Treiso, Langhe: dove una cantina è anche un atto di fede
Treiso è un comune di poco più di ottocento anime, aggrappato a una collina delle Langhe da cui si vede quasi tutto: i filari ordinati di Nebbiolo, i tetti di Barbaresco in basso, e nelle giornate limpide le Alpi — il Monte Rosa, il Monviso — che si stagliano sullo sfondo come una quinta teatrale. Da quassù, quando il sole tramonta e le nebbie cominciano a salire dal Tanaro, si capisce perché chi è nato in questi posti difficilmente riesce ad andarsene davvero. O se parte, prima o poi torna.
Giorgio Pelissero è rimasto. Non per inerzia, non per mancanza di alternative — ha studiato, ha viaggiato, ha incontrato produttori e acquirenti in mezzo mondo — ma per scelta consapevole. Perché restare, in questo caso, significava raccogliere qualcosa che valeva la pena raccogliere: un’azienda agricola nata all’inizio del Novecento, trasformata in cantina dal padre Luigi negli anni Sessanta, e oggi, sotto la sua guida, proiettata in oltre sessanta paesi. Una storia che dura da tre generazioni e che Giorgio porta avanti con la stessa testardaggine quieta dei contadini di Langa, quelli che sanno aspettare, che non si spaventano della grandine e non si ubriacano del sole.
Da contadini a produttori: il salto che cambiò tutto
L’azienda Pelissero nasce, come moltissime realtà agricole piemontesi, in un contesto in cui la terra era soprattutto sopravvivenza. Inizio Novecento, Langhe: si coltivava la vigna perché la vigna sfamava, si vendevano le uve perché era quello che si faceva. La vinificazione era roba da altri, da chi aveva i mezzi, la cantina attrezzata, i contatti per vendere.
Poi arrivò Luigi. Nel 1960, con una decisione che doveva sembrare azzardata ai più e che invece si sarebbe rivelata il punto di partenza di tutto, cominciò a imbottigliare il vino prodotto nei propri vigneti. Poche bottiglie, probabilmente senza etichette elaborate, senza distribuzioni internazionali, senza premi sulle guide. Ma proprie. Con il proprio nome sopra. È un gesto che oggi, in un’epoca in cui tutti parlano di autenticità e storytelling, può sembrare ovvio. Nel 1960, nelle Langhe, era qualcosa di diverso: era fiducia. Fiducia nella qualità della propria terra, nel proprio lavoro, nel fatto che quello che si produceva meritasse di essere riconosciuto come tale.
“Mio padre Luigi fu il primo a credere nel potenziale della nostra terra e a imbottigliare i vini dell’azienda,” racconta Giorgio. Gradualmente si smise di vendere uve e si cominciò a vinificare tutto ciò che i vigneti davano. Un cambiamento che richiese anni, investimenti progressivi, e una visione che all’epoca non era affatto scontata.
Il segno di quel cambiamento è rimasto impressa su una delle bottiglie più rappresentative dell’azienda: il Barbaresco Vanotu, dove Vanotu è il diminutivo dialettale di Giovanni, il nonno da cui tutto ebbe inizio. Ogni anno, quell’etichetta ricorda che dietro a un grande vino c’è sempre una storia, e che le storie hanno sempre un inizio preciso, un momento in cui qualcuno ha deciso di fare qualcosa di diverso.
Giorgio: il figlio che ha cambiato la scala senza cambiare l’anima
Giorgio Pelissero è enologo di formazione. Ha studiato, ha approfondito, ha messo insieme la competenza tecnica con quella visione imprenditoriale che suo padre aveva avuto in forma istintiva. Quando alla fine degli anni Ottanta prese in mano le redini dell’azienda, la sfida era chiara anche se non semplice da articolare: come si porta una cantina di famiglia a confrontarsi con i mercati internazionali senza che nel processo perda ciò che la rende speciale?
È una domanda che molti imprenditori del settore agroalimentare italiano si trovano ad affrontare, e non sempre la risposta è quella giusta. C’è chi insegue le mode — i vitigni internazionali, i gusti del mercato americano, le etichette che sembrano nate a Bordeaux — e chi invece sceglie la strada più difficile, quella di portare il proprio territorio fuori confine senza snaturarlo. Giorgio ha scelto la seconda.
“Quando ho iniziato, la sfida era trasformare una realtà familiare agricola in una cantina capace di confrontarsi con i mercati internazionali senza rinunciare alla propria identità. È stato un percorso lungo, fatto di investimenti, studio, viaggi e confronti continui con professionisti e clienti di tutto il mondo.”
Quegli anni di cambiamento hanno portato innovazioni concrete in cantina — pressatrici soffici, vasche in acciaio inox, controllo delle temperature di fermentazione, botti di rovere francese — ma non hanno mai messo in discussione il punto fermo: solo uve dei propri vigneti, solo varietà autoctone. Nebbiolo, Barbera e Dolcetto coprono ancora oggi l’85% della produzione. Una scelta che è anche una dichiarazione di identità, ogni anno, ogni vendemmia.
Quarantadue ettari di storia: il territorio come protagonista
Per capire i vini Pelissero bisogna prima capire dove nascono. I 42 ettari di vigneti si estendono tra cinque comuni — Treiso, Neive, Barbaresco, Neviglie e Alba — in un territorio che nel 2014 è entrato nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Non è un riconoscimento di facciata: le Langhe sono davvero un posto fuori dal comune, nel senso geologico e climatico oltre che paesaggistico.
Sotto i filari scorrono banchi di arenarie e marne azzurre, la memoria di un mare antico. Il Tanaro, che scorre a valle, condiziona umidità e temperature. Le nebbie d’autunno — quelle che danno il nome al Nebbiolo, secondo una delle etimologie più suggestive — avvolgono i grappoli nel momento cruciale della maturazione, contribuendo a quel profilo aromatico complesso che rende il Barbaresco inconfondibile nel mondo. È il terroir nel senso più pieno del termine: non una parola di marketing, ma un insieme di condizioni fisiche, chimiche e climatiche che si depositano nel bicchiere e che nessuna tecnologia può replicare altrove.
La cantina dell’azienda si trova nella zona denominata Augenta, una posizione che consente una vista quasi a 360 gradi sulle colline. Da lì si governa l’intera filiera: Giorgio e i suoi collaboratori seguono direttamente tutte le fasi produttive, dalla potatura alla commercializzazione. È un modello di gestione che richiede energia e attenzione costante, ma che garantisce quella coerenza tra vigneto e bottiglia che è il vero marchio di qualità di un produttore serio.
Le etichette: un racconto per nomi e luoghi
Le 250.000 bottiglie prodotte ogni anno dall’azienda Pelissero non sono un catalogo uniforme. Sono piuttosto un atlante: ogni etichetta corrisponde a un luogo, a un vitigno, a un’esposizione specifica. Il Barbaresco Vanotu, il Barbaresco Tulin, il Nubiola. Poi il Nebbiolo Langhe, il Langhe Rosso Long Now, le due Barbere — Piani e Tulin — i due Dolcetti — Augenta e Munfrina. E ancora la Favorita, il Riesling Rigadin, il Moscato d’Asti. La gamma si articola in classici, riserve e nature, per rispondere a palati e momenti diversi senza mai tradire la logica di fondo.
Ogni nome racconta qualcosa. Vanotu è il nonno Giovanni, il fondatore, colui al quale si deve tutto. Tulin, Piani, Augenta, Munfrina sono i nomi delle parcelle, dei luoghi precisi da cui provengono le uve. Long Now è quasi un manifesto: il tempo lungo, la prospettiva di chi non corre, di chi sa che le cose buone hanno bisogno di anni per rivelarsi pienamente. In un settore sempre più dominato dall’immediato, dall’annata da bere subito, dall’etichetta che si fotografa e si dimentica, un vino che si chiama Long Now è già una presa di posizione.
Le difficoltà non mancano mai: cambiamenti climatici, mercati, concorrenza
Giorgio Pelissero non è il tipo da dipingere tutto in rosa. Quando parla delle sfide del mestiere, lo fa con la lucidità di chi le ha vissute sulla propria pelle senza farsi travolgere. Il settore del vino è esposto alle variabili della natura in modo che poche altre industrie conoscono: ogni vendemmia è un’incognita, ogni estate porta con sé incertezze meteorologiche che possono cambiare radicalmente il carattere di un vino e, con esso, le aspettative del mercato.
“Le difficoltà non sono mancate. Il settore del vino è profondamente legato alla natura e ogni vendemmia porta con sé incognite e responsabilità. Negli ultimi anni abbiamo inoltre dovuto affrontare i cambiamenti climatici, l’evoluzione dei mercati, una concorrenza sempre più globale e le trasformazioni delle abitudini di consumo.”
I cambiamenti climatici, in particolare, stanno ridisegnando il lavoro in vigna in modo che nemmeno dieci anni fa sarebbe stato facile prevedere: vendemmie anticipate, temperature più alte, gestione dell’acqua sempre più critica. Sfide che richiedono adattamenti tecnici, ma anche un ripensamento più profondo del rapporto con il territorio.
Eppure — e questo dice molto sulla mentalità di Giorgio — le difficoltà non vengono vissute come ostacoli ma come occasioni. “Credo che le difficoltà siano anche le migliori occasioni per crescere: ti obbligano a migliorarti, a innovare e a non dare mai nulla per scontato.” È la filosofia di chi sa che nel vino, come in qualsiasi impresa duratura, non ci sono formule fisse. C’è solo la capacità di osservare, adattarsi e continuare a fare bene il proprio lavoro.
La frase che non ha dimenticato: un vecchio produttore e una lezione per la vita
Ci sono momenti nella vita professionale di ognuno in cui una parola arriva al momento giusto e resta. Giorgio ne ricorda uno con nitidezza, anche se è passato molto tempo. Era agli inizi, ancora alle prese con le incertezze di chi sta costruendo qualcosa di proprio, con la pressione di non deludere quello che era stato costruito prima di lui. Incontrò per caso un vecchio produttore di vino. Un incontro breve, quasi casuale.
“Vedendo le mie preoccupazioni e le incertezze tipiche di chi sta muovendo i primi passi, mi disse una frase che non ho mai dimenticato: ‘Stai tranquillo e porta avanti le tue idee. Il vino buono si è sempre venduto.'”
Sembra quasi banale, messa così. Ma chi ha mai gestito un’azienda in un momento di incertezza sa quanto pesi, in certi momenti, sentire qualcuno che ti dice: fidati di quello che fai, vai avanti. Non perché le difficoltà non esistano, ma perché la qualità — quella vera, quella costruita con pazienza e competenza — ha sempre una strada verso il mercato. Non subito, non automaticamente, non senza fatica. Ma alla fine sì.
È la stessa convinzione che Giorgio trasmette quando gli si chiede cosa consiglierebbe a un imprenditore alle prime armi: “Non cercare scorciatoie. I risultati duraturi arrivano dalla costanza, dalla competenza e dalla capacità di costruire credibilità nel tempo.” Una postura mentale che si riflette in ogni aspetto della gestione aziendale, dai tempi di affinamento dei vini alle relazioni con i clienti internazionali.
Guidare senza smettere di imparare: il senso della leadership in vigna
C’è una parola che ritorna più volte quando si parla con Giorgio: formazione. Non nel senso accademico — anche se quella c’è, e conta — ma nel senso più ampio e quotidiano di chi continua a imparare dalla propria vigna, dai propri errori, dalle persone con cui lavora e da quelle che incontra.
“Mi considero una persona orientata alla crescita continua. Credo che la formazione non finisca mai, soprattutto in un settore come il nostro dove convivono tradizione, innovazione, agronomia, tecnologia e relazioni umane. Continuo a imparare ogni giorno osservando la vigna, confrontandomi con colleghi e professionisti e ascoltando i mercati.”
In questo, la gestione di un’azienda vitivinicola assomiglia alla gestione di qualunque impresa in un contesto competitivo: il momento in cui si smette di imparare è il momento in cui si comincia a declinare. Ma nel vino c’è qualcosa in più, qualcosa di specifico che riguarda la relazione con il tempo. Le decisioni che si prendono oggi — quale portainnesto usare, come gestire la chioma, quando vendemmiare — si vedono tra anni, a volte tra decenni. Questa prospettiva di lungo periodo forma un certo tipo di carattere, una certa disponibilità ad accettare l’incertezza senza esserne paralizzati.
Per Giorgio, la leadership ha un significato preciso in questo contesto: “Significa dare l’esempio prima ancora che dare indicazioni. Significa creare una squadra motivata, valorizzare le persone e sentirsi parte di una visione comune. Nel vino, come in qualsiasi attività, il successo non nasce da un singolo risultato ma dalla capacità di migliorarsi ogni giorno, vendemmia dopo vendemmia, anno dopo anno.”
È una visione della guida aziendale lontana dai modelli verticali e dall’autorità fine a se stessa. Più vicina, semmai, a quella del mastro artigiano che lavora insieme alla sua squadra, che mostra come si fa prima di spiegare perché, che considera ogni persona in cantina parte di un progetto collettivo.
Sessanta paesi e una bottiglia che racconta le Langhe
Il risultato di questo lavoro — di tre generazioni, di scelte coraggiose, di anni di sacrifici e di studio — è visibile nei numeri, ma anche in qualcosa che i numeri non catturano del tutto. Le bottiglie Pelissero viaggiano oggi in oltre sessanta paesi. Arrivano in Giappone e in Norvegia, in Germania e negli Stati Uniti, nei paesi del Maghreb e in mercati che vent’anni fa sarebbero stati inimmaginabili per una piccola cantina di Treiso.
“La soddisfazione più grande è vedere che oggi i nostri vini sono apprezzati in tanti Paesi e continuano a raccontare le Langhe e la nostra storia a persone provenienti da culture molto diverse tra loro.”
C’è qualcosa di quasi commovente, a pensarci, nell’idea che un Barbaresco Vanotu bevuto a Tokyo o a Oslo contenga la stessa storia che Luigi Pelissero ha cominciato a scrivere nel 1960 in una cantina di paese. Il vino come lingua che non ha bisogno di traduzione, come filo sottile e resistente che unisce luoghi lontanissimi attraverso la pazienza di chi ha saputo aspettare, curare, credere in ciò che faceva.
Il sito dell’azienda descrive questa vocazione con una frase che vale la pena citare: “C’è una terra che si muove verso il mercato e vignaioli di mondo che dopo mesi in campagna volano con le radici. Siamo quella terra.” Non è lo slogan di un ufficio marketing. È la sintesi di una storia vera, di un’identità che si è costruita nel tempo e che nessuna moda del momento può scalfire.
Se volete conoscere la storia dei Pelissero nel modo più diretto che esiste — attraverso un calice di Barbaresco aperto con il tempo giusto — visitate il loro sito e scoprite la gamma completa dei vini. Oppure contattate direttamente l’azienda per organizzare una visita alla cantina di Treiso: la posizione, circondata dai vigneti con una vista quasi a 360 gradi sulle colline di Langa, vale da sola il viaggio. Perché certe storie, per essere capite davvero, vanno vissute in prima persona.
Pelissero Azienda Agricola Vitivinicola Via Ferrere 10, Treiso (CN) pelissero@pelissero.com www.pelissero.com

