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Da Prato a Manhattan: la storia di Enrico e de La Tazza d’Oro

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Un caffè, una famiglia, due continenti

V.le della Repubblica, a Prato, non è una via qualunque per chi in città ci è nato e cresciuto. Al civico 290 c’è un locale che da quarant’anni scandisce le giornate di intere generazioni: La Tazza d’Oro. Bar la mattina, punto pranzo a mezzogiorno, ritrovo per l’aperitivo la sera. Un’unica insegna, tre vite diverse nello stesso spazio, e dietro a tutto questo un uomo che da vent’anni ne porta avanti l’eredità con un misto di ostinazione e entusiasmo che raramente si trova concentrato in una sola persona.

Si chiama Enrico. E se gli si chiede di raccontare la sua storia, non parte da sé: parte dal locale che ha ricevuto in eredità professionale nel 2006, da chi lo gestiva prima di lui, e da quello che ha scelto di farne.

Un’attività nata nel 1984, rilevata con rispetto

La Tazza d’Oro apre le sue porte nel 1984. Vent’anni dopo, nel 2006, Enrico ne rileva la gestione. Non è un dettaglio da poco: chi acquisisce un’attività già radicata nel tessuto cittadino si trova davanti a un bivio che molti imprenditori conoscono bene. Da un lato la tentazione di stravolgere tutto, di imprimere subito il proprio marchio. Dall’altro il rischio opposto: lasciare tutto com’è, per timore di perdere una clientela affezionata.

Enrico ha scelto una terza via, più faticosa ma probabilmente più efficace: “Da quel momento ho dedicato ogni giorno a farlo crescere, mantenendone l’identità e migliorandolo continuamente.” Una frase che, detta così, suona quasi ovvia. Ma chi ha mai gestito un’attività storica sa quanto sia difficile, nella pratica quotidiana, distinguere cosa preservare e cosa invece va cambiato. Non esiste un manuale per questo. Si impara sul campo, un cliente alla volta, un’estate dopo l’altra.

“È stato un percorso fatto di sacrifici, soddisfazioni e tanta passione”, racconta oggi, senza troppa enfasi, come chi sa che dietro parole come “sacrificio” ci sono davvero ore, giornate, anni. Vent’anni, per la precisione: un tempo lungo abbastanza da trasformare un’attività rilevata in un progetto di famiglia.

Perché oggi, accanto a Enrico, ci sono la moglie Gioia e la figlia Vittoria. Tre generazioni di impegno diretto, in un’epoca in cui molte imprese storiche italiane faticano a trovare chi le porti avanti dopo il fondatore. Qui, invece, la squadra si è allargata, non ristretta.

La giornata tipo: dal Cremino al Capolavoro

Chi entra a La Tazza d’Oro alle 6:30 del mattino – orario di apertura, tutti i giorni feriali – trova un locale già in piena attività. La colazione è il primo grande capitolo della giornata, e ha un protagonista assoluto: il Cremino, uno dei prodotti più richiesti dalla clientela abituale. Accanto, un altro nome che a Prato ormai tutti conoscono: il Capolavoro, un caffè macchiato servito in tazza grande con una spolverata di cacao.

Non è un caso che proprio da questa specialità sia nato il motto dell’attività – “Ogni felicità è un Capolavoro” – oggi diventato qualcosa in più di uno slogan: un modo di dire, tra i clienti abituali, che accompagna anche l’avventura newyorkese. Frasi così, quando funzionano davvero, non si inventano a tavolino in una riunione di marketing. Nascono da un prodotto che le persone amano al punto da renderlo un simbolo.

A metà giornata, il locale cambia pelle. Arriva il momento del pranzo, pensato – come dice Enrico – per chi “desidera mangiare bene anche con poco tempo a disposizione”. Primi piatti caldi e freddi, secondi, insalatone, schiacciatine appena sfornate. E poi ci sono loro: La Verde e il Panino con il Pollo, due nomi che chiunque a Prato associa immediatamente a questo indirizzo. Sono la prova che, in un mondo di menù che cambiano ogni stagione, a volte la fedeltà a due o tre grandi classici vale più di dieci novità.

Segue la merenda, con schiacciatine, panini e focaccia preparati freschi ogni giorno nel laboratorio interno. E la giornata si chiude con l’aperitivo, accompagnato da taglieri e tartine curati con la stessa attenzione riservata a ogni altro momento della giornata, e da una selezione di vino, Prosecco e Champagne pensata per accompagnare la fine della giornata lavorativa.

Colazione, pranzo, merenda, aperitivo: un ciclo che si ripete ogni giorno, ma che a leggerlo racconta qualcosa di più profondo di un semplice orario di apertura. Racconta un locale pensato per accompagnare l’intera giornata di chi lo frequenta, non solo un momento isolato.

La qualità non si dichiara, si dimostra

C’è un tratto che ricorre in ogni parola di Enrico quando parla del suo lavoro, ed è la concretezza. Non parla di qualità in astratto: la spiega con scelte precise, verificabili, quasi tecniche. “Nei nostri dolci utilizziamo esclusivamente burro, senza ricorrere a margarina o mélange, perché crediamo che la qualità degli ingredienti faccia davvero la differenza.”

Chi mastica un minimo di pasticceria sa che questa non è una frase buttata lì per fare bella figura. È una delle differenze più nette tra un prodotto artigianale vero e uno solo apparentemente tale. La Tazza d’Oro, del resto, è una pasticceria di produzione propria: tutto quello che arriva al bancone – dai cornetti alle torte, dalle schiacciatine alla focaccia – nasce ogni mattina nel laboratorio del locale. Nessun semilavorato acquistato altrove, nessuna scorciatoia.

È un approccio che richiede tempo, organizzazione e un laboratorio interno sempre attivo, ben prima che il locale apra le porte al pubblico. Mentre la città dorme ancora, la squadra è già al lavoro per preparare quello che arriverà in vetrina poche ore dopo: un impegno quotidiano che raramente si vede dall’esterno, ma che si percepisce nel sapore di un cornetto o nella consistenza di una torta. È il tipo di lavoro invisibile che sta dietro a ogni attività che punta sulla qualità reale, non solo dichiarata: nessuna scorciatoia, nessun compromesso sulla materia prima, anche quando costerebbe meno farlo.

E poi ci sono i servizi che vanno oltre il bancone: torte personalizzate su ordinazione, per compleanni e ricorrenze, e un servizio di catering completo, comprensivo di allestimento, pensato per eventi di ogni tipo. Un’attività che negli anni ha saputo allargare la propria offerta senza mai disperdersi, restando sempre riconoscibile.

L’ospitalità, il vero ingrediente segreto

Se si dovesse individuare il filo conduttore di tutta la conversazione con Enrico, non sarebbe il caffè, né la pasticceria, né il pranzo veloce. Sarebbe una parola sola: accoglienza. “Ciò che ci rende speciali non è solo quello che serviamo: è anche il modo in cui accogliamo ogni cliente”, dice. “L’ospitalità è un valore fondamentale della nostra attività e ogni giorno ci impegniamo a far sentire chi entra da noi come a casa.”

È una frase che potrebbe sembrare scontata, se non fosse che nella ristorazione italiana – e in particolare nel mondo dei bar, dove il cliente entra e esce in pochi minuti, spesso senza nemmeno sedersi – l’ospitalità autentica è tutt’altro che garantita. Capita spesso che un locale curi il prodotto e trascuri il rapporto umano, o viceversa. La scommessa di Enrico, in vent’anni, è stata tenere insieme le due cose: un caffè fatto bene, servito da qualcuno che ti guarda negli occhi.

Il salto a New York: un sogno costruito, non improvvisato

Ed eccoci al capitolo più recente di questa storia, quello che ha portato La Tazza d’Oro fuori dai confini di Prato e persino d’Italia. Nell’ottobre 2025 apre le porte la sede newyorkese, un progetto che porta lo stesso nome, lo stesso motto e – a sentire Enrico – la stessa filosofia della sede storica.

Non è stata una decisione presa d’impulso. “Oggi sento di essere pronto a fare un passo in più come imprenditore”, racconta Enrico, “e l’apertura de La Tazza d’Oro a New York rappresenta la realizzazione di un sogno: portare l’accoglienza, la qualità e la tradizione italiana anche nella Grande Mela.” Una frase che, letta con attenzione, dice molto più di quanto sembri: non parla di conquistare un nuovo mercato, ma di portare qualcosa – accoglienza, qualità, tradizione – in un luogo nuovo. È una distinzione sottile ma importante, quella tra espandersi ed esportare un’identità.

Vale la pena ricordare che dietro questa apertura non c’è un grande gruppo con budget illimitati, ma un’attività familiare di provincia che ha scelto di crescere con i propri tempi. Vent’anni per consolidare una gestione a Prato, prima di guardare oltreoceano. Non è un caso: è una scelta. “Credo che non si finisca mai di imparare”, spiega Enrico. “Ogni giorno, nel nostro lavoro, c’è qualcosa di nuovo da scoprire, ed è proprio questa voglia di crescere che mi ha accompagnato in questi 20 anni alla guida de La Tazza d’Oro. In questo percorso ho affrontato tante sfide, ma ognuna mi ha insegnato qualcosa e mi ha permesso di acquisire l’esperienza necessaria per guardare al futuro con ambizione.”

C’è qualcosa di istruttivo, in questo racconto, per chiunque gestisca un’impresa, non solo nella ristorazione: l’internazionalizzazione, quando funziona, raramente è una scommessa improvvisa. È quasi sempre la conseguenza naturale di anni di lavoro fatto bene a casa propria.

Guidare una squadra: la leadership vista dal bancone

Chiesto di parlare di leadership, Enrico non cita libri di management né teorie aziendali. Risponde con l’esperienza diretta di chi, ogni mattina alle 6:30, apre la saracinesca insieme al proprio team. “La leadership l’ho imparata sul campo”, dice. “Per me significa esserci ogni giorno, dare l’esempio, affrontare i problemi con determinazione e trasmettere passione a chi lavora con me.”

È una definizione che si allontana volutamente dall’immagine del capo che comanda dall’alto. E prosegue con una frase che meriterebbe di essere appuntata da chiunque gestisca delle persone, in qualsiasi settore: “Un leader non è chi sa fare tutto, ma chi riesce a mettere le persone nelle condizioni di esprimere il loro potenziale. Quando cresce il team, cresce anche l’azienda.”

Non è un concetto astratto. È un principio che si vede, letteralmente, ogni giorno dietro quel bancone: nella cura con cui viene preparato un panino, nell’attenzione con cui viene servito un aperitivo, nel modo in cui un dipendente saluta un cliente abituale chiamandolo per nome. La leadership, in un’attività come questa, non si misura in riunioni strategiche, ma nella qualità del servizio che il team riesce a offrire ogni singolo giorno.

E per chi volesse intraprendere un percorso simile, il consiglio di Enrico è diretto, quasi spiazzante nella sua semplicità: “Non smettere mai di mettersi in gioco. I risultati arrivano con il tempo, la costanza e la capacità di imparare anche dagli errori.” Non promette scorciatoie. Promette, semmai, che la costanza paga – anche se ci vogliono vent’anni per vederlo.

Cosa insegna, davvero, questa storia

Al netto dei prodotti, dei menù e persino dell’apertura newyorkese, la storia de La Tazza d’Oro offre alcuni spunti che vanno oltre il settore della ristorazione.

Il primo riguarda la continuità: rilevare un’attività storica, e farla crescere senza snaturarla, richiede un equilibrio raro tra rispetto del passato e visione del futuro. Non tutti ci riescono. Enrico ci è riuscito restando vent’anni nello stesso posto, cambiando tutto il necessario e nulla di più.

Il secondo riguarda la qualità intesa non come dichiarazione, ma come pratica quotidiana verificabile: la scelta del burro al posto della margarina, la produzione interna, l’attenzione ai dettagli. Elementi che, sommati, fanno la differenza tra un locale qualunque e un locale che i clienti scelgono di tornare a frequentare.

Il terzo insegnamento riguarda l’internazionalizzazione: non è appannaggio esclusivo delle grandi imprese. Con la giusta preparazione, anche un’attività storica di provincia può affacciarsi su un mercato globale come quello newyorkese, portando con sé la propria identità intatta, senza doverla tradire per adattarsi.

Infine, la lezione forse più preziosa arriva proprio dalle parole di Enrico sulla leadership: si costruisce sul campo, un giorno alla volta, mettendo le persone – collaboratori prima ancora che clienti – al centro di ogni scelta.

Un’ultima considerazione

Ci sono storie imprenditoriali che si raccontano con i grafici e i numeri di bilancio. E ci sono storie, come questa, che si raccontano meglio attraverso i gesti quotidiani: l’apertura alle 6:30, il Cremino preparato ogni mattina, un panino che porta lo stesso nome da decenni, una famiglia che lavora fianco a fianco. È in questi dettagli, più che in qualsiasi piano industriale, che si legge il motivo per cui La Tazza d’Oro, quarant’anni dopo la sua apertura, non solo resiste, ma cresce – e oggi lo fa anche a diverse migliaia di chilometri di distanza da Prato.

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