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Il potere delle opere collettive: come Stefano Rambaldi sta ridisegnando l’ospitalità di Mastrojanni Relais

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Stefano Rambaldi ci pensa un attimo prima di rispondere. Non è la pausa di chi cerca la frase a effetto, ma quella di chi vuole essere preciso. “Per stupire, bisogna prima essere ancora capaci di stupirsi,” dice infine. E se si conosce anche solo un po’ Mastrojanni Relais — la tenuta che sorge a Castelnuovo dell’Abate, nella parte sud-orientale di Montalcino, dentro una proprietà che produce Brunello dal 1975 — si capisce subito che quella frase non è uno slogan buttato lì per l’intervista. È il modo in cui, da tre anni, questo trentacinquenne dirige undici camere, un ristorante, una cantina storica e, tra pochissimo, anche una villa privata tra le vigne.

Gli avevo chiesto cosa rendesse davvero speciale un’esperienza di ospitalità di alto livello. Mi aspettavo una risposta sui numeri, sugli investimenti, magari sull’ingresso della struttura in Small Luxury Hotels of the World. Invece Rambaldi ha parlato di persone. Quasi esclusivamente di persone.

Un direttore che non parla di camere

Chi dirige un relais di questo livello ha di solito un repertorio pronto: la ristrutturazione delle suite, il nuovo chef, il posizionamento sul mercato internazionale. Rambaldi arriva a questi temi, ma ci arriva tardi, quasi controvoglia, come se fossero la conseguenza di qualcos’altro e non il punto di partenza.

“La crescita di una realtà non dipende solo da ciò che viene costruito o ristrutturato,” mi dice mentre camminiamo — be’, mentre parliamo, perché l’intervista è stata scritta a distanza, ma il tono con cui arrivano le sue risposte ha comunque quella cadenza di chi sta pensando a voce alta. “Dipende dalla capacità del team di dare vita a quelle scelte ogni giorno, con coerenza, senza ridurre il servizio a una sequenza rigida di procedure.”

È una frase che moltissimi direttori d’albergo potrebbero pronunciare senza crederci davvero. Con Rambaldi, però, torna troppe volte, declinata in troppi modi diversi, per essere solo un buon proposito buttato lì per compiacere chi fa le domande. Diventa, semmai, il filo che tiene insieme l’intera conversazione.

Da una grande catena a un cantiere ancora aperto

Rambaldi, classe 1991, non nasce professionalmente a Montalcino. Dopo gli studi in ospitalità ha lavorato per anni dentro una grande catena alberghiera, con esperienze anche all’estero. Anni che lui stesso definisce fondamentali: il tipo di formazione che si fa solo dentro macchine organizzative enormi, dove tutto è già stato pensato, misurato, standardizzato — un’ottima palestra, insomma, per imparare come funzionano modelli e culture aziendali molto diverse tra loro.

L’arrivo a Mastrojanni, nel 2023, è stato tutt’altra cosa. “Sono entrato in una realtà più piccola, con un’identità forte, ma anche con un grande potenziale ancora da sviluppare,” racconta, “e molti nuovi capitoli da scrivere.” Non un ulteriore gradino di carriera dentro una struttura già scritta, ma l’ingresso in un cantiere aperto — con una storia solidissima alle spalle, cinquant’anni di vino, ma con ancora molto da costruire nella parte alberghiera.

Oggi, dice, il suo lavoro consiste “nel tenere insieme persone, visione e operatività.” Detta così può suonare come una frase da corso di management. Ma se si guarda a come Rambaldi la mette in pratica — vedremo tra poco come — si capisce che non è affatto scontata: in moltissime realtà alberghiere questi tre elementi restano separati, quasi in competizione tra loro. La visione resta appannaggio della proprietà, l’operatività finisce nelle mani dei capireparto, e le persone diventano una variabile da gestire come un’altra. A Mastrojanni, a quanto racconta, questa separazione non regge.

Decine di piccole decisioni, non una regia unica

C’è un passaggio dell’intervista che vale la pena riportare quasi per intero, perché arriva dritto al cuore del ragionamento di Rambaldi. “In una realtà come Mastrojanni, l’esperienza dell’ospite non nasce da una sola persona,” dice. “È il risultato di decine di decisioni quotidiane prese da chi accoglie, prepara una camera, serve un piatto o affronta un imprevisto.”

Sembra un’osservazione ovvia, e in effetti lo è — chiunque abbia lavorato in un albergo lo sa. Il punto non è l’osservazione in sé, ma quello che Rambaldi ne fa: se l’esperienza è la somma di dozzine di micro-decisioni sparse lungo tutta la giornata di un ospite, allora chi dirige non può pensare di presidiarle tutte. Deve fare qualcos’altro. Deve — userà lui stesso questa parola più volte — costruire un contesto in cui le persone capiscano la direzione, possano prendersi responsabilità vere, e abbiano lo spazio per usare il proprio giudizio quando la procedura finisce e comincia il buon senso.

“Il mio compito non è essere presente in ogni singola decisione,” dice, “ma fare in modo che l’identità di Mastrojanni possa essere interpretata e fatta vivere da tutte le persone che ne fanno parte.” Non controllo capillare, dunque, ma fiducia distribuita. Non l’assenza di regole — vedremo che le regole, per lui, restano fondamentali — ma regole pensate per lasciare margine, non per soffocarlo.

Standard sì, ma senza spegnere l’attenzione alla persona

Negli ultimi anni Mastrojanni ha investito parecchio: il riposizionamento del Relais, il rinnovo delle camere, la crescita del ristorante, l’apertura al mercato internazionale culminata nell’ingresso in Small Luxury Hotels of the World e in Tablet Hotels. Sono riconoscimenti importanti, dice Rambaldi, ma non li racconta come un punto d’arrivo. Il passaggio che considera davvero decisivo è un altro, meno visibile: l’aumento progressivo del livello di responsabilità dato al team.

“L’obiettivo è poter contare su persone che comprendano l’identità di Mastrojanni e sappiano prendere buone decisioni anche quando una situazione non è prevista da una procedura,” spiega. Ed è qui che entra in gioco un tema su cui Rambaldi torna con insistenza: il rapporto tra standard e sensibilità individuale, che a suo avviso non sono affatto in conflitto, ma neanche coincidono automaticamente. “Gli standard sono necessari perché garantiscono continuità e qualità,” dice, “ma non devono spegnere l’attenzione verso la singola persona. Devono creare una base abbastanza solida da permettere al team di osservare, comprendere e, quando serve, fare qualcosa che l’ospite non si aspetta.”

Aggiunge un dettaglio che mi sembra particolarmente onesto, perché toglie all’idea di “sorpresa” ogni retorica facile: trasformare l’ordinario in straordinario, dice, non significa moltiplicare i gesti eclatanti. Significa riconoscere il momento in cui una piccola attenzione — non necessariamente costosa, non necessariamente programmata — può cambiare l’esperienza di qualcuno. Un’intuizione del genere richiede occhi allenati, tempo per osservare, e soprattutto la libertà di agire senza dover chiedere il permesso a qualcuno più in alto nella catena.

L’errore come materiale di lavoro, non come colpa

C’è un tema che molte aziende dell’ospitalità di lusso preferiscono non toccare, perché suona rischioso, quasi controintuitivo in un settore dove l’errore viene spesso vissuto come un fallimento da nascondere: l’errore, appunto. Rambaldi lo affronta senza girarci troppo attorno. “Questo richiede fiducia, autonomia e una cultura nella quale l’errore non venga ignorato, ma analizzato e trasformato in apprendimento,” dice.

È una posizione che implica un salto culturale non piccolo. La tentazione, in un contesto dove ogni dettaglio conta e ogni ospite paga per l’eccellenza, sarebbe quella di eliminare ogni margine di rischio moltiplicando le procedure. Rambaldi sceglie la strada opposta, più faticosa ma — a giudicare da come ne parla — più solida nel tempo: leader capaci di non intervenire continuamente al posto degli altri, ma di costruire contesti in cui le persone possano crescere assumendosi responsabilità reali.

“Negli ultimi tre anni la sfida principale è stata crescere e aggiungere nuovi progetti mentre l’attività continuava a funzionare ogni giorno,” racconta, riferendosi al periodo in cui ha preso in mano la direzione della struttura. “Ogni passo avanti ha generato opportunità, ma anche maggiore complessità. Il passaggio fondamentale consiste nel trasferire responsabilità reali e accettare che gli altri possano raggiungere lo stesso risultato attraverso percorsi differenti.” Ed è qui, dice, che “un gruppo di persone smette di essere soltanto un team e inizia a diventare un’opera collettiva” — la frase che dà il titolo a questo pezzo, e che non a caso Rambaldi stesso ha suggerito come chiave di lettura dell’intera storia.

Un paesaggio che detta il ritmo

Per capire fino in fondo da dove nasca questa filosofia, bisogna fare un passo indietro e guardare il luogo in cui prende forma ogni giorno. Mastrojanni comincia nel 1975, quando la famiglia Mastrojanni decide di ristrutturare due antichi poderi, Loreto e San Pio, su una collina non lontana da Castelnuovo dell’Abate. Poderi che in origine erano antiche vedette — testimoni del passaggio di Etruschi e Romani — trasformati in epoca medievale in un baluardo a difesa della Via Francigena e della celebre Via dei Papi.

Da lì, la trasformazione in casa di campagna con cantina vinicola annessa, poi un nuovo intervento di recupero nel 2011, fino all’apertura del Relais nel 2019. Oggi la proprietà è di Francesco Illy, che insieme a un team di giovani condivide — così si legge nella storia della tenuta — “l’emozione straordinaria della bellezza da scoprire nelle piccole cose quotidiane.” Difficile non notare quanto questa frase dialoghi con il discorso di Rambaldi sullo stupore e sull’attenzione: tutta la tenuta, dai quarantuno ettari di vigneto alla cantina scavata nella collina con tecniche che escludono cemento armato e ferro per non alterare i campi magnetici del luogo, sembra rispondere alla stessa logica applicata da Rambaldi alla gestione delle persone. Seguire i cicli naturali, dare il tempo necessario alla maturazione, non avere fretta.

A tavola, con quello che l’orto regala

Il ristorante della tenuta, Reniala, fonda la propria cucina sulla tradizione toscana, sulla stagionalità e sulla materia prima locale — un orto biologico che da solo regala oltre settanta varietà tra frutta e verdura e più di trenta erbe aromatiche. Una cucina a chilometro zero costruita su una ricerca continua: piccoli produttori, biologico e, dove possibile, biodinamico; carne e pesce da fornitori con cui la tenuta lavora da decenni; formaggi e salumi dai borghi vicini; pane e pasta fatti in casa; olio dai propri ulivi.

Il menù cambia ogni mese, mentre alcune ricette restano fisse nel tempo, quasi a raccontare la tradizione agricola toscana attraverso pochi piatti che tornano stagione dopo stagione. Ad accompagnarli, una carta dei vini in continuo aggiornamento tra le migliori etichette della regione, dal Brunello di Montalcino ai vini della stessa Mastrojanni, fino alle giovani promesse emergenti. Per chi vuole andare oltre la cena, ci sono i percorsi degustazione — dalla Wine Lover Lunch al Grand Pairing, fino al Menù al Tartufo — pensati per far dialogare ogni portata con il calice più adatto.

Villa Poderino, dove l’arte non arreda

Tra pochissime settimane aprirà Villa Poderino, l’ultimo capitolo di questa espansione. Non una struttura a sé, ma — coerentemente con quanto racconta Rambaldi — un’estensione della stessa idea di ospitalità che anima il Relais: trecentouno metri quadrati, quattro camere, cinque bagni, una piscina di dodici per cinque metri, a cinque minuti a piedi dalla struttura principale. Il progetto porta la firma dell’artista Vittorio Corsini, che intreccia anima rurale e sensibilità contemporanea in ogni ambiente, fino alla piscina che riprende forme e cromie dell’Abbazia di Sant’Antimo.

Nella presentazione della villa si legge che è un luogo “dove la memoria si fa colore,” pensato per chi cerca un soggiorno tra natura, creatività e cultura del vino, vissuto in esclusiva tra le vigne. E anche qui torna, quasi identico, lo stesso principio che guida Rambaldi nel lavoro con le persone: l’arte, dicono a Villa Poderino, non arreda, parla. Proprio come gli standard, nel racconto del direttore, non devono spegnere l’attenzione verso la singola persona, ma lasciare spazio a un dialogo autentico tra chi accoglie e chi arriva.

Un territorio che non ha fretta

Intorno a Mastrojanni si apre un pezzo di Toscana che sembra fatto apposta per rallentare il passo. Castelnuovo dell’Abate, borgo medievale nato come fortilizio a difesa della vicina Abbazia di Sant’Antimo — capolavoro romanico abitato nei secoli dai monaci benedettini. Montalcino, a pochi minuti di distanza, con il Palazzo Comunale, la Fortezza, le colline che custodiscono la culla del Brunello, primo vino italiano ad avere la Denominazione di Origine Controllata e Garantita. E più lontano il Monte Amiata, le sculture contemporanee di Seggiano, le terme di Bagno Vignoni, la perfezione rinascimentale di Pienza, il centro storico a forma di “esse” di Montepulciano.

Un contesto che Mastrojanni integra nella propria offerta con esperienze pensate per piccoli gruppi — la visita in cantina con degustazione, la merenda toscana tra i filari, le escursioni in e-bike o a piedi verso Sant’Antimo, le sessioni di yoga all’aperto, la caccia al tartufo nei boschi vicini — e con un calendario di eventi conviviali che vanno dalle cene pop-up di “Contaminazioni,” con chef internazionali in residenza, alle serate informali di “Ape Pizza” nel giardino del Relais, fino alle tavolate a fuoco vivo di “Monday on Fire,” cucinate interamente sull’Ofyr in mezzo all’orto.

Non un resort, un modello

Quello che colpisce di più, ascoltando Rambaldi, è la chiarezza con cui definisce l’ambizione di Mastrojanni. Non è il numero dei servizi a renderla interessante, dice, né la continua aggiunta di nuovi progetti. È il tentativo di costruire un’esperienza unica, leggibile e coerente tra tutti i servizi della tenuta — dalla cantina al ristorante, dalle camere alle nuove ville. “Il nostro obiettivo non è diventare un grande resort,” dice. “È costruire un modello di ospitalità riconoscibile, capace di mantenere un rapporto autentico con il vino, inteso come elemento culturale e sociale, con il territorio e, soprattutto, con le persone.”

È una distinzione che vale la pena sottolineare, in un momento storico in cui molte realtà dell’ospitalità di lusso misurano il proprio successo quasi esclusivamente in termini di crescita dimensionale. Rambaldi, e con lui il team che lo circonda, sembra aver scelto una strada diversa: crescere in profondità più che in ampiezza, investendo il tempo necessario a formare persone capaci di interpretare — non semplicemente eseguire — l’identità della tenuta.

Chi legge questa storia con un occhio rivolto alla leadership, in qualunque settore lavori, vi troverà più di uno spunto: la fiducia come motore dell’autonomia, gli standard pensati come cornice e non come gabbia, l’errore trattato come materiale da cui imparare piuttosto che come colpa da nascondere, la scelta di costruire contesti invece di controllare ogni singolo passaggio. Principi facili da enunciare in un’intervista, molto più difficili da praticare con la costanza di cui parla Rambaldi — e forse è proprio questa la prova che, a Mastrojanni, sono già diventati parte della cultura del posto.

Un invito a Montalcino

Chi vuole vedere con i propri occhi come tutto questo prenda forma — tra vigne che producono Brunello da cinquant’anni, la tavola di Reniala, la nuova Villa Poderino e un territorio che dalla Val d’Orcia fino a Sant’Antimo non smette di sorprendere — può visitare il sito di Mastrojanni Relais e prenotare il proprio soggiorno, oppure semplicemente fermarsi a pranzo o a cena, scegliendo una delle esperienze enogastronomiche che la tenuta propone tutto l’anno. A Castelnuovo dell’Abate l’ospitalità non è mai solo un servizio: è, per usare le parole di chi la dirige ogni giorno, un’opera collettiva.

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