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L’Economia dell’India: Il Gigante Che Supererà la Cina

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Mentre la Germania arranca con una crescita dello 0,1% e l’Italia celebra un modesto 0,8%, dall’altra parte del mondo c’è un paese che macina una crescita del 6,5% annuo come se niente fosse. E no, non stiamo parlando della Cina. Quella storia ormai l’abbiamo già sentita. Questa volta il protagonista è diverso, più giovane, più affamato. L’India sta cambiando le carte in tavola dell’economia globale, e chi pensa che sia solo l’ennesimo boom destinato a sgonfiarsi farebbe bene a guardare i numeri con più attenzione.

Perché dietro le cifre della crescita c’è qualcosa di più profondo. C’è un cambio di equilibri che nessun imprenditore italiano, per quanto piccola sia la sua azienda, può permettersi di ignorare. Non si tratta di guardare l’India come un mercato esotico da esplorare quando avanza tempo. Si tratta di capire che nei prossimi dieci anni, quel paese diventerà la terza economia mondiale. E chi non si sarà posizionato per tempo, troverà porte già chiuse.

I numeri che raccontano il sorpasso

Partiamo dai fatti. L’OCSE ha calcolato che nei prossimi cinque anni, la quota indiana della crescita economica globale sarà del 12,9%. Gli Stati Uniti, per intenderci, si fermano all’11,3%. La Cina, che per vent’anni ha fatto da locomotiva del pianeta, sta rallentando vistosamente: cresceva al 5,2% nel 2023, scenderà al 4,6% quest’anno e al 4,1% nel 2025. Entro il 2028 sarà sotto il 3,5%. L’India, invece, tiene. Nel secondo trimestre del 2025 ha registrato un +7,80% su base annua.

Il Fondo Monetario Internazionale non usa mezzi termini: entro il 2027 l’India supererà Giappone e Germania, piazzandosi al terzo posto della classifica mondiale con un PIL oltre i 5 trilioni di dollari. Ma c’è un dato ancora più eloquente di questi numeri ufficiali. Gli investitori stanno spostando i soldi. Nell’ultimo anno, dai fondi esposti sulla Cina sono usciti 2,6 miliardi di dollari. Quelli specializzati su Mumbai ne hanno incassati 6,7. Nel 2024, l’India ha registrato più IPO di successo della Cina in tutta l’Asia.

Wall Street vota con i portafogli, e il voto stavolta è chiarissimo. La fiducia si è spostata. Non è più questione di previsioni o speranze, è già realtà nei bilanci delle grandi case d’investimento.

Il segreto nascosto nella piramide demografica

C’è una ragione profonda dietro questa corsa, e non ha nulla a che fare con i soliti discorsi su innovazione e tecnologia. La vera arma dell’India è molto più semplice e molto più potente: ha una popolazione giovane. Metà degli indiani ha meno di trent’anni. L’età media è 28,4 anni. In Cina è quasi 40. In Europa superiamo abbondantemente i 42. In Italia siamo vicini ai 48.

Non sono solo statistiche da lasciare agli esperti di demografia. Questi numeri significano che mentre in Europa e in Cina la forza lavoro invecchia e si restringe, in India succede il contrario. Entro il 2030, la popolazione indiana in età lavorativa crescerà di 100 milioni di persone. Nello stesso periodo, quella cinese si contrarrà di 40 milioni. L’India è entrata nella cosiddetta finestra del dividendo demografico nel 2005. Ci resterà fino al 2056. Cinquant’anni di vantaggio competitivo costruito sulla gioventù della popolazione.

La Cina, al contrario, ha già raggiunto il picco demografico nel 2021. Da allora è iniziato il declino. Le proiezioni delle Nazioni Unite parlano chiaro: nel 2050 la popolazione cinese sarà scesa a 1,3 miliardi. Nel 2100 potrebbe essere sotto gli 800 milioni. La politica del figlio unico, che per decenni ha frenato la crescita demografica, adesso presenta il conto. E sarà salato.

Più del 40% della popolazione indiana ha oggi meno di 25 anni. Sono giovani cresciuti con internet, abituati al mercato globale, con una voglia di emergere che in Europa abbiamo dimenticato da tempo. Hanno potere d’acquisto crescente, sono disposti a investire in formazione, sono più propensi al rischio. Sono il carburante perfetto per un’economia in espansione.

La macchina degli incentivi che attira le multinazionali

Il governo di Narendra Modi ha capito che non basta avere manodopera giovane e a basso costo. Servono investimenti, tecnologia, capacità produttiva. E allora ha tirato fuori 25 miliardi di dollari per il programma PLI, Production Linked Incentive. In pratica, soldi pubblici diretti alle aziende che investono in 14 settori strategici: auto e componenti, acciaio, batterie, pannelli solari, elettronica.

Il risultato? Solo nel settore automotive sono arrivate proposte di investimento per 8,1 miliardi di dollari, contro un obiettivo iniziale di 5,1 miliardi. Di questi, 1,6 miliardi sono già stati investiti concretamente. Il governo ha dovuto prolungare il programma di un anno perché c’era troppa domanda. Apple e Foxconn hanno annunciato 1,5 miliardi per produrre batterie in India. Il 99% dei telefoni venduti nel paese adesso è fatto lì. Dieci anni fa non esisteva praticamente un’industria elettronica locale.

Make in India, lo slogan lanciato nel 2014, copre 25 settori economici. E non è rimasto uno slogan vuoto. Siemens, General Electric, Philips, Samsung, PepsiCo, ABB, Micron: tutte hanno aperto o ampliato stabilimenti produttivi. Non parliamo di fabbriche di assemblaggio a basso valore aggiunto. Parliamo di impianti tecnologicamente avanzati, con capacità di export verso i mercati globali.

L’India è il terzo paese al mondo per numero di startup tecnologiche: 25.000 aziende nate tra il 2011 e il 2021. Nel 2024, sei startup hanno raggiunto il valore di un miliardo di dollari, entrando nel club degli unicorni. Nel 2022 erano state 68 in un solo anno, raccogliendo complessivamente 55 miliardi di dollari di finanziamenti.

L’economia digitale che fa da volano

C’è un settore dove l’India ha costruito un vantaggio strutturale difficile da attaccare: i servizi digitali. Nel 2025, l’economia digitale peserà tra il 18% e il 23% del PIL indiano. Nel 2018 era l’8%. In meno di dieci anni ha più che raddoppiato il peso. Ma il dato interessante non è la crescita in sé. È il tipo di crescita.

I servizi rappresentano il 45% delle esportazioni indiane. In Cina sono appena il 10%. Non è un caso che l’India sia stata soprannominata “il back-office del mondo”. Ma sarebbe riduttivo pensare solo a call center e assistenza clienti. Bangalore, la Silicon Valley indiana, da sola attira quasi la metà di tutti gli investimenti esteri diretti nel paese. Produce il 40% dell’export indiano di software, per un valore di 81 miliardi di dollari.

Gli utenti di smartphone sono passati da 86 milioni nel 2013 a oltre 450 milioni nel 2020. Il mercato dell’elettronica e informatica è saltato da 70 miliardi di dollari nel 2012 a 400 miliardi nel 2020. E la crescita non accenna a rallentare. La connettività ha raggiunto anche le città di seconda e terza fascia, quelle che gli indiani chiamano tier-2 e tier-3. Milioni di persone che fino a pochi anni fa erano tagliate fuori dal mercato digitale, adesso comprano online, usano app di pagamento, accedono a servizi che in passato erano disponibili solo nelle grandi metropoli.

JP Morgan ha inserito i titoli di stato indiani nel suo indice obbligazionario con un peso del 10%, allo stesso livello della Cina. L’inclusione dovrebbe portare afflussi per oltre 40 miliardi di dollari. Nel 2023, le operazioni di fusioni e acquisizioni in entrata sono cresciute fino al 41% del totale, per 55 miliardi di dollari. L’anno prima erano al 27%. Il capitale internazionale sta arrivando, e sta arrivando forte.

Chi ci guadagna davvero e chi resta indietro

Però sarebbe ingenuo pensare che questa crescita economica benefici tutti allo stesso modo. La realtà è molto più complicata, e anche molto più dura. Nel 1990, l’1% più ricco degli indiani possedeva il 10,5% del reddito nazionale. Nel 2023, quella percentuale è oltre il 22%. Nel frattempo, il 50% più povero è sceso dal 22,4% al 15%. Le disuguaglianze non stanno diminuendo. Stanno aumentando.

Più della metà dell’economia indiana è ancora informale. Lavori senza contratto, senza tutele, senza garanzie. Su un miliardo di persone in età lavorativa, solo 100 milioni hanno un impiego formale. Gli altri o sono disoccupati o lavorano in nero. La disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 anni è al 12,5%. Ma tra chi ha un titolo universitario, la percentuale sale al 29,1%. Quasi uno su tre laureati non trova lavoro. Il paradosso è evidente: mentre l’economia cresce, non riesce ad assorbire la forza lavoro più qualificata.

Ogni mese, un milione di giovani indiani cerca il primo impiego. Per mantenere gli obiettivi di crescita, il paese dovrebbe creare 16,5 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno. Di questi, almeno 10 milioni nel settore formale. I numeri attuali sono lontani da questo target. Il 46% della forza lavoro è ancora impiegata in agricoltura, un settore che pesa solo il 18% sul PIL. Produttività bassissima, redditi miseri, vulnerabilità alle crisi climatiche.

L’88,8% dei lavoratori non ha un contratto regolare. Il tasso di partecipazione femminile al lavoro è del 19%. In Arabia Saudita, per dire, è al 31%. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono sotto lo 0,7% del PIL, contro una media globale dell’1,8%. L’8% dei migliori ricercatori mondiali in intelligenza artificiale è indiano. Ma quasi nessuno di loro lavora in India. Se ne vanno in America, in Europa, ovunque offrano condizioni migliori.

Le crepe del sistema che minacciano il boom

Make in India doveva portare il settore manifatturiero al 25% del PIL entro il 2022. Non solo non ci è arrivato, ma la percentuale è diminuita. Gli investimenti esteri diretti, che nel 2020 erano al 6,2% del totale mondiale, nel 2023 sono crollati all’1,1%. Ventotto miliardi di dollari in valore assoluto, ma in caduta libera rispetto agli anni precedenti.

I costi logistici e dell’energia restano più alti della Cina. Mancano economie di scala in molti settori. Tra il 2015 e il 2021, l’India ha perso 33 milioni di ettari di terreni agricoli per inondazioni e altri 35 milioni per siccità. Il cambiamento climatico colpisce duramente un paese dove quasi metà della popolazione dipende ancora dall’agricoltura.

Il tasso di partecipazione al lavoro dei giovani tra 15 e 29 anni è al 42%. Nel 2000 era al 54%. I consumi interni, che dovrebbero essere il motore della crescita, negli ultimi dieci anni sono aumentati solo del 2,5-3% all’anno. Troppo poco per un paese con ambizioni da superpotenza economica. L’occupazione in agricoltura continua ad aumentare, quando dovrebbe diminuire. È il segno che i settori moderni non stanno assorbendo manodopera abbastanza velocemente.

Cosa può fare un’impresa italiana in questo scenario

Oltre 700 aziende italiane operano già in India. Alcune con filiali possedute al 100%, altre con joint venture, altre ancora con semplici uffici di rappresentanza. I poli di attrazione principali sono Delhi-Gurgaon-Noida nella capitale, Mumbai-Pune nel Maharashtra, Chennai in Tamil Nadu, Bangalore in Karnataka. FCA, New Holland, Magneti Marelli, Enel Green Power, Italferr, Maire Tecnimont, Bonfiglioli, Ferrero, Bauli, Piaggio, Carraro, Maschio Gaspardo. La lista è lunga.

Le Zone Economiche Speciali offrono esenzione totale dall’imposta sul reddito per cinque anni, poi deduzione parziale per altri cinque. Le startup hanno tre anni di esenzione fiscale. Gli stati indiani aggiungono incentivi locali: niente tassa sulla proprietà, sovvenzioni per le infrastrutture, sussidi sull’energia. Il governo mette a disposizione finanziamenti agevolati per agricoltura, manifattura, infrastrutture.

Il settore delle costruzioni cresce del 10,8% all’anno. L’industria delle macchine utensili vale 1,86 miliardi di euro nel 2022, arriverà a 2,75 miliardi nel 2027. Il settore automotive dovrebbe attirare tra 8 e 10 miliardi di investimenti nei prossimi anni. Tutte le grandi case automobilistiche mondiali hanno ampliato la produzione in India.

Per un’impresa italiana specializzata in macchinari, automazione, componentistica auto, energie rinnovabili, tecnologie agricole o settore alimentare, le opportunità ci sono. Ma servono tre accortezze fondamentali.

Come entrare senza farsi male

Prima cosa: dimenticare il modello cinese. La Cina ha costruito la sua potenza manifatturiera su investimenti massicci in infrastrutture, economie di scala gigantesche, costi del lavoro stracciati. L’India non replica quel modello. Punta sui servizi ad alto valore aggiunto e su una manifattura selettiva. Chi cerca di applicare le ricette che hanno funzionato in Cina trent’anni fa, troverà un contesto completamente diverso.

Seconda cosa: concentrarsi sui 14 settori del PLI. Non sono stati scelti a caso. Sono il cuore della strategia industriale indiana. Chi opera in uno di quei settori può accedere a sussidi diretti, infrastrutture dedicate, supporto all’export. Chi sta fuori, si scontra con costi più alti e burocrazia più complessa.

Terza cosa: trovare un partner locale affidabile. La maggior parte delle PMI italiane che funzionano in India lo fanno con joint venture. Un socio locale che conosce il mercato, sa muoversi nella burocrazia, ha già una rete commerciale. La tentazione di entrare da soli per mantenere il controllo è forte. Ma spesso si trasforma in un ostacolo insormontabile.

L’India ha davanti una finestra temporale unica. Ha il vantaggio demografico, ha gli incentivi governativi, ha il flusso di capitali internazionali, ha un mercato interno da 1,4 miliardi di persone con redditi in crescita. Ma ha anche problemi strutturali profondi sul lavoro, sulla formazione, sulle infrastrutture. Non tutti i settori beneficeranno allo stesso modo. Non tutte le strategie funzioneranno.

Chi saprà leggere le dinamiche giuste, nei prossimi vent’anni si troverà posizionato in uno dei tre mercati più importanti del pianeta. Chi aspetterà che tutto sia più chiaro e definito, troverà la porta già chiusa. In economia, come nella vita, il timing conta quanto la strategia. E il momento per l’India è adesso.

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