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Il ritorno del negozio monomarca: perché alcune aziende riaprono i punti vendita fisici

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

C’è un momento preciso in cui una certezza collettiva inizia a sgretolarsi. Per il commercio fisico italiano, quel momento è arrivato con discrezione, senza grandi annunci, quasi in punta di piedi. I dati dell’Altagamma Consensus 2024 mostrano che il canale retail fisico è cresciuto del 7,5% contro il 4,5% dell’e-commerce. Non è un rimbalzo tecnico. È una inversione di direzione. E chi gestisce un’attività locale farebbe bene a non liquidarla come una questione che riguarda solo i grandi marchi del lusso.

Quello che i numeri non dicono da soli

Dal 2012 al 2024 in Italia hanno chiuso oltre 140.000 attività fisiche. Un numero che per anni ha alimentato una narrativa precisa: il negozio tradizionale è condannato, l’online vince, chi non si adegua scompare. Eppure quella stessa narrativa non ha mai spiegato bene perché, in parallelo alle chiusure, molte insegne continuassero ad aprire nuovi punti vendita propri, a investire in location di pregio, a scommettere su spazi fisici sempre più curati.

La risposta non è nella nostalgia. È nella marginalità. Chi vende direttamente al cliente finale — senza passare da grossisti, catene multimarca o marketplace digitali — trattiene un margine incomparabilmente più alto su ogni transazione. Il gruppo Zegna lo ha misurato con precisione chirurgica: +29,9% nelle vendite dirette contro +6,6% nel canale wholesale nello stesso periodo. Tod’s ha segnato +14,6% nel retail proprio contro +13,3% attraverso intermediari. Sono aziende grandi, certo. Ma il principio economico che le governa non scala: vale per chi produce scarpe artigianali a Vigevano esattamente come per chi le produce su scala industriale a Vigevano.

Il wholesale — cioè la vendita attraverso altri — ha pagato un prezzo pesante negli ultimi anni. Crescita zero nel 2024 per il fisico, addirittura -1% per il digitale, con i multimarca che hanno ridotto gli ordini per smaltire le scorte accumulate. Quando un canale perde terreno in modo così sistematico, non si tratta di una congiuntura sfavorevole. Si tratta di un modello che ha mostrato i propri limiti strutturali.

La generazione che doveva uccidere i negozi li sta riportando in vita

Prendete la generazione Z. Quella dei nativi digitali, dei ragazzi cresciuti con lo smartphone in mano, della generazione per cui l’app viene prima del negozio. Per anni è stata citata come la prova definitiva che il futuro del commercio fosse esclusivamente online. L’Osservatorio Giovani & Retail 2026, condotto su mille ragazzi tra i 17 e i 25 anni, racconta qualcosa di molto diverso.

Il 45% dichiara il negozio fisico come canale d’acquisto prevalente. L’online si ferma al 32%. Per l’abbigliamento, sette ragazzi su dieci preferiscono comprare in negozio. Per il cibo, sei su dieci. Sono percentuali che smontano un luogo comune che aveva finito per diventare un alibi comodo per non interrogarsi davvero su cosa cercano le persone quando entrano in un punto vendita.

Il fenomeno è stato osservato anche fuori dai confini italiani, dove ha preso il nome di mallmaxxing: la tendenza dei più giovani a frequentare centri commerciali e vie dello shopping non primariamente per comprare, ma per stare insieme, esplorare, essere presenti in uno spazio fisico condiviso. Il negozio torna a essere un luogo di vita, non solo di transazione. E per chi gestisce un’attività — una gioielleria, una profumeria, un negozio di abbigliamento, un concept store alimentare — questo rappresenta qualcosa di molto concreto: il traffico fisico non è sparito. Si è spostato verso chi offre un motivo per fermarsi.

Quando il negozio smette di essere un magazzino

C’è una distinzione che vale la pena fare con chiarezza, perché cambia il modo in cui si pensa a uno spazio commerciale. Un magazzino con una cassa serve a cedere merce. Un presidio serve a costruire qualcosa nel tempo. Il negozio monomarca — proprio o in franchising — è nella seconda categoria, quando è gestito con questa consapevolezza.

Nel lusso lo si vede in modo molto diretto. Kering nel 2024 ha acquistato un palazzo settecentesco in via Montenapoleone a Milano per 1,3 miliardi di euro. Nessuna grande catena spende quella cifra per un punto vendita se pensa che i negozi fisici siano in declino. Lo fa perché sa che una certa via, una certa città, una certa presenza fisica comunicano qualcosa che nessuna campagna digitale può replicare. Il report European Luxury Retail di Cushman & Wakefield, pubblicato nel marzo 2026, ha certificato 96 nuove aperture di boutique di alta gamma nelle principali vie commerciali europee nel 2025, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente.

Ma anche al di fuori del lusso il principio regge. Febal Casa nel 2024 ha aperto 42 nuovi negozi monomarca, 27 solo in Italia, puntando a raggiungere i 300 punti vendita entro la fine del 2025. Un’azienda di arredo che scommette sul presidio fisico mentre molti commentatori dichiarano il negozio morto non sta facendo un atto di fede. Sta seguendo i propri dati interni, che le dicono che il cliente che entra in uno spazio curato, vede i prodotti nell’ambiente giusto, parla con qualcuno che conosce quello che vende, converte e ritorna con una frequenza che l’online non riesce a eguagliare.

Il punto su cui il digitale non riesce ancora ad arrivare

C’è una cosa che l’e-commerce non ha mai risolto davvero, nonostante gli anni di miglioramenti tecnologici e gli investimenti miliardari in user experience: il momento in cui una persona non sa esattamente cosa vuole. O meglio: sa che ha un problema, ma non sa quale sia la soluzione giusta.

Entra in un negozio di ferramenta e dice che deve sistemare una perdita. Entra in una boutique e dice che ha un matrimonio tra tre settimane. Entra in un negozio di ottica e dice che vede meno bene. In tutti e tre i casi, quello che cerca non è un prodotto: è qualcuno in grado di capire la situazione e indicare la strada. Questo è il servizio di consulenza, ed è invisibile sui marketplace. Su Amazon non puoi chiedere nulla a nessuno che ti ascolti davvero.

L’81% degli italiani attribuisce ai negozi di quartiere un ruolo chiave nell’identità culturale del territorio. Non è una percentuale che si spiega con la sola abitudine o con la comodità geografica. Si spiega con il fatto che le persone, dentro un negozio ben fatto, ricevono qualcosa che non trovano altrove: attenzione individuale, competenza applicata al loro caso specifico, la sensazione — spesso fondata — di essere trattati come clienti e non come numeri di ordine.

Fisico e digitale non sono nemici

Sarebbe però un errore leggere tutto questo come una rivincita del tradizionale sul moderno. Il quadro è più sfumato, e per le imprese locali è anche più ricco di possibilità concrete.

Le aziende che hanno costruito un dialogo funzionante tra negozio fisico e presenza digitale registrano aumenti delle vendite compresi tra il 15% e il 35%, secondo i dati disponibili. Quelle con una strategia integrata crescono al 9,5% annuo, quasi tre volte rispetto al 3,4% di chi opera su canali separati. Più della metà degli acquirenti italiani nel 2024 ha combinato i due canali: chi ordina online e ritira in negozio, chi vede il prodotto online e lo compra fisicamente dopo averlo toccato, chi entra in negozio e completa l’acquisto in un secondo momento sul sito.

Per una piccola attività locale, questo non richiede di costruire un e-commerce da zero o di dotarsi di infrastrutture complesse. Richiede di capire che ogni cliente che entra nel negozio fisico porta con sé un percorso digitale che è già iniziato altrove — su Google, su Instagram, su una recensione letta la sera prima — e che quel percorso continuerà dopo essere uscito. Il negozio non è più l’unico touchpoint. Ma rimane il più potente, se è all’altezza delle aspettative che il digitale ha già generato.

Quello che sta scomparendo e quello che sta crescendo

Non tutti i negozi fisici tornano in auge. Questa è la parte della storia che merita di essere detta con franchezza. Le superfici di media grandezza — tra 150 e 1.500 metri quadrati — hanno registrato una crescita della metratura media del 23,8% in Italia. Il micro punto vendita anonimo, quello che vende le stesse cose dello stesso fornitore senza alcuna caratterizzazione, è quello più esposto. La selezione che il mercato sta operando non è tra fisico e digitale: è tra chi ha un’identità e chi non ce l’ha.

Un negozio di abbigliamento che vende le stesse marche della catena tre vie più in là non ha ragione di esistere, a meno che non offra qualcos’altro — un servizio, una competenza, un ambiente, una comunità. Un negozio di abbigliamento che ha costruito una selezione originale, che conosce i propri clienti, che sa consigliare, che ha un carattere riconoscibile ha davanti a sé un mercato che lo cerca attivamente. Il 18% dei grandi retailer italiani prevede nuove aperture fisiche. Non lo fa perché non conosce i trend digitali. Lo fa perché i trend fisici, per chi sa leggerli, sono altrettanto interessanti.

Quello che conta, alla fine

McKinsey stima che nel 2025 i negozi fisici produrranno ancora circa l’85% delle vendite al dettaglio globali. E nel 2026, secondo le proiezioni disponibili, il 72% degli acquisti continuerà a passare per uno spazio fisico. Non perché il digitale non cresca, ma perché la maggior parte degli acquisti — specialmente quelli che implicano una scelta complessa, un prodotto da valutare, una relazione di fiducia — continua ad avere bisogno di un luogo in cui accadere.

Per chi gestisce un’attività locale in Italia, la domanda non è più se stare nel fisico o nel digitale. È come far sì che il proprio negozio sia uno di quelli che i clienti scelgono deliberatamente di visitare, in un’epoca in cui farlo è una scelta e non un’abitudine obbligata. Rispondere a questa domanda richiede chiarezza su cosa si offre che non si trova altrove, quale relazione si costruisce con chi entra, come si presidia il territorio in modo riconoscibile nel tempo.

I grandi gruppi che aprono boutique nelle vie più ambite d’Europa lo fanno perché hanno capito che il punto vendita fisico non è un retaggio del passato. È uno degli strumenti più difficili da copiare, quando è fatto bene. Per le piccole imprese italiane, che operano in territori che conoscono meglio di qualsiasi algoritmo, questa è forse l’opportunità più concreta degli ultimi anni.

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