Dieci anni passano in fretta quando devi pianificare un’impresa. Il 2035 sembrava lontano quando l’Unione Europea ha fissato quella data come termine ultimo per vendere auto a benzina e diesel. Adesso mancano meno di dieci anni e quella scadenza sta diventando un problema molto concreto per migliaia di imprese italiane. Non solo per le case automobilistiche, ma per chiunque abbia un furgone da sostituire, una flotta da gestire, bollette energetiche da pagare.
Il punto è che il 2035 non rappresenta la fine fisica del petrolio. Le riserve ci sono e dureranno ancora decenni. Ma è l’anno in cui tre cose succederanno contemporaneamente: l’Europa vieterà i motori a combustione sulle auto nuove, le energie rinnovabili supereranno definitivamente i combustibili fossili nella produzione elettrica, e si raggiungerà quello che Wood Mackenzie chiama “tipping point” – il momento oltre il quale non si torna indietro.
Bruxelles ha stanziato 560 miliardi di euro all’anno fino al 2030 per questa transizione. Cifre enormi che però devono scendere dal livello delle politiche europee a quello dell’officina meccanica di provincia, del ristorante che fa consegne a domicilio, dell’azienda di trasporti con dieci dipendenti. E lì il discorso cambia completamente.
Lo stop ai motori a benzina non è più teoria
Il Regolamento UE 2019/631 è chiaro: dal primo gennaio 2035 stop alla vendita di auto e furgoni nuovi con motori a benzina o diesel in tutta l’Unione Europea. Riduzione del 100% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 2021. Non un obiettivo, un divieto. Vincolante.
Chi ha già veicoli può tenerli. Il mercato dell’usato non cambia. Ma se nel 2036 devi comprare un furgone nuovo, sarà elettrico. O ibrido plug-in, o alimentato con carburanti sintetici a emissioni zero, se le deroghe che Germania e Italia stanno negoziando a Bruxelles andranno in porto. Der Spiegel ha pubblicato a febbraio documenti interni della Commissione che lasciano spazio alle ibride plug-in anche dopo il 2035. L’Italia spinge per i biocarburanti. La Commissione ha anticipato la revisione del regolamento al terzo trimestre 2025 invece che al 2026. Segno che la pressione delle lobby automobilistiche sta funzionando.
Ma anche con le deroghe, la sostanza non cambia. Un artigiano che oggi ha un furgone diesel e sta pianificando di sostituirlo tra cinque anni deve già ragionare in termini diversi. Dove ricarico? Quanto tempo serve? L’autonomia basta per i miei giri? E soprattutto: quanto mi costa rispetto a quello che ho sempre comprato?
Non è un problema solo delle grandi aziende di trasporti. È di chiunque usi un veicolo per lavoro. L’agente di commercio che macina 40mila chilometri l’anno. Il ristorante che fa delivery. L’impresa edile con tre furgoni e un pickup. La carrozzeria che ha due auto di cortesia. Tutti devono iniziare a fare i conti con una mobilità completamente diversa.
Il petrolio non finisce, semplicemente non servirà più
Per cinquant’anni abbiamo discusso della domanda sbagliata: quando finisce il petrolio? Marion King Hubbert nel 1956 aveva teorizzato il “picco” – il momento in cui la produzione mondiale avrebbe raggiunto il massimo per poi crollare perché i giacimenti si esauriscono. Con i consumi attuali di 100 milioni di barili al giorno e riserve tra 1.600 e 1.730 miliardi di barili, potremmo tecnicamente andare avanti fino al 2065-2090.
Ma questa discussione è diventata inutile. Il petrolio c’è, il problema è che tra dieci anni inizierà a non servire più. O meglio, ne servirà sempre meno. E questa è una notizia molto peggiore per chi ci campa sopra, perché puoi gestire la scarsità aumentando i prezzi, ma non puoi gestire il crollo della domanda.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha vissuto negli ultimi due anni un dibattito interno che la dice lunga su quanto sia controversa questa transizione. Nel 2023, Fatih Birol, il direttore esecutivo della IEA, aveva previsto che la domanda di combustibili fossili avrebbe toccato il picco nel 2030. Una previsione che aveva fatto saltare sulla sedia mezza industria petrolifera mondiale. A novembre 2025 è uscito il nuovo World Energy Outlook e la musica è cambiata. Nello scenario “Current Policies”, la domanda di petrolio continua a crescere fino al 2050, arrivando a 113 milioni di barili al giorno.
Cosa è successo nel mezzo? Chris Wright, il segretario all’Energia di Trump, che aveva definito le vecchie previsioni “non senso totale”. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas, e finanziano il 14% del budget della IEA. Fatevi voi due conti su quanto pesano le pressioni politiche quando si fanno previsioni che muovono miliardi di dollari.
Eppure anche nello scenario più ottimista per i petrolieri, quello chiamato “Stated Policies Scenario”, il picco arriva comunque intorno al 2030 a 102 milioni di barili al giorno. Poi inizia il declino. Lento, ma inesorabile. Solo nello scenario “Net Zero by 2050”, quello che prevede emissioni zero entro metà secolo, il calo sarebbe rapido.
Per chi ha un’impresa in Italia, la domanda vera non è quale scenario vincerà. È come prepararsi a una volatilità che non abbiamo mai visto. La IEA prevede per il 2030 prezzi intorno a 75-80 dollari al barile. Il gas in Europa potrebbe crollare di dieci volte rispetto ai picchi del 2022. Ma la notizia più importante è un’altra: nel 2030 ci sarà una capacità produttiva inutilizzata di 8 milioni di barili al giorno. Troppa offerta. Prezzi bassi, certo, ma anche instabilità totale nel settore.
Il momento in cui non si torna indietro
C’è un punto preciso in cui una tecnologia smette di essere “alternativa” e diventa lo standard. Wood Mackenzie l’ha identificato con precisione in uno studio che vale la pena leggere. Il 2035 è quel momento per l’energia. Il “tipping point”, il punto di non ritorno.
I numeri sono questi: quando il 20% dell’energia globale viene da solare ed eolico, quando il 20% dei chilometri si percorrono con auto elettriche, e quando le rinnovabili rappresentano metà delle nuove installazioni, qualcosa scatta. Dopo quella soglia, metà delle nuove centrali elettriche saranno solari o eoliche. Metà dei nuovi veicoli saranno elettrici. E la cosa più importante: diventerà la scelta naturale, non quella ideologica.
Sta già succedendo in alcuni settori. Le batterie costano l’80% in meno rispetto al 2010. Entro il 2035 costeranno ancora meno: -31% per il fotovoltaico, -26% per l’eolico, -49% per i sistemi di accumulo. Quando i costi scendono così in fretta, il mercato si sposta da solo, senza che nessuno lo obblighi.
La Cina ha già superato gli obiettivi che si era data per il 2030. Ha installato 887 gigawatt di solare e 460 di eolico. Nel 2025 sta riducendo la produzione da carbone. Pensateci: la Cina che riduce il carbone. Quando il più grande consumatore mondiale di energia cambia direzione, i prezzi delle tecnologie pulite crollano ancora più velocemente. E a quel punto anche chi non gliene frega niente dell’ambiente inizia a fare i conti e scopre che conviene.
Per un’impresa italiana che deve decidere oggi se cambiare la caldaia, comprare nuovi veicoli, o ristrutturare il capannone, questo significa una cosa sola: quello che decidi ora ti segue per vent’anni. Metti un nuovo impianto a gas oggi, tra dieci anni potrebbe costarti più della concorrenza che ha scelto diverso. Non perché diventa illegale, ma perché diventa antieconomico.
L’Italia e il solito problema: gli obiettivi ci sono, i risultati no
L’Italia sulla carta ha fatto i compiti. Obiettivi 2030: 40% di rinnovabili nel consumo finale, 65% di elettricità da fonti pulite, 93,2 gigawatt di capacità installata. GlobalData dice che supereremo le fonti termoelettriche già nel 2030 e arriveremo al 55% di rinnovabili nel 2035.
Tutto molto bello. Poi provi a mettere pannelli solari su un tetto in un centro storico e scopri che serve l’autorizzazione della Soprintendenza. Vuoi collegare un impianto eolico alla rete in Puglia e ti perdi in un labirinto burocratico che dura anni. Hai un capannone perfetto per il fotovoltaico ma il gestore di rete ti dice che la rete locale non regge e devi aspettare che la potenzino, quando avranno i fondi, forse tra tre anni.
L’Europa ha stanziato 560 miliardi l’anno fino al 2030. Soldi che devono diventare progetti reali, cantieri aperti, impianti che funzionano. E qui casca l’asino. Le autorizzazioni in Italia richiedono tempi biblici. Un imprenditore che vuole installare un impianto fotovoltaico da 200 kW sul suo capannone può aspettare un anno solo per le pratiche. Nel frattempo paga bollette che in alcuni mesi del 2022 sono triplicate.
Il problema vero è che la transizione energetica in Italia si scontra con tre ostacoli che conosciamo bene: burocrazia, vincoli paesaggistici usati in modo ideologico, e una rete elettrica vecchia che andrebbe rifatta da zero in metà del paese. Puoi avere tutti gli incentivi del mondo, ma se non puoi installare l’impianto o non puoi collegarti alla rete, quegli incentivi non servono a niente.
E poi c’è la questione dimensionale. Una grande azienda ha uffici tecnici, avvocati, consulenti che seguono le pratiche. Una piccola impresa no. E in Italia le piccole imprese sono il 95% del tessuto produttivo. Se la transizione non funziona per loro, non funziona per il paese.
Le colonnine che non ci sono e la rete che non regge
Il 2035 arriva con una promessa: energia pulita, meno dipendenza dall’estero, costi più bassi. Ma ha anche un problema grosso: le infrastrutture non ci sono. O meglio, quelle che ci sono non bastano nemmeno lontanamente.
Partiamo dalle colonnine di ricarica. Se tra dieci anni non puoi più comprare un’auto a benzina nuova, dove ricarichi? Nelle grandi città qualcosa si sta muovendo. Ma prova a fare un giro nelle zone industriali di provincia, nei paesi sotto i diecimila abitanti, nelle aree artigianali. Le colonnine sono un miraggio. Un’impresa di trasporti che deve elettrificare la flotta oggi non sa dove fermarsi a ricaricare. E non può permettersi di perdere due ore ogni giorno per aspettare che la batteria si ricarichi.
Ma le colonnine sono solo il sintomo. Il problema vero è la rete elettrica. Se domani tutti i veicoli diventassero elettrici e si mettessero a ricaricare alle sette di sera quando la gente torna dal lavoro, la rete salta. Non è dimensionata per reggere quei picchi di domanda. Serve un potenziamento massiccio: nuove linee, trasformatori, sistemi di accumulo, tecnologie smart che bilanciano domanda e offerta in tempo reale.
E qui casca il secondo asino: chi paga? Gli investimenti li devono fare i gestori di rete, che poi li scaricano sulle bollette. Risultato: nei prossimi anni le bollette saliranno non per il costo dell’energia, ma per i costi di rete. E mentre aspettiamo che questi investimenti vengano fatti, molte imprese si trovano bloccate. Vorrebbero installare un impianto fotovoltaico da 500 kW, ma il gestore dice che la rete locale non può assorbire quell’energia. Fine della storia.
L’altro problema sono le competenze. Un elettricista che per trent’anni ha fatto impianti tradizionali adesso deve sapere come si installa una wallbox per auto elettriche, come si integra un inverter fotovoltaico, come funziona un sistema di accumulo. Serve formazione continua. E molte piccole imprese artigiane non hanno né tempo né soldi per farla.
Poi ci sono le comunità energetiche. Idea bellissima sulla carta: più soggetti si mettono insieme, producono energia con un impianto comune, la condividono tra loro. In pratica, serve che imprese diverse si mettano d’accordo, si fidino l’una dell’altra, gestiscano insieme qualcosa di complesso. In Italia, dove litigano perfino i condomini per le scale da lavare, facile no?
Quanto costa veramente cambiare
Parliamo di soldi veri. Un’azienda di trasporti con dieci furgoni diesel. Cambiarli tutti con l’elettrico significa spendere dal 30% al 50% in più rispetto a comprare diesel nuovi. Certo, poi risparmi sul carburante e sulla manutenzione. Ma intanto devi tirar fuori i soldi. E per una piccola impresa che fa fatica a quadrare i conti, anticipare decine di migliaia di euro può essere impossibile.
Gli incentivi esistono, questo è vero. Ma sono un casino. Cambiano ogni anno, devi seguire bandi diversi, capire quale si applica al tuo caso, presentare documentazione che richiede commercialisti e consulenti. Un imprenditore che già lavora dodici ore al giorno non ha tempo di star dietro a queste cose. E assumere qualcuno che lo faccia costa.
Stesso discorso per l’efficientamento energetico. Cambi la vecchia caldaia a gasolio con una pompa di calore elettrica, i consumi calano. Ma l’investimento iniziale per un piccolo albergo o un ristorante è significativo. Anche con le detrazioni fiscali, devi anticipare i soldi e aspettare anni per recuperarli con gli sconti sulle tasse. Nel frattempo, la liquidità non ce l’hai.
E poi c’è il problema delle competenze. Per scegliere la soluzione giusta serve un consulente energetico che analizzi i consumi, calcoli i ritorni, proponga alternative. Ma un consulente serio costa. E per una microimpresa con tre dipendenti, anche quello può essere un ostacolo.
Il rischio è che si crei un sistema a due velocità. Da una parte le grandi aziende che hanno risorse, uffici tecnici, accesso ai finanziamenti. Dall’altra le piccole imprese che restano indietro non perché non vogliono, ma perché non possono. E se la transizione non coinvolge il 95% del tessuto produttivo italiano, che senso ha?
Le cose che funzionano quando le fai insieme
Eppure qualcosa si muove. In diverse province italiane stanno nascendo modelli che dimostrano come la transizione possa diventare accessibile anche per chi non ha i bilanci di Eni o Enel.
Primo modello: i gruppi di acquisto. Alcune associazioni di categoria hanno organizzato imprese che comprano insieme pannelli fotovoltaici, batterie, colonnine di ricarica. Comprare in blocco taglia i costi del 20-30%. E non è solo questione di prezzi. Quando ti metti insieme ad altri dieci, venti artigiani, condividi anche i costi di progettazione e consulenza. Quello che è impossibile per uno solo diventa possibile per trenta. E in mezzo ci guadagni anche una rete: gente con cui confrontarti, che ha i tuoi stessi problemi, da cui imparare.
Secondo modello: i contratti di prestazione energetica. Una società installa l’impianto fotovoltaico a spese sue. Tu non tiri fuori un euro. Inizi subito a risparmiare sulla bolletta. La società si ripaga con una quota di quel risparmio. Dopo tot anni, l’impianto diventa tuo. Il vantaggio? Non devi anticipare nulla. Lo svantaggio? Ovvio che la società si prende una fetta, ma il saldo finale per te resta positivo dal primo anno.
Terzo modello: le comunità energetiche. Ancora poco diffuse, ma in crescita. Più imprese si associano, installano un grosso impianto comune, si distribuiscono l’energia tra loro. Chi produce più di quanto consuma vende agli altri. Chi consuma più di quanto produce compra dagli altri, a prezzi concordati più bassi del mercato. In alcune zone industriali del Nord ci sono già comunità con decine di piccole imprese. Funziona, ma serve coordinamento e fiducia. Due cose che in Italia non sono scontate.
Questi modelli non sono la bacchetta magica. Richiedono impegno, organizzazione, capacità di lavorare insieme. Ma dimostrano che si può fare. Anche senza essere una multinazionale.
I limiti che nessuno ti dice
Bisogna essere onesti: la transizione energetica non funziona uguale per tutti. Ci sono limiti concreti che è inutile nascondere.
Primo limite: la geografia. Un’impresa in Sicilia con duecento giorni di sole all’anno può fare miracoli col fotovoltaico. Un laboratorio in Val d’Aosta dove d’inverno il sole lo vedi tre ore al giorno, molto meno. Un capannone con mille metri quadri di tetto piatto è perfetto per i pannelli. Un negozio in un palazzo del centro storico con vincoli della Soprintendenza non ci può mettere niente.
Secondo limite: il tempo. La transizione energetica richiede investimenti che si ripagano in otto, dieci anni. Se hai sessant’anni e pensi di chiudere l’attività tra cinque, che senso ha spendere oggi per risparmiare domani? Per chi è vicino alla pensione, ogni investimento a lungo termine è un costo secco. E in Italia l’età media degli imprenditori è alta.
Terzo limite: la dimensione. Un’azienda che consuma un milione di kWh all’anno ammortizza l’impianto fotovoltaico in quattro anni. Una bottega che ne consuma cinquemila ci mette quindici anni. Le economie di scala funzionano sopra certe soglie. Sotto, i conti spesso non tornano.
Quarto limite: le competenze sociali. I modelli collaborativi funzionano dove esiste capitale sociale, fiducia, tradizione di cooperazione. Dove tutti vanno per conto loro e nessuno si fida dell’altro, le comunità energetiche restano sulla carta. E l’Italia non è tutta uguale da questo punto di vista.
Quinto limite: le infrastrutture. In molte zone periferiche la rete elettrica è vecchia. Anche se volessi installare un impianto grosso, il gestore può dirti no perché la rete non regge. Potenziarla richiede investimenti pubblici che tardano ad arrivare. E nel frattempo resti bloccato.
Questi limiti non devono scoraggiare. Ma vanno riconosciuti. Non esiste una ricetta che funziona per tutti. La transizione sarà per forza un processo diverso a seconda di dove sei, quanto sei grande, che settore hai, quanti anni ti restano di attività.
Cosa fare nei prossimi dieci anni
Il 2035 arriva comunque. Puoi aspettare che le cose si chiariscano, ma intanto la concorrenza si muove. E chi non si prepara finisce per subire il cambiamento invece che gestirlo.
Primo passo: sapere dove finiscono i tuoi soldi. Prima di qualsiasi investimento, serve una diagnosi energetica seria. Spesso ci sono incentivi anche per farla. Ti dice dove consumi, dove sprechi, dove puoi migliorare. Senza questa fotografia, rischi di buttare soldi in soluzioni inefficaci.
Secondo passo: partire dal risparmio, non dalla produzione. Molti pensano subito ai pannelli solari. Ma spesso conviene prima cambiare le vecchie caldaie, migliorare l’isolamento, passare ai LED. Gli interventi di efficientamento si ripagano più in fretta della produzione di energia. E riducono il fabbisogno, quindi poi l’impianto fotovoltaico può essere più piccolo e costare meno.
Terzo passo: non restare solo. Cerca altre imprese con problemi simili. Contatta l’associazione di categoria. Informati sui gruppi di acquisto. Quando ti metti insieme ad altri, i costi calano, il potere contrattuale sale, e ti ritrovi anche una rete di gente che affronta le tue stesse difficoltà.
Quarto passo: esplora tutti i soldi disponibili. Incentivi, detrazioni, crediti d’imposta, contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati. Cambiano spesso, devi starci dietro. Le camere di commercio, le associazioni, alcuni sportelli regionali possono aiutarti a capire cosa si applica al tuo caso.
Quinto passo: ragiona sul lungo periodo. Questa non è una moda. È un cambiamento strutturale che durerà decenni. Chi investe oggi in efficienza e rinnovabili non solo taglia i costi, ma aumenta il valore dell’azienda. Sempre più spesso, avere un bilancio energetico sostenibile diventa requisito per gare d’appalto, finanziamenti bancari vantaggiosi, accesso a mercati esteri con standard ambientali alti.
Quello che succede dopo
Se il 2035 è il punto di svolta, cosa viene dopo? Gli scenari dicono che nella seconda metà del secolo le rinnovabili diventeranno la fonte principale, i veicoli elettrici la norma, gli edifici energeticamente autosufficienti.
Ma non sarà uguale per tutti. Ci saranno territori che faranno il salto, diventeranno leader nell’innovazione, attireranno investimenti, creeranno lavoro. E ci saranno territori che resteranno indietro, fregati dalla mancanza di infrastrutture, dall’invecchiamento della popolazione, dall’incapacità di adattarsi.
Per le imprese italiane la sfida è doppia. Da un lato devono gestire la propria transizione con le poche risorse che hanno. Dall’altro devono contribuire a trasformare l’ecosistema in cui operano, perché la loro competitività futura dipenderà anche dalla qualità delle infrastrutture e dei servizi del territorio.
Il 2035 non segna la fine fisica del petrolio. Le riserve ci sono, l’estrazione continuerà per decenni. Ma segna la fine di un’epoca in cui il petrolio era l’unica opzione. Da quella data in poi diventerà progressivamente un’alternativa tra le tante, sempre meno conveniente, sempre più marginale.
Per chi gestisce un’impresa, le decisioni sui sistemi energetici non sono più scelte tecniche. Sono scelte strategiche che determinano la competitività futura. Investire oggi in efficienza e rinnovabili non è questione di ambiente o di immagine. È questione di sopravvivenza economica.
Il 2035 è tra meno di dieci anni. Nel tempo delle decisioni d’impresa, è domani. E domani arriva sempre più veloce di quanto crediamo.

