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La Grande Migrazione Climatica: 1 Miliardo di Persone in Movimento

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Ventisei milioni e quattrocentomila. Questo il numero di persone che nel 2023 hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa di disastri climatici. Per capirci: è come se tutti gli abitanti della Lombardia, del Piemonte e della Liguria insieme fossero stati costretti a fare le valigie in dodici mesi. E parliamo solo di un anno, non del peggiore.

Antonio Guterres la chiama “la sfida definitoria del XXI secolo”. Il Segretario Generale dell’ONU non usa mezzi termini quando parla di migrazione climatica, e i dati gli danno ragione. Ogni anno, in media, venti milioni di persone si spostano forzatamente per ragioni legate al clima. Non è fantascienza, non è allarmismo da titolone: è la realtà documentata dalle Nazioni Unite.

Eppure c’è un problema. Quando si parla di questi fenomeni, i numeri ballano in modo imbarazzante. C’è chi dice duecento milioni di sfollati entro il 2050, chi arriva a un miliardo. Quest’ultima cifra, ripetuta ossessivamente per anni, è stata poi ridimensionata come “eccessivamente allarmistica” dagli stessi esperti che l’avevano lanciata. Il che non aiuta a capire cosa stia davvero succedendo.

Facciamo chiarezza sui numeri

La fonte più affidabile resta la Banca Mondiale, che nel suo ultimo rapporto parla di 216 milioni di persone costrette a muoversi all’interno dei propri paesi entro il 2050. Sono cifre da capogiro, equivalenti all’intera popolazione del Brasile che cambia indirizzo nei prossimi venticinque anni. Ma almeno hanno una base metodologica solida, non scenari catastrofisti che mescolano guerre, carestie e tutto il resto.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni aveva proposto una forchetta tra 25 milioni e un miliardo. Una differenza di quaranta volte tra stima minima e massima dice tutto sulla difficoltà di fare previsioni precise. Dipende da troppe variabili: quanto aumenteranno le temperature, quanto velocemente, quali politiche di adattamento metteranno in campo i paesi più colpiti.

Per chi gestisce un’attività economica in Italia, questi numeri non sono accademia. Capire se parliamo di decine o centinaia di milioni fa la differenza quando si tratta di valutare i rischi sulle catene di fornitura, interpretare le dinamiche migratorie che toccano il mercato del lavoro locale, anticipare le tensioni sui prezzi delle materie prime.

La mappa degli spostamenti

L’Africa subsahariana pagherà il conto più salato: 86 milioni di persone in movimento entro metà secolo, il 4,2% della popolazione totale. In Africa orientale le siccità stanno cambiando ritmo, diventano più brevi ma più violente, e i pastori che da secoli seguivano gli stessi percorsi oggi non trovano più pascoli. Le città costiere come Lagos si preparano a convivere con inondazioni sempre più frequenti mentre il livello del mare sale inesorabile.

Nel Nord Africa e in Medio Oriente la percentuale sarà ancora più alta: 19 milioni di persone, il 9% della popolazione, principalmente per la mancanza d’acqua. Quando un territorio non riesce più a sostenere chi ci vive, gli effetti si propagano ovunque: sui prezzi del grano, sulla disponibilità di manodopera stagionale, sulle rotte commerciali che devono trovare nuovi passaggi.

L’Asia presenta numeri impressionanti in termini di esposizione al rischio: 1,3 miliardi di persone nell’Asia meridionale potrebbero trovarsi esposte a ondate di calore mortali entro il 2090, se le temperature continuano a salire secondo gli scenari peggiori. A livello mondiale parliamo di 2,8 miliardi di persone, con una popolazione esposta destinata a triplicare tra il 2030 e il 2090.

Nel 2023 i cinque paesi con più sfollati climatici sono stati Cina (4,7 milioni), Turchia (4,1 milioni), Filippine (2,6 milioni), Somalia (2 milioni) e Bangladesh (1,8 milioni). Non sono paesi marginali: la Cina è il primo partner commerciale italiano per import, la Turchia è uno snodo logistico cruciale per le merci verso l’Europa, il Bangladesh produce buona parte dei tessili che finiscono nei negozi occidentali.

Il paradosso di chi resta intrappolato

C’è un aspetto della migrazione climatica che viene raccontato poco: chi subisce gli impatti peggiori spesso non ha i soldi per andarsene. Spostarsi costa. Servono risorse economiche che le popolazioni più colpite semplicemente non possiedono. Gli esperti chiamano questo fenomeno “popolazioni in trappola”: gente che resta dov’è non per scelta ma per impossibilità.

Il risultato? L’80% degli spostamenti legati al clima avviene dentro i confini nazionali, dalle campagne verso le città. Una migrazione interna che mette sotto pressione le infrastrutture urbane, fa schizzare i prezzi degli immobili nelle aree di arrivo, trasforma il mercato del lavoro locale. L’Italia l’ha visto dopo le alluvioni in Emilia-Romagna: famiglie costrette a trasferirsi anche solo temporaneamente, attività che chiudono, lavoratori che cercano opportunità altrove.

Per le imprese italiane questo significa due cose. Primo: la migrazione climatica non è solo un problema esotico che riguarda paesi lontani, ma può manifestarsi anche qui quando eventi estremi colpiscono intere regioni. Secondo: le migrazioni dai paesi più vulnerabili influenzano già oggi la disponibilità di manodopera, i flussi turistici, i costi delle materie prime importate.

Quando il clima alimenta i conflitti

L’82% degli sfollati per conflitti nel 2023 veniva da paesi ad altissima vulnerabilità climatica. Non è una coincidenza. Secondo Nature, tra il 3% e il 20% dei conflitti dell’ultimo secolo ha avuto tra le cause scatenanti fattori legati al clima.

La Siria è l’esempio citato più spesso: 6,7 milioni di sfollati interni in dieci anni di guerra civile. Prima che il conflitto esplodesse, il paese aveva attraversato una siccità lunghissima che aveva prosciugato le riserve idriche e mandato in crisi l’agricoltura. Quando le risorse scarseggiano, le tensioni sociali aumentano. Quando le tensioni esplodono, i flussi migratori si amplificano.

Nel Sahel, la siccità del 2019 in Mali e Burkina Faso ha spinto oltre mezzo milione di persone a spostarsi. Molti hanno provato a raggiungere l’Europa attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, quella che passa dall’Italia. Non a caso negli ultimi anni i governi europei hanno dovuto gestire flussi crescenti proprio dai paesi di quest’area.

Per chi fa impresa, capire il nesso tra clima e conflitti serve ad anticipare possibili interruzioni nelle forniture (molte materie prime arrivano da zone a rischio), prepararsi a gestire nuove dinamiche nel mercato del lavoro, valutare con più attenzione dove investire.

Il vuoto legale che lascia tutti esposti

I migranti climatici non hanno protezione. Né a livello nazionale né internazionale. La Convenzione di Ginevra del 1951 definisce rifugiato chi attraversa frontiere internazionali per sfuggire a persecuzioni. Chi scappa da un’alluvione o da una siccità non rientra in questa definizione. Risultato: meno tutele, meno diritti, più respingimenti.

L’ONU lo ripete da anni: queste persone esistono, si spostano, hanno bisogno di protezione. Ma la comunità internazionale è stata lentissima nel riconoscerle. Il vuoto giuridico ha conseguenze pratiche immediate: niente asilo automatico, niente accesso ai programmi riservati ai rifugiati di guerra, spesso solo un biglietto di ritorno al mittente.

Nel 2024 la popolazione globale di migranti ha superato i 304 milioni, con 83 milioni costretti a spostarsi per conflitti, cambiamento climatico e instabilità economica. Più di Germania e Francia messe insieme. E il numero continua a salire.

La risposta europea: più muri, più controlli

L’Unione Europea ha messo sul tavolo 25,2 miliardi di euro per la gestione delle frontiere nel budget 2028-2034. Più del doppio rispetto a oggi. La strategia è chiara: rafforzare i confini, potenziare le forze di deportazione, investire pesantemente in infrastrutture di controllo.

È una risposta alle pressioni politiche interne, ma non risolve il problema alla radice. Se la Banca Mondiale ha ragione, entro il 2050 ci saranno comunque 216 milioni di persone in movimento. Nessun muro può fermare masse di quella dimensione quando le condizioni di partenza diventano invivibili.

Per le attività economiche italiane lo scenario pone domande concrete: come cambierà il mercato del lavoro nei prossimi decenni? Quali saranno le dinamiche demografiche nelle nostre città? Quali settori subiranno di più la volatilità delle catene di approvvigionamento globali?

Il fondo che non basta

La COP29 di novembre 2024 a Baku ha operativizzato il Fondo per Perdite e Danni. La Banca Mondiale ospita il segretariato, a settembre 2024 è stato nominato il primo Direttore Esecutivo (Ibrahima Cheikh Diong), dal 2025 partiranno i primi finanziamenti. Sulla carta è un progresso.

Nella pratica, gli impegni attuali ammontano a 731 milioni di dollari. I ricercatori dell’IIASA e del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici calcolano che servirebbero tra 128 e 937 miliardi solo per il 2025. C’è un divario di tre ordini di grandezza tra quello che c’è e quello che servirebbe.

Il Fondo dovrebbe aiutare i paesi più poveri ad affrontare le conseguenze di cambiamenti climatici che non hanno causato, riducendo così la pressione migratoria. Ma con questi numeri è evidente che lo strumento resta largamente insufficiente. I paesi più colpiti continueranno a subire gli impatti senza avere risorse per adattarsi, e i loro cittadini continueranno a spostarsi.

Quando un paese intero scompare

Tuvalu ha 11.000 abitanti e rischia di finire sott’acqua entro il 2050. Nel 2023 ha firmato con l’Australia un accordo per “visti climatici” che permetteranno alla popolazione di trasferirsi gradualmente, con i primi visti in arrivo nel 2025. È il primo caso al mondo di un paese che pianifica la propria estinzione territoriale e l’evacuazione programmata di tutti i cittadini.

Non sarà l’ultimo. Le Maldive, Kiribati, le Isole Marshall affrontano lo stesso destino. Paesi che hanno emesso quantità irrisorie di CO2 stanno letteralmente scomparendo per colpa delle emissioni cumulate dei paesi industrializzati.

Anche se geograficamente lontane, queste dinamiche hanno ricadute anche sull’Italia. Il turismo verso destinazioni esotiche potrebbe crollare quando quelle destinazioni non esisteranno più. Le rotte commerciali marittime cambieranno quando porti strategici verranno sommersi. E l’idea che un paese possa smettere di esistere fisicamente pone domande enormi su cittadinanza, sovranità, identità nazionale.

Cosa significa per chi lavora in Italia

Apparentemente, chi gestisce un ristorante a Milano, uno studio dentistico a Bari o un’azienda di componentistica a Bergamo ha poco a che fare con la migrazione climatica. In realtà, moltissimo.

Le catene di approvvigionamento stanno diventando più fragili. Quando intere regioni produttrici vengono colpite da eventi estremi, i prezzi schizzano. È successo col grano dopo le siccità in Europa orientale, con l’olio d’oliva dopo le ondate di calore nel Mediterraneo, col caffè dopo le gelate in Brasile. Per un ristoratore significa costi imprevedibili difficili da scaricare sui clienti. Per un’azienda manifatturiera può voler dire interruzioni nelle forniture di componenti critici.

Il mercato del lavoro sta cambiando. Le migrazioni climatiche contribuiscono ai flussi globali, e l’Italia è già un paese di destinazione. Alcuni settori dipendono strutturalmente da manodopera straniera: agricoltura, edilizia, ristorazione, assistenza agli anziani. Capire le dinamiche che spingono le persone a muoversi aiuta a interpretare meglio le tensioni locali e a pianificare la gestione del personale.

Le politiche pubbliche cambiano in risposta alle pressioni migratorie. Investimenti in controlli di frontiera, modifiche alle leggi sull’immigrazione, accordi bilaterali: tutte scelte che hanno conseguenze economiche indirette. Se il governo investe 10 miliardi in controlli invece che in infrastrutture o formazione, quelle sono risorse sottratte ad altri utilizzi potenzialmente più produttivi.

La percezione pubblica del cambiamento climatico sta evolvendo velocemente. I consumatori italiani, soprattutto i più giovani, fanno sempre più attenzione alla sostenibilità ambientale delle attività che frequentano. Un ristorante che comunica i propri sforzi per ridurre l’impatto ecologico, un’azienda che adotta pratiche sostenibili, uno studio che compensa le emissioni: oggi fanno la differenza nella percezione del brand.

L’Italia ha già cominciato a sentire gli effetti

Le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023 hanno causato 17 morti, 50.000 sfollati e danni stimati oltre gli 8 miliardi di euro. La siccità prolungata nel bacino del Po ha messo in crisi l’agricoltura della Pianura Padana. Le ondate di calore estive diventano sempre più intense e lunghe, con conseguenze sulla produttività lavorativa e sui consumi.

Le attività più lungimiranti stanno già investendo in resilienza. Diversificare i fornitori per non dipendere da un’unica area geografica a rischio. Investire in efficienza energetica per tagliare costi e impatto ambientale. Formare il personale su protocolli di emergenza per eventi estremi. Ripensare i modelli di business per renderli meno vulnerabili agli shock.

Un ristorante può privilegiare fornitori locali e di stagione, riducendo la dipendenza da prodotti importati da zone a rischio e tagliando le emissioni del trasporto. Un’azienda manifatturiera può mappare la catena di fornitura per identificare i punti deboli esposti a rischi climatici. Uno studio professionale può adottare politiche di lavoro flessibile che permettano di operare anche quando eventi estremi rendono difficili gli spostamenti.

Guardare avanti senza illusioni

Le proiezioni dicono che entro il 2050 avremo 216 milioni di migranti climatici interni e milioni di altri che proveranno a varcare confini internazionali. Nel 2090, fino a 2,8 miliardi di persone saranno esposte a ondate di calore potenzialmente letali. Non sono scenari apocalittici ma proiezioni scientifiche basate sulle attuali traiettorie di emissioni.

Per le attività locali italiane il messaggio è duplice. Da un lato, il cambiamento climatico e le migrazioni che genera sono fenomeni su cui la singola impresa ha un impatto limitato. Dall’altro, le scelte quotidiane di approvvigionamento, gestione energetica, trattamento del personale, comunicazione verso i clienti fanno la differenza nel lungo periodo e possono determinare successo o fallimento.

L’errore più grande sarebbe considerare la migrazione climatica come un problema lontano. Gli eventi estremi stanno già colpendo l’Italia con frequenza crescente. Le tensioni sui mercati globali si riflettono immediatamente sui prezzi locali. Le dinamiche migratorie mondiali influenzano il mercato del lavoro italiano. E la sensibilità dei consumatori verso le tematiche ambientali cresce ogni anno.

Chi gestisce un’attività economica oggi deve sviluppare una consapevolezza nuova: il cambiamento climatico non è solo tema da summit internazionale, ma un fattore concreto che influenza costi, ricavi, reputazione, capacità di attrarre talenti. Le attività che sapranno interpretare questi segnali e adattarsi prospereranno nei prossimi decenni. Quelle che continueranno a ragionare come se nulla stesse cambiando rischiano di trovarsi impreparate davanti a shock sempre più frequenti e intensi.

La grande migrazione climatica è già cominciata. Non è questione di “se” ma di “quanto” e “quanto in fretta”. E le conseguenze, dirette e indirette, arriveranno anche nelle attività locali italiane che oggi pensano di esserne al riparo.

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