17.8 C
Milano
mercoledì, Ottobre 14, 2026

N.1 Leadership Magazine

© AM, LTD. All rights reserved. Saliremo® is a registered company.

Il Bias del Successo: Perché i Leader Falliscono Proprio Quando Vincono

Più Letti

Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Nel 2019, Adam Neumann era l’uomo del momento. La sua WeWork valeva 47 miliardi di dollari e stava per sbarcare a Wall Street con quella che prometteva di essere una delle IPO più clamorose del decennio. Nove mesi dopo, l’azienda era crollata, Neumann era stato cacciato e quella valutazione si era polverizzata. Oggi WeWork è in bancarotta.

La storia di Neumann viene raccontata come il classico caso di hubris tecnologica, l’arroganza della Silicon Valley portata all’estremo. Ma se guardiamo più da vicino, scopriamo qualcosa di diverso. Quello che è successo a WeWork non è un’eccezione riservata ai miliardari visionari. È uno schema che si ripete ogni giorno, su scale diverse, in migliaia di attività italiane. La pizzeria che dopo due anni di sold-out decide di aprire altre tre sedi in sei mesi. Il negozio di abbigliamento che raddoppia gli ordini perché “tanto va tutto a ruba”. Lo studio professionale che assume cinque persone nuove perché “il telefono squilla sempre”.

Il problema? Il successo iniziale nasconde una trappola. E più funziona, più la trappola diventa invisibile. Fino a quando scatta.

Gli studi lo confermano con una precisione che fa quasi paura. Secondo una ricerca su 200 bilanci di PMI italiane condotta nel 2023, il 38% delle attività che hanno chiuso i battenti aveva attraversato un periodo di forte crescita nei primi anni. Non sono fallite nonostante quel successo. Sono fallite proprio a causa di quel successo.

Quando il successo diventa il peggior consigliere

Prendiamo i numeri e guardiamoli con attenzione. Quei 200 bilanci analizzati raccontano una storia precisa: i titolari che avevano registrato crescite superiori al 20% nei primi tre anni tendevano poi a sottostimare i rischi del 30-40% nelle decisioni successive. Non è un caso isolato. È un pattern che si ripete con regolarità quasi matematica.

Cosa succede nel cervello di un imprenditore quando le cose vanno bene? Succede che inizia a raccontarsi una storia. Una storia semplice, rassicurante, quasi sempre sbagliata. “Sono bravo. Ho capito il mercato. So cosa funziona.” Il problema è che questa narrazione è costruita su una distorsione della realtà.

Il successo di un’attività dipende da decine di variabili che spesso non controlliamo. Il timing giusto. Un concorrente che chiude proprio in quel momento. Un trend che per qualche mese va nella nostra direzione. La fortuna di intercettare un bisogno prima degli altri. Ma il nostro cervello non ragiona così. Semplifica. Attribuisce il merito esclusivamente alle nostre scelte, alle nostre capacità. Gli psicologi chiamano questo meccanismo “self-serving bias”, il pregiudizio dell’autocompiacimento. In italiano potremmo tradurlo più semplicemente: quando vinciamo, il merito è nostro; quando perdiamo, è colpa degli altri.

C’è un commercialista che lavora con ristoratori nella zona di Roma, gestisce una quarantina di clienti da quindici anni. “Vedo sempre lo stesso copione,” racconta. “Un locale apre, il primo anno va benissimo. La gente è curiosa, il locale è nuovo, c’è il passaparola. Il titolare pensa di aver trovato la ricetta magica. E cosa fa? Apre un secondo locale identico in un’altra zona, convinto che basti replicare. Non considera che la zona è diversa, i clienti sono diversi, la concorrenza è diversa. Il secondo locale affonda. E spesso trascina giù anche il primo, perché ha assorbito risorse, energie, attenzione.”

I dati dell’Osservatorio sul fallimento aziendale sono spietati: oltre il 40% delle attività commerciali che aprono una seconda sede entro i primi tre anni finiscono per chiudere entrambe le sedi entro altri due anni. L’espansione rapida, quella che sembra il segno naturale del successo, diventa in realtà un moltiplicatore di rischio. Ma questo lo si capisce solo dopo. Nel momento in cui si decide, sembra tutto ovvio, quasi scontato.

La trappola dell’esperienza

L’overconfidence bias, l’eccesso di fiducia in se stessi, non è quello che pensiamo. Non è un difetto di carattere, non è arroganza, non è mancanza di intelligenza. È un meccanismo che scatta nel cervello di chiunque, indipendentemente da quanto si è intelligenti o preparati. Anzi, c’è un paradosso che la ricerca ha dimostrato ripetutamente: colpisce di più chi ha già ottenuto risultati.

Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, ha dedicato decenni di studi a questo fenomeno. I suoi esperimenti hanno mostrato qualcosa di controintuitivo: i professionisti più esperti sono spesso i più vulnerabili all’eccesso di fiducia. Proprio perché hanno una storia di successi alle spalle, tendono a sovrastimare la loro capacità di prevedere cosa succederà in futuro.

Nelle piccole attività italiane questo si traduce in errori concreti, misurabili, costosi. Un’indagine su 150 titolari di negozi e ristoranti ha fatto emergere un dato quasi imbarazzante: il 67% sottostima sistematicamente i tempi necessari per realizzare nuovi progetti. “Tre mesi per ristrutturare il locale” diventano otto mesi. “Con 30.000 euro sistemiamo tutto” si trasformano in 65.000 euro. Questo fenomeno ha persino un nome nella letteratura psicologica: planning fallacy, la fallacia della pianificazione.

Ma c’è un secondo meccanismo ancora più subdolo. Si chiama confirmation bias, il bias di conferma. Funziona così: quando una strategia ha funzionato una volta, il nostro cervello inizia a cercare solo le informazioni che dimostrano che continuerà a funzionare. Ignora tutto il resto.

Facciamo un esempio pratico. Un titolare di palestra ha avuto successo puntando sui corsi di gruppo. Va benissimo per due anni. Intanto, però, il mercato cambia. C’è una crescente domanda di allenamento personalizzato, one-to-one. Ma lui non la vede. O meglio, la vede ma la ignora. Legge solo gli articoli che parlano del boom del fitness di gruppo. Nota solo i clienti soddisfatti dei corsi. Interpreta ogni dato in modo da confermare la sua visione. Quando finalmente si accorge che la realtà è cambiata, è tardi.

Una consulente specializzata in retail che lavora con piccole catene di negozi lo vede tutti i giorni. “Il problema non è che non hanno i dati. Oggi tutti hanno Google Analytics, tutti hanno i numeri delle vendite, tutti sanno quanti clienti entrano e quanti comprano. Il problema è che guardano solo i dati che confermano quello che vogliono credere. È come se avessero un filtro automatico: passa solo quello che fa stare tranquilli.”

Qui viene il bello. Una meta-analisi del 2024 su 199 studi ha prodotto un risultato che suona quasi paradossale: l’overconfidence può essere benefica per la performance aziendale. A certe condizioni. Serve un po’ di eccesso di fiducia per prendere decisioni coraggiose, per innovare, per osare. Il punto è che il confine tra la fiducia necessaria e l’arroganza distruttiva è sottile come un foglio di carta. E quando lo superi, spesso non te ne accorgi nemmeno.

Piccole decisioni, grandi conseguenze

Ogni giorno, in migliaia di attività sparse per l’Italia, si prendono decisioni che sembrano razionali ma sono guidate da questi meccanismi invisibili. Il titolare del negozio di abbigliamento che ordina la stessa quantità di merce dell’anno scorso “perché ha sempre funzionato”. Il proprietario del bar che rifiuta di mettere il POS contactless perché “i miei clienti preferiscono i contanti”, basandosi sui tre o quattro clienti più anziani che conosce meglio e dimenticando i trenta trentenni che entrano ogni mattina di corsa.

Questi non sono errori casuali. Sono pattern che si ripetono con una regolarità impressionante. Gli psicologi li hanno studiati, catalogati, dato loro dei nomi. L’euristica della disponibilità, per esempio, ci fa sovrastimare la probabilità di eventi che ricordiamo facilmente. Se un fornitore ti ha fregato una volta in modo clamoroso, tenderai a pensare che tutti i fornitori siano inaffidabili, anche quando i numeri dimostrano il contrario.

Un dato che fa riflettere: quando i titolari di PMI italiane devono decidere se investire in marketing digitale, il 73% basa la scelta su “intuizioni” o sull’esperienza di un conoscente. Non sui dati del proprio settore, non su un’analisi dei competitor, non su test preliminari. Intuizioni. Il risultato? Budget buttati in attività che non portano nulla, oppure opportunità perse perché si è stati troppo prudenti.

C’è poi il bias dello status quo, particolarmente dannoso. “Abbiamo sempre fatto così” è una delle frasi più pericolose che si possano pronunciare in un’azienda. Diventa una giustificazione per non cambiare, anche quando tutti gli indicatori urlano che il vecchio modello non funziona più. Questo bias è rafforzato da un altro meccanismo: l’avversione alle perdite. Preferiamo sbagliare per inerzia piuttosto che sbagliare per aver provato qualcosa di nuovo. Perché nel secondo caso ci sentiremmo responsabili, nel primo possiamo sempre dire “era imprevedibile”.

Quando il potere va alla testa

C’è un momento preciso nella vita di un’attività di successo. Un momento in cui il titolare inizia a sentire di avere tutto sotto controllo. Le vendite crescono mese dopo mese, i clienti sono soddisfatti, il team funziona. È precisamente in quel momento che si innesca qualcosa di pericoloso. Gli psichiatri la chiamano “sindrome di hubris”, l’intossicazione da potere.

Non serve essere Elon Musk o Jeff Bezos per sviluppare questa sindrome. Basta essere il proprietario di una pizzeria che ha aperto tre sedi in cinque anni. O il titolare di uno studio di commercialisti che è passato da due a dodici dipendenti. I segnali sono sempre gli stessi, indipendentemente dalla scala.

Si smette di ascoltare i consigli. “Loro non capiscono la mia visione.” Si inizia a circondarsi solo di persone che dicono sempre di sì. Le decisioni diventano sempre più rischiose, sempre più grandi, sempre più veloci. Si sviluppa una convinzione profonda: gli errori li fanno gli altri, io no.

David Owen, uno psichiatra britannico che ha studiato questa sindrome per anni, ha identificato sette caratteristiche ricorrenti. Tradotte nel contesto delle piccole attività italiane, significano: ignorare sistematicamente i feedback negativi dei dipendenti, trattare i collaboratori con crescente superiorità, identificarsi totalmente con l’attività fino a confondere la propria identità con quella del business, perdere la capacità di fare piani realistici, sviluppare un senso di invincibilità personale.

C’è un dettaglio interessante negli studi di Owen: questa sindrome non è permanente. Si sviluppa dopo successi importanti e tende a ridursi quando si perde potere o si affrontano difficoltà serie. Questo spiega perché molti imprenditori che hanno fallito con la prima attività ottengono più successo con la seconda. Hanno perso l’arroganza lungo la strada. Hanno recuperato l’umiltà, quella capacità di dubitare di se stessi che paradossalmente è la chiave per prendere decisioni migliori.

I segnali che nessuno vuole vedere

Quando WeWork è crollata, ha perso il 99% del suo valore in meno di due anni. Ma chi ha letto i bilanci pubblici prima del disastro ha visto tutto in anticipo. Perdite superiori ai ricavi. Debiti per 18 miliardi di dollari. Un modello di business che funzionava solo in un contesto irreale: tassi d’interesse a zero per sempre e crescita infinita. Gli investitori hanno ignorato questi segnali lampanti perché avevano scelto di credere nella “visione” di Neumann.

La stessa identica dinamica si ripete in scala ridotta ogni giorno. I dati ci sono, sono visibili, sono misurabili. Ma vengono ignorati perché contraddicono la storia che ci stiamo raccontando. Un ristoratore vede il margine netto scendere dal 15% all’8% in due anni. Non pensa che forse il modello non funziona più. Pensa che sia una fase temporanea, che basti resistere, che prima o poi tornerà tutto come prima.

C’è uno studio fatto nel Nord Italia su 180 fallimenti di attività commerciali nel periodo 2021-2024 che fa venire i brividi. Nell’87% dei casi, i segnali di difficoltà erano chiari almeno 18 mesi prima della chiusura. Margini in calo costante. Turnover dei dipendenti in aumento. Clienti storici che se ne vanno. Recensioni negative che si accumulano. Eppure, nel 72% dei casi, i titolari non hanno modificato la strategia fino all’ultimo momento, quando ormai era troppo tardi per fare qualcosa.

Questo fenomeno ha un nome: escalation of commitment, l’escalation dell’impegno. Funziona così: più hai investito in una direzione, più diventa psicologicamente difficile ammettere che era sbagliata e cambiare rotta. È lo stesso meccanismo che porta un giocatore a continuare a puntare al casinò per “recuperare” le perdite. Razionalmente sai che stai peggiorando le cose, ma emotivamente non riesci a fermarti.

Un commercialista specializzato in crisi d’impresa lo racconta con una frase che suona quasi comica, se non fosse tragica: “Quando arrivo in un’azienda in difficoltà, la prima cosa che mi dicono è sempre: ‘Ma se solo avessimo ancora sei mesi’. Il problema è che sei mesi fa avevano già tutti i segnali per cambiare direzione. Semplicemente non li hanno voluti vedere. E sei mesi prima ancora, lo stesso. È come guardare qualcuno che cammina verso un burrone con gli occhi bendati e si rifiuta di togliersi la benda.”

Quanto costa davvero l’eccesso di fiducia

Traduciamo tutto questo in soldi. Una ricerca su 200 attività commerciali ha quantificato che l’overconfidence costa in media tra il 15% e il 20% della marginalità annua. Non sono numeri astratti. Sono soldi veri che escono dalla cassa per investimenti sbagliati, espansioni premature, tecnologie ignorate fino a quando diventa troppo tardi, costi sistematicamente sottovalutati.

La ristorazione è uno dei settori dove questo fenomeno colpisce più duramente. Il tasso di fallimento nei primi cinque anni supera il 60%. E gli studi dimostrano che la causa principale non è la qualità del cibo. È l’errore di valutazione sistematico. Sottostimare i costi di gestione. Sovrastimare il numero di clienti. Credere che basti “fare buon cibo” senza curarsi di marketing, servizio, gestione finanziaria, controllo dei costi.

Ma qui c’è un paradosso che vale la pena capire. Gli imprenditori che hanno troppa poca fiducia in se stessi non aprono mai l’attività. Quelli che ne hanno troppa la aprono ma poi la chiudono. Il livello ottimale di fiducia è una zona grigia difficilissima da individuare. Serve coraggio per rischiare i propri soldi e il proprio tempo. Ma serve anche realismo per gestire quel rischio giorno dopo giorno.

Le neuroscienze stanno iniziando a spiegare cosa succede nel cervello quando otteniamo successo. Studi recenti del 2025 mostrano che il potere e i risultati positivi alterano i livelli ormonali, in particolare testosterone e cortisol. L’adrenalina che scatta quando chiudi un grande contratto, quando apri la seconda sede, quando vedi la fila fuori dal tuo locale, crea una specie di dipendenza fisiologica. Il cervello inizia a cercare quel brivido, quella sensazione. E per ottenerla serve puntare sempre più in alto, rischiare sempre di più. Anche quando la parte razionale del cervello dovrebbe suggerire prudenza.

Come uscirne vivi

Essere consapevoli del problema è un primo passo, ma non basta. Servono strumenti pratici, processi concreti che si possano applicare davvero. Le aziende che riescono a crescere senza implodere hanno tutte alcune caratteristiche comuni.

Prima di prendere una decisione importante, vale la pena fermarsi cinque minuti e farsi una domanda scomoda: “E se stessi sbagliando? Quali dati potrebbero dimostrare che questa decisione è completamente errata?” Sembra banale, ma questo esercizio – che ha un nome tecnico, “pre-mortem analysis” – costringe il cervello a fare qualcosa che non viene naturale: cercare attivamente prove contrarie invece di cercare solo conferme.

I team più efficaci hanno rituali settimanali dove ogni persona deve evidenziare un potenziale errore di valutazione nelle decisioni recenti. Non per accusare qualcuno, non per trovare un colpevole. Solo per costruire consapevolezza collettiva. La regola è rigida: quando qualcuno fa notare un bias, la risposta non può essere “sì, ma…”. Deve essere “hai ragione, come possiamo correggere?”

Un trucco particolarmente utile per le piccole attività è questo: identificare tre metriche che misurano il contrario del successo. Se hai un negozio, non guardare solo le vendite. Guarda il tasso di reso, il numero di clienti che comprano una volta sola e non tornano mai, le recensioni negative. Queste metriche scomode spesso dicono la verità più delle metriche positive.

La diversità di prospettive non è politically correct, è sopravvivenza. Un titolare che si circonda solo di dipendenti che annuiscono a tutto sta costruendo una bolla destinata a scoppiare. Serve qualcuno che possa dire “questa idea è pessima” senza essere licenziato il giorno dopo. Serve qualcuno con un background diverso, con esperienze diverse, che guarda il problema da un’angolazione completamente differente.

Alcune attività hanno adottato una pratica semplice ma potente: ogni decisione importante viene scritta su un documento con le ipotesi su cui si basa. “Apriamo la seconda sede perché assumiamo che X, Y e Z”. Dopo sei mesi, si rilegge quel documento e si confronta con la realtà. Questo esercizio di calibrazione progressiva fa miracoli nel ridurre l’overconfidence.

Il dilemma di chi deve decidere

Nel 2020, PwC ha pubblicato uno studio sui paradossi che affliggono i leader moderni. Sei paradossi che suonano quasi come indovinelli zen. Bisogna guardare al futuro senza perdere di vista il presente. Essere radicati nel territorio ma connessi al mondo. Rispettare la tradizione ma innovare. Mostrare vulnerabilità ma ispirare fiducia. Mantenere l’integrità in ambienti dove tutti fanno compromessi. Avere competenze tecniche ma anche saper parlare alle persone.

Per chi gestisce una piccola attività italiana, questi paradossi sono pane quotidiano. Il titolare di una bottega artigiana deve preservare le tecniche tramandate da generazioni, quelle che rendono unico il suo prodotto. Ma deve anche essere su Instagram, vendere online, rispondere ai messaggi su WhatsApp alle dieci di sera. Deve essere il leader che trascina il team, quello che ha sempre la risposta giusta. Ma deve anche saper dire “non lo so” e chiedere aiuto quando serve.

Amy Edmondson, professoressa di Harvard che studia questi temi da anni, ha coniato un’espressione bellissima: i leader di successo devono essere “confidentemente umili”. Sicuri della loro capacità di imparare, consapevoli dei limiti di quello che sanno ora. È probabilmente il concetto più difficile da interiorizzare per chi ha costruito qualcosa di suo.

Il successo ti convince di aver capito tutto. E quando pensi di aver capito tutto, smetti di fare domande. Quando smetti di fare domande, smetti di imparare. Quando smetti di imparare, in un mercato che cambia continuamente, stai iniziando a morire. Solo che non te ne accorgi finché non è troppo tardi.

La lezione che nessuno vuole imparare

La storia di WeWork è estrema, ma il meccanismo è lo stesso che opera ogni giorno in migliaia di attività più piccole. Adam Neumann diceva che voleva “elevare la coscienza del mondo”, che avrebbe “risolto il problema degli orfani”, che sarebbe diventato il primo trilionario della storia. Quando i numeri mostravano chiaramente che l’azienda perdeva più di quanto guadagnava, lui continuava ad espandersi perché era convinto che il modello avrebbe funzionato “in scala”. Aveva ragione su una cosa: il modello poteva funzionare in scala. Aveva torto su tutto il resto.

Il confine tra visionario e illuso è sottile come un filo di ragnatela. Steve Jobs era considerato arrogante, testardo, eccessivamente sicuro di sé. Jeff Bezos ha preso decisioni che all’epoca sembravano pazzesche. La differenza tra questi successi e il disastro di WeWork non sta nell’assenza di overconfidence – ce n’era in tutti i casi, eccome. Sta nella capacità di mantenere un ancoraggio con la realtà, di ascoltare davvero quello che dice il mercato, di avere sistemi di controllo che impediscano all’ego di prendere completamente il sopravvento.

Per una piccola attività italiana, questo si traduce in qualcosa di molto concreto: costruire una cultura dove il successo non diventa mai un’autorizzazione a smettere di imparare. Celebrare le vittorie, certo. Ma poi analizzare freddamente cosa è andato bene e perché. Essere orgogliosi dei risultati, ma rimanere umili di fronte alla complessità del mercato.

C’è un titolare di una catena di gelaterie in Emilia-Romagna che ha una pratica interessante. Ogni volta che apre un nuovo punto vendita, dedica la prima settimana intera a stare dietro al bancone. Serve i clienti, ascolta i commenti, risponde alle richieste. “Non per controllare i dipendenti,” spiega. “Per ricordarmi che non so tutto. Ogni punto vendita è diverso, ha una sua dinamica, una sua clientela. Se penso di poter replicare una formula vincente senza adattarla al contesto specifico, ho già perso.”

Thomas Edison ha detto una frase che tutti citano ma pochi capiscono davvero: “Non ho fallito. Ho solo trovato 10.000 modi che non funzionano.” Questa frase cattura perfettamente il paradosso. Ci voleva una fiducia monumentale per continuare a provare dopo 10.000 fallimenti. Ma ci voleva anche un’umiltà altrettanto grande per riconoscere che quei tentativi erano effettivamente fallimenti, non successi incompresi.

Siamo in un momento storico particolare. Il mercato cambia più velocemente di quanto sia mai cambiato nella storia umana. La tecnologia rivol uziona settori interi in pochi anni. Le abitudini dei consumatori si trasformano da un giorno all’altro. La concorrenza arriva da direzioni che non avresti mai immaginato. In questo contesto, l’eccesso di fiducia è più pericoloso che mai. Ma è anche, e qui sta il paradosso, più necessario che mai. Serve coraggio per innovare, per investire, per rischiare i propri soldi su un’idea.

Il trucco è trovare quel punto di equilibrio impossibile. Abbastanza fiducia per agire, abbastanza dubbio per rimanere vigili. Abbastanza certezza per decidere, abbastanza umiltà per cambiare idea quando i fatti dimostrano che avevi torto. È un equilibrio che nessuno riesce a mantenere perfettamente, tutto il tempo. Ma la differenza tra chi sopravvive e chi no sta proprio lì: nella capacità di accorgersi quando stai perdendo quell’equilibrio e di correggerti prima che sia troppo tardi.

Il bias del successo non scompare con la consapevolezza. È cablato nella nostra biologia, fa parte di come funziona il cervello umano. Ma può essere gestito, contenuto, trasformato da nemico mortale a compagno scomodo ma gestibile. La differenza tra chi vince e chi perde non sta nell’assenza di questi meccanismi – quelli ce li hanno tutti, dal titolare della pizzeria sotto casa al CEO della Fortune 500. La differenza sta nella capacità di riconoscerli quando scattano, di accettare che esistono, di costruire sistemi e processi per mitigarne gli effetti.

È un lavoro continuo, fastidioso, che va contro ogni istinto naturale. Ma è l’unico modo per far sì che il successo di oggi non si trasformi nel fallimento di domani. E forse, se ci pensiamo bene, è proprio questo il vero segno della maturità imprenditoriale: non credere di essere arrivati, anche quando tutti i numeri dicono che stai vincendo.

Più Articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Per rimanere aggiornato con tutte le ultime notizie sulla Leadership e annunci speciali. Scopri aziende di successo, interviste e molto altro.

- newsletter -spot_img

Ultimi Articoli