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Nel parco dei re, una tavola che non si dimentica

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Il Saint Georges Premier di Monza non è semplicemente un ristorante. È un posto che ti rimane addosso.

Ci vuole un po’ per arrivarci. Non perché sia lontano — Monza è Monza, ci si arriva in treno, in macchina, in un’ora da Milano se il traffico non fa i capricci — ma perché il Parco della Villa Reale non si attraversa di fretta. Non riesci. Gli alberi sono troppo alti, il silenzio è troppo inaspettato, e quando finalmente vedi l’edificio — bianco, composto, con quella grazia ottocentesca che non stona con niente — ti viene spontaneo rallentare. Quasi ti sembra una mancanza di rispetto avere fretta, qui.

Il Saint Georges Premier è questo, prima di qualunque cosa: un luogo. Non una location, non una struttura, non uno spazio. Un luogo, con tutto il peso specifico che quella parola porta con sé.

Una storia lunga quasi due secoli

L’edificio lo costruì l’architetto Tazzini nel 1838. Era una fagianaia reale — un posto dove i sovrani allevavano i fagiani e organizzavano le battute di caccia. Il Parco di Monza era già allora una delle tenute più importanti d’Europa: quasi 700 ettari cintati da mura, i Giardini Reali, il fiume Lambro che ci passa in mezzo. Un patrimonio che ancora oggi è tra i più grandi parchi urbani del continente, e che fa parte del più vasto Parco regionale della Valle del Lambro.

Di quella storia al Saint Georges Premier non è rimasto solo il fascino dell’edificio. È rimasto qualcosa di più difficile da spiegare: una certa idea di ospitalità che ha a che fare con il prendersi cura delle persone, con il fare le cose bene non perché qualcuno ti guarda ma perché altrimenti non avrebbe senso farle. È quella sensazione che senti appena entri — che il posto ha una sua dignità, e che chi ci lavora lo sa. Non è arroganza, non è distanza. È semplicemente la consapevolezza di stare in un luogo che ha un peso, una storia, una responsabilità verso chi lo visita.

Ci sono posti che nascono già vecchi, nel senso peggiore del termine — ingessati, incapaci di evolversi. E poi ci sono posti come questo, dove la storia è una risorsa, non un peso. Dove il 1838 non è una data da esporre in una targa, ma un punto di partenza da cui continuare a costruire qualcosa.

Dal 1922, a pochi passi da qui, c’è anche l’Autodromo Nazionale di Monza. Uno dei circuiti più famosi al mondo, con quella curva parabolica che è diventata un’icona. Due luoghi che sembrano agli antipodi — la velocità e il silenzio, il rombo dei motori e il fruscio degli alberi — eppure coesistono nello stesso parco da un secolo. Anche questo dice qualcosa di Monza: una città che sa tenere insieme cose diverse, senza che si pestino i piedi.

Lo chef, i piatti, quella cucina che racconta qualcosa

A luglio 2025 il Saint Georges Premier è entrato nella Guida Michelin. Non è un dettaglio, ma neanche il punto di partenza giusto per capire cosa succede in cucina qui. Il riconoscimento è una certificazione, non una descrizione. E la cucina va descritta, non semplicemente certificata.

Ai fornelli c’è Giuliano Fusaro, executive chef del locale. La proposta parte dalla tradizione italiana — quella vera, quella che ha radici e memoria — e la porta in un posto diverso, più contemporaneo, senza che il viaggio le faccia perdere il senso di sé. Stagionalità rigorosa, materie prime selezionate con quella cura che si vede nel risultato finale, una sensibilità per i sapori che non si insegna sui libri. La Guida del Gambero Rosso lo ha inserito tra i migliori locali della Brianza. Sluurpy lo ha definito “un vero e proprio tempio della cucina.” Italia a Tavola, James Magazine, Horeca: tutti hanno scritto di questo posto con una considerazione che non si ottiene per caso.

Ma poi c’è il risotto alla monzese. Luganega e zafferano, come vuole la tradizione. E lì capisci tutto: non c’è intellettualismo, non c’è il bisogno di stupire a tutti i costi. C’è un piatto che racconta un territorio, preparato con la tecnica di chi sa esattamente cosa sta facendo e perché. Chi è passato di qui negli anni lo ricorda, quel risotto. Come si ricordano le cose che hanno un sapore preciso, non generico.

I bocconcini di pescatrice, i dessert, il tiramisù che Lisa Su ha trovato “veramente delizioso” — ogni portata segue la stessa logica: rispetto per l’ingrediente, attenzione all’equilibrio, nessuna concessione alla superficialità. È una cucina che ha carattere. E il carattere, in cucina come nella vita, è raro.

Vale la pena soffermarsi su cosa significa, concretamente, lavorare con la stagionalità. Non è uno slogan, non è una parola da mettere in menu per fare bella figura. Significa che il piatto che mangi a marzo non è lo stesso che troveresti ad agosto. Significa che la carta cambia, che la cucina si adatta, che il cuoco deve avere una visione abbastanza solida da reinventarsi continuamente senza perdere il filo. È una disciplina che richiede umiltà — quella di affidarsi a ciò che offre il momento, rinunciando al controllo assoluto — e creatività, perché i vincoli, quando sono veri, spingono a trovare soluzioni che la libertà totale non avrebbe mai suggerito.

Il parco come parte dell’esperienza

Una cosa che chi non c’è mai stato fatica a immaginare è quanto il contorno conti, al Saint Georges Premier. Non è solo una bella cornice — è una parte attiva dell’esperienza. Cenare all’aperto d’estate, con gli alberi del parco che fanno da confine al mondo, è una cosa diversa dal sedersi in qualunque altro terrazzo di qualunque altro ristorante. C’è qualcosa di sospeso nell’aria, una quiete che non ti aspetti così vicino a una città, e che finisce per cambiare il ritmo con cui mangi, con cui parli, con cui stai.

Pasquale Ciarla l’ha definito “la Casa Bianca del parco della Reggia di Monza.” Esagerato? Forse. Ma anche no — c’è qualcosa in quella descrizione che coglie qualcosa di reale: quella sensazione di essere in un posto che ha un peso specifico, che non assomiglia a niente altro nei dintorni.

Il parcheggio è ampio e comodo — sembra un dettaglio banale, ma non lo è, perché togliere lo stress della sosta è già un modo di cominciare l’esperienza nel verso giusto. E per chi viene con bambini piccoli, c’è un’area giochi all’aperto: scivoli, altalene, strutture per arrampicarsi. Un gesto di attenzione verso le famiglie che dice molto della filosofia del posto. Qui non si pensa solo a chi mangia: si pensa a chi viene.

Matrimoni, eventi, quelle occasioni che non si ripetono

C’è una parte della storia del Saint Georges Premier che va raccontata separatamente, non perché sia secondaria — anzi — ma perché merita uno spazio proprio. Negli anni, questo posto è diventato uno dei punti di riferimento della Brianza per chi deve organizzare un evento importante. Matrimoni, battesimi, compleanni, lauree, anniversari, cene aziendali, congressi, convegni: il Saint Georges Premier le ha ospitate tutte, e le ha ospitate bene.

Eleonora B. ha scritto una recensione che vale più di mille brochure: “Ci siamo sposati presso il St. Georges a settembre ed è stato tutto bellissimo. L’organizzazione impeccabile — senza di lei non saremmo mai riusciti a fare tutto.” Quel “senza di lei” che rimanda alla responsabile degli eventi racconta qualcosa di preciso: che dietro ogni occasione riuscita c’è qualcuno che ci lavora davvero, che prende sul serio il peso emotivo di quelle giornate, che capisce che un matrimonio non è un pranzo di lavoro.

Sul versante aziendale, la proposta è strutturata e completa: sale per meeting e riunioni, spazi per conferenze e congressi, cene di rappresentanza in un contesto che fa già la sua parte prima ancora che si cominci a parlare. In un’epoca in cui le aziende fanno fatica a trovare location che dicano qualcosa di loro — che trasmettano un’immagine senza che tu debba spiegare niente — il Saint Georges Premier è una risposta concreta. Portare i tuoi ospiti qui è già, di per sé, una dichiarazione.

Non è un dettaglio da poco. Chi lavora nel mondo degli eventi aziendali sa benissimo che la location fa almeno metà del lavoro. Mette le persone in uno stato d’animo diverso, abbassa le difese, crea una predisposizione positiva che nessun PowerPoint riuscirebbe a generare da solo. Il Saint Georges Premier ha quella capacità quasi naturalmente — è sufficiente varcare il cancello del parco per sentire che l’atmosfera cambia. E quella atmosfera, una volta a tavola, diventa la cornice perfetta per qualunque conversazione importante.

Quell’arte di far star bene le persone

Le recensioni del Saint Georges Premier andrebbero lette tutte, non per fare una media, ma per il pattern che emerge. Non si parla solo di cibo — o meglio, si parla di cibo, ma poi si parla sempre anche di altro. Dell’accoglienza. Di come ti hanno trattato. Di come ti sei sentito.

“Personale molto simpatico e a disposizione,” scrive Dalila Delgado. “Accoglienza assolutamente cortese nonostante non avessimo prenotato,” annota Ezio Sangiovanni Gelmini. “Personale cordiale e competente,” conferma Giacomo Giuffredi. “Disponibili e cordiali i camerieri,” aggiunge chi ha cenato all’aperto temendo le zanzare — che, per inciso, non si sono fatte vedere.

Non è un caso. È il risultato di una cultura dell’ospitalità che si costruisce lentamente, che non si improvvisa, che richiede una coerenza quotidiana difficile da mantenere. Far star bene le persone è un mestiere — uno dei più difficili — e al Saint Georges Premier lo sanno.

Un’offerta che non sta mai ferma

Il ristorante non è un posto che si accontenta di fare sempre le stesse cose. L’offerta si muove, si adatta, cerca nuovi modi per sorprendere senza perdere la bussola. Il brunch domenicale è diventato un appuntamento fisso per molte famiglie della zona. Il “Venerdì Croccante” è una serata tematica che ha trovato il suo pubblico. Le serate evento si rinnovano nel tempo, e chi vuole rimanere aggiornato può seguire il sito o iscriversi alla newsletter.

I voucher regalo meritano una menzione a parte, perché sono pensati con una logica precisa: regalare un’esperienza, non un oggetto. “La Fagianaia Reale” — pranzo o cena con due portate. “La Villa Reale” — tre portate. Il “Menu degustazione a mano libera dello Chef” — ci si affida completamente alla cucina, e raramente è una scelta di cui ci si pente. C’è anche il voucher “Quanto e Come”, per chi vuole personalizzare completamente il regalo. Sono prodotti che hanno senso: in un mondo in cui non si sa mai cosa regalare, la risposta giusta è spesso un’ora a tavola in un posto che vale davvero.

Quello che rimane

I posti che contano davvero si riconoscono da una cosa sola: li ricordi. Non perché siano perfetti — la perfezione è noiosa e asettica — ma perché ti hanno dato qualcosa che non ti aspettavi, o che ti aspettavi e hanno mantenuto, che è già abbastanza raro.

Il Saint Georges Premier ha quella qualità. La storia dell’edificio, il parco tutt’intorno, la cucina di Giuliano Fusaro, il modo in cui ti accolgono: tutto concorre a creare un’esperienza che ha una sua coerenza, una sua logica interna. Non è un posto che cerca di essere tutto per tutti — è un posto che sa cosa vuole essere, e lo è con una certa determinazione.

In un momento in cui la ristorazione italiana è attraversata da trasformazioni continue, da nuove mode e nuovi modelli, c’è qualcosa di rassicurante — nel senso buono del termine — in un posto che sceglie la strada della qualità senza proclamarlo a gran voce. Che lavora, che migliora, che si prende cura delle persone che varcano quella soglia, giorno dopo giorno, senza che nessuno lo veda fare.

Quella continuità, quella coerenza silenziosa, è forse la forma di leadership più difficile da praticare e da mantenere nel tempo. Non fa rumore, non finisce sui giornali, non genera like. Eppure è esattamente quello che distingue i posti che durano da quelli che scompaiono dopo due stagioni. Al Saint Georges Premier la praticano da anni, con una costanza che merita rispetto.

Se non ci siete ancora stati, è il momento giusto per rimediare. Per prenotare un tavolo, scoprire il calendario degli eventi o chiedere informazioni su come organizzare un’occasione speciale, tutto è sul sito saintgeorges.it. Oppure scrivete a info@saintgeorges.it. Il ristorante si trova a Viale di Vedano 7, nel Parco di Monza.

Certi posti è meglio vederli di persona. Questo è uno di quelli. E chi ci va una volta, di solito trova il modo di tornarci.

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