Come le donne stanno ridefinendo il concetto di leadership tra ostacoli persistenti e nuove opportunità
Nota editoriale: I nomi e i profili specifici delle persone citate in questo articolo sono immaginari. Invece: Le storie, le esperienze e le considerazioni presentate sono frutto di un’accurata e reale sintesi di molteplici fonti: analisi di settore, ricerche accademiche, tendenze documentate nel panorama aziendale italiano e internazionale, e pattern ricorrenti emersi da diverse interviste con figure manageriali.
Non si tratta quindi di singole testimonianze reali con nomi modificati, ma di narrazioni composite che rappresentano fenomeni autentici del mondo della leadership al femminile, costruite per illustrare in modo efficace le dinamiche, le sfide e i progressi in questo ambito.
In un martedì pomeriggio qualunque, Francesca Moretti chiude la porta del suo ufficio con vista sulla skyline milanese e si prepara all’ennesima videoconferenza della giornata. CEO di una delle più promettenti scale-up italiane nel settore della cybersecurity, Moretti ha triplicato il fatturato dell’azienda in soli tre anni. Eppure, racconta, “almeno una volta al mese qualcuno in una riunione si rivolge al mio CFO maschio dandogli del ‘lei’, anche se mi sono presentata come CEO”. Sorride mentre lo racconta, con quella miscela di stanchezza e determinazione che accomuna molte donne in posizione di leadership.
La storia di Moretti non è un’eccezione, ma nemmeno più una rarità. Sebbene i numeri rivelino ancora un profondo divario di genere nelle posizioni apicali – secondo il Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum, a livello globale solo il 33% dei ruoli manageriali è occupato da donne – qualcosa sta cambiando. Emergono nuove narrazioni, nuovi modelli e un nuovo modo di intendere la leadership che potrebbe trasformare radicalmente non solo le opportunità per le donne, ma la cultura aziendale nel suo complesso.
Questo articolo esplora il complesso panorama della leadership femminile in Italia e nel mondo, attraverso le storie di chi ha infranto il soffitto di cristallo, le sfide che persistono nonostante i progressi e le strategie che stanno ridefinendo il concetto stesso di leadership nel XXI secolo.
Le pioniere: rompere il soffitto di cristallo
“Quando ho iniziato, trent’anni fa, eravamo così poche che ci conoscevamo tutte per nome,” racconta Lucia Bianchi, attuale presidente di una delle maggiori banche italiane e una delle prime donne a raggiungere i vertici del settore finanziario nel nostro paese. “Ogni riunione del consiglio di amministrazione era come una prova: dovevo dimostrare continuamente di meritare quella sedia, in un modo che ai colleghi maschi non era richiesto.”
La metafora del “soffitto di cristallo” – quella barriera invisibile ma tangibile che impedisce alle donne di raggiungere i vertici aziendali – è stata coniata negli anni ’80, ma continua a descrivere efficacemente gli ostacoli strutturali e culturali che le donne affrontano nel percorso verso la leadership.
Per le pioniere come Bianchi, infrangere questa barriera ha significato non solo eccellere nelle competenze tecniche e manageriali, ma anche navigare un complesso labirinto di aspettative contradditorie: essere assertive ma non aggressive, sicure ma non arroganti, empatiche ma non emotive.
“Mi chiedevano continuamente come facessi a conciliare famiglia e carriera,” ricorda Bianchi. “Una domanda che non hanno mai posto ai miei colleghi con figli. La verità è che ho dovuto costruire intorno a me un sistema di supporto straordinario e fare scelte difficili che gli uomini raramente devono affrontare.”
Le statistiche confermano questa disparità: secondo uno studio di McKinsey, le donne con figli hanno il 30% in meno di probabilità di essere promosse rispetto agli uomini con figli, un fenomeno noto come “maternal wall” (muro della maternità) che precede e rafforza il soffitto di cristallo.
Tuttavia, le pioniere hanno aperto la strada. Elena Romano, entrata nel 2019 nella lista Forbes delle 100 donne più potenti al mondo per il suo lavoro come CEO di una multinazionale energetica, sottolinea l’importanza di queste figure: “Ogni donna che raggiunge una posizione di leadership cambia l’immaginario collettivo. Quando ero bambina, non avevo modelli femminili nel business a cui ispirarmi. Le mie nipoti oggi possono vederne decine, e questo cambia tutto.”
I numeri le danno ragione: nell’ultimo decennio, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate italiane è passata dal 7% a oltre il 38%, grazie anche alla legge Golfo-Mosca che ha introdotto le quote di genere. Un progresso significativo, sebbene i ruoli esecutivi – quelli con effettivo potere decisionale – restino ancora prevalentemente maschili.
Le nuove leader: ridefinire il paradigma
Se le pioniere hanno dovuto adattarsi a un modello di leadership tradizionalmente maschile per emergere, la nuova generazione sta attivamente ridefinendo cosa significhi essere leader.
“Non mi interessa emulare lo stile di leadership maschile che ho visto per anni,” afferma Giulia Martini, 36 anni, founder di una startup nel settore dell’ed-tech che ha raccolto 15 milioni di euro in finanziamenti negli ultimi due anni. “Credo che la mia efficacia derivi proprio dal portare una prospettiva diversa, valori diversi e un approccio relazionale al business.”
Questa nuova visione della leadership valorizza caratteristiche tradizionalmente associate alla socializzazione femminile – come l’intelligenza emotiva, l’empatia, la collaborazione e l’inclusività – trasformandole da presunte debolezze in punti di forza strategici.
Non si tratta di stereotipi essenzialisti – le donne non sono “naturalmente” più empatiche o collaborative – ma di competenze sviluppate attraverso esperienze sociali e culturali che oggi il mercato riconosce come preziose. In un’economia della conoscenza che richiede innovazione, creatività e adattabilità, lo stile di leadership orizzontale e partecipativo spesso adottato dalle donne si rivela particolarmente efficace.
I dati lo confermano: secondo una ricerca di Peakon su oltre 60.000 dipendenti, i team guidati da donne mostrano livelli di engagement superiori del 16% rispetto alla media. Un altro studio, condotto dalla Harvard Business Review durante la pandemia, ha rilevato che le aziende guidate da donne hanno gestito meglio la crisi, mostrando maggiore resilienza e adattabilità.
“Durante il COVID-19, la capacità di ascolto e l’attenzione al benessere dei collaboratori si sono rivelate fondamentali,” racconta Sara Fabbri, direttrice delle risorse umane di un grande gruppo retail. “Queste non sono ‘soft skills’ ma competenze essenziali per gestire la complessità. Il problema è che storicamente sono state sottovalutate proprio perché associate al femminile.”
La nuova narrativa della leadership femminile non si limita a chiedere più posti al tavolo esistente, ma propone di ridisegnare il tavolo stesso. Come sostiene Anna Rossi, professoressa di Leadership Studies presso un’importante università milanese: “Non stiamo semplicemente sostituendo leader uomini con leader donne che replicano gli stessi modelli; stiamo assistendo all’emergere di un nuovo paradigma che integra diversi approcci alla leadership, con benefici per tutti.”
Le sfide persistenti: pregiudizi inconsci e barriere strutturali
Nonostante i progressi, il cammino verso la parità nella leadership resta accidentato. Accanto agli ostacoli espliciti – come la discriminazione diretta o le politiche aziendali che penalizzano le carriere femminili – persistono barriere più sottili ma non meno potenti.
“I pregiudizi inconsci sono forse l’ostacolo più insidioso,” spiega Marco Neri, ricercatore specializzato in diversity & inclusion. “Influenzano le decisioni di assunzione, promozione e valutazione delle performance in modi che spesso non riconosciamo.”
Questi bias si manifestano in fenomeni come il “think manager, think male” (pensa manager, pensa uomo), l’associazione automatica tra leadership e caratteristiche stereotipicamente maschili, o il “performance vs potential bias”, per cui gli uomini vengono valutati sul loro potenziale mentre le donne sulle performance dimostrate.
Le ricerche mostrano che a parità di curriculum, i candidati maschi hanno il 30% in più di probabilità di essere assunti rispetto alle candidate femmine. E quando si tratta di promozioni, le donne devono dimostrare il 20% in più di risultati per essere considerate ugualmente competenti.
“Mi sono sentita dire che ero ‘troppo aggressiva’ quando facevo esattamente ciò che vedevo fare ai colleghi maschi elogiati per essere ‘decisi’,” racconta Simona Ferrari, dirigente nel settore automotive. “E quando ho adottato un approccio più collaborativo, sono stata definita ‘non abbastanza assertiva’ per un ruolo di leadership.”
Questo doppio standard – per cui comportamenti identici vengono interpretati diversamente a seconda del genere – crea quello che gli studiosi chiamano il “dilemma della competenza-gradevolezza”: le donne in posizioni di potere devono costantemente bilanciare l’essere percepite come competenti (spesso a costo di essere considerate fredde o aggressive) e l’essere percepite come gradevoli (rischiando di apparire meno autorevoli).
Accanto ai pregiudizi, persistono barriere strutturali significative. Il gender pay gap – che in Italia si attesta intorno al 5% ma cresce fino al 20% nelle posizioni manageriali – è solo la punta dell’iceberg. La carenza di politiche efficaci per il work-life balance, l’assenza di servizi adeguati per l’infanzia e l’ineguale distribuzione del lavoro di cura all’interno delle famiglie continuano a penalizzare le carriere femminili.
“Ho rinunciato a opportunità importanti quando i miei figli erano piccoli,” confessa Marina Russo, ora CEO di una media company. “Non perché non potessi gestire il lavoro, ma perché l’azienda non offriva la flessibilità necessaria e mio marito aveva orari ancora più rigidi dei miei. Queste scelte hanno rallentato la mia carriera per anni.”
Le statistiche confermano questa realtà: in Italia, il 11% delle madri lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio, mentre tre donne su dieci con figli piccoli riducono l’orario lavorativo o rifiutano promozioni per conciliare lavoro e famiglia. Un fenomeno che la pandemia ha ulteriormente accentuato, con effetti che rischiano di vanificare anni di progressi verso la parità.
Strategie per il cambiamento: dall’individuale al sistemico
Di fronte a queste sfide, emergono strategie a diversi livelli per accelerare il percorso verso una leadership più equilibrata e inclusiva.
A livello individuale: mentorship e networking strategico
“Il mentor giusto può fare la differenza tra una carriera di successo e una di frustrazione,” afferma Carla Bianchi, partner di uno studio legale internazionale. “Non si tratta solo di consigli, ma di accesso a reti informali di potere che altrimenti resterebbero chiuse.”
I programmi di mentorship strutturati – come quello lanciato da Valore D in Italia, che ha coinvolto oltre 2.000 donne manager – mostrano risultati promettenti: le partecipanti hanno il 25% in più di probabilità di ottenere una promozione nell’anno successivo rispetto al gruppo di controllo.
Altrettanto cruciale è il networking strategico. “Le donne tendono a creare reti profonde ma ristrette, mentre gli uomini sviluppano reti più ampie e diversificate,” spiega Laura Neri, coach esecutiva. “Entrambi gli approcci hanno valore, ma per avanzare nella carriera è essenziale costruire connessioni trasversali che diano accesso a informazioni e opportunità.”
Le reti professionali femminili – come PWN (Professional Women’s Network) o WCD (Women Corporate Directors) – stanno diventando potenti strumenti di cambiamento, non solo offrendo supporto alle singole professioniste, ma anche promuovendo una maggiore consapevolezza sulle questioni di genere nel mondo aziendale.
A livello organizzativo: cultura inclusiva e politiche concrete
“Non basta assumere più donne se poi l’ambiente lavorativo le spinge a uscire,” sottolinea Roberto Marini, diversity & inclusion manager di una multinazionale. “Serve un cambiamento culturale profondo che parte dai vertici ma coinvolge tutta l’organizzazione.”
Le aziende più avanzate stanno implementando strategie multilivello che includono:
- Obiettivi misurabili di diversity a tutti i livelli gerarchici, con responsabilità specifiche per i manager
- Revisione dei processi di selezione e promozione per mitigare i bias inconsci, ad esempio attraverso colloqui strutturati e comitati di valutazione diversificati
- Politiche di work-life balance come smart working, orari flessibili e congedi parentali estesi anche per i padri
- Programmi di sponsorship, in cui leader senior si impegnano attivamente a sostenere la carriera di talenti femminili
- Formazione sui bias inconsci per aumentare la consapevolezza e fornire strumenti concreti per contrastarli
I risultati sono tangibili: secondo l’Osservatorio 4.Manager, le aziende con politiche strutturate di gender diversity mostrano una presenza femminile nei ruoli manageriali superiore del 25% rispetto alla media del settore.
“La trasparenza è fondamentale,” aggiunge Marini. “Pubblicare internamente i dati sulla rappresentanza di genere ai vari livelli e sul gender pay gap ha creato una sana pressione al cambiamento nella nostra organizzazione.”
A livello istituzionale: norme, incentivi e servizi
Se il cambiamento culturale è essenziale, le politiche pubbliche possono accelerarlo significativamente. L’esperienza della legge Golfo-Mosca in Italia – che ha imposto quote di genere nei CdA delle società quotate – dimostra l’efficacia di interventi normativi: non solo è aumentata la presenza femminile nei board, ma si sono innescati cambiamenti culturali più ampi, con effetti positivi anche sulle posizioni manageriali intermedie.
“Le quote non sono l’obiettivo finale, ma uno strumento per innescare il cambiamento,” spiega l’onorevole Maria Bianchi, tra le promotrici della legge. “L’esperienza dimostra che funzionano: una volta che le donne entrano in questi ruoli e dimostrano la loro competenza, i pregiudizi iniziano a sgretolarsi.”
Oltre alle quote, sono cruciali politiche che affrontino le barriere strutturali:
- Potenziamento dei servizi per l’infanzia, con asili nido accessibili e di qualità
- Incentivi fiscali per le aziende che promuovono l’occupazione e la carriera femminile
- Congedi parentali obbligatori anche per i padri, per favorire una distribuzione più equa del lavoro di cura
- Sostegno all’imprenditoria femminile attraverso accesso agevolato al credito e programmi di mentorship
“Non possiamo chiedere alle donne di infrangere il soffitto di cristallo da sole, mentre tengono in equilibrio tutti gli altri pezzi della loro vita,” sottolinea Bianchi. “Serve un impegno collettivo che coinvolga istituzioni, aziende e società civile.”
Il futuro della leadership: verso un modello integrato
La vera rivoluzione in corso non riguarda solo l’aumentare il numero di donne leader, ma il ripensare profondamente il concetto stesso di leadership, superando la dicotomia tra modelli “maschili” e “femminili” verso un approccio più integrato e adattivo.
“La leadership del futuro sarà necessariamente più fluida, capace di combinare diversi stili a seconda del contesto,” prevede Paolo Rossi, professore di Organizational Behavior. “Non si tratta di femminilizzare la leadership, ma di arricchirla con una pluralità di prospettive e competenze.”
Questa visione trova conferma nelle tendenze emergenti: le organizzazioni stanno progressivamente valorizzando caratteristiche come la leadership distribuita, l’intelligenza emotiva, l’apertura al feedback e la capacità di costruire team diversificati – qualità tradizionalmente più presenti nei modelli di leadership femminile.
“Le nuove generazioni stanno già cambiando le regole del gioco,” osserva Giulia Martini. “I giovani talenti – sia uomini che donne – cercano leader autentici, inclusivi e capaci di creare ambienti di lavoro che valorizzino la loro unicità. È un cambiamento culturale profondo che va oltre le questioni di genere.”
In questa prospettiva, la leadership femminile non è solo una questione di equità, ma una leva strategica per la competitività delle organizzazioni. Come sottolineano numerosi studi – dalla ricerca di McKinsey “Women Matter” all’indagine di Credit Suisse su 3.000 aziende globali – le organizzazioni con una leadership equilibrata mostrano performance finanziarie superiori, maggiore innovazione e migliore gestione del rischio.
“La diversità di pensiero è il vero vantaggio competitivo,” conclude Elena Romano. “In un mondo complesso e in rapida evoluzione, le aziende che sapranno integrare diverse prospettive e stili di leadership saranno quelle che prospereranno nel lungo termine.”
Conclusione: un percorso in divenire
Il cammino verso una leadership equilibrata e inclusiva è ancora lungo, ma i segnali di cambiamento sono tangibili e promettenti. Dalle pioniere che hanno aperto la strada infrangendo barriere apparentemente invalicabili, alle nuove leader che stanno ridefinendo i paradigmi, fino alle organizzazioni che implementano politiche concrete per accelerare il cambiamento, emerge un quadro di progressiva trasformazione.
Come in ogni rivoluzione culturale profonda, il percorso non è lineare né privo di resistenze. I pregiudizi inconsci e le barriere strutturali persistono, richiedendo un impegno costante a tutti i livelli – individuale, organizzativo e istituzionale.
Tuttavia, la direzione è chiara: verso un modello di leadership più diversificato, inclusivo e capace di valorizzare una pluralità di talenti e prospettive. Un modello che non solo offre maggiori opportunità alle donne, ma crea organizzazioni più innovative, resilienti e allineate con le esigenze di un mondo in rapida evoluzione.
Come sintetizza efficacemente Francesca Moretti, tornando alla leader con cui abbiamo aperto questo articolo: “Non sto lottando solo per me stessa o per le altre donne, ma per un’idea di successo aziendale più sostenibile e umana. È una trasformazione che richiede tempo, ma che alla fine beneficerà tutti – uomini, donne e le organizzazioni stesse.”
In questo percorso in divenire, ogni storia di successo, ogni barriera infranta, ogni politica innovativa rappresenta non solo un passo avanti verso la parità di genere, ma verso un concetto di leadership più ricco, sfaccettato e adeguato alle sfide del XXI secolo.

