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Resilienza: la seconda vita di Marco Bazzichi, dall’edilizia alle vigne de L’Altra Donna

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Ha perso tutto nella crisi immobiliare del 2009. A quarant’anni, con tre figli piccoli, è ripartito da un’asta giudiziaria e da un’idea di vino. Oggi la sua cantina di Strettoia colleziona medaglie

A Strettoia il mare si vede dai filari

Per arrivare all’Altra Donna si sale. Si lascia il lungomare della Versilia, si prende la strada che porta verso le colline di Strettoia, frazione di Pietrasanta, e si continua a salire fino a quota quattrocentocinquanta. Da lassù, nelle giornate senza foschia, si vede l’arcipelago toscano, poi la Corsica, e qualcuno giura di distinguere la costa francese. Alle spalle ci sono le Apuane. Davanti, i filari.

Su queste colline si fa buona tavola e buon vino almeno dai primi del Novecento. L’azienda agricola di Marco Bazzichi e Katiuscia Sacchelli produce Vermentino con metodo ancestrale, tiene un oliveto, apparecchia i tavoli dell’agriturismo e affitta una casa indipendente a chi vuole restare a dormire.

Marco riassume tutto in una riga: «Offro ospitalità e buon vino in una location tra le più belle in Versilia e oltre.»

Il punto è come ci è arrivato. Perché quindici anni fa Marco Bazzichi non faceva vino di mestiere: costruiva ville. E quindici anni fa ha perso tutto.

Il ragazzo che a quindici anni saliva sui ponteggi

Comincia presto, come cominciavano tutti in Versilia in quegli anni. «Nasco come apprendista muratore a quindici anni», dice, e passa oltre, senza aggiungerci niente. Otto anni dopo, a ventitré, l’impresa edile è sua.

Poi arriva la fase in cui le cose girano. Nel 2001 nasce la società immobiliare, nel 2002 una seconda società edile. Le due lavorano insieme: una costruisce, l’altra vende, il ricavato torna dentro. Il segmento è quello alto. «In poco tempo siamo tra le aziende più gettonate e professionali nel realizzare ville di lusso», racconta.

Marco non è vago sui numeri di quel periodo, e la cifra che dà serve a capire l’altezza da cui poi è caduto: «Nel 2009 abbiamo un patrimonio immobiliare di diversi milioni di euro.» Trentasette anni, moglie, tre bambini, due aziende che vanno.

Quello che è successo dopo il 2009

Chi ha lavorato nell’edilizia in quegli anni sa esattamente cosa significa la frase che Marco usa per riassumere il crollo: «La crisi immobiliare ci mette a terra.» Il mercato si blocca, le ville costruite restano invendute, i valori si sgonfiano, e un patrimonio immobiliare da milioni di euro smette di essere una garanzia e diventa un’esposizione.

«Devo ricominciare la mia vita a quarant’anni, con moglie e tre figli piccoli.»

«Non è facile ripartire. Non ho denaro e tutte le mie proprietà vanno all’asta.»

Non le racconta come frasi a effetto, le racconta come cronologia. Le proprietà finiscono all’incanto una dopo l’altra. Compreso l’agriturismo, che la famiglia aveva messo su anni prima senza nessun disegno strategico, semplicemente perché a Marco piaceva. «Fin da ragazzo mi diletto in vendemmie e vinificare uve per creare vini diversi.»

Vale la pena fermarsi un attimo su quel dettaglio, perché è il perno di tutta la vicenda. L’azienda agricola non era un ramo d’impresa: era la cosa che Marco faceva quando finiva di fare l’imprenditore. Vendemmiava, provava vinificazioni, cercava di tirare fuori vini che non somigliassero agli altri. In termini di bilancio, negli anni buoni, contava zero.

Quel passatempo, nel giro di pochi mesi, resta l’unica cosa da cui ripartire.

All’asta in due, e un amico per il resto della cifra

Marco vuole ricomprarsi l’agriturismo. Il problema è che all’asta si va con la liquidità, e lui non ne ha.

Interviene qualcuno che ha deciso di scommettere su di lui in un momento in cui pochi lo avrebbero fatto. «Con l’aiuto di un’amica carissima riesco a farmi coraggio. Non posso mollare, lo devo a mia moglie, ai miei figli, a me stesso.» È l’amica a mettere i soldi per partecipare, e non lo fa da lontano: all’asta ci va con loro, dentro l’operazione fin dal primo rilancio.

«Riusciamo a partecipare all’asta del nostro agriturismo. La mia amica mi impresta i soldi, mi aggiudico l’asta dopo una lotta indimenticabile.» Su come sia andata quella giornata Marco è sintetico, ma quel “lotta indimenticabile” lascia immaginare i rilanci. Aggiunge una cosa sola, e la aggiunge sempre: «Sempre a fianco una grande donna, mia moglie.»

Aggiudicarsi il lotto, però, è solo il primo tempo. Per chiudere davvero l’acquisto serve il resto della cifra, e quella la mette un amico, che copre la parte mancante e permette all’operazione di arrivare in fondo. Due persone, in due momenti diversi, hanno deciso di fidarsi di un uomo che in quel momento non aveva nulla da offrire in garanzia se non se stesso.

L’agriturismo torna in famiglia. Da lì in poi bisogna farlo funzionare.

Vinificare senza enologo

Qui arriva la parte tecnica, che è anche la più interessante per chiunque abbia mai dovuto costruire competenza senza budget.

Le cantine, anche piccole, lavorano quasi tutte con un enologo. È la prassi, ed è una prassi che costa. Marco quei soldi nel 2010 non li aveva, e la sua risposta è stata studiare. «Non ho enologo. Faccio prove pensate e studiate. Non mi posso permettere di sbagliare.»

Chi fa vino sa cosa comporta: si vendemmia una volta all’anno, gli errori si vedono mesi dopo, e una vasca sbagliata è un anno di lavoro perso. Marco ha impostato la produzione sul metodo ancestrale — rifermentazione in bottiglia, niente scorciatoie tecnologiche — e ha tenuto ferma una direzione: «Creare vini autentici che esprimono territorio, diversità e originalità.»

C’è anche una linea familiare, in tutto questo, che in azienda non dimenticano. Il bisnonno Lorenzo è l’uomo che ha passato avanti il mestiere contadino; senza di lui, dicono, L’Altra Donna probabilmente non ci sarebbe.

Sette etichette, un vitigno

Il catalogo racconta una scelta di campo: quasi tutto Vermentino, il vitigno che su questa fascia di costa toscana è di casa da sempre, dalle colline sotto le Apuane fino alla Maremma livornese.

Il Caloma viene dalla sponda del Candia, versante sud, collina vista mare: 12,5-13 gradi, aromi delicati. Lo Strinatino nasce su un’esposizione sud-ovest ed è stato scelto abboccato, per non perdere le note fruttate. Il Caribà, metodo ancestrale, resta un anno in cantina e va in commercio l’anno dopo la vendemmia.

Poi ci sono le due etichette che dicono di più. Lo Strinato Zero esce nel 2012, quando i vini naturali erano tutt’altro che una moda: un orange wine da Vermentino, senza aggiunta di solfiti e senza coadiuvanti. Lo Strinato Nero lavora il Vermentino Nero, varietà ancora poco battuta, e la vicinanza al mare gli lascia addosso una sapidità che si sente. Il Toscano Nero guarda ai rossi che si facevano qui prima che arrivassero i tagli bordolesi.

Il lavoro più lungo è il Passito di Bugia: uve raccolte a mano in piena maturazione, selezionate pigna per pigna, messe in cassette areate e la sera stese sui graticci. Restano lì due mesi, nella barricaia dell’agriturismo, prima di essere vinificate.

La vigna, l’oliveto, e cosa si fa da ottobre a dicembre

In vigna la linea è dichiarata: concimazioni tradizionali, raccolta a mano, rispetto di tutte le forme di vita presenti sul terreno. La missione che l’azienda si è data è riportare in alto il vino di Strettoia e delle colline intorno.

Accanto alle viti c’è l’oliveto, che in Toscana raramente manca. Le cultivar sono moraiolo, leccino e quercetano. Si raccoglie tra ottobre e dicembre e le olive vengono frante a freddo poche ore dopo essere state staccate: è la differenza tra un olio e un altro, e qui la considerano parte del prodotto quanto il vino. La raccolta è fatta con attenzione alla qualità più che alla resa, il che in un oliveto significa passaggi ripetuti sulle stesse piante e nessuna fretta di chiudere la campagna.

In cucina comanda Katiuscia

La ristorazione agrituristica parte affiancata alla produzione, e la cucina è affidata a Katiuscia Sacchelli, moglie e socia. Cuoca per istinto, conosce la cucina versiliese in profondità, e per i gruppi costruisce il menù direttamente con i clienti, in base a stagionalità e disponibilità dei prodotti.

Il vantaggio, per chi si siede a tavola, è banale ma non scontato: la bottiglia che arriva nel bicchiere viene dalla vigna che si è attraversata salendo. Non c’è una carta dei vini da consultare, c’è il produttore che spiega cosa ha fatto e perché, annata per annata.

Chi vuole fermarsi trova “la Casa di Kati”: una struttura indipendente su due piani per due persone, eventualmente con un bambino, con soggiorno, cucina attrezzata, camera, bagno e spazi esterni affacciati sulla Versilia. Chi invece vuole capire come nascono i vini prenota il wine tour, che si fa in vigna, con il produttore, bicchiere in mano e prodotti locali da abbinare. Per i gruppi si organizzano pranzi e cene concordati in anticipo, che nella pratica significa telefonare a Katiuscia e mettersi d’accordo su cosa c’è di buono in quel momento.

Le medaglie, etichetta per etichetta

I riconoscimenti sono arrivati, e sono arrivati sul serio. «Con il tempo riusciamo a diventare un’eccellenza e ad avere riconoscimenti importanti sia sui vini sia per la ristorazione», dice Marco, che su questo capitolo resta più asciutto di quanto potrebbe permettersi. Conviene allora scorrerli uno per uno, perché è lì che si misura quanto terreno è stato recuperato in quindici anni.

Il Caribà 2023, il Vermentino, è l’etichetta che ha raccolto di più: Medaglia d’Oro al IV Concorso Enologico Nazionale “Vermentino” di Massa 2025 e, poco dopo, il titolo di “Miglior Bianco” alla manifestazione Enolia di Seravezza 2025. Nello stesso periodo è stato citato nella guida Slow Wine 2026, che nel panorama italiano non è una vetrina qualsiasi.

Lo Strinatino 2024, Vermentino metodo ancestrale rifermentato in bottiglia, si è preso il primo posto come “Bollicina Eroica d’Italia” alla Bancarel’Vino di Mulazzo 2025. È un premio che, per come è costruito, guarda esattamente a chi coltiva dove coltivare è scomodo.

Il Nero di Bugia 2022 — raccolta tardiva di Massaretta, Vermentino Nero e Giacchè — è il vino raro e identitario della casa, e ha portato a casa la Medaglia d’Oro al concorso internazionale “Vins Extremes 2025”, al Forte di Bard, dedicato alla viticoltura di montagna e in forte pendenza. La guida Gambero Rosso 2026 gli ha riconosciuto Un Calice.

Sempre sulla guida Gambero Rosso 2026 compaiono altre due etichette: il Caloma 2023, Vermentino con una piccola percentuale di Sauvignon, premiato con Due Calici, e lo Strinato Nero 2022, da Merlot, Vermentino e Massaretta, che ha ottenuto Un Calice.

C’è poi un capitolo ancora aperto, e non è il meno interessante. Il Gambero Rosso ha selezionato il Toscana Zero Vermentino 2022 — l’orange wine della cantina, quello nato nel 2012 senza solfiti aggiunti — per la degustazione finale della Guida Vini d’Italia 2027. In finale, cioè, tra i vini in corsa per l’eccellenza: proprio l’etichetta più fuori dagli schemi di tutta la produzione.

Nel calendario dell’ultimo anno rientra anche la presenza, il 1° novembre, a “The Wine Revolution”, nell’ex convento dell’Annunziata, sulla Baia del Silenzio a Sestri Levante.

Per una cantina che quindici anni fa non aveva un euro e nemmeno un enologo, è un percorso che merita di essere raccontato per intero.

Tre figli, una moglie, e il patrimonio che è rimasto

Alla domanda su come sia oggi l’azienda, Marco risponde parlando d’altro. «Adesso siamo una realtà a pieno ritmo, che produce vini che si identificano, e una ristorazione molto ricercata: grazie a mia moglie e a tre fantastici figli.»

Quei figli, nel 2009, erano bambini. Oggi lavorano nell’attività.

Lui non nasconde che la strada sia stata dura anche dopo l’asta — parla di «mille difficoltà», al plurale, senza dettagliarle. Ma il conto finale, se si vuole leggerlo in termini imprenditoriali, è curioso: il patrimonio immobiliare da diversi milioni si è dissolto in due anni di crisi; l’azienda familiare costruita a mani nude dopo il crollo è ancora in piedi e cresce.

«Ogni traguardo che raggiungo è una nuova partenza»

Chiediamo a Marco come guarda al proprio percorso, adesso. La risposta è breve: «Sono sempre alla ricerca del miglioramento e dell’innovazione. Ogni traguardo che raggiungo è una nuova partenza.»

Detta da un altro suonerebbe come una frase da convegno. Detta da uno che ha visto un traguardo definitivo trasformarsi in un fascicolo d’asta, ha un peso diverso: è la descrizione operativa di come funziona la sua testa. Marco non archivia i risultati, li usa come punto di appoggio per il passo successivo, e questo vale tanto per l’oro al Forte di Bard quanto per il prossimo esperimento in cantina.

Per chi si occupa di leadership, il caso è di quelli da studiare. Non perché Marco abbia costruito un impero — non lo ha fatto, e non è quello il punto — ma perché ha dimostrato che una competenza costruita per passione può reggere il peso di una famiglia intera quando la competenza principale viene azzerata dal mercato. Quel piccolo agriturismo nato “perché mi piaceva” era, senza che nessuno lo sapesse, l’unica assicurazione davvero funzionante di tutto il gruppo.

Quello che Marco vuole dire a chi sta cadendo adesso

C’è una parte dell’intervista che Marco ha chiesto esplicitamente di pubblicare, ed è giusto riportarla parola per parola.

«Voglio mandare un messaggio a chi ha o ha avuto problemi come i miei: la vita non finisce mai. Anche quando vedi il giorno più buio, non mollate. Il giorno dopo qualcosa di bello può accadere, e il dono della vita è troppo bello per abbandonarlo.»

Chi ha attraversato un fallimento sa che non si perdono solo i beni: si perde il ruolo che si aveva, la sicurezza di sapere chi si è, a volte la capacità di guardare in faccia le persone di casa. Marco ci è passato e ne è uscito, e ha scelto di dirlo pubblicamente su una rivista invece di tenerselo per sé. Di imprenditori disposti a raccontare la parte in cui perdono ce ne sono pochi.

Come arrivarci

L’Azienda Agricola L’Altra Donna è in via Montiscendi 80, a Pietrasanta, provincia di Lucca. Si prenota telefonando o scrivendo alla cantina; sul sito cantinalaltradonna.it ci sono il catalogo completo delle etichette, le schede tecniche dei vini e le informazioni su wine tour, pranzi e cene su misura e sulla Casa di Kati.

Andateci per il Vermentino, restate per il resto: la cucina di Katiuscia, l’olio nuovo se capitate a dicembre, la vista dalle vigne quando l’aria è pulita e si vede fino alla Corsica. E chiedete a Marco di raccontarvi com’è andata quel giorno all’asta. Vale il viaggio quanto il vino.

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