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Ricominciare a cinquant’anni: la storia di Daniela Di Meco e di Ciccio e La Ristogatta

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Anguillara vista da una terrazza sul lago

C’è un punto, in cima al borgo antico di Anguillara Sabazia, dove piazza del Comune si apre improvvisamente sul lago di Bracciano. Chi arriva a Ciccio e La Ristogatta la prima volta, spesso, rallenta proprio lì, davanti alla terrazza, prima ancora di entrare. Daniela Di Meco lo sa bene, e in dieci anni di attività ha imparato a leggere quel momento di sosta come il vero biglietto da visita del suo ristorante, più di qualsiasi menù.

Daniela è la titolare e responsabile di sala; suo marito è lo chef. Insieme hanno aperto il locale un decennio fa, in un momento della vita che raramente coincide con l’inizio di qualcosa di completamente nuovo: avevano da poco superato i cinquant’anni, ed erano rimasti improvvisamente senza lavoro.

Venticinque anni tra le grandi mostre, prima del ristorante

Prima di Anguillara, la vita di Daniela e di suo marito aveva poco a che fare con cucine e sale da pranzo. Per circa venticinque anni hanno lavorato nella logistica delle grandi mostre d’arte, un settore fatto di trasporti delicati, allestimenti internazionali e scadenze che non concedono margini di errore. Lei ha studiato filologia classica, lui filosofia — due formazioni che raccontano una precisa inclinazione per la cultura, non esattamente il curriculum che ci si aspetterebbe da chi finisce per gestire un ristorante in un borgo laziale.

Eppure la cucina non è arrivata come una scoperta tardiva. Il marito di Daniela è cresciuto a Firenze, e da bambino stava sempre accanto alla nonna mentre cucinava: è lì, tra pentole e fornelli di casa, che ha imparato molto prima di qualsiasi corso professionale. Non ha frequentato una scuola alberghiera, non ha fatto la gavetta nelle brigate di altri ristoranti: la sua formazione è passata quasi interamente per quella cucina di famiglia, in un’epoca in cui certi gesti — allungare il sugo, aspettare il punto giusto di cottura, scegliere l’ingrediente al mercato — si imparavano guardando, non leggendo. “L’amore e il rispetto per i cibi si sentono in ogni piatto, ci dicono i nostri clienti”, racconta Daniela, ed è evidente che quel giudizio, ripetuto nel tempo da chi si siede ai loro tavoli, per lei conta più di qualunque recensione.

Quella doppia provenienza — la logistica dell’arte da un lato, la cucina di famiglia dall’altro — è probabilmente la chiave per capire come funziona oggi il ristorante. Da un lato l’organizzazione, la precisione nei tempi, l’attenzione a come uno spazio viene allestito e vissuto; dall’altro un rapporto con il cibo che non ha nulla di tecnico o di studiato a tavolino, ma che affonda in ricordi familiari precisi.

Quando il lavoro finisce e bisogna scegliere

Restare senza lavoro a cinquant’anni, dopo un quarto di secolo nello stesso settore, è una condizione che spaventerebbe chiunque. Daniela non nasconde la difficoltà di quel momento, ma racconta soprattutto la reazione che lei e suo marito hanno avuto. “Abbiamo attraversato difficoltà personali quando abbiamo perso il lavoro che facevamo con passione. Ma non ci siamo abbattuti, né lasciati andare”, dice. Avrebbero potuto cercare un impiego simile al precedente, magari in un altro settore vicino a quello che conoscevano. Hanno scelto invece di buttarsi su qualcosa che non avevano mai fatto professionalmente: una cucina e una sala tutte da imparare, partendo però da una passione coltivata da sempre.

“Abbiamo deciso di fare qualcosa che ci piacesse davvero e di farlo con passione. Ci abbiamo messo cuore, forze e tutte le nostre risorse”, aggiunge. Dietro questa frase, semplice quasi fino alla banalità, c’è in realtà un rischio economico enorme: aprire un ristorante senza esperienza pregressa, a un’età in cui molti iniziano a pensare alla stabilità e non a ricominciare da zero.

Daniela lo racconta anche attraverso il modo in cui intende il lavoro in generale. “Un lavoro è tutto ciò che ti fa star bene nella vita”, dice, ed è una definizione che ribalta l’idea più comune, quella per cui il lavoro sarebbe prima di tutto un obbligo economico. Per lei, evidentemente, ha sempre significato qualcos’altro: la possibilità di far coincidere il tempo delle giornate con ciò che si ama fare davvero.

Il nome nato da un matrimonio e da un gatto

Il ristorante prende forma in uno spazio raccolto nel centro storico di Anguillara. Daniela e suo marito lo riempiono con quello che sanno fare meglio: attenzione ai dettagli, un gusto estetico maturato in anni passati tra opere d’arte, una certa idea di accoglienza. Ma il nome — “Ciccio e La Ristogatta” — nasce da tutt’altro. “Una cosa sapevamo con certezza: il ristorante si sarebbe chiamato ‘La Ristogatta’, perché nel nostro matrimonio ci sono e ci saranno sempre anche loro: i gatti!” Con il tempo, grazie al contributo dei clienti più affezionati, il nome si è allungato fino a diventare quello attuale.

C’è poi Principessa, la gatta che viveva già nel borgo quando Daniela e suo marito sono arrivati, e che sembrava quasi averli aspettati. È diventata negli anni una piccola celebrità del locale: scende la scalinata del centro storico con un tempismo perfetto, si mostra in terrazza tra una portata e l’altra, accetta le coccole di chi le è simpatico e mantiene le distanze con chi, semplicemente, non le trasmette lo stesso calore. Il ristorante, del resto, si definisce apertamente pet-friendly, e chi vuole portare il proprio animale è sempre benvenuto.

Una cucina che non insegue le mode

Sul fronte della cucina, la scelta di Daniela e di suo marito è netta: piatti della tradizione italiana, di pesce e di carne, con un tocco di fantasia che però non sconfina mai nell’eccesso o nella tendenza del momento. In un settore dove capita spesso di vedere menù costruiti per stupire più che per nutrire, loro hanno preferito una strada meno appariscente.

La materia prima resta il vero argomento della conversazione. Olio, miele, cioccolata, formaggi, verdure, erbe selvatiche, vini: tutto arriva da piccoli produttori locali, e il territorio da cui provengono va ben oltre il lago di Bracciano, fino alla campagna della Tuscia, a Viterbo e alla costa maremmana. Daniela e suo marito preferiscono chiamarlo, alla maniera antica, “Etruria Meridionale” — un’espressione che porta con sé tutto il loro background di studi umanistici, applicato stavolta a un territorio fatto di cantine e piccoli produttori invece che di testi classici.

Il menù resta volutamente breve. È una scelta legata alla freschezza e alla preparazione quotidiana dei piatti, a cui si aggiungono di volta in volta proposte del giorno, piatti speciali per le festività e varianti stagionali. Chi lo desidera può chiedere alternative vegetariane. Non è un menù pensato per accontentare tutti i gusti possibili, ma per garantire che ogni piatto in carta sia stato davvero pensato quel giorno, con quello che il mercato e i produttori avevano da offrire — un approccio che richiede più lavoro quotidiano di un menù fisso e ampio, ma che secondo Daniela è l’unico modo per mantenere davvero la promessa della stagionalità, e non limitarsi a scriverla nel menù come slogan.

I mesi del lockdown, con l’aiuto dei clienti

Il periodo più duro non è arrivato all’apertura, ma qualche anno dopo. “Abbiamo attraversato il terribile periodo dei lockdown con pochissimi anni di apertura alle spalle”, racconta Daniela. “Abbiamo lottato con tutte le nostre forze per sopravvivere ed abbiamo addirittura avuto l’aiuto di alcuni clienti affezionati.”

Quel dettaglio, detto quasi di passaggio, dice più di molte statistiche: in pochi anni Daniela e suo marito erano riusciti a costruire con la propria clientela un legame abbastanza solido da tradursi, nel momento del bisogno, in un sostegno concreto. Non capita spesso, e non capita per caso. Richiede un servizio che Daniela stessa descrive come “sempre molto affettuoso, personale, attento” — parole che, guardando a come sono andate le cose durante la pandemia, sembrano trovare conferma nei fatti più che nelle intenzioni.

“Mai mollare”, detto sul serio

Se c’è una frase che torna più volte nel racconto di Daniela, è questa: “Mai mollare è il nostro motto, bisogna amare ciò che si fa.” Detta da chi ha davvero cambiato mestiere a cinquant’anni e ha attraversato una pandemia nei primi anni di attività, suona meno come uno slogan e più come una descrizione di fatti accaduti.

C’è anche un’idea più ampia di cosa significhi lavorare, che Daniela riassume così: “Per noi il lavoro è specchio delle nostre personalità, bisogna curarlo e rispettarlo sempre.” Il legame che lei stabilisce tra il modo in cui si tratta il proprio lavoro e i risultati che arrivano — “si avranno sicuramente bei risultati”, aggiunge — è la sintesi più diretta di una filosofia che ha attraversato tutta la conversazione: prendersi cura di quello che si fa, prima ancora di chiedersi se renderà.

I riconoscimenti arrivati con gli anni

Nel frattempo, il lavoro di Ciccio e La Ristogatta è stato notato anche fuori dal borgo. Il ristorante è riconosciuto come punto di affezione regionale FIVI, un segnale preciso di quanto la selezione dei vini e il rapporto diretto con i piccoli produttori siano centrali nell’identità del locale. Su TripAdvisor rientra nel 10% dei migliori ristoranti al mondo, con il premio Travellers’ Choice ottenuto per sei anni consecutivi. Per un’attività nata da due persone che dieci anni prima non avevano mai lavorato nella ristorazione, sono numeri che pesano.

Sono riconoscimenti che arrivano dalla somma di centinaia di serate, di clienti che tornano e ne parlano ad altri, di un lavoro ripetuto con costanza per un decennio intero, più che da una singola stagione fortunata. Daniela ne parla come di una conferma da rinnovare a ogni stagione: il menù cambia, i produttori possono cambiare, il servizio deve restare quello che i clienti si aspettano di trovare ogni volta che tornano.

Musica, degustazioni e feste sulla terrazza

Il locale, con il tempo, è diventato anche un piccolo punto di riferimento per chi ad Anguillara cerca qualcosa di più di una cena. Il calendario prevede buffet, serate di musica dal vivo, degustazioni e letture, oltre a cene a tema legate alle stagioni e alle festività — un’eredità diretta del passato di Daniela e di suo marito nel mondo dell’arte e della cultura, che qui trova una forma diversa ma coerente.

La terrazza, in primavera e in estate, si trasforma spesso in cornice per matrimoni, compleanni e feste private, con il lago di Bracciano sullo sfondo. D’inverno, invece, il locale si raccoglie in uno spazio più piccolo e intimo, adatto a eventi più contenuti. È un doppio registro che Daniela gestisce con la stessa cura riservata al menù: cambiare atmosfera con le stagioni, senza però perdere quella sensazione di essere in un posto curato nei dettagli, che si tratti di una cena di dieci persone in inverno o di un matrimonio di cento invitati sotto le stelle in luglio.

Ricominciare senza garanzie

Quello che colpisce, ripensando a tutta la storia, è quanto poco ci fosse di garantito all’inizio. Nessuna esperienza pregressa nella ristorazione, un’età in cui molte persone smettono di rischiare, e pochi anni dopo l’apertura una pandemia che ha messo in ginocchio l’intero settore. Daniela e suo marito hanno attraversato tutto questo restando fedeli a un’idea abbastanza semplice: fare bene ciò che avevano scelto di fare, senza cercare scorciatoie né inseguire ciò che andava di moda.

È una storia che, letta con attenzione, dice qualcosa anche a chi si occupa di guidare persone e imprese: il momento in cui si perde tutto non è necessariamente la fine di un percorso professionale. Per Daniela e suo marito è stato l’inizio di quello attuale, e a dieci anni di distanza continuano a raccontarlo con la stessa energia con cui, evidentemente, lo hanno vissuto.

Colpisce anche il modo in cui Daniela parla di quegli anni, senza mai scivolare nella retorica del sacrificio a tutti i costi. Racconta la fatica come un dato di fatto che ha accompagnato una scelta presa con lucidità, quasi con distacco, più che come un merito da esibire. Chi ascolta ha la sensazione di parlare con due persone che hanno deciso, molto semplicemente, di prendersi sul serio.

Un’ultima ragione per salire fino in piazza del Comune

Chi passa da Anguillara Sabazia, o semplicemente cerca un posto dove la cucina di stagione e l’accoglienza contano più delle mode, troverà a Ciccio e La Ristogatta una terrazza con vista sul lago, un menù che cambia con le stagioni e due persone che quel ristorante lo hanno costruito partendo da zero, con tutti i rischi che questo comporta. Vale la pena controllare gli aggiornamenti sui loro canali social prima di prenotare, soprattutto nei mesi estivi, quando la terrazza diventa il posto più richiesto del locale — e, con ogni probabilità, anche il più bello da cui guardare il tramonto sul lago.

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