La rivoluzione sostenibile di Alfredo Carlo, Pina Siotto e Cristina Fiorese nel cuore di Bologna
Tre anime, una visione: come un designer, una chef e un’attivista stanno ridefinendo la ristorazione bolognese
La prima cosa che colpisce entrando nel laboratorio di Pasto Nomade è l’odore. Non il classico aroma di soffritto che pervade la maggior parte dei ristoranti, ma qualcosa di diverso, più complesso: spezie che raccontano viaggi lontani, verdure fresche che profumano di terra e sole, cereali che rilasciano fragranze antiche. È l’odore del cambiamento, quello che si respira quando qualcuno decide di fare le cose diversamente, meglio.
Alfredo Carlo mi accoglie con un sorriso che tradisce l’entusiasmo di chi ha trovato la propria strada dopo anni di ricerca. A quarant’anni suonati, questo ex-designer ha mollato tutto per buttarsi in un’avventura che definisce “totalmente diversa dalle mie competenze pregresse”. Ma quando inizia a raccontare, capisci subito che non è stato un salto nel buio. È stato piuttosto l’approdo naturale di un percorso che affonda le radici in trent’anni di scelte alimentari consapevoli.
“Sono vegetariano da quasi trent’anni,” mi confida mentre ci spostiamo verso il tavolo dove ci aspettano le dabba, i caratteristici contenitori indiani in alluminio che sono diventati il simbolo di Pasto Nomade. “La mia passione per la cucina vegetariana non è mai stata solo una questione alimentare, ma una vera e propria filosofia di vita.”
Il trio delle meraviglie: quando le differenze diventano forza
Ma Alfredo è solo uno dei tre protagonisti di questa storia. Accanto a lui, Pina Siotto e Cristina Fiorese hanno contribuito a dare forma a un progetto che va ben oltre l’idea tradizionale di ristorante. Pina, chef vegetale di lunga esperienza, è l’anima creativa della cucina. Cristina, attivista con una particolare attenzione alle mense scolastiche, porta la dimensione sociale del progetto.
“L’elemento femminile della nostra società è molto forte e importante,” sottolinea Alfredo, e quando lo dice non sembra affatto una frase di circostanza. “Io fungo da facilitatore delle dinamiche aziendali, ma il lavoro veramente impegnativo lo fanno le mie socie.”
È raro sentire un amministratore delegato parlare con tanta naturalezza del proprio ruolo di “facilitatore”. Eppure, osservando le dinamiche del team, capisci che non si tratta di falsa modestia. Alfredo ha portato la sua esperienza nel mondo della comunicazione e del design – quasi vent’anni alla guida di uno studio affermato – ma l’ha messa al servizio di una visione collettiva.
“Leadership significa per me innanzitutto saper ascoltare,” riflette, “gli altri, se stessi e le sensazioni che proviamo, per poter prendere le decisioni migliori.”
Quando il design incontra la sostenibilità
La formazione di Alfredo emerge chiaramente nell’attenzione ai dettagli che caratterizza ogni aspetto di Pasto Nomade. Non è solo questione di estetica – anche se l’occhio vuole la sua parte – ma di una progettazione consapevole che tiene conto di ogni elemento, dal contenitore al contenuto.
“Serviamo i pasti nella dabba, un contenitore di origini indiane, in alluminio e a più piani, che ci permette di evitare sprechi anche nelle stoviglie,” spiega Alfredo. La scelta non è casuale: la dabba rappresenta perfettamente la filosofia aziendale, unendo funzionalità, sostenibilità e un tocco di esotismo che racconta la vocazione internazionale della cucina.
Ma è quando inizia a parlare del processo decisionale che emerge davvero la specificità del modello di Pasto Nomade. “Le nostre scelte, spesso molto complesse, sono frutto di uno scambio continuo e di duro lavoro,” ammette Alfredo. “Credo che la chiave della buona gestione di ogni attività risieda nel rapporto con le persone e nello sviluppo di una visione chiara che accompagni lo sviluppo delle attività.”
La rivoluzione verde nel piatto
Mentre parliamo, Pina Siotto esce dalla cucina con un vassoio di assaggi che sembrano piccole opere d’arte. Ogni piatto racconta una storia, quella di verdure e cereali trasformati da semplici ingredienti in protagonisti assoluti. “Da noi è possibile mangiare pasti molto gustosi che risaltano le verdure e i cereali come elementi nutritivi e saporiti,” spiega Alfredo, ma è assaggiando che capisci davvero cosa intende.
Non si tratta della solita cucina vegetariana “di rinuncia”, quella che cerca di imitare la carne con risultati spesso discutibili. Qui ogni ingrediente ha la sua dignità, il suo sapore, la sua personalità. “Offriamo pasti vegetariani e vegani che esplorano i sapori del mondo,” continua Alfredo. “Lo facciamo utilizzando solo materie prime biologiche, proponendo menu sostenibili e riducendo lo spreco al massimo.”
La competenza di Pina emerge in ogni boccone. Anni di esperienza nella cucina vegetale si traducono in una capacità tecnica che sa esaltare ogni ingrediente senza tradire la filosofia del locale. Non è solo questione di sapore – anche se quello non manca – ma di un approccio olistico che considera l’impatto ambientale, la provenienza degli ingredienti, la stagionalità.
Società Benefit: quando l’impresa ha un’anima
“Come start-up innovativa, abbiamo scelto di costituirci Società Benefit e operiamo in maniera ecologica e sostenibile,” spiega Alfredo. Non è una scelta di marketing, ma una decisione strategica che riflette la visione complessiva del progetto. “Crediamo fortemente nell’importanza di contribuire a generare impatto sociale positivo e vogliamo affiancare le aziende illuminate per la diffusione di un cambiamento di mentalità orientato ad uno sviluppo sostenibile.”
La forma giuridica di Società Benefit, ancora poco diffusa nel panorama italiano, permette a Pasto Nomade di perseguire obiettivi che vanno oltre il semplice profitto. È un modo per rendere concreto l’impegno verso la sostenibilità, trasformandolo da slogan a obbligo statutario.
Questo approccio si riflette anche nell’attività di catering, che rappresenta una parte importante del business. “Organizziamo catering originali, sostenibili e d’impatto,” spiega Alfredo. “Offriamo un servizio di catering con prodotti prevalentemente locali e ricette originali ed equilibrate, per donare energia e buon umore.”
Ma quello che distingue il catering di Pasto Nomade è l’approccio scientifico alla sostenibilità: “Misurazione dell’impatto delle scelte alimentari e logistiche. Consulenza per la migliore composizione del menu e per la sua presentazione.” Un servizio che trasforma il catering da semplice fornitura di cibo a strumento di educazione e sensibilizzazione.
Le Shared Kitchen: quando la cucina diventa laboratorio culturale
Tra le iniziative più innovative di Pasto Nomade ci sono le Shared Kitchen, eventi che trasformano il laboratorio in un punto di incontro tra culture diverse. “Una serata che è un viaggio. Un pasto come forma di resistenza, radice e improvvisazione,” recita la descrizione di uno degli ultimi eventi, dedicato alla cucina giamaicana Ital Rastafariana.
Non si tratta di semplici cene a tema, ma di veri e propri laboratori culturali dove chef e artisti internazionali condividono le loro tradizioni. Dal Tanabata giapponese con Tomomi Miyasaka alla Jamaica con Eddy Johnson e il DJ Chris Jam, ogni appuntamento diventa un’occasione per esplorare non solo sapori, ma storie, tradizioni, filosofie di vita.
“Il 7 luglio, nella notte di Tanabata, il nostro desiderio si è avverato,” racconta Alfredo riferendosi a uno degli eventi più riusciti. “Un cortile pieno di persone, sedute fianco a fianco, in ascolto, in attesa, in condivisione.” È in questi momenti che emerge davvero la specificità di Pasto Nomade: non un semplice ristorante, ma un luogo di incontro e crescita.
Il laboratorio come spazio di condivisione
La scelta di chiamare “laboratorio” il proprio spazio non è casuale. Qui si sperimenta, si prova, si sbaglia, si impara. “Puoi mangiare con noi in laboratorio o all’esterno nel nostro giardino,” spiegano i gestori. La presenza di uno spazio esterno aggiunge un elemento di connessione con la natura che completa l’esperienza.
Durante la mia visita, osservo i clienti che si muovono con naturalezza tra interno ed esterno, creando piccoli gruppi di conversazione che spesso si allargano ad altri tavoli. È l’atmosfera informale che Alfredo e le sue socie hanno voluto creare, un luogo dove le persone possano sentirsi a casa propria pur scoprendo sapori nuovi.
“Il cibo è un linguaggio potente di unione, di ascolto e di cura, un elemento di equilibrio tra uomo e ambiente,” riflette Alfredo. “Nutrirsi significa esistere, è un istinto primario e lo facciamo attraverso tutti i nostri sensi.” In queste parole c’è tutta la filosofia che anima Pasto Nomade: il cibo come strumento di connessione, non solo con gli altri, ma con l’ambiente che ci circonda.
La sostenibilità come scelta quotidiana
Osservando da vicino le operazioni di Pasto Nomade, emerge chiaramente come la sostenibilità non sia uno slogan ma una pratica quotidiana. “Utilizziamo ingredienti locali e stagionali, trasformiamo le materie prime in prodotti utilizzabili da tuttə, scegliamo contenitori riutilizzabili, operiamo in maniera ecologica e sostenibile,” elencano i gestori.
Ogni scelta, dalla selezione dei fornitori alla gestione dei rifiuti, è orientata verso la riduzione dell’impatto ambientale. Non si tratta di compromessi, ma di un approccio che sa coniugare qualità e sostenibilità senza rinunciare al gusto.
La competenza di Cristina Fiorese emerge proprio in questo aspetto del progetto. Il suo background di attivista nelle mense scolastiche porta una dimensione sociale che va oltre la semplice ristorazione. È lei che spinge per scelte sempre più radicali in termini di sostenibilità, che cerca nuove soluzioni per ridurre l’impatto ambientale, che mantiene alta l’attenzione sui valori che animano il progetto.
Sfide e opportunità della leadership condivisa
Gestire un’attività con tre soci attivi presenta sfide uniche. “Mi piace affrontare sempre nuove sfide e imparare da quello che faccio,” confessa Alfredo. “Avviare una nuova attività in ambito culinario è stata l’opportunità per fare esattamente questo, cimentandomi in un ambito totalmente nuovo e diverso rispetto alle mie competenze pregresse.”
Il processo decisionale condiviso richiede tempo e pazienza, ma genera risultati più ricchi e innovativi. “Le nostre scelte, spesso molto complesse, sono frutto di uno scambio continuo e di duro lavoro,” ammette Alfredo. È un modello che funziona perché basato sulla complementarietà delle competenze: la creatività culinaria di Pina, l’impegno sociale di Cristina, la visione strategica di Alfredo.
Un modello per il futuro
Quello che rende interessante l’esperienza di Pasto Nomade non è solo la qualità del cibo o l’impegno verso la sostenibilità, ma la capacità di coniugare questi elementi in un modello di business sostenibile. “Credo che ognuno di noi debba avere un ruolo nell’affrontare l’attuale crisi ambientale, a partire da una particolare attenzione a quello che consuma,” riflette Alfredo.
È un approccio che va oltre la singola attività per abbracciare una visione più ampia di cambiamento sociale. “Un ruolo centrale è occupato dal cibo e dal modo in cui lo scegliamo e mangiamo. Attraverso quello che cuciniamo, vogliamo ispirare un cambiamento di mentalità.”
L’esperienza di Pasto Nomade dimostra che è possibile fare impresa in modo diverso, coniugando profitto e valori, qualità e sostenibilità. Il loro approccio alla leadership condivisa, basato sull’ascolto e la valorizzazione delle competenze di ciascuno, rappresenta un modello interessante per molte altre realtà imprenditoriali.
Il futuro è già qui
Guardando al futuro, Pasto Nomade si presenta come un laboratorio di idee e soluzioni che potrebbero essere replicate in altri contesti. La solidità del progetto, basata sulla complementarietà delle competenze dei tre soci e sulla chiarezza della missione, rappresenta una base solida per lo sviluppo futuro.
“Vogliamo affiancare le aziende illuminate per la diffusione di un cambiamento di mentalità orientato ad uno sviluppo sostenibile,” spiega Alfredo. È un obiettivo ambizioso che va ben oltre i confini del singolo ristorante per abbracciare una missione di trasformazione sociale.
Alla fine della nostra conversazione, mentre assaggio l’ultimo piatto preparato da Pina, mi viene in mente una frase che Alfredo ha detto quasi di sfuggita: “Mi piace imparare da quello che faccio.” È forse questa la chiave del successo di Pasto Nomade: la capacità di trasformare ogni esperienza in un’opportunità di crescita, ogni sfida in una possibilità di miglioramento.
Se cercate un luogo dove il cibo è molto più che nutrimento, dove ogni piatto racconta una storia di sostenibilità e passione, dove la leadership si esprime attraverso l’ascolto e la condivisione, Pasto Nomade vi aspetta nel cuore di Bologna. Per scoprire i menu sempre nuovi, partecipare alle Shared Kitchen o organizzare un catering che fa davvero la differenza, visitate www.pastonomade.it o scrivete a alfredo@pastonomade.it. Perché come dimostrano Alfredo, Pina e Cristina, quando le persone giuste si incontrano attorno a una visione condivisa, nascono progetti capaci di cambiare il mondo, un pasto alla volta.

