Valorizzare il turismo partendo da un’azienda in crisi
Corso Europa, Verdellino. Da una parte l’autostrada A4, con il suo traffico costante di camion e auto dirette verso Milano o verso Bergamo. Dall’altra Leolandia, con le sue giostre e le famiglie in coda per un pass giornaliero. In mezzo, quasi defilato rispetto al viavai, il Palace Hotel: quattro stelle, design moderno, una facciata che non urla ma nemmeno si nasconde. Chi lo attraversa distrattamente, magari per una notte tra una riunione e l’altra, difficilmente immagina che dietro la reception ci sia una storia cominciata tredici anni fa in condizioni tutt’altro che favorevoli.
A raccontarla è Giuseppe Cammisano, 46 anni, alla guida della struttura dal 2012. Un uomo che parla del proprio lavoro con la stessa naturalezza con cui parla della famiglia — due figli, una moglie che, dice con un mezzo sorriso, “mi segue in tutto e mi supporta e mi sopporta” — perché per lui le due cose non sono mai state davvero separate.
Una vocazione cominciata a quattordici anni
Cammisano è figlio di albergatori. Cresce dentro un hotel, tra corridoi, colazioni servite alle sette del mattino e telefonate di clienti che chiedono l’ultima camera disponibile. È un’infanzia che gli insegna, senza che nessuno debba spiegarglielo troppo, come funziona davvero l’accoglienza: non come teoria, ma come sequenza di piccoli problemi da risolvere ogni giorno.
A quattordici anni si iscrive alla scuola alberghiera. Non è una scelta di ripiego, né una scorciatoia per restare nel solco tracciato dai genitori: è l’inizio di un apprendistato che durerà anni, fatto di turni, stage, corsi tecnici e un’idea sempre più chiara di dove vuole arrivare. Ci vorrà comunque molto tempo prima che quell’idea prenda la forma di un progetto autonomo.
Il momento arriva il primo febbraio 2012. Una data che Cammisano ricorda con precisione, perché segna il giorno in cui smette di essere il figlio che lavora nell’azienda di famiglia e diventa qualcuno che dirige, da solo, la propria. “Ho affrontato la sfida di rilevare un’azienda nel 2012, in piena crisi mondiale,” racconta. Dieci dipendenti, nessuna rete di protezione familiare a fare da cuscinetto, e un mercato del turismo che in quegli anni arrancava vistosamente in tutta Europa.
Prepararsi all’Expo mentre tutti guardavano solo alla crisi
Il 2012 non era un anno qualunque per aprire un’attività ricettiva. La crisi finanziaria aveva svuotato i bilanci di molte famiglie e imprese, e il settore alberghiero — tra i più sensibili alle oscillazioni economiche — ne stava pagando le conseguenze dirette. Prenotazioni in calo, margini ridotti all’osso, incertezza su ogni investimento. In quel contesto, la maggior parte degli operatori del settore ragionava in termini di sopravvivenza a breve termine.
Cammisano fa una scelta diversa. Nel bel mezzo delle difficoltà, comincia a lavorare in vista di un appuntamento che sembrava lontanissimo: l’Esposizione Universale di Milano del 2015. “Ho preparato l’azienda al grande evento dell’Expo, per poi cavalcare l’onda del turismo che Milano ancora oggi ne gode grazie all’internazionalizzazione della città,” spiega. Fiere, eventi, sviluppo industriale, aeroporti, infrastrutture: tutto quello che ruota attorno a una metropoli che si apre al mondo diventa, nella sua visione, un’opportunità da intercettare in anticipo, non da rincorrere quando ormai è evidente a tutti.
La scommessa paga. L’Expo arriva, passa, e lascia dietro di sé un territorio trasformato: Milano attira più eventi, più fiere, più viaggiatori internazionali, e quella spinta continua ad alimentare l’economia turistica lombarda ben oltre la chiusura dei padiglioni. Il Palace Hotel, posizionato esattamente a metà strada tra Bergamo e Milano, si trova nel punto giusto al momento giusto — ma solo perché qualcuno aveva deciso di prepararsi per tempo.
Quaranta persone, un solo principio
Nel corso degli anni, l’azienda cresce. Dai dieci dipendenti iniziali si arriva oggi a quasi quaranta persone, contando personale diretto e indotto. Un’espansione che comporta inevitabilmente una complessità organizzativa maggiore: turni da coordinare, reparti da far dialogare tra loro, standard di servizio da mantenere costanti anche quando il flusso di ospiti aumenta.
Cammisano non nasconde che gestire quaranta persone richiede un approccio diverso rispetto a quando i collaboratori erano dieci. Le mansioni si specializzano, servono referenti per ogni reparto, e il rapporto diretto con ogni singolo dipendente — possibile quando la squadra era piccola — lascia spazio a una struttura più articolata, con responsabili di sala, di reception e di manutenzione che rispondono direttamente a lui. Ma insiste su un punto, che ripete quasi come una regola personale più che come uno slogan aziendale: “Anche quando le cose vanno bene, bisogna essere sempre presenti, non dimenticarsi mai l’inizio di quel bene, perché prima del bene ci sono sempre le difficoltà iniziali — chi ne ha avute poche, chi ne ha avute tante, ma ci sono sempre state.” È un modo di lavorare che rifiuta la comodità della routine, anche a distanza di tredici anni dall’apertura.
Non è un caso che Cammisano torni spesso, nel corso della conversazione, sugli anni difficili dell’avvio più che sui risultati attuali. Chi lo conosce racconta di un titolare che gira ancora personalmente tra i reparti, che parla con lo staff di sala prima del servizio serale, che preferisce verificare di persona come sta andando un evento aziendale piuttosto che aspettare un resoconto il giorno dopo. Una presenza fisica che, in un’azienda passata da dieci a quaranta persone, non era affatto scontato riuscire a mantenere.
C’è poi un tema che Cammisano solleva spontaneamente, ed è quello del cambiamento tecnologico. “Oggi più di ieri bisogna stare al passo dello sviluppo, non per niente oggi parliamo tutti di intelligenza artificiale,” osserva. Non lo dice per moda: nel suo settore, gli strumenti di prenotazione, i sistemi di gestione e le aspettative dei clienti si evolvono a una velocità che, se ignorata, può trasformarsi rapidamente in uno svantaggio competitivo.
Un hotel pensato per due tipi di viaggiatore
Chi arriva al Palace Hotel di Verdellino porta con sé esigenze molto diverse tra loro. C’è il manager che deve organizzare una riunione con clienti internazionali e ha bisogno di una sala equipaggiata con tecnologia affidabile. C’è la famiglia che ha prenotato due notti per godersi Leolandia senza fretta. C’è chi segue da vicino il mondo Atalanta e trova comodo un hotel a pochi minuti dal centro sportivo del club. E c’è chi, semplicemente, deve prendere un volo da Orio al Serio la mattina presto e cerca un punto d’appoggio vicino all’uscita autostradale della A4.
La struttura, quattro stelle dal design moderno e minimalista, prova a rispondere a tutte queste richieste senza snaturarsi. La colazione a buffet è inclusa nel prezzo, il parcheggio gratuito è disponibile nelle vicinanze dell’hotel, e la palestra resta aperta ventiquattr’ore su ventiquattro per chi non vuole interrompere la propria routine di allenamento nemmeno in trasferta. Le sale riunioni, spaziose e dotate delle attrezzature tecniche più recenti, sono pensate per ospitare eventi aziendali con un livello di servizio paragonabile a quello di strutture ben più centrali.
La posizione, del resto, gioca a favore su più fronti: il centro commerciale Orio è raggiungibile in una decina di minuti, l’outlet della Franciacorta dista una sessantina di chilometri, e nelle immediate vicinanze si trovano anche punti di riferimento sanitari come il Policlinico San Marco. Dettagli che, presi singolarmente, potrebbero sembrare marginali, ma che nell’insieme compongono un’offerta pensata per chi vuole muoversi con facilità tra due delle province più dinamiche del nord Italia.
Sul fronte business, l’hotel ospita regolarmente riunioni di lavoro, presentazioni e piccoli convegni aziendali, complice la vicinanza a un asse — quello tra Bergamo e Milano — che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi il numero di aziende, fiere di settore e società di logistica insediate lungo la A4. Per queste realtà, avere a disposizione una sala riunioni a pochi minuti dal casello, senza dover attraversare il traffico cittadino di Milano, rappresenta un vantaggio pratico non da poco. Allo stesso tempo, nei fine settimana, la clientela cambia quasi del tutto fisionomia: famiglie con bambini, spesso di ritorno da un’intera giornata a Leolandia, che cercano più che altro tranquillità e un letto comodo dopo ore passate in coda alle attrazioni.
La soddisfazione del cliente come metodo, non come frase fatta
Chiesto di riassumere la filosofia che guida la gestione del Palace Hotel, Cammisano non si dilunga in teorie di management. Va dritto al punto: “La nostra filosofia aziendale si basa sulla massima soddisfazione del cliente. Il nostro staff e la direzione sono dedicati a offrire il miglior servizio possibile, pronti ad ascoltare e a soddisfare tutte le esigenze, cercando sempre di superare le aspettative.” Una dichiarazione che, scritta così, potrebbe sembrare la formula standard di qualsiasi hotel del mondo. Ma diventa concreta solo se si guarda a come viene applicata ogni giorno, turno dopo turno, dal personale di reception a quello di sala.
È qui che il racconto di Cammisano si intreccia con quello di tanti altri imprenditori del settore alberghiero: la differenza tra un servizio dichiarato e un servizio effettivamente percepito dal cliente si gioca su dettagli minimi — un check-in senza attese, una richiesta particolare gestita senza problemi, un imprevisto risolto prima che l’ospite se ne accorga. Cammisano lo sa bene, avendolo imparato fin da ragazzino osservando i propri genitori lavorare.
Le difficoltà non raccontate, ma sempre presenti
C’è un aspetto della storia di Cammisano che emerge quasi per sottrazione, più nei toni che nelle parole esplicite: la fatica di aver costruito tutto da zero, senza il paracadute della famiglia alle spalle. Rilevare un’azienda a trentadue anni, in un momento di crisi economica generalizzata, significa esporsi personalmente a rischi che un giovane imprenditore protetto dalla struttura familiare non deve affrontare allo stesso modo.
Cammisano ne parla con understatement, quasi con pudore, senza alcuna retorica da self-made man: racconta apertamente le notti di dubbi e la responsabilità diretta su dieci famiglie che dipendevano dal suo lavoro. È un tipo di racconto che si sente più spesso tra chi ha davvero attraversato momenti difficili che tra chi li racconta per costruirsi un’immagine.
In questo, il ruolo della famiglia emerge come una costante più che come un dettaglio biografico aggiunto per completezza. Cammisano è padre di due bambini, e gestire un hotel significa spesso lavorare nei weekend, negli orari in cui altre famiglie sono libere di stare insieme. È qui che entra in gioco la moglie, presenza costante che lui stesso definisce, con affetto scherzoso, come qualcuno che “mi segue in tutto e mi supporta e mi sopporta”. Una battuta che, dietro il tono leggero, racconta bene quanto pesi, nella vita di un imprenditore alberghiero, avere accanto qualcuno disposto a condividere orari e sacrifici che il settore impone quasi per definizione.
Guardare avanti restando con i piedi per terra
Oggi, con tredici anni di attività alle spalle e un organico quadruplicato, Cammisano potrebbe permettersi di rallentare, di godersi i risultati raggiunti. Non sembra essere nei suoi piani. Il riferimento all’intelligenza artificiale e alla necessità di restare al passo con lo sviluppo tecnologico arriva naturale in un imprenditore che, fin dal primo giorno del 2012, ha fatto della preparazione anticipata ai cambiamenti il proprio metodo di lavoro.
La stessa logica che lo ha portato a investire sull’Expo del 2015 quando ancora sembrava un evento lontano, oggi lo spinge a chiedersi come cambieranno le abitudini di prenotazione, le aspettative degli ospiti, gli strumenti gestionali del settore alberghiero nei prossimi anni. Una domanda che, per chi guida un hotel a metà strada tra due città in continua trasformazione come Bergamo e Milano, non può restare senza risposta troppo a lungo.
Un’accoglienza da scoprire tra Leolandia, Atalanta e le vie di Milano
La storia di Giuseppe Cammisano racconta, in fondo, tredici anni di scelte fatte spesso controcorrente: aprire mentre altri chiudevano, investire mentre altri tagliavano, restare presenti anche quando i risultati avrebbero permesso di allentare la presa. Un percorso che parte da una scuola alberghiera frequentata a quattordici anni e arriva fino a un hotel che oggi accoglie ogni giorno famiglie dirette a Leolandia, tifosi e addetti ai lavori del mondo Atalanta, manager in viaggio tra Bergamo e Milano.
Chi si trova a programmare un soggiorno in questa zona della Lombardia, per lavoro o per svago, può trovare nel Palace Hotel di Verdellino un punto d’appoggio comodo, ben collegato e gestito da chi conosce il mestiere dell’accoglienza da una vita intera. Per conoscere tutti i servizi della struttura e prenotare un soggiorno, la pagina di riferimento è www.palacehotelbg.it: un modo semplice per toccare con mano, direttamente, il risultato di una storia costruita passo dopo passo.

