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Nebbiolo nouvelle vague: a Treiso c’è chi semina mentre tutti parlano di crisi

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Bisognerebbe diffidare, in genere, di chi apre un discorso sul vino citando la crisi. È diventato un rito, quasi una formula di cortesia: ci si stringe nelle spalle, si elencano i consumi in calo, i dazi, i giovani che bevono altro, e poi si passa al bicchiere successivo. Eppure questa volta tocca partire proprio da lì, dalla famosa crisi, perché senza quella premessa la storia di Cascina Alberta perderebbe metà del suo significato.

Treiso, cuore del Barbaresco. Colline che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità e che in autunno, quando la nebbia sale dal Tanaro, sembrano disegnate apposta per le fotografie. Qui, mentre buona parte del settore tira il freno a mano, un gruppo di persone ha deciso di fare esattamente il contrario: comprare, investire, chiamare consulenti di fama mondiale, piantare le basi di un progetto pensato per durare decenni. Dal 2025 Cascina Alberta è entrata, insieme alla storica Cascina Cà Rossa di Canale, sotto il cappello di una nuova proprietà tutta italiana, dalle radici fortemente piemontesi.

Non sono gli unici, va detto. Nelle Langhe e nel Roero, negli ultimi anni, di piccole realtà nuove ne sono nate parecchie. Gente che conosce benissimo la fatica di questo mestiere — le gelate di aprile, le grandinate di luglio, le vendemmie che non aspettano — e che ciononostante continua a innamorarsene. Cascina Alberta appartiene a questa famiglia di ostinati. E a raccontarcela è un uomo che, prima di approdare tra questi filari, ha girato mezzo mondo.

Un braidese che torna a casa passando per Dubai

Davide Abram è nato a Bra. Per chi non è della zona: Bra è la capitale di Slow Food, una ventina di chilometri da Treiso, terra di salsiccia cruda e di formaggi. Un posto dove il cibo e il vino non sono un argomento di conversazione ma una lingua madre.

Il suo percorso comincia in modo classico, all’istituto alberghiero IPSSAR di Mondovì. Poi prende una piega che di classico ha ben poco. The Connaught a Londra. L’Hotel de Crillon a Parigi, quello affacciato su Place de la Concorde. L’Intercontinental di Sydney. L’Angsana Resort by Banyan Tree a Palm Cove, sulla costa australiana. L’Armani Hotel di Dubai. Chi conosce l’hôtellerie internazionale sa che basterebbe uno solo di questi nomi per qualificare un curriculum; Davide li ha attraversati tutti.

Avrebbe potuto restare là fuori, in quel circuito dorato dove i professionisti italiani dell’accoglienza sono merce preziosa. Ha scelto altro. “Sono stato scelto dalla nuova proprietà per costruire intorno a Cascina Alberta un universo che possa rispecchiare il loro amore per questa Terra, per l’agricoltura sostenibile, per il vino e per una ospitalità attenta e discreta a Treiso, nel cuore del Barbaresco,” racconta oggi, da Property Manager della tenuta.

Costruire un universo. La parola non è scelta a caso, e ci torneremo. Ma prima conviene capire dove questo universo sta prendendo forma.

Novanta ettari sotto il paese, esposti a mezzogiorno

Giacone. Per il consumatore medio è un nome come un altro; per chi mastica Barbaresco è una delle MGA — le menzioni geografiche aggiuntive, i “cru” piemontesi — più importanti dell’intera denominazione. Novanta ettari che si sviluppano sotto il paese di Treiso, esposti prevalentemente a sud, sud-ovest e sud-est. Tradotto: sole dal mattino alla sera, esattamente quello che il Nebbiolo pretende per maturare come si deve.

Cascina Alberta sta lì dentro. Venti ettari di proprietà a corpo unico intorno alla cantina — dieci di bosco, dieci di vigna — più un appezzamento nel comune di Neive. Il corpo unico, dettaglio tutt’altro che secondario in una zona dove le proprietà sono storicamente frammentate in fazzoletti di terra, permette una gestione coerente e razionale del vigneto. Il bosco, dal canto suo, non è terreno sprecato: è biodiversità, equilibrio, riparo. Chi fa agricoltura biologica sul serio lo sa bene.

Perché questo è l’altro punto fermo: Cascina Alberta è certificata biologica da prima del 2019, in vigna come in cantina. Non da ieri, non da quando il bio è diventato un argomento di vendita. Da molto prima.

La produzione si aggira sulle 50.000 bottiglie l’anno. Poche, deliberatamente. La gamma parla la lingua del territorio senza tentennamenti: Barbaresco “Giacone”, Barbaresco “Giacone” Riserva, Barbaresco “Serragrilli”, Nebbiolo Langhe, Barbera d’Alba, Barbera d’Alba Superiore, un Langhe Riesling prodotto in quantità limitatissime per i palati curiosi, un Nebbiolo Rosé Spumante Metodo Classico ancora in lavorazione. E poi c’è l’annuncio che farà drizzare le orecchie agli appassionati: a breve arriverà anche un classico Barolo, da una parcella di Bussia, una delle MGA più prestigiose di Monforte d’Alba. Una cantina del Barbaresco che mette un piede a Bussia non sta facendo un esperimento. Sta dichiarando dove vuole arrivare.

Nessuna magia in cantina, ed è una promessa

Chiedete a dieci produttori la loro filosofia e nove vi risponderanno con le stesse parole: rispetto, territorio, tradizione. A Cascina Alberta hanno scelto una formula diversa, più spiazzante: “nessuna magia”.

Vale la pena lasciarli spiegare. “La nostra filosofia ha come cuore pulsante l’essere il meno invasivi possibile, rispettando al massimo l’annata e il suo andamento. Tornare a far conoscere il vino per quello che la Terra offre, senza standardizzarne il gusto per le richieste di mercato o modificarlo per uniformarsi ad esse, rappresenta un’idea di produzione vitivinicola forse controcorrente, ma ai nostri occhi più corretta e coerente verso chi sceglie i nostri vini.”

Controcorrente lo è davvero. Per decenni il mercato globale ha premiato i vini rotondi, morbidi, identici a se stessi millesimo dopo millesimo, costruiti per non scontentare nessuno. Qui si va nella direzione opposta: il vino come ritratto fedele di un’annata, con i suoi pregi e i suoi spigoli. Se l’estate è stata fresca, il bicchiere lo dirà. Se è stata torrida, anche. In cantina si interviene soltanto dove ce n’è reale necessità, con quella che loro chiamano “una sapiente cura e attenzione in tutti i passaggi”. Il resto lo fanno la collina, la stagione e la pazienza.

Un’agricoltura realmente sostenibile, per usare le loro parole, è insieme un modus operandi e una forma mentis. Si può discutere se sia la strada commercialmente più facile. Difficile discutere che sia la più onesta.

I fuoriclasse chiamati a Treiso

Le dichiarazioni di principio, però, contano fino a un certo punto. Contano i fatti, e i fatti a Cascina Alberta hanno nomi e cognomi piuttosto pesanti.

Il primo è Marco Simonit. Per chi non frequenta il mondo del vino: Simonit è l’uomo che ha rivoluzionato la potatura della vite a livello planetario, il fondatore del metodo che porta il suo nome, consulente delle più blasonate maison di Francia e d’Italia. Un guru dell’agronomia mondiale, senza esagerazioni. Da quest’anno accompagna la crescita dei vigneti di Treiso seguendo il ciclo linfatico delle piante, vite per vite, taglio per taglio. Quando una piccola cantina da 50.000 bottiglie si assicura una consulenza del genere, il messaggio è inequivocabile.

In cantina la squadra non è da meno. C’è l’esperienza di Angelo Ferrio, l’anima storica di Cascina Cà Rossa, uno che le vendemmie le conta ormai a decine. E accanto a lui arrivano le consulenze di Giuseppe Caviola e Gianfranco Cordero, due enologi che nel Piemonte del vino godono di una reputazione costruita in carriere intere. Il loro compito è portare il lavoro svolto in vigna alla sua massima espressione in bottiglia, “grazie al grande amore e alla profonda conoscenza del vino di entrambi”, come dicono in azienda.

Mettiamola così: in un momento in cui molti tagliano i costi e rimandano gli investimenti, qui hanno riunito attorno a venti ettari di collina alcune delle migliori competenze disponibili sul mercato. Si può chiamare coraggio. Si può chiamare visione. Probabilmente è tutte e due le cose insieme.

Cà Rossa, la sorella maggiore che dà sicurezza

Il progetto, dicevamo, ha due gambe. La seconda si chiama Cascina Cà Rossa e sta a Canale, dall’altra parte del Tanaro, nel cuore del Roero. Se Cascina Alberta è la promessa, Cà Rossa è la garanzia.

I numeri parlano da soli: tre Roero DOCG che si sono alternati nel conquistare i “3 bicchieri” del Gambero Rosso — il massimo riconoscimento della critica enologica italiana — per quasi vent’anni di fila. Due Arneis apprezzatissimi dagli estimatori del vitigno bianco simbolo del Roero. Due Barbera classiche e rappresentative della regione, un Nebbiolo Langhe. In tutto, circa 60.000 bottiglie l’anno.

Insieme, le due cantine raccontano le due sponde del fiume: il Barbaresco da una parte, il Roero dall’altra, due territori fra i più rappresentativi dell’intero panorama vitivinicolo nazionale, ciascuno con il proprio carattere. È una complementarità che ha senso sul piano enologico prima ancora che su quello commerciale. E che permette alla giovane Cascina Alberta di crescere appoggiandosi a una struttura che il mestiere lo conosce da una vita.

La leadership? “Non credo esista, almeno non come la raccontano”

Saliremo si occupa di leadership, e con un interlocutore come Davide Abram la domanda era inevitabile: cosa significa guidare un progetto, dopo aver lavorato in organizzazioni dove l’eccellenza del servizio dipende da centinaia di persone coordinate al millimetro?

La risposta arriva senza giri di parole, ed è di quelle che vale la pena trascrivere per intero. “Credo non esista la leadership come viene oggi intesa nell’immaginario collettivo. Credo esista una persona che, nel gruppo, ami più di altri il proprio lavoro e lo riesca a dimostrare attraverso l’intraprendenza e le idee, che poi altri ascoltano, prendendolo come figura di riferimento ed entrando in sintonia reciprocamente.”

Niente condottieri, dunque. Niente carisma da copertina. La leadership, per Davide, è una conseguenza dell’amore per il lavoro, reso visibile agli altri attraverso le idee. Chi ama davvero quello che fa, prima o poi, viene seguito.

E i risultati? “Un traguardo nasce sempre dalla collaborazione di più persone, ed anche quando è riconosciuto come individuale vi è sempre, alla base, un confronto di più opinioni che portano a soluzioni ottimali.”

Attenzione, però, a non scambiare questa visione per un elogio dell’assemblea permanente. Il finale del suo ragionamento rimette ogni cosa al suo posto: “Deve poi esserci qualcuno che ha la parola fine ed il carattere per prendere una direzione specifica, ma dev’essere sempre una decisione ponderata dopo aver ascoltato ed analizzato tutte le persone intorno al progetto che possono, anche in piccola parte, apportare miglioramenti a ragion veduta e con cognizione di causa.”

Ascoltare tutti, decidere uno. È una sintesi che chiunque gestisca un’impresa — un ristorante, una cantina, un’azienda manifatturiera — farebbe bene ad appuntarsi da qualche parte. E viene da pensare che Davide l’abbia imparata proprio nei grandi alberghi del mondo, dove un servizio impeccabile è sempre il risultato di una squadra che funziona, mai di un solista.

L’ospitalità come la intende chi l’ha vista ai massimi livelli

Poi c’è il capitolo accoglienza, che per uno con il curriculum di Davide è quasi una questione personale. Cascina Alberta non vuole essere solo una cantina che produce e spedisce bottiglie: vuole essere un luogo da vivere, una destinazione. “Non solo vino, ma genuina ospitalità nel cuore del Barbaresco”, recita la presentazione dell’azienda.

La cascina è attualmente in fase di ristrutturazione, con una riapertura prevista per il 2027 che si annuncia ambiziosa: una piscina a sfioro affacciata sulle vigne, dieci nuove camere reinterpretate con materiali naturali e del territorio, nuovi spazi comuni pensati in stile minimal e contemporaneo. Un progetto che trasformerà la tenuta in una destinazione a tutto tondo, dove il vino è il filo conduttore ma l’esperienza va ben oltre il calice.

I due aggettivi che Davide usa per descrivere l’ospitalità — attenta e discreta — meritano una riflessione. Attenta come al Crillon o al Connaught, dove nessun dettaglio è lasciato al caso. Discreta perché le Langhe non hanno bisogno di scenografie: il paesaggio patrimonio dell’umanità, il silenzio dei filari, un calice di Barbaresco mentre il sole cala dietro le colline fanno già tutto da soli. Il compito di chi accoglie, semmai, è non mettersi in mezzo.

C’è qualcosa di poetico nell’idea che un professionista formato a Dubai e a Sydney abbia deciso di portare quegli standard in un paese di ottocento anime della provincia di Cuneo. E c’è anche, a ben vedere, una lezione di marketing territoriale che molte destinazioni italiane dovrebbero studiare.

Quando gli altri aspettano, qualcuno pianta

Torniamo, in chiusura, al punto di partenza. La crisi del vino esiste, inutile negarlo. Ma le crisi, lo insegna la storia economica, sono anche i momenti in cui le carte si rimescolano. Chi investe quando gli altri si fermano paga un prezzo nel breve periodo e, spesso, incassa un vantaggio enorme nel lungo.

Cascina Alberta ha scelto questa seconda strada. Vignaioli di prima generazione — ma agricoltori da cinque! — con alle spalle una proprietà solida e ambiziosa, una certificazione biologica che risale a ben prima del 2019, il miglior agronomo del mondo a curare le viti, due enologi di razza in cantina, una parcella a Bussia che promette un Barolo da seguire con attenzione, e un Property Manager che ha riportato a casa vent’anni di ospitalità internazionale. Difficile immaginare fondamenta migliori.

Soprattutto, c’è quella cosa che nessuna congiuntura può togliere a chi ce l’ha: la passione per un mestiere faticoso e affascinante, fatto di stagioni che non si possono rimandare e di risultati che si misurano in anni, non in trimestri. La nouvelle vague del Nebbiolo, se di questo si tratta, nasce da qui. Da gente che ama questo mondo abbastanza da scommetterci sopra proprio adesso.

Il modo migliore per capirlo è andarci

Le storie di vino, per quanto ben raccontate, hanno un limite strutturale: a un certo punto bisogna stappare. Il consiglio, quindi, è il più semplice possibile: andate a Treiso. È a pochi minuti da Alba, immersa in uno dei paesaggi più belli che la viticoltura italiana possa offrire, e Cascina Alberta accoglie chi vuole degustare i suoi Barbaresco, le sue Barbera, il raro Riesling, ascoltando dal vivo la storia che avete appena letto.

Tutte le informazioni sui vini, sulle novità e sulle possibilità di visita le trovate sul sito www.calberta.it. E se durante la degustazione incontrate Davide Abram, chiedetegli perché ha lasciato l’Armani Hotel di Dubai per tornare tra queste colline. Vi risponderà, probabilmente, versandovi un altro bicchiere di Barbaresco Giacone.

A quel punto la domanda vi sembrerà superflua.

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