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Azienda come casa: i Tornesi e cinque generazioni tra le vigne di Montalcino

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Ci sono aziende che si raccontano con un elenco di ettari, di bottiglie prodotte, di medaglie vinte. E poi ci sono famiglie come i Tornesi, che quando provi a chiedere loro “chi siete” ti rispondono parlando di un nonno, di una terrazza sul Monte Amiata, di un vino che porta il nome di un uomo scomparso. A Montalcino, a poche centinaia di metri dal paese, il podere Le Benducce appartiene alla stessa famiglia dal 1865. Centosessant’anni non sono un dato da mettere in etichetta: sono il motivo per cui, parlando con Maurizio Tornesi, la parola che torna più spesso non è “azienda” ma “casa”.

Tutto parte da un acquisto, quello che Narciso Tornesi fa nell’Ottocento. Da lì la storia scorre come scorrono le generazioni in campagna: senza salti, un padre che insegna al figlio, un figlio che a sua volta insegnerà a chi verrà dopo. Da Narciso a Giuseppe, da Giuseppe a Gino, e infine a Maurizio, che oggi guida l’azienda insieme alla moglie Renata, alla figlia Elisa e alla collaboratrice Valentina. Nel 1967 è Gino a fare il primo passo verso il Brunello vero e proprio, iscrivendo le vigne di famiglia al Consorzio come uno dei soci fondatori, produttore ma non ancora imbottigliatore. Sarà Maurizio, insieme al padre, a chiudere il cerchio: il primo Rosso di Montalcino nasce dalla vendemmia del 1991, il primo Brunello da quella del 1993.

Un mestiere che si impara stando dentro le cose

Maurizio non usa mezzi termini quando gli si chiede di descriversi: “Sono una persona molto tenace e con un carattere forte e autentico.” Non è vanteria, è la fotografia di chi ha passato la vita tra i filari. “Come proprietario i ruoli all’interno dell’azienda sono tanti, soprattutto in vigna, dove tutte le fasi sono importantissime per la crescita dell’uva. Uva bella vuol dire vino ottimo: la vigna e la vendemmia rappresentano l’espressione di tutta l’annata.”

Chiedergli dove abbia imparato il mestiere è quasi superfluo, perché la risposta arriva prima ancora che tu finisca la domanda: da suo padre. “Ho imparato da mio padre Gino tutto quello che so, sulla base della pratica e del lavoro di tutti i giorni.” Niente scuole di enologia raccontate come svolta decisiva, niente romanticismi da manuale: solo stagioni ripetute, un padre che mostra e un figlio che osserva, fino a farlo proprio. È un tipo di apprendimento che oggi, in un mondo che insegue certificazioni e corsi accelerati, suona quasi controcorrente. E forse è proprio per questo che colpisce.

Non manca però la fatica, e Maurizio non la nasconde: “Le difficoltà ci sono state, all’inizio è tutto in salita: investi e ci metti tutto il coraggio, e non sai mai come potrà andare.” Poi, subito dopo, la parte più interessante del discorso, quella che rivela come ragiona un uomo che ha attraversato trent’anni di vendemmie: “Ma cerchi di non pensarci, di essere ottimista, perché ogni anno ha le sue difficoltà.” Non è ottimismo ingenuo. È il modo in cui chi lavora la terra impara a convivere con l’imprevedibile: una grandinata, un’annata troppo calda, un’annata troppo piovosa. Non puoi controllare il cielo, puoi solo decidere come reagirci.

Il vino che porta il nome di un nonno

Tra le tante etichette prodotte dall’azienda, ce n’è una che vale la pena raccontare per prima, perché dice più di ogni altra cosa chi sono i Tornesi. Si chiama Gino, come il padre di Maurizio, ed è ricavato dal Ciliegiolo, uno degli uvaggi tipici di questa zona di Toscana. “Il nostro Ciliegiolo si chiama Gino in onore di un uomo per noi straordinario, che ci ricorda le nostre origini”, raccontano in famiglia. Non è un’operazione di marketing travestita da omaggio: è quello che succede quando un’azienda agricola è, prima di tutto, una famiglia che non ha mai smesso di vivere sotto lo stesso tetto e di lavorare la stessa terra.

Il resto della produzione racconta la stessa storia da angolazioni diverse. Il Brunello di Montalcino e la sua Riserva, il Brunello “Benducce” che prende il nome dal podere di famiglia, il Rosso di Montalcino, l’IGT Le Benducce, il Benducce 570, la Brezza Divino bianco toscano, e poi la Grappa di Brunello, il Vinsanto e un olio extravergine d’oliva che completa un catalogo pensato per raccontare ogni sfumatura di questa terra, senza disperdersi in mille direzioni diverse.

Cinque ettari divisi in due mondi

I vigneti dei Tornesi occupano cinque ettari, distribuiti tra il podere Le Benducce e la zona di Castelnuovo dell’Abate. Quattro sono coltivati a Sangiovese, il vitigno che a Montalcino è quasi sinonimo di identità, mentre l’ettaro restante è diviso tra Ciliegiolo e Malvasia bianca. Ma il dettaglio che racconta meglio la filosofia dell’azienda è un altro: le vigne si trovano in due zone completamente diverse per altitudine, esposizione e composizione del terreno, e questo, più che un limite, è diventato una risorsa.

Le vigne a circa 300 metri sul livello del mare danno vini più strutturati; quelle intorno ai 600 metri regalano vini più eleganti e profumati. È come avere due vigneti che raccontano due storie diverse della stessa terra. I terreni, fatti soprattutto di galestro e sasso, garantiscono un drenaggio naturale, mentre la vicinanza al mare da un lato e al Monte Amiata dall’altro crea un microclima che gli agronomi definirebbero “favorevole” e che chi lavora lì da tre generazioni definisce più semplicemente “casa”.

Il metodo di lavoro segue la stessa logica di rispetto: concimazioni organiche, nessun uso di diserbanti, e una scelta precisa di mantenere parte dei vigneti a terrazzamento, come voleva la tradizione toscana più antica, quella di prima delle macchine. Le lavorazioni legate alla produzione restano manuali. Sono scelte che rallentano tutto, che costano più fatica e più tempo, ma che in famiglia considerano irrinunciabili. Come dicono loro stessi, quasi come un proverbio di casa: il vino rispecchia il carattere del vignaiolo.

Quando il mondo si è fermato

C’è un momento, nel racconto di Maurizio, in cui il tono cambia. Si parla di sviluppo professionale, di quanto sia diventato necessario stare al passo con i tempi, tra nuovi macchinari, nuova burocrazia, nuova tecnologia. E poi arriva la pandemia. “La sfida maggiore è stata durante il periodo della pandemia, perché era un mondo sconosciuto in tutti i sensi, e anche a livello lavorativo non sapevamo cosa potesse succedere: di colpo si è fermato tutto.” Non serve aggiungere altro a questa frase: chiunque abbia vissuto quei mesi sa esattamente di cosa parla Maurizio, e chi lavora nel vino, con vendemmie già in corso e cantine piene, lo sa forse ancora meglio.

Da quell’esperienza, però, è arrivata una lezione che Maurizio porta ancora con sé, e che vale la pena riportare per intero perché ha il valore di un consiglio dato con onestà, non di uno slogan da corso di management: “Consiglio di non mollare, di cercare di reinventarsi, perché le sfide sono sempre dietro l’angolo. Bisogna andare a braccio, non focalizzarsi su una cosa sola, ma vivere momento per momento.” È una frase che, detta da chi gestisce un’azienda vera, con vigne vere e un raccolto che non aspetta nessuno, pesa più di tante teorie sulla resilienza lette sui libri.

Una famiglia, quattro generazioni sotto lo stesso tetto

Chi visita il sito dell’azienda trova, fin dalle prime righe, una descrizione che dice tutto senza bisogno di aggiungere altro: “Elisa Tornesi, con il padre Maurizio, la mamma Renata e la nonna Renata (pure lei!) porta avanti con orgoglio un progetto ambizioso.” Quattro generazioni, due donne con lo stesso nome, un’unica azienda. Non è un dettaglio curioso da mettere in un trafiletto: è la prova che qui la parola “famiglia” non è un concetto astratto ma una condizione quotidiana, fatta di persone che si vedono tutti i giorni, che discutono, che condividono lo stesso lavoro e, spesso, anche le stesse preoccupazioni.

“Integri, tosti e generosi come i loro antenati”: è così che l’azienda stessa si descrive, ed è difficile trovare un’espressione più calzante. Ogni membro della famiglia Tornesi è nato, cresciuto e formato dentro l’attività, contribuendo a farla crescere anno dopo anno. Ed è forse per questo che, quando è arrivato il momento di dare un titolo a questa storia, la scelta è caduta naturalmente su “azienda come casa”: non una metafora di comodo, ma la descrizione più precisa possibile di cosa significhi, per i Tornesi, lavorare la propria terra.

Questa dimensione familiare non resta confinata dentro le mura della cantina, ma si apre a chi arriva da fuori. Oltre alla produzione, l’azienda organizza visite ai vigneti e alla cantina, con degustazioni che si svolgono su una terrazza panoramica affacciata sul Monte Amiata, abbinate ai prodotti tipici della zona. “Per noi la soddisfazione più grande è far sentire le persone parte della nostra famiglia, farli sentire a casa e toccare con mano la nostra passione e dedizione”, raccontano dall’azienda. Dalla terrazza panoramica del Cuculo, che guarda sulla Val d’Orcia e sul Monte Amiata, gli ospiti degustano i vini della casa in un contesto che difficilmente si dimentica: non è solo una vetrina, è un invito a entrare, anche solo per un pomeriggio, in una storia che dura da un secolo e mezzo.

Una cantina nuova, uno spirito antico

Nel 2009 la famiglia ha costruito una nuova cantina, dotata di tutte le attrezzature necessarie per una produzione moderna, ma con una scelta precisa: mantenere una struttura interamente in pietra e sasso, di stile classico e tradizionale. È una decisione che dice molto di come i Tornesi intendano il progresso: non come rottura con il passato, ma come strumento al servizio di un metodo che resta, nella sostanza, quello tramandato da Gino a Maurizio. Le macchine cambiano, la burocrazia si complica, i mercati si aprono a nuove sfide, ma il modo di intendere il lavoro in vigna resta lo stesso.

Quello che si impara guardando una vigna

Non serve essere agricoltori per trovare, in questa storia, qualcosa che parla anche a chi guida un’impresa completamente diversa, magari lontanissima dal mondo del vino. Il modo in cui Gino ha insegnato a Maurizio, e in cui oggi Maurizio lavora fianco a fianco con la figlia Elisa e con Valentina, racconta una forma di leadership che si costruisce nel tempo, senza fretta, trasmettendo esperienza più che regole scritte. Il modo in cui Maurizio parla della pandemia, e del bisogno di “andare a braccio” senza fissarsi su un solo piano, racconta quanto sia importante, in qualunque settore, saper reggere l’incertezza senza farsi paralizzare. E il fatto che un intero vino porti il nome di un nonno racconta quanto conti, per chi costruisce qualcosa di duraturo, non dimenticare mai da dove si è partiti.

Sono lezioni semplici, quasi ovvie a dirle così. Ma bastava passeggiare tra i filari delle Benducce, ascoltare Maurizio raccontare la vendemmia come se fosse ancora un ragazzo che guarda lavorare suo padre, per capire che certe verità, per quanto semplici, restano le più difficili da mettere davvero in pratica.

Il territorio che decide, prima ancora dell’uomo

C’è un’altra cosa che colpisce, parlando con chi lavora la terra da generazioni: la consapevolezza che, alla fine, non è mai solo l’uomo a decidere come sarà un vino. Montalcino è un territorio piccolo ma tutt’altro che uniforme, e i Tornesi lo sanno meglio di chiunque altro, avendo scelto di coltivare due zone tanto diverse tra loro. Non è un caso che, quando si chiede loro di raccontare il proprio lavoro, tornino sempre a parlare di esposizione, di altitudine, di composizione del suolo, prima ancora che di tecniche di cantina. È come se, in famiglia, avessero imparato presto che il vero lavoro del vignaiolo comincia molto prima della vendemmia: comincia nello scegliere dove piantare, cosa piantare, e soprattutto nell’accettare che certe scelte daranno frutti diversi da un anno all’altro, indipendentemente da quanto impegno ci si metta.

È un atteggiamento che, in fondo, è l’esatto opposto della logica industriale che punta a standardizzare tutto, a rendere ogni bottiglia identica alla precedente. I Tornesi sembrano invece muoversi nella direzione contraria: accettare che un’annata sarà diversa dall’altra, che una vigna a 300 metri darà un vino diverso da una a 600, e che proprio in questa varietà si nasconde la ricchezza vera del proprio lavoro. Non tutti i produttori hanno il coraggio di lavorare così: è più facile, e più comodo, cercare l’uniformità. Ma chi visita Le Benducce capisce presto che qui la parola d’ordine non è mai stata comodità.

Il tempo lungo del vino, il tempo lungo delle famiglie

C’è anche un parallelo che viene naturale tracciare, ascoltando questa storia: quello tra il tempo del vino e il tempo delle famiglie che lo producono. Un Brunello, prima di poter essere venduto, deve invecchiare per anni tra botte e bottiglia: un tempo che nessuna tecnologia può accorciare, che va semplicemente rispettato. Allo stesso modo, un’azienda come quella dei Tornesi non si costruisce in una stagione, né in una generazione sola. Serve il tempo di un nonno che pianta, di un padre che innesta la propria esperienza su quella ricevuta, di una figlia che, oggi, porta avanti tutto questo con gli strumenti e la sensibilità della propria epoca.

È forse per questo che, parlando con Maurizio, non si percepisce mai la fretta di arrivare a un risultato immediato. C’è piuttosto la sensazione di chi sta lavorando per qualcosa che durerà oltre la propria vita lavorativa, esattamente come hanno fatto Narciso, Giuseppe e Gino prima di lui. È una prospettiva che, in un mondo abituato a misurare il successo in trimestri e in obiettivi annuali, appare quasi fuori dal tempo. Eppure è proprio questa prospettiva lunga a rendere possibile una storia che dura, ininterrotta, da centosessant’anni.

Un’ultima cosa, prima di salutarvi

Da marzo a ottobre la cantina Tornesi apre le porte a chi vuole conoscere Montalcino da vicino, tra i filari di Sangiovese e la vista sulla Val d’Orcia. Se questa storia vi ha incuriosito, il modo migliore per continuarla è viverla di persona: una visita in vigna, una degustazione sulla terrazza del Cuculo, un calice di Brunello che porta il peso di centosessant’anni di lavoro della stessa famiglia. L’azienda si trova a Le Benducce, a Montalcino, in provincia di Siena, e aspetta chiunque voglia sentirsi, anche solo per un pomeriggio, parte della sua storia.

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