Marco Minnucci non è uno di quelli che ha sempre saputo cosa voleva fare da grande. O meglio: ha sempre avuto voglia di fare, ma il “cosa” è cambiato nel tempo, e lui ha avuto il coraggio — o forse l’incoscienza, quella sana — di seguire i cambiamenti senza aggirapparsi a ciò che già funzionava. È nato nel 1981 a Cannobio, sul Lago Maggiore, in provincia di Verbania. Ha aperto un ristorante sul lago a ventitré anni, lo ha gestito fino al 2008, e poi ha chiuso tutto e se n’è andato. Non per un fallimento. Semplicemente perché aveva capito che c’era altro, altrove.
Questa è già, di per sé, una storia che vale la pena raccontare. In un paese dove il cambiamento viene spesso vissuto come resa, dove chi lascia un’attività avviata è guardato con sospetto, Minnucci ha fatto esattamente il contrario: ha interpretato la svolta come una forma di onestà verso sé stesso. E da quella svolta è nata Cascina San Michele, un’azienda agricola biologica sulle colline di Costigliole d’Asti che oggi produce circa trentamila bottiglie l’anno, con otto etichette e una filosofia che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente “rispetto per la terra”.
Un anno di apprendistato che ha cambiato tutto
Prima di piantare un singolo paletto in vigna, Marco ha fatto una cosa che molti imprenditori faticano ad ammettere di dover fare: ha imparato da qualcun altro. Nel 2009, un anno dopo aver lasciato il lago, è andato a lavorare presso Roberto Voerzio a La Morra, una delle aziende vitivinicole più rigorose e rispettate di tutto il Piemonte. Non come consulente, non come socio. Come lavoratore. Ha fatto la gavetta, in un settore che non conosceva, con la stessa determinazione silenziosa che avrebbe poi messo nel costruire la propria realtà.
È lì che ha scoperto di amare la vita in campagna. Lui stesso, con una semplicità disarmante, si definisce «un orso». Ed è facile immaginarlo tra i filari di Langa, in quel ritmo lento e fisico che non assomiglia in nulla al ritmo di un servizio serale in ristorante, e capire che qualcosa in quella vita rispecchiava qualcosa di profondo nel suo carattere. Nel 2010, un anno dopo il suo arrivo in Piemonte, ha aperto la sua azienda a Costigliole d’Asti. Nel 2015, dopo l’incontro con il futuro socio, è nata ufficialmente Cascina San Michele — Marco Minnucci, oggi realtà consolidata con oltre quindici anni di esperienza e una reputazione costruita sorso dopo sorso.
Il problema non è mai il lavoro
C’è una frase che Marco ha detto durante l’intervista e che riassume in poche righe qualcosa che imprenditori, economisti e politici discutono da decenni senza trovare soluzioni: «Ho sempre avuto voglia di fare e purtroppo, se non hai una adeguata copertura economica o una famiglia che ti aiuta, essere un piccolo imprenditore in Italia è incredibilmente e inutilmente complicato. Credo di potere dire quello che ogni piccolo imprenditore dice: il lavoro è l’ultimo dei problemi.»
Chi ha mai tenuto in piedi un’attività in proprio sa esattamente di cosa sta parlando. Il lavoro — il vino, nel suo caso, la vigna, la vendemmia, la cantina — è la parte bella, quella per cui ci si alza la mattina. Il resto è un labirinto: fisco, burocrazia, accesso al credito, normative che cambiano, adempimenti che si moltiplicano. Marco non se ne fa uno stendardo, non cerca visibilità attraverso la lamentela. Lo dice come un dato di fatto, con la lucidità di chi ha imparato a fare i conti con un sistema che non agevola chi parte dal basso e non ha reti di protezione familiari o finanziarie.
Eppure, invece di fermarsi, ha continuato. Ha aperto nel 2019 anche una vineria, Vino Enobottega, sempre a Costigliole d’Asti, l’ha gestita per quattro anni e poi, nel 2023, l’ha venduta. Non perché non andasse bene: ma perché Cascina San Michele era, ed è, il progetto che conta. Questa capacità di fare scelte difficili — di rinunciare a qualcosa che funziona per proteggere ciò che si ama davvero — è forse la qualità più rara e più preziosa che si possa trovare in un imprenditore.
Le colline che erano un oceano
Costigliole d’Asti si trova nell’Astesana, una zona che i grandi manuali del vino piemontese tendono a citare di sfuggita, troppo occupati a raccontare le Langhe e il Monferrato. Eppure è proprio qui, in questa terra di mezzo che si estende a sud del fiume Tanaro, che la storia viticola piemontese ha alcune delle sue radici più antiche. Un territorio mosso, fitto di boschi di querce e noccioleti, con borghi arroccati sulle colline come se qualcuno li avesse scolpiti nel paesaggio secoli fa.
Sotto quei filari, il suolo nasconde qualcosa di straordinario. Le vigne di Cascina San Michele affondano le radici nel Bacino Terziario Piemontese, una formazione geologica che un tempo era il fondale di un oceano. Le Marne di Sant’Agata — argille bluastre mescolate a sabbie finissime — danno ai vini una struttura e una capacità di invecchiamento che pochi territori possono vantare. Non è raro, lavorando questo suolo, trovare piccoli fossili: conchiglie, frammenti di vita marina impressi nella roccia da milioni di anni. Per chi fa vino con la testa, non solo con le mani, quei fossili non sono una curiosità geologica: sono la prova fisica di una mineralità che poi si ritrova nel bicchiere, in quella sapidità verticale che rende i vini di queste colline immediatamente riconoscibili.
A questo si aggiunge un microclima che nessun tecnico avrebbe saputo progettare meglio: le correnti d’aria che risalgono dalla valle del Tanaro creano escursioni termiche importanti tra il giorno e la notte, rallentando la maturazione delle uve e consentendo ai profumi di fissarsi nelle bucce con una precisione che il caldo piatto e costante di altre zone non permette. Le vigne godono inoltre di una esposizione che in Piemonte si chiama Sorì — il versante che guarda a mezzogiorno, dove la neve si scioglie per prima e il sole pomeridiano arriva con tutta la sua generosità, completando la maturazione zuccherina senza sacrificare l’acidità naturale.
Un tappeto vivo tra i filari
Chi arriva per la prima volta in vigna a Cascina San Michele nota subito una cosa: tra i filari non c’è terra nuda. C’è erba. Fiori. Un manto erboso vivo e colorato che, nelle stagioni giuste, esplode in una varietà di specie spontanee che un botanico riconoscerebbe con soddisfazione. Facelia dalla fioritura viola intensa, trifoglio incarnato che fissa l’azoto dall’atmosfera e lo restituisce al suolo, senape e rafano che proteggono dalle erbe infestanti e dai parassiti senza chimica invasiva.
In gergo tecnico si chiama inerbimento. Ma usare quel termine tecnico per descrivere quello che fanno Marco e il suo socio sarebbe come chiamare “pausa pranzo” la sosta di un alpinista sulla via della vetta. L’inerbimento di Cascina San Michele è una scelta filosofica prima ancora che agronomica. Significa rinunciare al controllo totale, accettare che la terra abbia una sua logica, collaborare con la natura invece di piegarla. Le radici dell’erba trattengono il suolo durante le piogge intense, evitano l’erosione, mantengono la terra soffice e ricca di sostanza organica. Le piante da sovescio vengono falciate solo quando necessario e lasciate trasformarsi in concime naturale. È un ciclo chiuso, dove nulla si disperde e la terra si rigenera da sola, stagione dopo stagione.
La certificazione biologica l’hanno ottenuta nel 2013. Ma non la rivendicano in etichetta. Su questo punto, la posizione dell’azienda è netta e in qualche modo commovente nella sua coerenza: la sostenibilità non è per loro uno strumento di marketing, ma un debito morale verso un territorio che da secoli offre a chi sa ascoltarlo. Non si fa pubblicità a un debito.
Otto vini che raccontano otto caratteri diversi
La produzione di Cascina San Michele ruota attorno a otto etichette, tutte nate da vigneti situati nei comuni di Costigliole d’Asti e Isola d’Asti, tutti lavorati con le stesse tecniche di potatura e gli stessi metodi di difesa biologica. Questa scelta di uniformare l’intervento umano non è pigrizia gestionale: è metodo scientifico applicato all’agricoltura. Se tutto il lavoro in vigna è identico, le differenze che emergono nel bicchiere non sono umane ma naturali — la posizione del vigneto, la composizione del suolo, il microclima di ogni parcella. Il vino diventa così la traduzione fedele di un luogo, non l’interpretazione di un enologo.
Al centro di tutto c’è la Barbera d’Asti, vitigno storico di queste colline, che Marco declina in tre versioni distinte. Il Primevì nasce dall’assemblaggio di vigne con orientamenti e suoli diversi, vinificate separatamente e poi unite: un modo per moltiplicare la complessità nello stesso calice. La Briccona è invece il vino storico dell’azienda, figlio di un singolo vigneto — quello di Sant’Anna — con terreno più magro e argilloso, che regala grappoli piccoli e sparsi, maturazione precoce, e un carattere segnato da un anno di affinamento in barrique usate seguito da diciotto mesi di riposo in cemento. Il San Michele, che porta il nome della cascina, nasce da suolo sabbioso che garantisce una maturazione costante e uniforme, e affina in botti grandi prima dello stesso lungo riposo in cemento.
Accanto alla Barbera, il Monferrato Nebbiolo — fermentato a cappello sommerso e affinato in tonneaux — porta in tavola la struttura tannica e il profilo aromatico di un vitigno che in queste colline ha una storia secolare. Il Piemonte Brachetto e la sua versione passita, la Dolcenera, raccontano invece una storia completamente diversa: quest’ultima nasce da uve appassite direttamente in vigna, la cui fermentazione in piccole barrique viene lasciata proseguire finché non si arresta da sola, fissando alcol e zucchero residuo in un equilibrio che nessuna ricetta potrebbe programmare.
Due bianchi completano la gamma. L’Eteronimo, da vitigno autoctono piemontese, macera sulle bucce per quattro giorni sviluppando un colore e una sapidità del tutto inusuali per un bianco. Lo Sciardese, invece, è figlio di un’amicizia: un blend nato dalla collaborazione con un altro produttore, che porta con sé l’eredità di entrambe le aziende — la struttura di una, la morbidezza e il volume dell’altra — creando qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto fare da solo.
Un dettaglio in apparenza minore ma coerente con tutto il resto: i tappi sono prodotti da biopolimeri derivati dalla canna da zucchero, a zero impronta di carbonio e cento per cento riciclabili. Quando la filosofia è seria, arriva fin in fondo. Anche al tappo.
Quello che nessun manuale insegna
La storia di Marco Minnucci appartiene a un genere di storie che in Italia fatica a trovare la giusta attenzione. Non c’è un’eredità illustre alle spalle, non c’è il cognome di una dinastia enologica. C’è un uomo che a vent’anni gestiva un bar sul lago, che a quarant’anni guida un’azienda viticola biologica con quindici anni di storia, e che nel mezzo ha fatto tutto quello che andava fatto: ha imparato dagli altri, ha rischiato in proprio, ha sbagliato, ha corretto, ha rinunciato a ciò che non era essenziale per restare fedele a ciò che lo era.
La sua generazione — quella nata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta — ha trovato un paese che prometteva opportunità e le dispensava con il contagocce, soprattutto a chi partiva senza reti. Minnucci non ha aspettato condizioni favorevoli. Ha lavorato con quello che aveva, in un sistema che, come dice lui senza mezze misure, rende il lavoro «l’ultimo dei problemi» per chi vuole costruire qualcosa. Questa non è rassegnazione: è consapevolezza. Ed è proprio quella consapevolezza, unita a una tenacia tranquilla che non ha nulla di eroico e tutto di concreto, che ha permesso a Cascina San Michele di diventare quello che è oggi.
Non c’è retorica in questa storia. C’è terra argillosa e sabbiosa, c’è un uomo che si definisce orso e che ha trovato il suo habitat naturale tra le vigne dell’Astesana, c’è la fatica della vendemmia fatta a mano, grappolo per grappolo, in piccole cassette sotto il sole di settembre. C’è il coraggio di non mettere il logo biologico in etichetta pur avendone tutto il diritto, perché certi valori non hanno bisogno di pubblicità per esistere.
Dove trovare Cascina San Michele
Se volete scoprire cosa significhi un vino che viene davvero dal luogo in cui è nato — non come slogan ma come fatto concreto, misurabile in ogni sorso — Cascina San Michele è una realtà che merita di essere conosciuta. Il sito dell’azienda, cascinasanmichele.com, racconta in dettaglio la filosofia produttiva, i vigneti, le singole etichette e la storia di un progetto che ha costruito la propria reputazione un anno alla volta, senza scorciatoie. L’azienda si trova a Costigliole d’Asti, in provincia di Asti, nel cuore dell’Astesana piemontese. Vale il viaggio.

