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Paolo Arnetoli: dall’Oriente alla Val d’Orcia, dove la ricerca dell’eccellenza diventa uno stile di vita

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Ci sono storie che, raccontate a posteriori, sembrano il frutto di un piano ben studiato. E ce ne sono altre che invece assomigliano più a un mosaico, composto un pezzo alla volta, senza che chi lo costruisce sappia esattamente dove lo porterà. Quella di Paolo Arnetoli appartiene decisamente alla seconda categoria. Chef, imprenditore, oggi proprietario di Osteria Fra Paolino a Monticchiello, nel cuore della Val d’Orcia, Arnetoli non è cresciuto sognando i fornelli. Ci è arrivato tardi, quasi per caso, dopo aver vissuto per anni dall’altra parte del mondo, in un settore che con la cucina non aveva nulla a che fare.

Un borgo sospeso nel tempo

Monticchiello non si trova per caso. Bisogna volerci arrivare. Il piccolo borgo arroccato tra Pienza e Siena, dentro un paesaggio che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità, custodisce un ritmo che altrove si è ormai perso. È in questo scenario, in una stradina che si chiama semplicemente Via di Mezzo, che sette anni fa Paolo Arnetoli ha deciso di aprire il proprio ristorante.

Definirlo “ristorante” però, parlando con lui, sembra quasi riduttivo. “Mi considero prima di tutto un imprenditore dell’ospitalità, perché il mio lavoro non si limita alla cucina: comprende l’accoglienza, il vino, la formazione delle persone e la costruzione di esperienze capaci di lasciare un ricordo,” dice, senza fronzoli. Non è una frase costruita per un’intervista. È il modo in cui pensa il proprio mestiere ogni giorno, dalla scelta di un ingrediente alla formazione di un cameriere appena arrivato in squadra.

Da Guangdong a Monticchiello, un giro largo

Chiunque si aspetti da un’intervista a uno chef il racconto classico – la nonna in cucina, la passione scoperta da bambino, la scuola alberghiera scelta con convinzione fin dall’adolescenza – resterà spiazzato dalla storia di Arnetoli. Perché tra il 2008 e il 2012, mentre altri cuochi della sua generazione affinavano già le proprie tecniche tra stage e brigate, lui viveva nel Guangdong, in Cina, lavorando nel settore della moda.

Quattro anni non sono pochi, soprattutto se vissuti in un contesto tanto distante da quello di partenza. E infatti, quell’esperienza ha lasciato un segno che va ben oltre il curriculum. “Quell’esperienza mi ha insegnato a osservare il mondo da una prospettiva diversa,” racconta Arnetoli, “e ha sviluppato in me una particolare sensibilità per l’estetica, l’equilibrio, l’essenzialità e la ricerca del bello.” Sono parole che, ascoltandolo parlare oggi del proprio ristorante, tornano continuamente in mente: quell’attenzione al dettaglio, quella cura quasi ossessiva per l’armonia visiva di un piatto o di una sala, hanno radici lontane, che con la Toscana non c’entrano nulla.

Il rientro in Italia, però, non ha coinciso con una svolta immediata verso la cucina. Ci sono voluti ancora alcuni anni prima che Paolo scoprisse quello che sarebbe diventato il centro della sua vita professionale. “Ho scoperto la cucina intorno ai venticinque anni, quasi per caso, iniziando dalla pasticceria,” racconta, “e formandomi ad ALMA sotto la guida dello chef Matteo Berti.” ALMA, la scuola internazionale fondata da Gualtiero Marchesi, non è certo un punto di partenza facile: rigore, disciplina, tecnica millimetrica. Per chi arriva da un percorso completamente diverso, significa ripartire quasi da zero, senza le scorciatoie di chi ha già maneggiato coltelli e casseruole fin da ragazzino.

Gli anni della gavetta, e una prima cucina tutta sua

Da lì in avanti la storia assume i contorni più familiari a chi conosce il mondo della ristorazione: piccoli ristoranti, esperienze diverse, un crescendo di responsabilità. “Da quel momento ho intrapreso un percorso fatto di studio, piccoli ristoranti, responsabilità crescenti e continua ricerca,” dice Arnetoli, quasi a voler minimizzare anni evidentemente intensi. Nel 2016 arriva la prima vera svolta: la guida di una cucina tutta sua. Non più solo esecutore, ma responsabile di un progetto, delle scelte, del gusto finale di un piatto.

Cinque anni dopo, nel 2021, quel percorso trova la sua espressione più compiuta con l’apertura di Osteria Fra Paolino. Ma se si pensa che il passaggio dalla cucina all’imprenditoria sia stato naturale, un semplice passo successivo di una carriera in ascesa, Arnetoli smentisce con franchezza. “La difficoltà più grande è stata trasformare una passione scoperta relativamente tardi in una professione, e successivamente una professione in un’impresa,” ammette. “Ho dovuto imparare non soltanto a cucinare, ma anche a dirigere, amministrare, comunicare una visione e assumermi ogni giorno la responsabilità delle persone che lavorano con me.”

Non è una confessione da poco. Chi ha aperto un’attività lo sa: la parte più difficile raramente riguarda il prodotto in sé, quanto tutto ciò che gli sta intorno – i conti, le persone, le decisioni prese sotto pressione, la responsabilità di uno stipendio che a fine mese deve arrivare a chi lavora con te.

Nessun punto di arrivo, solo tappe

C’è un’idea che ricorre più volte nel modo in cui Arnetoli descrive il proprio lavoro, ed è quella dell’assenza di un vero traguardo finale. “Credo che nel nostro lavoro non esista un vero punto di arrivo,” dice, “ogni esperienza, incontro, errore o difficoltà può diventare uno strumento di evoluzione, a condizione di avere l’umiltà di continuare a imparare.” Detto da chi ha già aperto un ristorante di successo, potrebbe sembrare una frase di circostanza. Ma se si guarda alla varietà delle esperienze che hanno costruito il suo bagaglio professionale, suona piuttosto come una constatazione onesta.

“Gli anni vissuti in Asia mi hanno insegnato ad accogliere culture differenti e a osservare il dettaglio,” spiega, “ALMA mi ha dato tecnica, rigore e metodo; l’esperienza nei ristoranti mi ha insegnato il sacrificio e il lavoro di squadra; l’attività imprenditoriale mi ha obbligato a confrontarmi con organizzazione, gestione economica, formazione del personale e responsabilità decisionale.” Difficile trovare, in queste parole, una gerarchia tra le esperienze: ognuna, a suo modo, ha lasciato qualcosa di indispensabile.

Il salto più complesso, però, non è stato mettere insieme queste competenze per sé stesso, ma trasferirle a chi lavora con lui ogni giorno. “Una delle sfide più importanti è stata riuscire a trasformare un’idea personale di eccellenza in un metodo quotidiano condiviso da tutta la squadra,” racconta. “Una visione, infatti, non può rimanere soltanto nella mente dell’imprenditore: deve diventare cultura aziendale, organizzazione e coerenza in ogni gesto.” È un concetto che sembra scontato finché non lo si prova sulla propria pelle: avere un’idea è facile, farla diventare pratica condivisa da un’intera squadra molto meno.

Guidare senza comandare

Quando la conversazione si sposta sul tema della leadership, Arnetoli abbandona i toni pacati usati fino a quel momento e diventa più diretto. “Per me la leadership non consiste nell’imporre la propria autorità,” dice, “ma nel dare una direzione chiara, assumersi per primi le responsabilità e creare le condizioni affinché ogni collaboratore possa comprendere il valore del proprio ruolo.”

È una visione lontana dal modello gerarchico classico, quello del comando dall’alto e dell’esecuzione senza troppe domande. Arnetoli sembra credere fermamente nel contrario: che un collaboratore lavori meglio quando capisce perché sta facendo una cosa, non solo come farla. “Le persone seguono con maggiore convinzione un progetto quando ne conoscono il significato, non soltanto le regole,” osserva. Una frase semplice, ma che in un settore spesso segnato da turni massacranti, alta rotazione del personale e rapporti tesi tra sala e cucina, assume un peso non da poco.

Questo approccio si vede concretamente nel modo in cui è organizzata Osteria Fra Paolino, dove quasi ogni fase della produzione – il pane, la pasta fresca, la pasticceria, la selezione della cantina – viene curata internamente. Un progetto simile non regge se il team non condivide uno standard comune, e uno standard comune, come racconta Arnetoli, si costruisce solo se le persone capiscono il senso di quello che fanno, non se si limitano a eseguirlo.

Non inseguire gli altri

C’è un passaggio dell’intervista che, più di altri, restituisce il carattere di Paolo Arnetoli. Gli si chiede quale consiglio darebbe a chi oggi vuole intraprendere un percorso simile al suo, e la risposta arriva senza esitazioni. “Il consiglio che vorrei lasciare è di non inseguire continuamente ciò che fanno gli altri,” dice. “È necessario osservare il mercato e conoscere i numeri, ma senza perdere la propria identità.”

Chi lavora nella ristorazione conosce bene la tentazione di copiare format vincenti, di rincorrere tendenze che promettono un successo rapido ma che spesso si rivelano prive di sostanza nel tempo. Arnetoli sembra aver scelto consapevolmente la strada opposta. “La crescita autentica nasce dall’equilibrio tra visione e concretezza,” aggiunge, “sognare senza metodo produce soltanto illusioni, mentre gestire senza visione costruisce attività prive di anima.” E chiude con una frase che sintetizza bene la sua idea di impresa: “L’impresa diventa solida quando creatività, disciplina e sostenibilità economica iniziano a procedere nella stessa direzione.”

Cosa significa, in pratica, custodire il tempo

Sul sito di Osteria Fra Paolino, tra le prime righe che si leggono, c’è una frase che racchiude bene la filosofia del progetto: “la cucina è tempo e memoria” e il compito dell’osteria è “custodirla”. Non è uno slogan buttato lì per fare colpo. Basta guardare come è costruita l’offerta del locale per capire quanto sia presa sul serio.

Quasi tutto, all’interno dell’Osteria, viene fatto in casa: il pane, la pasta fresca, la pasticceria. E poi c’è la cantina, che con oltre 580 etichette provenienti dalle migliori realtà vinicole italiane e francesi rappresenta un investimento importante per un locale che si trova in un borgo di poche centinaia di abitanti. È una scelta che dice molto sull’ambizione del progetto: non un’osteria di paese con una lista vini limitata alle produzioni locali, ma un percorso enologico pensato con la stessa cura riservata alla cucina.

Il locale stesso invita gli ospiti a lasciarsi guidare “in un viaggio sensoriale con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto verso il futuro” – un’immagine che racconta bene la doppia natura di Osteria Fra Paolino: fedele alla tradizione toscana, ma senza alcuna nostalgia immobile per il passato. “La nostra cucina non è una lista di ingredienti,” si legge ancora nella presentazione del progetto, “è il racconto del nostro paesaggio che incontra la nostra passione, non è una formula matematica, ma una collisione di idee, tecniche e culture per emozionare e farci emozionare.”

Accanto alla proposta gastronomica vera e propria, negli anni sono nate anche altre iniziative pensate per allargare l’esperienza degli ospiti oltre la tavola: la ricerca del tartufo insieme ai tartufai del territorio, le cooking class guidate personalmente dallo chef, la possibilità di regalare un’esperienza gastronomica a chi si ama. Tutte scelte coerenti con l’idea di fondo di Arnetoli, quella di un ristorante che debba essere prima di tutto “un luogo capace di generare cultura, emozioni e relazioni.”

Radici italiane, sguardo internazionale

C’è un aspetto della storia di Paolo Arnetoli che aiuta a capire perché la sua Osteria risulti diversa da tante altre proposte gastronomiche della Val d’Orcia, pur muovendosi negli stessi confini geografici e negli stessi riferimenti alla tradizione toscana. È il fatto di aver guardato al proprio territorio con occhi che hanno visto anche altro. “Oggi comprendo che ciascuna di queste esperienze ha contribuito a formare la mia idea di ospitalità,” dice, “italiana nelle radici, internazionale nella sensibilità e orientata alla ricerca continua dell’eccellenza.”

Non stupisce, a questo punto, che Arnetoli non parli della sua Osteria come di un traguardo definitivo, ma come di una tappa. “Il mio obiettivo futuro è continuare a sviluppare progetti nei quali cucina, vino, cultura, bellezza e relazioni umane possano convivere, portando il valore dell’ospitalità italiana anche in una dimensione sempre più internazionale,” racconta, con la stessa naturalezza di chi sa che il proprio percorso, nonostante i risultati già ottenuti, è tutt’altro che concluso.

Guardando indietro al proprio cammino – la moda in Cina, la pasticceria scoperta per caso, la disciplina di ALMA, la fatica di trasformare una cucina in un’impresa – Arnetoli sembra oggi consapevole di una cosa: che nessuna di quelle tappe, presa singolarmente, avrebbe potuto raccontare la sua idea di ospitalità così come la racconta oggi, tutta insieme, servita a tavola una cena alla volta.

Un’osteria da scoprire, un borgo da vivere

Chi legge questa storia e sente il desiderio di vederla con i propri occhi ha, in fondo, tutti gli ingredienti giusti per farlo: un borgo tra i più belli della Toscana, una cucina che non rincorre le mode ma le supera con la forza della propria identità, e una cantina che meriterebbe da sola il viaggio fino a Monticchiello. Osteria Fra Paolino si trova in Via di Mezzo 17, tra Pienza e Siena, ed è il luogo giusto per chi vuole scoprire cosa significhi davvero “custodire il tempo” attraverso la cucina.

Che si scelga di prenotare una cena, di partecipare a una cooking class, o semplicemente di lasciarsi consigliare una bottiglia dalla lunga carta dei vini, il consiglio è uno solo: prendersi il tempo di vivere questa esperienza fino in fondo, senza fretta. Perché, come racconta la storia di Paolo Arnetoli, le cose che restano davvero non sono mai quelle costruite in fretta, ma quelle a cui si è dedicato tempo, cura e pazienza, un giorno dopo l’altro.

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