Alessandro Bartoli ha lasciato Asti a diciassette anni. Ha cucinato al Noma, al Disfrutar, da Heston Blumenthal. Poi ha deciso che era ora di tornare. Con lui, Giulio Canavese, ingegnere mancato e pasticciere di rango. Insieme hanno vinto un bando comunale, preso un castello medievale in affitto per dieci anni e aperto Àlea. Una scommessa su un territorio che quasi nessuno stava ancora guardando.
Partire a diciassette anni con una valigia e tornare con un’idea
Non tutti quelli che vanno via tornano. E tra quelli che tornano, pochissimi lo fanno con un progetto preciso in testa, qualcosa di concreto che vale la pena di rischiare. Alessandro Bartoli è di Asti, piemontese fino al midollo, e se n’è andato quando aveva appena diciassette anni — la stessa età in cui la maggior parte dei suoi coetanei stava ancora capendo cosa volesse fare da grande. Lui lo sapeva già: voleva cucinare, e voleva farlo nelle cucine migliori del mondo.
Quello che è venuto dopo è un curriculum che molti chef italiani si sognano. Londra, al Dinner by Heston Blumenthal, due stelle Michelin. Poi la Spagna: il Dani García Contradición, tre stelle, e il Richard Camarena Restaurante, due. Poi la Danimarca, al Noma, che è stato per anni considerato il miglior ristorante del pianeta. Poi il Belgio, da Boury, tre stelle. E infine Barcellona, al Disfrutar — che nel momento in cui Alessandro ci lavorava stava scalando le classifiche mondiali fino a raggiungere il primo posto assoluto. Lì, Alessandro ricopriva il ruolo di capo partita per pesci e carni. Non era una comparsa. Era uno dei pilastri della cucina.
È al Disfrutar che incontra Giulio Canavese. Ligure di Albenga, trentasei anni, una storia personale che vale la pena raccontare perché è ancora più anomala di quella di Alessandro. Giulio aveva iniziato l’università — ingegneria — e aveva smesso prima di laurearsi. Non perché non ce la facesse, ma perché aveva capito che la sua testa stava altrove, tra pentole e farine, in quella zona un po’ artigiana e un po’ scientifica che è la cucina professionale. Ha ricominciato da zero: le trattorie dell’entroterra ligure, poi l’Alma di Parma, poi il Glam di Bartolini a Venezia dove si è occupato anche della panificazione. E infine la Francia, da Georges Blanc, dove è rimasto due anni e ha scalato la gerarchia fino a diventare secondo di pasticceria. Due anni difficili e formativi come raramente capitano.
Quando si incontrano al Disfrutar, tra Alessandro e Giulio scatta qualcosa che va oltre la stima professionale. Nasce l’idea di un progetto comune. Manca solo il posto giusto.
Asti, il Monferrato, un castello: la scelta che altri non avrebbero fatto
Avrebbero potuto aprire a Milano. O a Torino. O restare all’estero e trovare spazio in qualche città europea con un mercato della ristorazione già rodato e una clientela abituata a spendere per mangiare bene. Invece Alessandro ha scelto la sua terra, il Piemonte di provincia, quella fascia di colline tra Asti e Alessandria che si chiama Monferrato e che, dal 2014, condivide con le Langhe e il Roero il titolo di Patrimonio UNESCO. Un territorio bellissimo, riconosciuto dal mondo, e però ancora largamente ignorato dai grandi flussi del turismo gastronomico che invece si concentrano su Alba, Barolo, La Morra.
“Iniziando in un territorio che sta crescendo come il Monferrato, anche noi dobbiamo crescere con esso,” dice Alessandro. Non è la dichiarazione di chi ha scelto il ripiego. È la lettura di chi ha visto abbastanza posti nel mondo da riconoscere un’opportunità quando ce l’ha davanti. Il Monferrato ha vini straordinari — Barbera d’Asti, Grignolino, Ruché di Castagnole Monferrato — che restano nell’ombra rispetto ai più blasonati Barolo e Barbaresco. Ha colline che sembrano dipinte. Ha borghi che sembrano fermi nel tempo. Ha tutto quello che serve per diventare una destinazione enogastronomica di primo livello. Mancavano solo i ristoranti giusti.
Àlea vuole essere uno di quelli. E la scelta della location è già, di per sé, una dichiarazione d’intenti. Il ristorante non è in un locale commerciale, non è in una villa ristrutturata. È dentro il Castello di Castell’Alfero, la cui storia parte dal 1290. Alessandro e Giulio hanno partecipato a un bando comunale, l’hanno vinto, e si sono aggiudicati la gestione degli spazi per dieci anni. Una scommessa su un luogo, su un territorio, su un’idea.
Dentro le mura di un castello barocco: la sala, la terrazza, il tempo che rallenta
Il castello ha una storia che merita almeno un paragrafo. L’impianto attuale è frutto del Settecento, quando la famiglia Amico decise di trasformare l’antica fortezza militare in qualcosa di più abitabile e raffinato. L’architetto che ci lavorò fu Benedetto Alfieri — non proprio uno sconosciuto: era lo zio del poeta Vittorio Alfieri, e una delle figure di spicco dell’architettura barocca piemontese. Il risultato è uno di quei posti in cui si entra e si capisce subito che quello che stai per vivere non sarà una cena normale.
La sala principale si chiama Sala Rosa. Ha gli affreschi floreali originali al soffitto — intatti, non restaurati in modo invasivo — le boiserie in velluto viola sulle pareti, il pavimento in cotto rosso veneziano. Fino a quaranta coperti. La luce naturale filtra da finestre ampie e crea quella qualità di silenzio che è il miglior preludio possibile a un pasto che merita attenzione. C’è poi la Sala Verde, più raccolta, con un bar, una biblioteca piena di libri di cucina e un arazzo antico che fa da fondale. Fino a dodici persone, ideale per aperitivi o cene informali. Il venerdì sera, d’abitudine, diventa spazio riservato agli under trentacinque — un segnale di come Alessandro e Giulio pensino alla loro clientela: non solo agli appassionati di fine dining con qualche anno in più, ma anche a chi sta ancora costruendo il proprio rapporto con la cucina di ricerca.
E poi c’è la terrazza. Panoramica, aperta da primavera a estate, con una vista a centottanta gradi sulle colline del Monferrato che nelle giornate limpide non dimentichi facilmente. D’estate diventa bistrot, con un’offerta più leggera e informale. È uno di quei posti in cui il paesaggio partecipa all’esperienza tanto quanto il piatto.
Il menù: tecnica alta, prezzi non proibitivi, nessuna aria fritta
Alessandro definisce quello che fanno “fine dining popolare.” L’espressione, a prima lettura, sembra quasi un ossimoro. Ma lui la usa con una precisione che va presa sul serio. Non significa abbassare la qualità. Non significa proporre rivisitazioni facili di piatti regionali. Significa portare un livello tecnico altissimo — quello costruito in anni di cucine stellate — in un contesto che non vuole fare paura, in un territorio di provincia, a prezzi che non richiedono di fare i conti prima di prenotare.
Il percorso Classico costa sessantacinque euro e propone piatti come il vitello con sorbetto di salsa tonnata e riduzione al caffè, il tortello di rucola con il seirass — il tradizionale formaggio piemontese di siero — e le olive taggiasche candite, la faraona à la royale, il soufflé al bergamotto con sorbetto al pompelmo. Il percorso Àlea arriva a ottantacinque euro e aggiunge cose come il risotto ostriche e Guinness, il mandala di carciofi con mandorle e foglie di fico, la banana split reinterpretata. Tutto ordinabile anche à la carte, che è un modo concreto di dire: sei tu a decidere quanta strada percorrere, noi non ti portiamo per mano.
Il Gambero Rosso li ha inseriti nella Guida Ristoranti d’Italia 2026. È arrivato presto, questo riconoscimento — il ristorante ha aperto da poco. Ma non è una sorpresa per chi conosce i percorsi di Alessandro e Giulio. Quello che sorprende, semmai, è che con quei curriculum abbiano scelto di stare a Castell’Alfero piuttosto che altrove. Ed è esattamente questa scelta a rendere la loro storia interessante.
Da dipendenti a imprenditori: la parte difficile che nessuno racconta
C’è una cosa che Alessandro dice con una franchezza rara nel mondo della ristorazione, dove spesso si preferisce dare l’idea di avere tutto sotto controllo fin dall’inizio. “È la nostra prima esperienza imprenditoriale. Cambia completamente l’approccio da dipendente a imprenditore.” E ancora: “Ci stiamo formando a livello gestionale e anche con il personale.”
Non è una confessione di debolezza. È una delle cose più intelligenti che si possano dire aprendo un’attività in proprio. Chiunque abbia mai gestito qualcosa — un ristorante, un negozio, uno studio professionale — sa che la distanza tra essere bravi nel proprio mestiere e saper gestire un’impresa è enorme, e che quasi nessuno la percorre senza inciampare almeno qualche volta. La differenza sta nel riconoscerla, quella distanza, e nel decidere di lavorarci sopra invece di fingere che non esista.
Alessandro e Giulio ci stanno lavorando. Si stanno formando. Inventano nuovi format, creano eventi, cercano di costruire ragioni per venire ad Àlea che vadano oltre la qualità del cibo — “dato che questo non basta più,” dice Alessandro con un realismo che vale più di mille dichiarazioni d’intenti. Il mercato della ristorazione contemporanea chiede esperienze, non solo pasti. E loro lo hanno capito.
Fare rete, non fare da soli
C’è un’ultima dimensione nella storia di Àlea che merita attenzione, perché dice qualcosa di importante su come Alessandro e Giulio pensano al loro ruolo in questo territorio. Non vogliono essere un’isola. Vogliono costruire qualcosa di più largo.
“Vogliamo fare rete con tante attività per far crescere il Monferrato,” dice Alessandro. Non è retorica. È una strategia precisa: un ristorante da solo non trasforma un territorio in una destinazione. Lo fa un ecosistema — produttori, cantine, strutture ricettive, altri ristoranti, eventi. La filosofia è quella di chi è tornato per investire, non per raccogliere. Di chi sa che il successo di lungo periodo dipende dalla salute complessiva del contesto in cui si opera, non solo dalle recensioni del proprio locale.
In questo senso, la storia di Alessandro Bartoli e Giulio Canavese è anche una storia di leadership. Non quella rumorosa, visibile, da copertina. Quella più silenziosa e concreta di chi sceglie una direzione difficile, ci mette la faccia, impara quello che non sa, e prova a trascinare qualcosa di più grande di sé. Il dado è tratto, come dice il nome del ristorante. E l’esito, a guardare come stanno andando le cose, sembra promettere molto bene.
Àlea Ristorante si trova in Piazza Castello 2, a Castell’Alfero, in provincia di Asti, all’interno del Castello dei Conti Amico. Aperto a pranzo dal venerdì alla domenica, a cena dal mercoledì al sabato. Prenotazioni all’indirizzo alearistorante@gmail.com. Il menù completo, gli spazi, le gift card e tutte le informazioni sono su ristorantealea.it — vale la pena andarci a guardare prima ancora di prenotare.
Una nota a margine, che però non è marginale.
Àlea significa dado. Rischio. La radice di alea iacta est — il dado è tratto — che Svetonio attribuisce a Cesare nel momento in cui attraversò il Rubicone e rese irreversibile una scelta che avrebbe cambiato la storia. Alessandro e Giulio hanno scelto quel nome sapendo benissimo cosa significasse. Non è un nome evocativo di colline o di vini o di tradizioni locali. È una dichiarazione di stato d’animo: abbiamo gettato il dado, sappiamo che l’esito non è garantito, e abbiamo scelto di farlo lo stesso.
C’è qualcosa di profondamente onesto in questo. La ristorazione è uno dei settori in cui è più facile nascondersi dietro le narrazioni — il territorio, la nonna, la tradizione, la passione — e più difficile fare i conti con la brutalità del mercato, con i margini stretti, con la fatica fisica e mentale di mandare avanti un locale ogni giorno. Alessandro e Giulio non si nascondono. Parlano della difficoltà di passare dall’essere dipendenti all’essere imprenditori, della formazione gestionale ancora in corso, della necessità di inventare continuamente nuove ragioni per portare le persone fino a Castell’Alfero. È una forma di coraggio meno visibile di quella che serve per stare in cucina sedici ore al giorno, ma non meno reale.
E poi c’è il Monferrato. Un territorio che merita molto più di quello che ha ricevuto finora in termini di attenzione mediatica e flussi turistici. Le sue colline patrimonio UNESCO, i suoi vini ancora in attesa di essere scoperti da chi si ferma di solito qualche decina di chilometri più a sud, verso le Langhe. Alessandro lo sa. Ha scelto di scommettere su questo posto piuttosto che su una piazza già satura. È una scommessa che richiede pazienza, visione, e la capacità di ragionare su orizzonti temporali lunghi — esattamente le qualità che distinguono chi costruisce qualcosa di duraturo da chi cerca il successo rapido.
Àlea è aperta da poco. Ha già la segnalazione del Gambero Rosso. Ha un castello, una terrazza mozzafiato, una cucina costruita su anni di esperienze nelle migliori cucine del mondo, e due cuochi che hanno tutto l’interesse a dimostrare che si può fare alta ristorazione anche lontano dalle grandi città. Il dado è tratto. Andate a vedere come va a finire.

