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Con passione e amore ogni ostacolo sparisce: Maurizio Brogioni e i vent’anni che ci sono voluti

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

A Montefioralle, sopra Greve in Chianti, un vignaiolo racconta come si costruisce un’azienda partendo da quattro ettari di olivi e seminativo. Una storia di obiettivi tenuti fermi a lungo

Il borgo tondo sopra Greve

Chi sale da Greve in Chianti verso Montefioralle in genere ci mette poco a capire perché il borgo abbia quella forma. Le case si stringono in cerchio attorno alla collina, una dietro l’altra, come si costruiva quando le mura servivano davvero. Sotto, la valle. Attorno, i filari che salgono e scendono seguendo il terreno invece di contraddirlo.

È qui, in questo pezzo di comune di Greve, che si trova l’azienda agricola di Maurizio Brogioni. Sei ettari di vigneto specializzato, quattro di oliveto, nove di bosco, una cantina piccola. Sulla carta è una realtà di dimensioni contenute anche per gli standard del Chianti Classico, dove convivono grandi proprietà storiche e produttori che stanno dentro pochi ettari.

Sul campo è qualcos’altro: il risultato finale di un progetto che è cominciato molto prima del 1999, l’anno in cui Brogioni ha comprato la sua prima terra.

Quando gli abbiamo chiesto di raccontarsi, ha risposto per iscritto e poi ha aggiunto una nota in fondo al modulo: “Non sono bravo a scrivere per descrivere quello che provo e che trasmetto, forse se ci sentiamo per telefono sarebbe meglio.” Una cosa del genere, in un questionario dove quasi tutti cercano di fare bella figura, dice parecchio sulla persona che l’ha scritta.

In azienda con il babbo, in bottega con la mamma

Maurizio Brogioni nasce a Greve in Chianti. Il padre agricoltore, la madre commerciante: due mestieri che in casa portavano due orologi diversi.

L’agricoltura in Chianti ha tempi che nessuno può accorciare. Si pianta una vigna e si aspetta. Si aspetta che entri in produzione, si aspetta la vendemmia giusta, si aspetta che il vino esca dalla botte quando è pronto e non quando serve incassare. Il commercio funziona all’opposto: il cliente entra oggi, chiede oggi, e il conto si chiude a fine mese.

Brogioni passa i suoi primi anni in azienda con il babbo. Non è una scelta di carriera, è dove sta la famiglia. Poi arriva la formazione: diploma in agraria, anno 1980.

Molte storie di aziende agricole toscane comincerebbero qui, con il figlio che rileva e prosegue. La sua prende una strada diversa, e per parecchio tempo si allontana da quello che sarebbe diventata.

Il diploma del 1980 e quello che venne dopo

“Poi per 19 anni faccio un po’ di tutto.”

Sono le parole esatte con cui Brogioni sistema il periodo tra il diploma e l’acquisto della prima terra. Cinque parole per diciannove anni.

Chi racconta la propria storia di solito riempie questo tipo di passaggi, li giustifica, li trasforma in formazione. Lui li chiude in una frase e passa oltre, senza nessuna traccia di rimpianto per il tempo che ci è voluto.

Dietro quella riga ci sono i vent’anni che diventano quaranta. Ci sono i lavori fatti perché servivano, gli amici che nel frattempo si sono sistemati altrove, il denaro messo da parte poco alla volta. Il Chianti di quegli anni, tra l’altro, non era il Chianti di oggi: il Chianti Classico stava attraversando la trasformazione che l’avrebbe portato fuori dal fiasco impagliato e dentro il mercato dei vini seri, con investimenti crescenti e prezzi dei terreni che salivano di conseguenza.

Il che rende quei diciannove anni ancora più significativi. Non erano un’attesa passiva: erano il tempo necessario a mettere insieme abbastanza per comprare in una zona che stava diventando cara.

“Nella vita è importante avere obbiettivi chiari e sapere che per raggiungere questi occorre tanto lavoro e passione”, dice oggi Brogioni riassumendo il proprio percorso. Chiunque può scrivere una frase così. Pochi hanno alle spalle diciannove anni che la dimostrano.

Quattro ettari, olivi e seminativo

Nel 1999 arriva il primo acquisto: quattro ettari.

Vale la pena guardare bene cosa fossero. Olivi e seminativo. Nessuna vigna, nessuna cantina, nessuna denominazione, nessun cliente. In una delle zone vitivinicole più conosciute al mondo, Brogioni compra la terra che il vino non ce l’ha ancora.

Da un punto di vista strettamente contabile è la scelta peggiore possibile. Paghi il prezzo di un territorio celebre e ti ritrovi con un reddito da seminativo. Ha senso soltanto se hai in testa cosa vuoi che diventi quel terreno tra dieci anni, e se sei disposto a pagare l’attesa di tasca tua.

Il seminativo, in Chianti, spesso è la traccia di quello che c’era prima: la mezzadria, il grano, il policolturale che teneva insieme famiglie intere. Trasformarlo in vigneto specializzato significa riscrivere la destinazione di un pezzo di collina.

La vigna del Duemila

L’anno successivo Brogioni impianta il suo primo vigneto. Quota: quattrocentocinquanta metri sul livello del mare. Esposizione: ottimale.

Sono due dati che a chi non frequenta il mondo del vino diranno poco, e che in Chianti Classico contano moltissimo. A quattrocentocinquanta metri le notti sono fresche anche a fine agosto. L’escursione termica rallenta la maturazione, protegge l’acidità, tiene in piedi i profumi. Il Sangiovese, che è varietà permalosa e poco incline al perdono, a quelle quote dà vini con una spina dorsale invece che vini larghi e stanchi.

Bisogna però aspettare. Una vigna impiantata nel 2000 non dà uva utile prima di tre o quattro anni, e non dà il meglio prima di dieci. Chi decide di piantare in alta collina sta scommettendo su un momento che vedrà a metà del decennio successivo.

Da lì in avanti, come dice lui, “passo dopo passo”. Nessuna espansione improvvisa, nessun colpo grosso: acquisti successivi, ettari aggiunti quando si poteva, fino ai numeri di oggi. Sei ettari di vigneto, quattro di oliveto, nove di bosco, e una cantina costruita su misura delle proprie quantità.

Il bosco, in questo conteggio, non è un residuo. Nelle colline chiantigiane il bosco è ciò che regola l’acqua, tiene il terreno, ospita la fauna e chiude il paesaggio attorno ai vigneti. Un’azienda che ne possiede nove ettari su venti sta gestendo un pezzo di ambiente, non solo delle superfici produttive.

Sei ettari, cinque vini e un olio

Sulla scelta dei vitigni, Brogioni non ha cercato scorciatoie. Il Sangiovese occupa il novanta per cento degli impianti. Il resto è diviso tra Merlot e Syrah.

È la fisionomia di un produttore che crede nel proprio territorio senza farne una questione ideologica. Il Sangiovese fa il lavoro principale perché è il vitigno di questa collina; gli altri due entrano dove possono servire.

Quello che esce dalla cantina, per un’azienda di questa taglia, è una gamma sorprendentemente articolata. Ci sono il Chianti Classico e il Chianti Classico Riserva. C’è un Supertuscan. C’è un rosato da Syrah in purezza, che a Greve non è affatto la cosa più ovvia da produrre. E c’è un bianco da Sauvignon Blanc: in sei ettari di vigneto, dedicarne una parte a un vitigno che nessun disciplinare del Chianti ti chiede è una decisione presa con cognizione di causa.

Accanto al vino c’è l’olio extravergine di oliva. Nella descrizione della propria attività Brogioni lo mette esattamente sullo stesso piano — “produciamo vino Chianti Classico e olio extravergine di oliva” — e non come voce accessoria del catalogo. Quattro ettari di oliveto sono un impegno vero, con la raccolta che arriva puntualmente a cadere nel periodo peggiore, subito dopo la vendemmia, quando in cantina c’è ancora tutto da seguire. Dell’olio esiste anche una versione al tartufo bianco.

Poi c’è tutto il resto, che nasce dallo stesso modo di ragionare: mosto cotto, una crema di cioccolato all’olio d’oliva, creme per il corpo ricavate dalla stessa materia prima. Chi lavora così non ragiona per linee di prodotto, ragiona per ciclo completo: se la terra dà una cosa, si vede fin dove quella cosa può arrivare. A questo si aggiunge quello che l’azienda non produce ma sceglie: i salumi, che sono toscani e arrivano da altre mani, e i formaggi presi apposta per accompagnare i vini della casa. Anche selezionare è un mestiere, e Brogioni lo tiene ben distinto dal produrre.

L’ora e mezza che cambia il sapore del bicchiere

C’è una parte dell’attività che il questionario non poteva contenere, ed è quella in cui Brogioni dà evidentemente il meglio.

Le degustazioni si prenotano, si fanno da soli o in gruppo, e durano circa novanta minuti, tempo permettendo. Il percorso comincia fuori: la vigna, l’oliveto, la storia del Chianti Classico raccontata guardando le colline di cui si sta parlando. Poi si entra nella piccola cantina e si spiega la vinificazione dall’inizio alla fine. I bicchieri arrivano soltanto dopo, accompagnati dai salumi toscani, dai formaggi e dall’olio dell’azienda.

L’ordine conta. In molte cantine attrezzate per il turismo si entra direttamente in sala degustazione e il territorio resta una fotografia appesa al muro. Qui il vino te lo mettono in mano quando hai già camminato tra le viti da cui viene, e a quel punto quello che bevi ha un contesto.

Il sito dell’azienda descrive l’esperienza come un incontro tra l’amore per il vino e la gioia di vivere, e presenta Brogioni come qualcuno che ti accoglie con il suo sorriso. Formule promozionali, certo — ma tornano in modo sospetto con l’uomo che ha ammesso di non saper scrivere quello che prova e ha proposto di sentirsi al telefono.

Attorno alla cantina, negli anni, si sono aggiunte altre cose. Un Wine Club per chi vuole un rapporto continuativo con la produzione. Le cooking class, che portano dentro casa la parte gastronomica del Chianti. Uno shop online con spedizione gratuita in tutto il mondo, che per un produttore di sei ettari a Montefioralle significa arrivare su tavoli che non vedrà mai. La parte commerciante dell’eredità familiare, a quanto pare, ha lasciato il segno.

Cinquant’anni contati a modo suo

Sulla propria pagina di presentazione l’azienda rivendica cinquant’anni di esperienza, e a prima vista il numero stona con le date: la terra è del 1999, la vigna del 2000.

Il conto torna se si capisce da dove parte. Brogioni non conta gli anni della sua impresa, conta gli anni del suo mestiere — quelli che cominciano dal bambino che seguiva il padre in azienda.

Accanto a quel numero il sito elenca quattro punti di forza: rispetto per la storia, amore per le tradizioni, cura dei prodotti, esperienza nel settore. È un lessico deliberatamente antico. Nessun accenno a innovazione, sostenibilità certificata, restyling dell’etichetta, narrazione del brand. Chi ha scritto quelle quattro voci sapeva benissimo in quale conversazione voleva stare.

Quello che resta quando il sogno si realizza

Nel modulo che ci ha rimandato, Brogioni chiude il racconto della propria vita con una frase che vale la pena riportare com’è: “Passo dopo passo adesso abbiamo 6 ettari di vigneto 4 ettari oliveto e 9 ettari di bosco più una piccola cantina e finalmente sono un uomo FELICE ho realizzato il mio sogno.”

Quel maiuscolo è l’unico di tutto il questionario. È l’unico punto in cui alza la voce, e lo fa per una parola sola.

Il magazine che ospita questa storia si occupa di leadership, e la domanda viene da sé: che cosa può insegnare un vignaiolo di Montefioralle a chi guida un’impresa di tutt’altro genere.

La risposta ha a che vedere con il tempo, e con il modo in cui lo si tratta. Diciannove anni di lavori vari, un acquisto di terra che non produceva ancora niente di quello che gli interessava, una vigna piantata sapendo che avrebbe parlato dopo un decennio, e una crescita fatta di ettari aggiunti uno alla volta. In tutta la vicenda non compare mai un’accelerazione. Compare invece una direzione mantenuta ferma per venticinque anni, che è una disciplina molto meno spettacolare e molto più difficile.

Ed è anche una storia sul non farsi male aspettando. Chi cova rancore per un’attesa lunga di solito lo lascia capire; nelle righe di Brogioni non ce n’è traccia. Ha lavorato, ha messo da parte, e quando ha potuto ha comprato.

Il titolo che aveva suggerito per questo pezzo era: “Con passione e amore ogni ostacolo sparisce”. Detta da un altro sarebbe una frase da calendario. Detta da chi ha impiegato un quarto di secolo a mettere insieme venti ettari sulla collina dove è nato, e alla fine ha scritto in maiuscolo la parola felice, è semplicemente il resoconto di come sono andate le cose.

Come andarci

L’azienda agricola Maurizio Brogioni si trova in via San Cresci 37, a Greve in Chianti, nella zona di Montefioralle.

Le visite con degustazione si prenotano in anticipo, individualmente o per gruppi, e durano circa un’ora e mezza: vigneto, oliveto, cantina, e poi l’assaggio di Chianti Classico, Riserva, Supertuscan, del rosato di Syrah e del Sauvignon Blanc, insieme all’olio extravergine dell’azienda e ai salumi toscani e ai formaggi scelti per accompagnarli. Sul sito si trovano anche il Wine Club, le cooking class e lo shop, che spedisce in tutto il mondo.

Il riferimento è www.brogionimaurizio.it.

Andateci. E fatevi raccontare a voce la storia dei quattro ettari del 1999: a voce gli riesce meglio, l’ha detto anche a noi.

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