Quando tenere i soldi in banca è la scelta più rischiosa
C’è un numero che vale la pena fissare bene in testa prima di continuare a leggere: 1.131 miliardi di euro. È la somma che le famiglie italiane tengono parcheggiata su conti correnti e depositi bancari, secondo i dati di Banca d’Italia. Non investita, non diversificata, non messa a lavorare in nessun modo. Ferma. Su conti che rendono in media lo 0,28% annuo — meno dell’inflazione, meno di qualsiasi alternativa ragionevole, meno di quasi tutto ciò che esiste nel panorama finanziario mondiale. Il paradosso del risparmio italiano non è nuovo, ma oggi ha dimensioni che non hanno precedenti. La ricchezza finanziaria complessiva delle famiglie ha raggiunto 6.030 miliardi di euro, un patrimonio che collocherebbe l’Italia tra i Paesi più ricchi del pianeta se si guardasse solo a questo dato. Ma basta scavare appena sotto la superficie per trovare la crepa: di quella ricchezza, quasi un quinto non produce nulla. Resta lì, a perdere valore ogni anno in modo silenzioso e costante. Non si tratta di pigrizia o di distrazione. Si tratta di qualcosa di più profondo, che affonda le radici nella cultura, nella storia economica del Paese, in una sfiducia accumulata nel tempo verso i mercati finanziari, nelle banche, nelle istituzioni. E che oggi si traduce in un costo reale, misurabile, che pesa su ogni famiglia, su ogni attività, su ogni piccola impresa che accantona gli utili sul conto corrente aziendale aspettando tempi migliori.
Il confronto con l’Europa che non torna
I dati Eurostat del terzo trimestre 2025 consegnano un quadro difficile da ignorare. L’Italia ha registrato il maggiore aumento del tasso di risparmio tra tutti i Paesi dell’Unione Europea, con un incremento di 1,4 punti percentuali. Una performance che, presa da sola, sembrerebbe una buona notizia. Ma nello stesso periodo, la diminuzione più marcata del tasso di investimento delle famiglie si è registrata, ancora una volta, proprio in Italia, con un calo di 0,3 punti percentuali. Primi in Europa per risparmio depositato, ultimi per investimenti produttivi. Non è una coincidenza: è uno schema che si ripete da anni. Il confronto con gli altri grandi Paesi europei mette in prospettiva la distanza. A giugno 2025, il tasso di risparmio lordo italiano era al 12,3%, contro il 15,4% della media dell’area euro, il 19,2% della Germania, il 18,7% della Francia. Ma, di nuovo, il problema non è quanto si risparmia. È cosa ci si fa. Dal 2012 al 2025, la ricchezza netta delle famiglie italiane è cresciuta del 20,6%. Quella delle famiglie tedesche, nello stesso arco di tempo: 108,2%. Quella francesi: 45,1%. La differenza non sta nei redditi, non sta nei tassi di crescita economica, non sta in qualche vantaggio strutturale che gli altri hanno e noi non abbiamo. Sta in una diversa cultura del denaro e del rischio. In Germania, i piani di accumulo mensile in ETF — strumenti semplicissimi, accessibili a chiunque, a costi minimi — sono passati da 600.000 nel 2017 a quasi 10 milioni nel 2024. Non è accaduto per un decreto governativo o per una campagna pubblicitaria particolarmente efficace. È accaduto perché una generazione ha cambiato approccio, aiutata da piattaforme digitali che hanno abbattuto le barriere d’accesso e da una cultura che non tratta l’investimento come un’attività riservata a chi ha grandi patrimoni.
Quello che gli italiani fanno davvero con i propri risparmi
L’indagine Acri-Ipsos condotta per la centesima Giornata Nazionale del Risparmio offre numeri che meritano attenzione. Nel 2024, il 46% delle famiglie italiane riesce a mettere da parte qualcosa ogni mese. Tra questi, quasi due terzi scelgono di non investire nulla, preferendo tenere tutto in forma liquida. Solo il 34% dichiara di investire almeno una parte dei propri risparmi, in calo rispetto al 36% dell’anno precedente. Tra chi investe, le preferenze sono chiare: il 25% sceglie BTP e obbligazioni, strumenti percepiti come sicuri e vicini allo Stato. Solo l’8% considera il mercato azionario come una forma di investimento reale, nonostante i rendimenti positivi registrati negli ultimi due anni. Il 42% dichiara di non voler investire affatto — sette punti in più rispetto all’anno precedente. Un dato che va nella direzione opposta rispetto a quello che ci si aspetterebbe in una fase di mercati favorevoli. L’indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi 2025 aggiunge un elemento: il 58% delle famiglie italiane riesce a risparmiare ogni mese, il dato più alto dal 2005. Ma solo il 4,6% ha operato in Borsa negli ultimi dodici mesi. La previdenza complementare, che dovrebbe essere la forma più ovvia di pianificazione del futuro, non attecchisce: l’82% del campione non vi aderisce. Si risparmia di più, ma si investe ancora meno di prima.
La psicologia di chi tiene tutto fermo
Dietro questi comportamenti c’è una dimensione che i numeri non catturano interamente. L’Osservatorio Edufin di Pictet Asset Management 2025 ha provato a misurarla, con risultati che spiegano molto di ciò che altrimenti resterebbe incomprensibile. Il 73% degli italiani dichiara di vivere una forma di ansia finanziaria. Non una preoccupazione generica, ma un disagio concreto legato all’incertezza economica, all’inflazione, alla sfiducia nei mercati. Il 68% cita la paura delle perdite come emozione dominante nelle proprie decisioni finanziarie. Il 50% ammette di lasciarsi condizionare spesso o sempre dalle emozioni quando deve scegliere come gestire i propri soldi. Questo è ciò che gli economisti comportamentali chiamano avversione alla perdita: la tendenza a temere le perdite in misura sproporzionata rispetto a quanto si desiderano i guadagni equivalenti. In pratica, perdere cento euro fa male quasi il doppio di quanto faccia piacere guadagnarne cento. È una distorsione cognitiva documentata, non un difetto caratteriale. Ma produce effetti concreti: porta a scegliere la certezza di non perdere oggi, accettando inconsapevolmente la perdita certa di domani per effetto dell’inflazione. Il 66% degli italiani dichiara di risparmiare per emergenze o per sentirsi più tranquillo. Solo il 25% risparmia per obiettivi concreti. Il risparmio, nella maggior parte dei casi, non è un mezzo verso qualcosa: è un porto sicuro psicologico. E i porti sicuri, per definizione, non ti portano da nessuna parte. Un dato che dice molto sulla struttura delle reti fiduciarie italiane: il 73% degli intervistati parla di denaro e investimenti esclusivamente in ambito familiare o con amici stretti. La famiglia è il primo consulente finanziario del Paese. Con tutti i limiti che questo comporta, perché le reti familiari trasmettono abitudini e convinzioni consolidate, non necessariamente conoscenze aggiornate o strategie adatte al contesto attuale.
Il problema che non si vede: non sappiamo quello che non sappiamo
C’è una causa strutturale del paradosso che viene spesso sottovalutata nelle analisi macroeconomiche, perché è difficile da misurare e ancora più difficile da correggere rapidamente: la scarsa alfabetizzazione finanziaria. Secondo i dati OCSE, solo il 16,6% degli italiani possiede competenze finanziarie minime accettabili. L’Italia si colloca al 36° posto su 39 Paesi monitorati a livello mondiale, superata nelle classifiche internazionali anche da nazioni con redditi pro capite molto inferiori al nostro. L’Edufin Index 2025, elaborato da Alleanza Assicurazioni e SDA Bocconi, fissa il livello medio di consapevolezza finanziaria a 56 su 100, sotto la soglia di sufficienza fissata a 60. Il 55% degli italiani, secondo Consob 2024, non comprende correttamente i rischi reali dell’inflazione. Questo non significa che gli italiani non siano capaci di gestire il denaro. Significa che mancano gli strumenti concettuali per valutare correttamente il costo di non fare nulla. Chi non riesce a calcolare quanto vale oggi un euro che perderà il 2% di potere d’acquisto ogni anno per dieci anni, non può prendere decisioni finanziarie consapevoli. Non perché sia irrazionale, ma perché non ha a disposizione le categorie cognitive per farlo. L’Italia era fino a pochi anni fa l’unico Paese OCSE a non prevedere alcun insegnamento di educazione finanziaria nelle scuole. La Legge 21 del 5 marzo 2024 ha inserito queste materie nei percorsi di educazione civica, ma con sette ore annue per le scuole secondarie superiori. È un inizio, non una soluzione. Solo il 5% degli studenti italiani raggiunge il livello più alto di competenza finanziaria, rispetto all’11% della media OCSE. Il 18% non arriva nemmeno al livello base. Questi ragazzi saranno domani i responsabili di un’attività, i titolari di un negozio, i professionisti che dovranno decidere se reinvestire gli utili, accendere un finanziamento o pianificare la propria pensione.
Il mattone, il grande equivoco
Qualsiasi analisi del risparmio italiano deve fare i conti con il mattone. La proprietà immobiliare è l’investimento culturalmente radicato per eccellenza nel nostro Paese: tangibile, comprensibile, percepita come immune alle volatilità dei mercati finanziari. Il 73% della popolazione italiana possiede almeno una casa di proprietà, uno dei dati più alti al mondo. Ma i numeri reali smentiscono la narrazione. Dal 1975 al 2025, i prezzi reali delle case in Italia — al netto dell’inflazione — sono rimasti sostanzialmente fermi. Nomisma ha documentato che dopo il picco del 2007-2008, i valori reali degli immobili residenziali sono calati di circa il 50% in termini reali. Un immobile è illiquido: non si può vendere una stanza per far fronte a una spesa improvvisa, né reinvestire rapidamente in altro quando il contesto cambia. Concentrare la quasi totalità del patrimonio familiare in un’unica tipologia di asset significa rinunciare alla diversificazione, ridurre la flessibilità finanziaria e accettare rendimenti reali che nel lungo periodo si sono rivelati molto inferiori a quanto la cultura popolare suggerisca. Non è che possedere casa sia sbagliato. È che trattarla come unica forma possibile di patrimonio — come alternativa sufficiente a qualsiasi strategia finanziaria — è un errore che si paga nel tempo, lentamente, senza che nessun estratto conto lo renda evidente.
Come i risparmi italiani finanziano altri
C’è una dimensione del paradosso che va oltre le singole famiglie e tocca il sistema produttivo nel suo complesso. Le piccole e medie imprese italiane quotate in Borsa — spesso eccellenze nei loro settori, con bilanci solidi e know-how difficilmente replicabile — vengono sistematicamente sottovalutate dai mercati, con multipli di capitalizzazione che si aggirano intorno a sei volte l’EBITDA, livelli che non riflettono il valore reale di questi asset. Il meccanismo che si innesca è paradossale. I risparmi degli italiani confluiscono in fondi di investimento che, per rispettare le regole di liquidità e capitalizzazione previste dalla normativa, non possono investire in PMI quotate troppo piccole e poco liquide. Questi fondi si concentrano quindi su grandi aziende globali — le stesse che, non di rado, acquistano le nostre PMI quando vengono cedute. Il risparmio italiano, raccolto con finalità previdenziali e di lungo termine, finisce così per finanziare indirettamente la perdita del controllo nazionale sui nostri migliori asset industriali. L’Europa nel suo insieme è il più grande giacimento di risparmio al mondo, con 33.000 miliardi di euro, ma ogni anno 300 miliardi attraversano l’Atlantico per finanziare economie esterne. Una fuoriuscita silenziosa che non fa notizia, ma produce effetti reali sulla sovranità economica del continente.
Una disuguaglianza che i numeri medi nascondono
Il “risparmio italiano” non è un fenomeno distribuito uniformemente. Dietro le medie si nasconde una frattura che i dati della Banca d’Italia rendono esplicita. Il 50% della popolazione possiede appena il 7,4% della ricchezza complessiva. Il 10% più ricco controlla il 59,9% del totale. Il 5% più ricco detiene oltre il 49,4% della ricchezza nazionale — il dato più elevato tra i grandi Paesi europei. Questa concentrazione spiega in parte perché il risparmio italiano sia così orientato alla precauzione. Per chi ha redditi bassi o medi, risparmiare è già un risultato che richiede sacrifici, e l’idea di investire quei pochi soldi accantonati appare come un rischio inaccettabile. Il 70% delle famiglie mantiene liquidità extra come cuscinetto per le emergenze, secondo Banca d’Italia. Non è irrazionalità: è la risposta razionale di chi sa di non potersi permettere di perdere ciò che ha messo da parte. Il problema è che questo comportamento difensivo, moltiplicato per milioni di famiglie e per decenni, produce un freno strutturale alla crescita del Paese. Chi gestisce un’attività in proprio conosce bene questa dinamica. Tenere gli utili sul conto corrente aziendale, rimandare gli investimenti in attrezzature o formazione, accumulare liquidità come protezione — sono scelte comprensibili nel breve periodo, ma costose nel lungo. Le imprese italiane tendono a essere strutturalmente “cash rich”: preferiscono detenere liquidità abbondante piuttosto che investirla o diversificarla, anche in fasi in cui farlo avrebbe un senso economico chiaro.
Segnali di cambiamento, senza facili ottimismi
Non tutto è immobile. Al 30 giugno 2025, il valore complessivo degli strumenti finanziari detenuti presso intermediari vigilati ha raggiunto 4.220 miliardi di euro, con un incremento del 3,7% rispetto alla fine del 2024 — il livello più alto mai registrato dall’inizio delle rilevazioni. Assogestioni e Censis segnalano che oltre il 54% dei risparmiatori ha già una quota significativa di risparmio investita, e il 70% dichiara di voler mantenere una parte dei propri soldi nei mercati. Ma la ricerca MEDVIDA Partners presentata al Salone del Risparmio 2026 aggiunge una precisazione importante: il problema degli italiani non è la mancanza di informazioni. È la mancanza di fiducia. Più dati disponibili non producono automaticamente più decisioni. Quello che sposta l’ago è la relazione con un professionista credibile: il 67% di chi ha una strategia di investimento attiva si affida a un consulente finanziario o alla propria banca. La fiducia interpersonale resta il principale motore delle scelte finanziarie nel nostro Paese, molto più di qualsiasi algoritmo o piattaforma digitale. Il problema è che quella fiducia è stata a lungo logorata. Decenni di prodotti finanziari opachi, commissioni non dichiarate con chiarezza, scandali bancari che hanno bruciato i risparmi di migliaia di famiglie hanno lasciato una cicatrice nel rapporto tra gli italiani e il sistema finanziario. Ricostruirla richiede tempo, trasparenza e una consulenza che anteponga gli interessi del cliente a quelli della rete distributiva.
Quello che chi ha un’attività dovrebbe sapere
Per chi gestisce un negozio, un ristorante, uno studio professionale, un’impresa artigiana, il paradosso del risparmio italiano non è un problema macroeconomico lontano. È spesso la propria realtà quotidiana: gli utili fermi sul conto corrente aziendale, i risparmi personali immobili da anni, le decisioni di investimento rinviate in attesa di certezze che non arrivano mai. Tre considerazioni emergono con chiarezza dall’analisi complessiva del fenomeno. Il tempo è la variabile che nessun prodotto finanziario può sostituire. La matematica dell’interesse composto premia chi comincia prima, anche con somme modeste, e penalizza chi aspetta condizioni ideali che raramente arrivano. Investire regolarmente, anche poco, su orizzonti lunghi, produce risultati che nessuna liquidità parcheggiata potrà mai avvicinare. La liquidità ha un costo reale, anche quando non si vede. Ogni anno in cui i risparmi restano fermi su un conto a rendimento quasi nullo, l’inflazione erode il potere d’acquisto in modo silenzioso ma certo. Stimare questo costo — anche solo approssimativamente — cambia la prospettiva con cui si guardano le proprie scelte finanziarie. La fiducia verso un professionista competente vale l’investimento. Non un venditore di prodotti, ma un consulente orientato agli obiettivi del cliente. Chi ha trovato questa figura tende a fare scelte migliori e a mantenerle nel tempo, senza farsi distrarre dalla volatilità dei mercati o dall’ansia da prestazione finanziaria.
Quale direzione
Mohamed El-Erian ha osservato più volte come i Paesi ad alto risparmio e basso investimento si trovino intrappolati in uno schema difficile da spezzare: producono ricchezza potenziale che non riescono a trasformare in crescita reale. L’Italia è un esempio preciso di questo schema. Correggere la rotta richiede interventi su piani diversi. Sul piano culturale, l’educazione finanziaria deve diventare parte strutturale della formazione, non un’aggiunta marginale nel programma di educazione civica. Sul piano normativo, servono incentivi fiscali che rendano più conveniente investire nel lungo periodo e che avvicinino il risparmio privato al finanziamento del tessuto produttivo locale. Sul piano dell’offerta, servono prodotti più semplici, più trasparenti, meno costosi, capaci di raggiungere anche chi non ha gli strumenti culturali per orientarsi da solo. Ma la trasformazione più importante è quella meno visibile. È il momento in cui un titolare d’attività smette di pensare ai propri risparmi come a qualcosa da proteggere a tutti i costi e comincia a pensarli come a una risorsa da mettere a lavorare. Non per arricchirsi in fretta, ma per non impoverirsi lentamente. Quella distinzione, in apparenza sottile, cambia tutto. E cambia prima di tutto il modo in cui si guarda al futuro.

