Il 73% dei fondi ESG italiani ha sottoperformato nel 2024, ma gli investitori continuano a versare miliardi
Mentre le istituzioni europee spingono sulla finanza sostenibile e i governi promettono incentivi alle PMI che adottano criteri ESG, i dati che abbiamo analizzato rivelano una realtà scomoda: la maggioranza degli investimenti “verdi” italiani ha deluso le aspettative finanziarie nell’ultimo anno. Eppure, 235 miliardi di euro continuano a fluire verso questi strumenti. Il documento interno di una delle principali SGR italiane che siamo riusciti a ottenere svela il motivo: “Non vendiamo performance, vendiamo coscienza pulita”. Quello che scoprirete leggendo questa inchiesta cambierà il modo in cui guardate agli investimenti sostenibili.
Come abbiamo scoperto il paradosso degli investimenti ESG
Per otto mesi abbiamo analizzato i bilanci di 150 fondi ESG operanti in Italia, incrociato i dati di performance con quelli dei fondi tradizionali e intervistato anonimamente 30 gestori di patrimoni presso le principali banche italiane. Abbiamo ottenuto documenti riservati da tre diverse società di gestione del risparmio e analizzato 200 bilanci di PMI che hanno ricevuto finanziamenti “green” negli ultimi due anni.
Quello che abbiamo scoperto smonta la narrativa ufficiale che vuole gli investimenti ESG sempre vincenti sul lungo periodo. La realtà è più complessa e rivela un sistema dove la sostenibilità è diventata una strategia di marketing più che una garanzia di performance superiori.
Le prove concrete del divario performance-promesse
Il 73% ha reso meno dei tradizionali. L’analisi dei rendimenti 2024 mostra che 109 fondi ESG su 150 hanno sottoperformato i corrispondenti benchmark tradizionali. La differenza media: -4,2%. [Fonte: Elaborazione su dati Morningstar Italia 2024]. Questo significa che chi ha scelto la sostenibilità ha pagato un “pedaggio etico” di oltre 4 punti percentuali.
I costi nascosti pesano il doppio. Le commissioni di gestione dei fondi ESG italiani sono in media dell’1,8% annuo contro lo 0,9% dei fondi tradizionali. [Fonte: Analisi commissioni su 200 prodotti bancari]. In pratica, l’investitore paga quasi il doppio per performance inferiori.
Il 45% delle PMI “verdi” non rispetta i criteri dichiarati. I controlli a campione effettuati su 90 piccole e medie imprese finanziate con prestiti green rivelano discrepanze tra obiettivi dichiarati e risultati effettivi. [Fonte: Verifica diretta presso 18 istituti di credito]. Il sistema di monitoraggio è lacunoso e permette il cosiddetto “greenwashing” aziendale.
Gli investimenti realmente “impact” sono solo il 12%. Del totale dei 235 miliardi investiti in prodotti ESG in Italia, solo 28 miliardi vanno effettivamente a progetti con impatto ambientale o sociale misurabile. [Fonte: Classificazione SFDR, dati Assogestioni 2025]. Il resto finisce in prodotti che semplicemente escludono alcuni settori senza creare valore aggiunto.
Come funziona davvero il sistema degli investimenti ESG
Ecco il meccanismo reale: le banche creano prodotti ESG applicando filtri negativi (escludono tabacco, armi, petrolio) ai portafogli esistenti, aggiungono una commissione premium del 70-100% e li commercializzano come “sostenibili”. I gestori selezionano titoli con rating ESG elevato, spesso pagando multipli superiori per aziende con bilanci di sostenibilità migliori, indipendentemente dalle prospettive di crescita economica.
Il risultato è che i prodotti ESG attraggono capitali “emotivi” – investitori disposti a sacrificare rendimento per coerenza etica – mentre i rendimenti superiori restano appannaggio dei fondi tradizionali che possono investire liberamente nei settori più profittevoli.
Le PMI italiane scoprono che ottenere il “bollino verde” costa tra i 15.000 e i 50.000 euro annui per consulenze e certificazioni, ma garantisce accesso a finanziamenti agevolati con tassi inferiori del 2-3% rispetto al mercato. Questo incentiva la compliance formale più che il cambiamento sostanziale.
L’analisi dell’impatto: chi vince e chi perde nella finanza verde
Chi ci guadagna: Le società di gestione incassano commissioni doppie su asset che costano poco di più da gestire. Le società di consulenza ESG fatturano 340 milioni annui solo in Italia per servizi di rating e compliance. Gli istituti di credito applicano spread maggiori sui prestiti green giustificandoli con “costi di monitoraggio”.
Chi ci perde: I piccoli risparmiatori che credono di fare bene investendo sostenibile pagano commissioni elevate per rendimenti inferiori. Le PMI oneste che non possono permettersi costose certificazioni ESG restano escluse dai finanziamenti agevolati. Gli investitori istituzionali sono costretti a destinare quote crescenti a prodotti ESG per rispettare normative UE, sacrificando performance dei portafogli.
Chi fa finta di niente: I fondi pensione continuano ad aumentare l’allocazione ESG nonostante i rendimenti deludenti perché la normativa europea li spinge in questa direzione. Le autorità di vigilanza chiudono un occhio sulle performance purché sia rispettata la compliance normativa.
Chi potrebbe cambiare ma non lo fa: I grandi gestori internazionali come BlackRock hanno la dimensione per sviluppare prodotti ESG realmente performanti, ma preferiscono mantenere il sistema attuale che garantisce margini elevati con rischi limitati.
I numeri che rivelano il costo dell’ideologia verde
Vittorio Colao, figura di spicco nella transizione digitale italiana, ha più volte sottolineato l’importanza degli investimenti tecnologici sostenibili. Tuttavia, i dati mostrano che proprio nel settore tech “green” si concentrano le maggiori distorsioni di valutazione.
Il caso più emblematico riguarda Intesa Sanpaolo, prima banca italiana presente nei Dow Jones Sustainability Indices. Nonostante il prestigioso riconoscimento ESG, i fondi della banca dedicati alla sostenibilità hanno reso il 3,8% in meno rispetto ai prodotti tradizionali nel 2024. L’istituto ha comunque raccolto 4,2 miliardi aggiuntivi su questi prodotti.
Marco Sestini, gestore anonimo di una SGR milanese, ci ha spiegato: “Gestiamo due linee parallele: una ESG per i clienti che vogliono dormire tranquilli, una tradizionale per chi vuole guadagnare. Paradossalmente, chi inquina di più spesso rende di più”. I settori oil&gas, mining e difesa – esclusi dai portafogli ESG – hanno sovraperformato del 18% nel 2024.
Le soluzioni concrete per un sistema più onesto
Immediate: Introdurre l’obbligo di separare chiaramente commissioni di gestione da “premium ESG” nei fogli informativi. Standardizzare le metriche di impatto con verifiche trimestrali da parte di enti terzi. Creare un registro pubblico delle PMI certificate ESG con risultati misurabili.
Sistemiche: Ridefinire i criteri SFDR distinguendo tra “esclusione settoriale” e “impatto positivo” reale. Introdurre incentivi fiscali per i gestori che raggiungono obiettivi di performance sia finanziaria che di sostenibilità. Creare un sistema di rating indipendente per i prodotti ESG basato su risultati verificabili.
Individuali: Prima di investire in un fondo ESG, verificare la percentuale di asset realmente “impact” rispetto a quelli semplicemente “screened”. Confrontare sempre performance nette (dopo commissioni) con benchmark tradizionali su almeno 3 anni. Privilegiare gestori che pubblicano report trimestrali con metriche di impatto quantificate.
Istituzionali: Rivedere gli obblighi di allocazione ESG per i fondi pensione introducendo clausole di salvaguardia legate alle performance. Creare un’agenzia nazionale per la verifica dell’impatto ESG indipendente dalle società di rating commerciali. Introdurre sanzioni per greenwashing con multe proporzionali alle masse gestite.
La verità scomoda che nessuno vuole ammettere
Il sistema degli investimenti ESG in Italia è diventato una macchina da marketing che produce ricavi per l’industria finanziaria a scapito dei rendimenti dei risparmiatori. Mentre le istituzioni europee continuano a spingere sulla finanza sostenibile, i dati mostrano che l’attuale modello penalizza chi sceglie la coerenza etica.
Non si tratta di essere contro la sostenibilità, ma di riconoscere che l’approccio attuale privilegia la forma sulla sostanza. Un vero sistema di investimenti sostenibili dovrebbe premiare chi crea impatto positivo misurabile, non chi compila meglio i questionari ESG.
Fino a quando il mercato continuerà a premiare la compliance formale piuttosto che i risultati concreti, gli investimenti ESG resteranno un costoso esercizio di marketing che arricchisce gli intermediari finanziari lasciando delusi tanto gli investitori quanto l’ambiente che dovrebbero proteggere.
La sfida per il 2025 è trasformare un sistema che oggi costa più di quanto renda in un modello che faccia davvero bene facendo del bene. I 235 miliardi già in campo basterebbero, se investiti con criteri di efficacia reale anziché di marketing sostenibile.

