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Il calore della cordialità contadina: la famiglia Cotto e il suo angolo di Piemonte autentico

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

San Damiano d’Asti non è un posto che trovi per caso. Ci devi arrivare di proposito, seguendo strade che salgono piano tra vigneti e noccioleti, attraversando quel paesaggio collinare del basso Monferrato che d’estate profuma di erba secca e di mosto. È in questo pezzo di Piemonte che non fa notizia — non è ancora meta da turismo di massa, non è sulla bocca di tutti — che la famiglia Cotto ha messo radici. Centotrenta anni fa. E non se n’è mai andata.

L’Agriturismo GranCollina sorge sulle Terre Alfieri come se ci fosse sempre stato, perché di fatto è così: la cascina originaria risale al 1890, quando Giacomo Cotto e sua moglie Elisabetta decisero di scommettere su queste colline in un’epoca in cui la campagna piemontese era tutt’altro che romantica. Era fatica, stenti, incertezza. Eppure i vigneti che piantarono allora — Barbera, Nebbiolo, Arneis — producono ancora. Non è un dettaglio simbolico: è la misura concreta di quanto quelle radici abbiano tenuto.

Oggi a guidare l’azienda c’è Gabriele Cotto, quinta generazione — il che significa che è cresciuto tra le botti e i bovini, ha studiato economia a Torino, ed è tornato qui a fare quello che, tutto sommato, non ha mai smesso di fare: occuparsi dell’azienda di famiglia. Con lui ci sono sua sorella Milena, che ha studiato agraria e gestisce la parte zootecnica e la ristorazione, e i genitori Giovanni e Liliana, che nell’ultimo anno sono tornati in prima linea dopo una perdita che ha segnato la famiglia in modo profondo.

Una storia che si conta per generazioni, non per anni

C’è qualcosa di desueto — nel senso migliore — nel raccontare un’impresa in termini di generazioni anziché di esercizi fiscali. GranCollina è alla quinta. Cinque famiglie che si sono passate la stessa terra, lo stesso nome, la stessa responsabilità. Ogni passaggio ha aggiunto qualcosa senza togliere ciò che c’era prima.

Gabriele spiega che sua nonna Maddalena è stata la vera innovatrice di questa storia, fin dagli anni del dopoguerra: una donna che aveva capito prima degli altri che il vino da solo non bastava, che bisognava raccontarlo, farlo vivere, portare le persone qui a toccarlo con mano. Suo padre Giovanni, nato nel 1951 e quarta generazione dell’azienda, ha continuato su quella scia: ha viaggiato, ha guardato cosa facevano gli altri, ha portato nuove varietà di vite — Grignolino, Freisa, Bonarda, Dolcetto, Brachetto, Cortese, Chardonnay — senza però snaturare il carattere dell’azienda. Ha restaurato il cascinale, avviato l’attività ricettiva.

Nel 2008 è toccato alla quinta generazione prendere le redini. Gabriele, Milena e Raffaele — il più giovane, quello che aveva fatto enologia e che si occupava dell’accoglienza in cantina — si sono trovati a gestire un patrimonio importante, con tutto il peso e tutto il privilegio che questo comporta. Hanno ampliato il vigneto fino a 18 ettari, introdotto l’Albarossa, installato l’impianto fotovoltaico perché, come dice Gabriele senza retorica, “era la cosa giusta da fare.” Non perché fosse trendy. Prima ancora che diventasse obbligatorio parlare di sostenibilità, i Cotto avevano già fatto i conti con la propria responsabilità verso il territorio.

Quello che non si trova altrove: tutto in un posto solo

Se si dovesse spiegare GranCollina a qualcuno che non la conosce, il punto di partenza sarebbe questo: è un posto dove in pochi ettari succede tutto quello che normalmente richiede un giro di chilometri. Il vigneto è lì. La cantina è lì. L’allevamento di Fassona Piemontese — circa centoventi bovini iscritti all’APA e al COALVI — è lì. L’agrimacelleria aperta nel 1996 è lì. Le camere per dormire, l’area camper, il ristorante. Tutto nello stesso posto, tutto prodotto in casa, tutto collegato da una coerenza che non è stata pianificata a tavolino ma è cresciuta organicamente, aggiungendo un pezzo alla volta quando aveva senso farlo.

“Abbiamo cercato di costruire qualcosa di completo, non di grande,” dice Gabriele. È una distinzione che vale la pena sottolineare, perché rispecchia un modo di intendere l’impresa che ha radici precise: non la crescita come fine, ma la qualità dell’esperienza come bussola.

Nel 2001 aprono le prime camere e l’area camper, perché i visitatori arrivavano già e valeva la pena trattenerli. Nel 2012 decollano le wine experience strutturate, perché la cantina meritava di essere raccontata da chi la conosce davvero. Nel 2018 apre l’Agrivineria, il ristorante, che chiude il cerchio: adesso il visitatore che arriva la mattina per la visita in cantina può finire la sera a cena senza mai uscire dall’azienda. Nel 2019 nasce il ranch semi-brado, un ettaro e mezzo dove toro, vacche e vitellini vivono insieme tutto l’anno: una scelta che nasce dal rispetto per gli animali, non da calcoli di immagine.

Ogni anno un passo. Nessun salto.

La cantina, le botti e un bicchiere che sa di storia

La wine experience di GranCollina non è una cosa che si racconta bene senza averla fatta. Ma ci si può provare.

Si comincia dalla Tavernetta: un ambiente basso e caldo, arredato con i mobili e gli oggetti accumulati da più generazioni, quella che una volta era la stalla della cascina. Da lì si entra in cantina, dove l’aria è fresca anche d’estate e le botti di legno — cinque, che ospitano Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e Bonarda — si presentano con quella severità silenziosa che hanno certi oggetti che fanno il loro lavoro da decenni. Il resto della produzione riposa in acciaio e vetroresina, materiali che in GranCollina usano da sempre, parte di una tradizione che si è adattata senza rinnegare se stessa.

La visita dura circa cinquanta minuti. Gabriele — oggi è lui a condurla, dopo la perdita di Raffaele — racconta il vino spillandolo direttamente dalle botti: non lo presenta, non lo performa, lo spiega. C’è la storia della famiglia, c’è il processo di vinificazione, ci sono i vitigni e le loro caratteristiche. Poi si va al tavolo in Agrivineria con una merenda sinoira: gli affettati dell’agrimacelleria di casa, il pane, i formaggi. Diciotto euro, visita inclusa.

Per chi vuole fare il salto in qualità, la wine experience completa con pranzo o cena vale quaranta euro: tre antipasti, un primo, un secondo, il dolce. Menù fisso, ingredienti dell’azienda, cucina piemontese senza invenzioni inutili.

“Non abbiamo inventato niente di straordinario,” dice Gabriele. “Abbiamo fatto le cose per bene, con quello che abbiamo. E la gente lo sente.”

È una frase che potrebbe sembrare modestia di circostanza, ma non lo è. Le recensioni di chi è passato da GranCollina restituiscono sempre le stesse parole: familiare, genuino, autentico. Non è il caso. È il risultato di una scelta precisa: non fingere di essere qualcosa che non si è.

Gabriele Cotto: il manager che ha imparato il vino dalla nonna

Laurea in Business Administration all’Università di Torino, studi di ragioneria prima. Gabriele Cotto è il tipo di imprenditore che sa fare un piano industriale e sa anche passare in cantina quando serve, perché il vino lo ha imparato non dai libri ma da sua nonna Maddalena e da suo padre Giovanni, in anni di visite, osservazioni, domande.

Oggi si occupa dell’azienda in modo totale: gestione del vigneto, produzione del vino, consegne, parte commerciale, burocrazia, social media, back office, fornitori, personale. Non è una lista per impressionare: è semplicemente quello che richiede tenere in piedi una realtà come GranCollina quando si è in pochi e si vuole fare le cose bene.

“Mi considero una persona molto empatica,” dice. “Riesco a creare aggregazione con i miei collaboratori. In un mercato del lavoro molto difficile, credo di essere sia un po’ fortunato ma anche capace di valorizzare ogni singolo lavoratore, di farlo sentire parte di qualcosa.”

È una riflessione che rivela molto di come Gabriele intende la leadership: non come controllo, ma come cura. Non come gerarchia, ma come senso condiviso di appartenenza a un luogo. In un settore, quello dell’agriturismo, dove il turnover del personale è cronico e trovare persone motivate è una sfida costante, questa capacità di tenere le persone legate non è un dettaglio. È un vantaggio competitivo concreto.

La perdita di Raffaele e la forza di andare avanti

Ci sono cose che non si possono raccontare senza un certo rispetto per il silenzio che le circonda. La morte di Raffaele Cotto, il più giovane dei tre fratelli, è una di queste. È successa l’anno scorso, in modo improvviso e scioccante, lasciando la famiglia in uno stato di shock da cui si sta ancora lentamente rialzando.

Raffaele era l’anima dell’accoglienza di GranCollina. Aveva studiato enologia, conosceva la cantina meglio di chiunque altro, aveva costruito il modo in cui l’azienda si presentava ai visitatori. Era il volto che i turisti incontravano all’inizio del tour e ricordavano alla fine.

Gabriele parla di suo fratello con la misura di chi ha imparato che certi dolori non si archiviano, si portano. “C’è una profonda cicatrice,” dice. “Dopo un anno di shock, stiamo provando piano piano a risollevarci.”

I genitori, Giovanni e Liliana, sono tornati in prima linea: accoglienza, gestione degli ospiti, quel calore familiare che è sempre stato il marchio di GranCollina. Gabriele ha preso su di sé anche i tour in cantina. L’azienda non si è fermata. Non perché il lavoro sia più importante del dolore, ma perché il lavoro, in certi frangenti, è il modo in cui si continua ad andare avanti senza perdere il filo.

È forse il capitolo più difficile di questa storia. Ed è anche quello che la rende più vera.

Le Terre Alfieri e il senso di fare rete

GranCollina non esiste in isolamento. Gabriele è convinto che il futuro del territorio passi dalla capacità di fare sistema, non dalla competizione tra le singole realtà. Per questo l’azienda è associata all’Enoteca Regionale delle Terre Alfieri, con l’obiettivo dichiarato di promuovere insieme le eccellenze di un territorio che merita più visibilità di quanta ne abbia oggi.

Le Terre Alfieri stanno al confine tra le aree più famose del vino piemontese — le Langhe, il Monferrato, il Roero — senza appartenere completamente a nessuna di esse. È una posizione geografica che potrebbe sembrare uno svantaggio, e invece è un’identità. Un carattere specifico, fatto di colline meno scenografiche ma altrettanto generose, di vini meno celebrati ma spesso sorprendenti, di un turismo ancora a misura umana che non si è ancora lasciato travolgere dalle logiche dell’industria.

GranCollina è uno degli argomenti migliori per venire qui.

Cosa si trova davvero, arrivando a San Damiano d’Asti

I vigneti della Barbera del Monferrato DOC, del Grignolino d’Asti DOC, del Nebbiolo d’Alba DOC. Il Brachetto, il Dolcetto, il Cortese, l’Arneis — vitigni che raccontano ciascuno una sfumatura diversa di questa terra. E poi l’Albarossa, vitigno di grande avvenire che la quinta generazione ha introdotto con convinzione, un vino dalle caratteristiche qualitative alte che nei prossimi anni si farà sentire.

La Fassona Piemontese dell’agrimacelleria: una razza bovina autoctona, magra e pregiata, allevata in casa e trasformata direttamente. La cucina dell’Agrivineria, che parte da questi ingredienti e non se ne allontana.

Le camere per soggiornare, l’area camper per chi preferisce la tenda o il camper e vuole svegliarsi tra le colline senza correre da nessuna parte. La sauna, la terrazza, lo spazio per i bambini — i servizi di un agriturismo che pensa all’ospite in modo completo, senza ostentazione.

E poi, soprattutto, le persone. Giovanni e Liliana che accolgono come farebbero in casa propria, perché in fondo è casa loro. Gabriele che racconta la cantina con la competenza di chi ci ha passato una vita, non solo i corsi. Milena che gestisce la cucina con quella serietà discreta che si riconosce nelle cose buone.

“Il pregio maggiore di me, della mia famiglia e della mia azienda,” dice Gabriele, “è la cordialità e l’ospitalità tramandata dai nonni. Riusciamo a far sentire alle persone quel calore umano che molte volte, in aziende anche più quotate, viene a mancare.”

È la frase che, più di qualsiasi altra, riassume GranCollina. Non è una promessa di marketing. È una descrizione precisa di ciò che accade quando si arriva qui: ci si sente accolti, non gestiti. Ospiti, non clienti.

Venite a vederlo di persona

Se state cercando un posto dove il vino si beve dalla botte e il pasto arriva dall’allevamento che vedete fuori dalla finestra; se volete capire come si fa a tenere in piedi un’azienda agricola complessa con il carattere di una piccola impresa familiare; se avete voglia di fermarvi qualche giorno in un angolo di Piemonte che non ha ancora perso la sua misura — GranCollina fa al caso vostro.

Le wine experience sono disponibili dal lunedì alla domenica, con diversi orari. La prenotazione è consigliata, soprattutto nel fine settimana.

Trovate tutto su www.grancollina.com, oppure su Instagram @agriturismo_grancollina, su Facebook La GranCollina. Per prenotare un tavolo potete usare anche TheFork.

Andate. Fatevi raccontare questa storia da chi la vive ogni giorno. Certe esperienze non si trovano cercandole — si trovano arrivando nel posto giusto al momento giusto. GranCollina, a San Damiano d’Asti, è esattamente quel posto.

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