienti più grandi e più redditizi per unità di risorse impiegate. Le BCC hanno in larga misura tenuto il credito attivo, e in alcuni casi lo hanno aumentato proprio in questa fase.
I bilanci che raccontano il senso della direzione
La BCC di Napoli ha approvato a fine aprile 2026 il bilancio 2025 con prestiti alla clientela a 218 milioni (+14%), depositi totali a 459 milioni (+22%), raccolta diretta a 380 milioni (+25%). I soci al 31 dicembre 2025 sono 5.411, il 2% in più rispetto all’anno precedente. Sono numeri che andrebbero letti affiancati a quelli di qualsiasi grande banca nello stesso periodo, per capire quanto i ritmi di crescita siano diversi.
La BCC di Terra d’Otranto, in Puglia, ha chiuso il 2024 con una raccolta cresciuta da 336 a 392 milioni e impieghi lordi passati da 253 a 302 milioni. Nello stesso anno ha aperto una nuova filiale a Brindisi — laddove gli istituti nazionali chiudevano. Le BCC dell’Emilia-Romagna hanno raggiunto i 17,6 miliardi di raccolta diretta nel 2024, in crescita dell’1,4% contro lo 0,9% del sistema bancario regionale. BCC Terra di Lavoro, in Campania, ha fatto segnare nel 2025 una crescita della raccolta del 13% e del credito erogato del 10%, a fronte di una media degli altri istituti del 3-3,5%.
Non è uno, due o tre casi eccezionali. È un pattern che si ripete in regioni diverse, con contesti economici diversi, con banche di dimensioni diverse. Il denominatore comune è il modello — cooperativo, locale, capitalizzzato, senza azionisti da remunerare a scadenza trimestrale.
Le pressioni che non scompaiono
Sarebbe disonesto presentare questo quadro senza le ombre che lo attraversano. Le BCC non sono immuni dalle stesse forze che stanno rimodellando tutto il settore.
La discesa dei tassi avviata dalla BCE nel 2024 ha eroso il margine di interesse anche per le piccole banche. Nei primi nove mesi del 2025, il margine di interesse delle principali banche italiane è sceso del 5,6%. Per le realtà con meno diversificazione di ricavi, la compressione pesa proporzionalmente di più. La fase di tassi alti aveva gonfiato i bilanci di tutto il settore; la normalizzazione richiede di trovare redditività altrove — nelle commissioni, nella gestione del risparmio, nella qualità del credito erogato.
Sul fronte tecnologico, la sfida è aperta. I grandi operatori digitali — Revolut, Klarna, Stripe — hanno ridisegnato le aspettative dei clienti su velocità e costo delle transazioni. Le BCC hanno risposto attraverso le piattaforme condivise dei gruppi (Iccrea e Cassa Centrale Banca offrono infrastrutture digitali alle associate), ma competere su questo terreno con player globali richiede investimenti continui che non tutte le realtà possono sostenere con la stessa intensità.
E la pressione normativa europea — requisiti di capitale, rendicontazione ESG, adeguatezza degli organi — continua ad alzare il costo di gestione di qualsiasi banca, indipendentemente dalle dimensioni. Avere un CET1 al 30% è un vantaggio enorme, ma solo se si sa trasformarlo in capacità operativa, non solo in riserva difensiva.
Cosa cambia, concretamente, per chi gestisce un’attività
Per chi lavora in un’attività locale — un negozio, uno studio, un laboratorio artigiano, un esercizio di ristorazione — questo panorama ha implicazioni pratiche che vale la pena non ignorare.
La banca con cui si costruisce una relazione nel tempo è un asset, non una commodity. Il referente che conosce la stagionalità del tuo settore, che ha già visto come hai gestito un momento difficile, che sa dove sei collocato e cosa produci, vale qualcosa che non si misura sul foglio di calcolo. Quando quello sportello chiude o viene assorbito da una struttura più grande con processi più standardizzati, quel capitale relazionale si disperde. Ricostruirlo non è automatico e non è veloce.
Il livello di capitalizzazione di una banca — il suo CET1 — non è solo una metrica per analisti finanziari. È la misura di quanto quell’istituto può permettersi di assumersi rischio sul territorio senza subire pressioni regolamentari. Una banca con un CET1 al 30% ha margini di manovra strutturalmente diversi da una con il 14%. Nei momenti in cui si ha davvero bisogno di credito — per una ristrutturazione, per un’opportunità imprevista, per un momento di tensione di liquidità — questa differenza può fare la differenza.
Infine, la geografia conta. Non tutte le regioni sono uguali in questo: in Molise l’83,8% dei comuni è privo di sportelli, in Calabria il 74,5%, in Valle d’Aosta il 74,3%. In Emilia-Romagna si è all’8,2%, in Toscana all’11,4%. La disponibilità di un sistema bancario locale capillare non è uniforme nel Paese, e chi ha la fortuna di lavorare in territori dove le BCC sono radicate ha accesso a condizioni strutturalmente diverse rispetto a chi si trova in aree già desertificate.
Un cambiamento che vale la pena capire
Il sorpasso di Iccrea su Intesa Sanpaolo per numero di sportelli non è un simbolo vuoto. È il risultato misurabile di due forze che si muovono in direzioni opposte da anni, accelerate dalla stagione del risiko bancario. Le grandi banche si concentrano, razionalizzano, si proiettano verso una dimensione europea. Le piccole banche presidiano il territorio, raccolgono risparmio locale, lo reinivestono in credito locale, accumulano capitale senza doverlo distribuire.
Il risultato non è che le piccole banche vincono e le grandi perdono. È che il sistema si sta dividendo — non per scelta esplicita di nessuno, ma per effetto cumulativo di migliaia di decisioni individuali — lungo una linea che separa chi serve la grande scala e chi serve la scala locale. E la scala locale, in Italia, è ancora quella su cui si muove la parte più ampia dell’economia reale: famiglie, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, professionisti.
Capire dove si colloca la propria banca rispetto a questa divisione — e cosa significa per la disponibilità di credito, per la qualità del rapporto, per la continuità del servizio — non è un esercizio teorico. È una delle domande più pratiche che un’attività locale possa porsi oggi.

