Una famiglia, una vigna, tre generazioni: il racconto di chi ha scelto di restare fedele alla terra
Dove il vino nasce ancora dalla terra
Peccioli, colline pisane, il clima tirrenico che regala terreni fertili e vendemmie generose. È qui, in Via Risorgimento, che dal 1970 un’azienda porta avanti un’idea di vino ormai rara: quella del vino come gesto quotidiano, prodotto da una famiglia che lavora la stessa terra da tre generazioni. L’Azienda Agricola Pasqualetti Viticoltori nasce dall’intuizione di Gino Pasqualetti e di sua moglie Cleofe, ed è oggi guidata da Giuseppe Pasqualetti insieme alla figlia Laura, che dell’azienda cura il marketing e l’accoglienza dei visitatori senza mai staccarsi davvero dal lavoro nei filari.
“Sono nata in una famiglia contadina e ne sono orgogliosa,” dice Laura, quasi di getto, come se fosse la cosa più naturale del mondo da dire. E in un certo senso lo è: non c’è, in questa frase, la ricerca di un’immagine da costruire per il pubblico, ma la semplice constatazione di un’identità che era già scritta prima che lei nascesse, in tre generazioni di uomini e donne che hanno scelto la vigna invece della città.
Dalla fabbrica al vigneto
C’è un dettaglio nella biografia di Laura che colpisce subito, perché rompe lo schema prevedibile della storia di famiglia tramandata senza attriti. Diplomata ragioniera, ha lavorato quattro anni alla Piaggio prima di tornare in azienda. Non è stata una parentesi casuale: è stata una scelta di suo nonno.
“Mio nonno ha scelto questa strada del lavoro in fabbrica per capire che esistono doveri, orari, turni, una disciplina,” racconta. Gino Pasqualetti, evidentemente, non voleva che la nipote arrivasse in vigna dando per scontato ciò che la famiglia aveva costruito. Voleva che imparasse altrove il valore del tempo e delle regole, per poi tornare a casa con uno sguardo diverso, meno ingenuo. È una decisione che dice molto di come, in quella famiglia, la fiducia si sia sempre guadagnata sul campo e mai regalata per parentela.
Dopo quattro anni Laura ha lasciato la fabbrica ed è tornata al vigneto, questa volta al fianco della nonna Cleofe. “Ho continuato a lavorare nel vigneto con mia nonna,” racconta, e in questa frase, apparentemente semplice, si legge tutta la continuità di un mestiere che non si insegna sui libri.
L’amore per la terra, i vigneti vecchi, il rifiuto delle scorciatoie
“Amo lavorare all’aria aperta, potare e tutte le altre lavorazioni nel vigneto,” dice Laura senza indugio, e si capisce subito che non sta recitando una parte. Parlando con lei viene naturale chiederle cosa significhi, in pratica, questo amore per la terra. La risposta arriva rapida: “Amo i vigneti vecchi e rispettare la natura.” Uso lo stallatico come concime, lego le viti con i torchi tradizionali, non uso il diserbo.
Sono scelte che oggi qualcuno chiamerebbe sostenibilità, altri parlerebbero di metodo biodinamico. Alla famiglia Pasqualetti questi termini interessano poco: è semplicemente il modo in cui si è sempre lavorato, da prima che certe parole entrassero nel vocabolario del marketing agroalimentare. Il fatto che oggi questo approccio risulti perfettamente in linea con la sensibilità di un consumatore più attento è, se vogliamo, una coincidenza felice più che una strategia calcolata a tavolino.
Il territorio, dal canto suo, aiuta parecchio: il clima temperato tipico delle regioni tirreniche dell’Italia centrale, unito a terreni fertili, garantisce uve di buona qualità quasi per natura. I vigneti dell’azienda sono allevati quasi tutti a guyot, una tecnica di potatura mista che prevede un ceppo alto ottanta centimetri con un tralcio a frutto tagliato a sette gemme e piegato orizzontalmente verso il filo, mentre uno sperone viene lasciato a due gemme per garantire la produzione dell’anno successivo. La vendemmia resta un lavoro manuale, con cernita in cassette, e riguarda soprattutto vitigni autoctoni, pensati per dare vini di buona struttura, adatti sia alla beva quotidiana sia all’accompagnamento dei pasti.
Il padre, punto fermo di ogni giornata
Nel racconto di Laura torna spesso, quasi di sfuggita, la figura del padre. “Lavoro con mio padre, che è il mio punto di riferimento per tutto,” dice, senza troppa enfasi, come si dice una cosa ovvia. Ma dietro questa frase c’è un principio che regge da solo intere aziende familiari: la fiducia reciproca tra generazioni diverse, costruita non con organigrammi ma con anni di lavoro fianco a fianco tra i filari e in cantina.
Giuseppe Pasqualetti, oggi titolare dell’azienda, si occupa personalmente delle consegne a domicilio quando i clienti richiedono quantità superiori a quelle acquistabili direttamente in cantina, guidando lui stesso il furgone aziendale. Un dettaglio piccolo, ma che dice tutto sullo stile di questa impresa: nessuna intermediazione tra chi produce e chi beve. Il vino arriva a destinazione portato dalle stesse mani che lo hanno seguito dalla vigna alla bottiglia.
Il vino come cosa viva, non come prodotto industriale
Uno dei passaggi più interessanti della conversazione con Laura riguarda il modo in cui sono cambiate, nel tempo, le abitudini di consumo degli italiani. Ne parla con lucidità, senza cadere nella nostalgia facile: “Il consumo del vino è notevolmente diminuito. Prima un cliente sceglieva la sua botte, il vino per tutto l’anno. Adesso il cliente acquista cinque litri.”
È un’osservazione che va oltre il semplice dato commerciale. “Gli spazi nelle case sono ridotti, come pure il tempo e anche la conoscenza sul vino,” aggiunge Laura, senza polemica, limitandosi a registrare un cambiamento che l’azienda ha scelto di affrontare piuttosto che ignorare. Da qui la scelta di offrire il vino sfuso, per chi porta un proprio contenitore da cinque o da ventiquattro litri, ma anche i più pratici box da cinque e dieci litri, pensati proprio per chi oggi ha meno spazio e meno tempo, ma non necessariamente meno voglia di bere bene.
C’è però un punto su cui Laura non transige, ed è la natura stessa del prodotto: “Il vino è una cosa viva. Quello naturale, tutti gli anni, non ha lo stesso sapore.” Detta a un cliente distratto potrebbe sembrare quasi una scusa. Nella bocca di Laura diventa invece l’esatto contrario: la prova che quel vino non ha subito processi di standardizzazione industriale, che porta ancora impresso il carattere della stagione che lo ha generato, annata dopo annata.
Riportare le persone a capire il vino
Proprio da questa consapevolezza è nata la scelta dell’azienda di puntare, negli ultimi anni, sull’esperienza diretta come strumento per riavvicinare il pubblico al vino. “Adesso cerchiamo di coinvolgere il cliente con la degustazione, un percorso visivo e sensoriale, per capire e apprezzare i vini,” spiega Laura, che di queste degustazioni è protagonista assoluta, accompagnando gli ospiti prima tra i filari e poi in cantina.
Il percorso classico prevede tre vini abbinati a pane e olio extravergine di produzione propria, scelti apposta per non alterare il palato e permettere così una lettura più pulita delle caratteristiche di ogni etichetta. Su richiesta l’esperienza si allarga a cinque vini, oppure si arricchisce con prodotti tipici del territorio. Durante la visita Laura racconta le tecniche di coltura e difesa della vite, la pigiatura dell’uva, la filtrazione e la microfiltrazione, le analisi fisiche, chimiche e sensoriali che accompagnano ogni fase della lavorazione. Nella degustazione vera e propria si osservano nell’ordine le componenti visive, olfattive e gusto-olfattive del vino, restituendo al visitatore un metodo per leggere ciò che sta bevendo, e non solo per berlo.
Tra le etichette più richieste ci sono il Chianti “San Crispino” DOCG, lo Scarlet Rosso Toscana IGT, il Celso Rosso Toscana IGT, l’Iris Bianco Toscana IGT e il Novello Le Rose Toscana IGT: nomi che raccontano, da soli, il legame stretto tra l’azienda e la terra da cui nasce. Ogni etichetta ha una sua storia produttiva precisa, legata a un vitigno, a una zona del vigneto, a un modo particolare di gestire la vendemmia, e Laura ne parla come si parla di persone di famiglia, con dettagli che solo chi ha seguito il vino dalla vite al bicchiere può conoscere davvero.
Non è raro che, durante una degustazione, qualcuno arrivi convinto di sapere già cosa aspettarsi da un Chianti o da un vino toscano, e finisca invece per scoprire sfumature che non immaginava. È proprio questo l’obiettivo dichiarato dell’esperienza proposta dall’azienda: non vendere una bottiglia, ma restituire al pubblico un pezzo di conoscenza che il mercato di massa ha progressivamente eroso. In questo senso la cantina di Peccioli funziona quasi come un piccolo presidio culturale, prima ancora che come punto vendita.
Una cantina aperta a tutti
Vale la pena sottolineare un dettaglio che dice molto della cura con cui la famiglia Pasqualetti ha pensato all’accoglienza: la cantina di Via Risorgimento 50 è accessibile alle persone con disabilità, un’attenzione che non tutte le realtà agricole di queste dimensioni riescono a garantire.
La cantina resta aperta dal lunedì al sabato, con orario che va dalle 9.00 o dalle 9.30 fino alle 19.30 a seconda del giorno, mentre per le degustazioni è consigliata la prenotazione telefonica. La filosofia di fondo è semplice: la porta è sempre aperta, ma il momento dedicato al racconto e alla conoscenza del vino merita di essere preparato con calma, per offrire a ogni ospite un’esperienza vera e non frettolosa.
Cosa insegna, senza volerlo, una piccola azienda di famiglia
Ascoltando Laura raccontare la sua storia viene naturale pensare a quanto ci sia da imparare, in fatto di leadership, da un contesto agricolo che spesso viene sottovalutato quando si parla di visione strategica e gestione delle persone.
Il gesto di mandare Laura a lavorare in fabbrica prima di farla rientrare in azienda, ad esempio, non è stato dettato da una necessità economica: è stata una scelta educativa precisa, quella di insegnarle la disciplina attraverso un’esperienza lontana da casa, prima di affidarle qualsiasi responsabilità nel contesto familiare. Molte imprese, anche ben più strutturate di questa, farebbero bene a ragionare allo stesso modo quando si tratta di preparare chi verrà dopo.
C’è poi il modo in cui l’azienda ha risposto a un mercato del vino profondamente cambiato, senza inseguire la standardizzazione industriale ma trovando soluzioni concrete — il vino sfuso, i box da cinque e dieci litri, le degustazioni esperienziali — capaci di rispondere alle nuove esigenze del pubblico senza tradire la natura viva e mutevole del prodotto. Ed è un’azienda che ha costruito la propria continuità non attraverso passaggi formali di consegne, ma attraverso anni di lavoro fianco a fianco tra nonni, genitori e figli, in un rapporto di fiducia che si rinnova ogni giorno tra i filari.
Infine, c’è il rispetto per la natura vissuto non come vezzo comunicativo ma come scelta pratica: evitare il diserbo chimico, usare lo stallatico, legare le viti con metodi tradizionali significa accettare più lavoro manuale e meno automazione. Ma è proprio da questo di più che nasce un prodotto autentico, difficile da replicare su larga scala, e per questo capace di distinguersi in un mercato sempre più affollato di proposte standardizzate.
Tre generazioni, la stessa terra
Guardando al futuro, è difficile non vedere nell’Azienda Agricola Pasqualetti Viticoltori un modello di piccola impresa familiare capace di attraversare i decenni senza perdere la propria identità. Dal 1970 a oggi tre generazioni si sono succedute nella cura dei vigneti di Peccioli, adattando gradualmente il modo di comunicare e di vendere il proprio vino, senza però mai intaccare il metodo di lavoro nei campi — lo stesso metodo che rende il prodotto Pasqualetti riconoscibile e apprezzato ancora oggi.
Laura Pasqualetti rappresenta il ponte naturale tra la tradizione di famiglia e le nuove modalità di racconto e accoglienza del pubblico, senza mai perdere il contatto diretto con quella terra che, come racconta lei stessa, ha imparato ad amare fin dal giorno in cui ha lasciato la fabbrica per tornare tra i filari.
Vieni a scoprire il vino dal contadino
Se desiderate vivere un’esperienza autentica nel cuore delle colline pisane, l’Azienda Agricola Pasqualetti Viticoltori vi aspetta a Peccioli. Potrete partecipare a una delle degustazioni guidate da Laura, camminare tra i filari coltivati secondo tradizione, e portare a casa un vino che racconta, anno dopo anno, la storia di una famiglia che non ha mai smesso di credere nella propria terra.
Un’occasione per riscoprire il gusto autentico del vino toscano, fatto ancora con le mani e con il cuore, esattamente come tre generazioni fa.

