Una polizza del 1896 e un uomo che non dimentica
Marco Raggio apre un cassetto e tira fuori carta ingiallita. Non è una metafora, è quello che fa davvero. Tra i documenti che conserva nell’azienda agricola di Borzonasca, in provincia di Genova, c’è una polizza assicurativa stipulata nel 1896 dal suo bisnonno materno, Botto Andrea fu Lorenzo. Il documento è intestato alla Società Italiana di Mutue Assicurazioni L’Emilia, sede a Bologna, direzione divisionale di Genova. Polizza numero 1485. Somma assicurata: lire 1.300. Premio annuo: lire 1,98. Copertura contro incendio, scoppio del gas, fulmine e danni da apparecchi a vapore.
Marco potrebbe inquadrarlo e appenderlo al muro come un cimelio. Invece lo tiene in un cassetto, con tutto il resto: le bollette di macinazione del 1941 e del 1943, le ricevute dell’abbonamento ad Apitalia del 1927, le medaglie di guerra del nonno Botto Vittorio Fortunato, gli scritti del tempo. Vittorio era apicoltore, falegname, macellaio e contadino. Era anche un uomo che aveva attraversato quasi otto anni di guerra, dal conflitto italo-turco del 1912 fino alla fine della Prima guerra mondiale. Di quella vita resta tutto — ordinato, custodito, non esposto.
C’è qualcosa in questo gesto che dice molto di Marco Raggio prima ancora di qualsiasi dichiarazione d’intenti. Tenere quei documenti non è nostalgia. È consapevolezza. È sapere da dove si viene per capire dove si sta andando.
Da quattro generazioni nella stessa valle
L’Agriturismo Da Ö Mattê si trova a Borzonasca, nell’entroterra ligure, lungo la Valle Sturla. Non è un posto che si trova per caso, né uno di quelli che si raggiunge perché la guida Michelin ti ha detto di farlo. Ci si arriva perché qualcuno te ne ha parlato, oppure perché stai cercando qualcosa di specifico: silenzio, cibo vero, un contatto con un pezzo d’Italia che esiste ancora ma che molti hanno smesso di cercare.
La storia dell’azienda agricola che Marco gestisce oggi affonda le radici nel XIX secolo. Suo nonno Vittorio, tornato dalla guerra con le medaglie e la voglia di lavorare la terra, ha continuato l’attività agricola che il padre aveva avviato. Poi è arrivata sua madre, Botto Olga, che ha portato avanti la produzione con l’aiuto del marito, Raggio Giovanni: ortaggi, farina di castagne, nocciole misto Chiavari, olive per l’olio d’oliva, miele. La stessa filiera, generazione dopo generazione, con le variazioni che il tempo impone ma senza mai abbandonare il filo principale.
Marco e sua sorella Delfina hanno ereditato tutto questo, e continuano. I quantitativi sono cambiati, alcune lavorazioni si sono semplificate, altre si sono aggiunte. Ma il principio è rimasto invariato: produrre in proprio, vendere direttamente, sapere cosa c’è dentro ogni cosa che si mette in tavola.
Nel 1997, Marco, Olga e Delfina decidono di fare un passo in più e aprono l’agriturismo. Anche il nome è una scelta meditata. Volevano qualcosa in genovese, una parola che avesse radici vere nel dialetto locale. Sono andati a cercare consiglio da chi se ne intendeva, e alla fine hanno scelto Da Ö Mattê, che in ligure significa Dal Fabbro: soprannome della famiglia Raggio, quella paterna, genovesi da generazioni. Non un nome inventato per suonare autentico, ma un nome che è autentico perché racconta qualcuno che è esistito davvero.
Gli svedesi che vennero a imparare dalle api liguri
C’è un episodio del 1989 che Marco racconta con quella soddisfazione quieta di chi sa di avere fatto una cosa buona senza bisogno di pubblicizzarla. Quell’estate arrivarono a Borzonasca alcuni apicoltori svedesi. Erano venuti apposta per studiare l’ape Ligustica, una varietà nota in tutta Europa per la docilità e la capacità produttiva, con l’obiettivo di prelevare il seme dei fuchi per praticare l’inseminazione artificiale nel loro paese.
Entrarono nel laboratorio di smielatura dell’azienda e rimasero a bocca aperta. Per loro era una meraviglia, dice Marco, e si capisce che non lo dice con arroganza ma con quella sorpresa genuina di chi non aveva cercato di stupire nessuno e ci è riuscito lo stesso. Quell’incontro finì su una rivista svedese. Marco conserva ancora la copia, con la traduzione italiana allegata e la fotografia degli apicoltori scandinavi nel laboratorio di Borzonasca.
È un dettaglio che potrebbe sembrare minore, ma non lo è. Dice che quello che si faceva qui, in un angolo di Appennino ligure che non trova posto sulle mappe del turismo di massa, era abbastanza buono da attirare professionisti dall’altra parte d’Europa. Non per folklore, non per scenografia, ma per competenza tecnica e per la qualità di ciò che si produceva.
Trent’anni dopo, nel luglio del 2019, è il Secolo XIX a raccontare un’altra storia di ritorni. Un articolo sul turismo delle radici — quello degli italiani emigrati all’estero che tornano a cercare il paese d’origine della propria famiglia — porta il titolo: I Raggio del miele da San Francisco a Borzonasca. Erano arrivati degli americani, seguendo i documenti genealogici fino a questa valle. E Marco li aveva accolti, come aveva accolto gli svedesi vent’anni prima, come accoglie chiunque arrivi con una ragione vera per essere lì.
Il mulino, le castagne e la Francia che non si riesce a convincere
C’è una parte della storia di Marco Raggio che non ha il lieto fine, almeno per ora, e che vale la pena raccontare perché dice qualcosa di vero su cosa significa portare avanti un’attività come questa nel contesto italiano e europeo contemporaneo.
Marco ha una passione per i mulini ad acqua e pietra. Non è una passione da collezionista o da restauratore del fine settimana: negli ultimi anni ha rimesso in funzione almeno tre mulini, e oggi gestisce un impianto che apparteneva a una cooperativa agricola poi chiusa. Da quel mulino escono farine di castagne, di mais e di grano — quest’ultimo acquistato da contadini del Parmense. È una produzione concreta, che ha un mercato, che risponde a una domanda reale.
A un certo punto è arrivata anche una richiesta dalla Francia. Qualcuno voleva un preventivo per un lavoro sui mulini. Marco era pronto. Ma la burocrazia francese aveva idee diverse: la sua azienda non risultava accreditata presso le Beaux-Arts, le belle arti francesi, e senza quel riconoscimento formale non era possibile procedere. Il lavoro non si è fatto.
Marco lo racconta senza alzare la voce. Non c’è una filippica contro la burocrazia europea, nessun lamento, nessuna richiesta di comprensione. C’è solo la registrazione di un fatto, e poi si va avanti. Ma in quella calma c’è qualcosa che pesa: l’esperienza accumulata in decenni di lavoro concreto non basta, in certi contesti, a varcare una frontiera. Servono i timbri giusti. E se i timbri mancano, si torna a casa e si continua a fare il lavoro che si sa fare, nel posto in cui si è sempre fatto.
Sul fronte delle castagne, invece, il discorso è aperto e attivo. Marco si definisce custode di antiche varietà locali, e non usa quella parola a caso. Sta piantando nuovi impianti con piantine di un anno, con l’obiettivo esplicito di conservare varietà che altrimenti andrebbero perdute. È un lavoro che dà i suoi frutti — letteralmente — in un arco temporale lungo, che ragiona su decenni e non su stagioni. Esattamente il tipo di prospettiva che distingue chi gestisce un patrimonio da chi gestisce un business.
La cucina di Delfina e il significato di mangiare bene davvero
Il ristorante dell’Agriturismo Da Ö Mattê non ha un menù che cambia ogni settimana per rincorrere le tendenze. Ha una cucina ligure di sostanza, preparata con quello che l’azienda produce o con materie prime di provenienza locale e conosciuta. Le trofie sono di farina di castagne, al pesto, con patate e fagiolini — come le faceva la nonna, dicono quelli che le hanno mangiate, e lo dicono come un complimento, non come una critica al minimalismo del piatto. La baciocca è la torta salata di patate e besciamella tipica di Borzonasca, un piatto che fuori dalla Valle Sturla pochi conoscono e che qui viene servito con la nonchalance delle cose ovvie. Le lasagne ai funghi, la torta di farina di castagne con marmellata di arance amare, il nocino, il vino sfuso.
Chi è stato lì racconta che si mangia tanto. Che il conto è onesto — un’espressione che sembra banale ma che nella ristorazione italiana contemporanea è diventata quasi un elogio raro. Che le due donne in cucina lavorano senza fronzoli e senza bisogno di spiegazioni lunghe: il cibo arriva e parla da solo.
Delfina, sorella di Marco, è parte centrale di questa storia. Sono loro due a mandare avanti l’azienda, con la cucina che è il cuore visibile del posto e l’azienda agricola che è il cuore meno visibile ma altrettanto necessario. È un equilibrio che funziona perché non è stato progettato a tavolino: è cresciuto nel tempo, come il castagneto, come il miele, come la capacità di fare le cose senza bisogno di raccontarle troppo.
Un posto per chi ama la pace, e lo dice senza ironia
L’appartamento che l’agriturismo mette a disposizione degli ospiti è in un casale ristrutturato di recente: camera matrimoniale, camera con letti singoli, soggiorno e cucina attrezzata. Niente di più, niente di meno. Marco lo descrive come un alloggio lontano da rumori e frastoni, e aggiunge — senza enfasi, come se fosse una cosa normale da dire — «per chi ama la pace».
In un settore dove la comunicazione turistica spreme ogni possibile superlativo, questa sobrietà è quasi disorientante. Ma è anche esatta. Quello che si trova a Borzonasca, affacciati sulla Valle Sturla con l’abbazia di Borzone a distanza d’occhio e il lago di Giacopiane a poca strada, è silenzio vero. Cielo senza pubblicità luminose. Aria che sa di bosco. Il tipo di paesaggio che costringe il telefono a restare in tasca, non per mancanza di segnale ma per mancanza di ragione.
La fattoria didattica completa l’offerta con laboratori pensati per le scuole e le famiglie: si impara come vive un’ape e come si estrae il miele, si scopre il castagneto e il percorso dalla castagna alla farina, si semina e si osserva crescere. Sono attività semplici, costruite intorno alla stessa logica che regge tutta l’azienda: mostrare le cose come sono, senza mediazioni inutili, senza scenografie artificiali.
Cosa significa restare quando tutti se ne vanno
L’entroterra ligure, come tanta parte dell’Appennino italiano, è un territorio che perde abitanti da decenni. I giovani se ne vanno verso le città, i paesi si svuotano lentamente, le attività agricole chiudono per mancanza di successori o per la difficoltà di competere con la produzione industriale e con la distribuzione della grande pianura padana. In questo contesto, il fatto che una famiglia come i Raggio sia ancora lì, a fare quello che faceva il bisnonno con gli aggiornamenti che il tempo ha reso necessari, non è scontato.
Marco non lo dice in modo esplicito — non è il tipo che ama l’autocommiserazione né la retorica del sacrificio. Ma lo si capisce ascoltando. Quando racconta del mulino che ha rimesso in funzione, delle varietà di castagne che sta salvaguardando, della rivista svedese conservata in un cassetto: c’è la consapevolezza precisa di essere uno degli ultimi a fare certe cose in un certo modo, e di avere scelto consapevolmente di continuare a farle.
«Sono ancorato al passato, ma attento alle trasformazioni dei mercati e alle richieste degli ospiti», dice. È una frase che potrebbe sembrare di circostanza, ma non lo è. È la descrizione di un equilibrio difficile che Marco ha trovato — o forse costruito, anno dopo anno — tra fedeltà a ciò che si è e capacità di rispondere a ciò che il presente chiede.
La sua è un’azienda multifunzionale: ristorazione, alloggio, produzione agricola, trasformazione delle materie prime, laboratori didattici, vendita diretta. Non è diversificazione per paura di puntare su una cosa sola, è il risultato naturale di un’attività che ha radici profonde in un territorio e che da quel territorio trae le ragioni di tutto ciò che fa.
Ci sono leadership che non si riconoscono facilmente perché non hanno le forme che siamo abituati ad associare a quella parola. Non c’è un ufficio, non c’è una strategia di espansione, non c’è un piano quinquennale scritto da un consulente esterno. C’è un uomo che sa fare il miele, rimette in funzione i mulini, pianta castagni che qualcun altro raccoglierà, conserva documenti del 1896 e accoglie gli ospiti come si accolgono le persone che meritano rispetto. E che, silenziosamente, tiene in piedi qualcosa che senza di lui probabilmente non esisterebbe più.
Questo, a ben guardare, è esattamente il tipo di leadership di cui il nostro territorio ha più bisogno.
Per chi volesse visitare l’Agriturismo Da Ö Mattê, soggiornare in Valle Sturla, assaggiare la cucina di Delfina o partecipare a uno dei laboratori in fattoria, tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale dell’agriturismo. Marco e il suo team sono raggiungibili anche via email o telefono per prenotazioni e richieste. Un’esperienza autentica, in una Liguria che non smette di sorprendere chi ha la pazienza di cercarla lontano dalla costa.

