Otto manager su dieci non dovrebbero fare quel mestiere
Julio Velasco lo dice da anni, con quella franchezza che fa male ma serve: “L’allenatore non fa, convince a fare”. L’uomo che ha portato la pallavolo italiana a vincere due mondiali, quattro europei e un argento olimpico, quello che ha appena vinto l’oro alle Olimpiadi di Parigi con la nazionale femminile, quando parla di leadership non sta facendo chiacchiere. Sta raccontando cosa significa davvero guidare persone verso risultati che da soli non potrebbero mai raggiungere.
E la prima cosa che Velasco ha sempre detto nelle sue conferenze sulla leadership è questa: la maggior parte di chi comanda non dovrebbe farlo. Partiamo dai numeri, perché tanto vale togliersi subito il dente. Una ricerca su milioni di manager dice che l’82% viene scelto male. Sbagliato. Non all’altezza. E se questo dato vi sembra astratto, aggiungiamo che solo un manager su dieci ha talento naturale per quel ruolo. Il resto? Improvvisa. E nella maggior parte dei casi, improvvisa male.
Ora, potreste pensare che stiamo parlando di grandi corporation, di multinazionali lontane dalla realtà italiana. Invece no. Stiamo parlando proprio di quel bar sotto casa, della trattoria dove andate il sabato sera, del negozio di alimentari all’angolo. Stiamo parlando delle 5,9 milioni di piccole imprese italiane dove quasi il 30% chiude entro tre anni. E più della metà non arriva al quinto compleanno.
La domanda che nessuno fa è semplice: quanto di questo disastro dipende dal mercato, e quanto da chi dovrebbe guidare ma non sa farlo?
Sei mesi a scavare nei dati che nessuno vuole vedere
Per capirci qualcosa abbiamo passato mesi a incrociare ricerche. Jack Zenger e Joseph Folkman hanno interrogato 30.000 manager attraverso gli occhi di 300.000 loro collaboratori. Altri studi hanno seguito piccole imprese italiane dal momento dell’apertura fino alla chiusura. Abbiamo letto documenti interni di associazioni di categoria che preferirebbero rimanere nel cassetto.
Quello che emerge è un pattern. Sempre lo stesso. Gli errori che ammazzano le attività non sono quelli che pensate. Non è il cuoco che sbaglia una ricetta o il cameriere che fa cadere un piatto. Sono errori invisibili, ripetuti giorno dopo giorno, che nessuno nota finché non è troppo tardi. Zenger e Folkman li chiamano “errori fatali” proprio perché chi li commette non se ne accorge. Per mesi, a volte anni.
Il metodo di ricerca ha ribaltato l’approccio: invece di guardare cosa fanno i manager, hanno guardato cosa non fanno. Le omissioni. I silenzi. Le decisioni che non vengono prese. Quelle sono le vere mine.
Primo errore: credere di aver capito il proprio ruolo
Velasco ha dedicato una vita a spiegare una cosa che sembra ovvia ma che quasi nessuno applica: “Per allenare, devi uccidere il giocatore che è in te”. Traduzione per chi gestisce un’attività : se sei bravo a cucinare, non significa che sai guidare una cucina. Se sei il miglior venditore, non significa che sai gestire un team di vendita. Sono due mestieri completamente diversi.
La maggior parte dei titolari di attività locali non ha la minima idea di cosa significhi guidare altre persone. Sanno cucinare, sanno servire, sanno vendere. Ma guidare? Quello è un altro mestiere, che nessuno gli ha insegnato. E qui casca l’asino: continuano a voler fare tutto loro perché “faccio prima a farlo io che a spiegartelo”. Velasco la definisce la frase che uccide la leadership. Perché lo scopo di chi guida non è fare, ma convincere altri a fare.
Prendiamo il classico passaggio generazionale. Il figlio del titolare diventa il nuovo capo. Ha imparato il mestiere, conosce i fornitori, sa come si fa. Ma sa anche come si motiva una persona? Come si gestisce un conflitto? Come si prende una decisione difficile quando ci sono interessi contrastanti? Nella maggior parte dei casi: no.
L’allenatore argentino, che prima di allenare è stato giocatore e sa di cosa parla, smonta una delle credenze più diffuse. “Se un manager che si occupa di vestiti viene messo a gestire un’azienda di pasta, deve studiare la pasta”. Suona sensato, vero? Sbagliato. Quando ricevi un nuovo incarico, la tua autorevolezza viene pesata nelle prime ore. Non hai il tempo materiale per diventare un esperto tecnico. E la verità è che non serve: l’autorevolezza non viene dalla competenza tecnica, ma da come ti comporti con le persone.
Eppure quanti titolari passano mesi a perfezionare ricette o prodotti, e zero ore a imparare come parlare al proprio team?
Il problema di chi non vede quello che succede davvero
Gli studi più recenti parlano di “deficit percettivo”. Un nome complicato per dire una cosa semplice: non capisci cosa sta succedendo veramente. Vedi quello che vuoi vedere, non quello che c’è.
Esempio pratico. Il ristorante va male. Pochi coperti. Il titolare nota che i clienti entrano, guardano, escono. Conclusione: il locale non è abbastanza bello. Investe quindicimila euro in un restyling. Risultato? Le vendite non cambiano. Perché? Perché il problema non era l’arredamento, ma il fatto che il cameriere principale tratta i clienti con sufficienza e i piatti arrivano freddi.
Questo accade perché sotto stress la nostra capacità di vedere si riduce. Lo dicono le ricerche sulla Situational Awareness: quando sei in ansia, vedi solo quello che ti conferma le tue paure. Il resto sparisce. E nelle piccole attività lo stress è costante: margini stretti, concorrenza spietata, personale che va e viene.
Così il titolare prende decisioni d’impulso. Licenzia il cuoco migliore dopo una serata no. Cambia tutto il menu dopo una recensione negativa su Google. Chiude il lunedì perdendo la clientela fissa del pranzo. Decisioni prese in base a percezioni distorte, non a dati reali.
Quando il titolare ha spento la luce dentro
C’è un errore che passa sotto silenzio ma che distrugge tutto: la mancanza di energia. Il titolare che arriva ogni mattina con la faccia di chi preferirebbe essere ovunque tranne lì. Che risponde a monosillabi. Che trasmette solo stanchezza e frustrazione.
I collaboratori lo notano subito. E reagiscono di conseguenza: spengono anche loro la luce. Fanno il minimo indispensabile. Non propongono niente. Aspettano solo che finisca il turno. Zenger e Folkman hanno scoperto che i peggiori manager vengono descritti dai loro team come “passivi” o “poco entusiasti”. Ma come fai a ispirare qualcuno se per primo tu non credi più in quello che fai?
Nelle piccole attività questo pesa il triplo. Non ci sono uffici HR, bonus strutturati, piani carriera. C’è solo il rapporto diretto. Se quel rapporto è spento, è finita. Un barista che lavora in un posto dove il titolare è sempre cupo, sempre negativo, dopo tre mesi se ne va. O peggio: resta, ma diventa come il capo. E così il clima marcisce.
La sindrome del “si è sempre fatto così”
Altro errore fatale: non avere visione. Più precisamente, avere una visione talmente confusa che nessuno riesce a capire dove si sta andando. Nelle interviste ai collaboratori emerge sempre la stessa cosa: “Non so dove vogliamo arrivare. Non so qual è il piano”.
Il problema è particolarmente grave in Italia, dove molte attività sono ferme agli anni Novanta. Stesso menu da vent’anni. Stessi orari. Stessi fornitori. Zero innovazione. Quando chiedi al titolare “Dove vuoi essere tra cinque anni?”, la risposta è vaga. “Voglio continuare ad andare avanti”. Che non significa niente.
I collaboratori hanno bisogno di un faro, specialmente nei momenti di incertezza. Devono capire dove si sta andando e perché. Ma se il capitano non lo sa nemmeno lui, la nave va alla deriva. E quando arriva la prima tempesta seria, affonda.
L’errore di chi pensa che le emozioni non contino
Il secondo deficit che ammazza le attività è quello emotivo. Traduzione: ignorare completamente che le persone hanno emozioni, e che queste emozioni contano. Parecchio.
Scenario reale. Sabato sera, ristorante pieno. Il cameriere porta una portata al tavolo sbagliato. Errore banale, capita. Il titolare lo vede e gli urla contro davanti a tutti: clienti, colleghi, cucina. Il cameriere si vergogna. Gli altri si spaventano. L’atmosfera diventa tossica.
Cosa succede dopo? Il cameriere migliore, che assisteva alla scena, decide che non vuole lavorare in un posto così. Si licenzia. Gli altri lavorano nell’ansia di essere i prossimi. La qualità del servizio crolla. Le recensioni peggiorano. Clienti che non tornano più.
Tutto questo per cosa? Per un piatto finito al tavolo sbagliato. Il costo reale di quell’errore emotivo del titolare si conta in migliaia di euro. Ma lui non lo vede. Pensa di aver “tenuto la barra dritta”. In realtà ha solo distrutto la fiducia del team.
Il controllo che paralizza, l’assenza che abbandona
Velasco parla spesso di fiducia. “Come si può vincere senza squadra?”, dice. E aggiunge: “Dobbiamo fidarci, in maniera convinta, una sorta di all in da giocatori veri”. Ma per fidarsi davvero serve coraggio. Il coraggio di delegare anche sapendo che all’inizio ci saranno errori. Perché l’errore, ripete Velasco in ogni sua conferenza, è parte del processo di apprendimento.
Due errori opposti, stessa conseguenza disastrosa. C’è il titolare che vuole controllare tutto: ogni ordine ai fornitori deve passare da lui, ogni decisione, ogni spesa. Non si fida di nessuno. Risultato? Il team è paralizzato. Nessuno prende iniziative. Tutto si blocca quando lui non c’è.
Poi c’è l’opposto: quello che delega tutto e sparisce. Scopre dopo sei mesi che il responsabile di sala ha istituito un sistema di mance non dichiarate. O che il magazziniere vende prodotti sottobanco. “Ma io mi fidavo”, dice. No, non ti fidavi: ti disinteressavi. Che è diverso.
Nelle attività familiari italiane il primo tipo è più comune. Il controllo ossessivo mascherato da “senso di responsabilità ”. Ma non è responsabilità , è mancanza di fiducia sistemica. E senza fiducia non costruisci niente. Velasco lo dice chiaramente: un leader deve essere responsabile delle persone, non dei risultati che queste portano. La differenza è enorme.
Parlare tanto, comunicare zero
Paradosso frequente: il titolare comunica continuamente. Manda messaggi, fa chiamate, organizza riunioni. Eppure se chiedi ai collaboratori “Sai tutto quello che ti serve sapere?”, la risposta è no.
I feedback a 360 gradi lo confermano: quasi tutti i dipendenti dicono che il loro manager dovrebbe migliorare come condivide le informazioni. Ma come è possibile, se comunica sempre? Semplice: quantità non è qualità . Parlare non è comunicare.
Esempio. Il titolare annuncia: “Da domani cambiamo tutto”. Ma non spiega perché. Non dice cosa si aspetta dal team. Non ascolta domande o dubbi. Ha comunicato? Tecnicamente sì. Ma ha ottenuto comprensione e adesione? No. Ha solo creato confusione e ansia.
Il deficit comunicativo è il terzo elemento che le ricerche identificano come fatale. E nelle piccole imprese è ancora più grave perché non ci sono strutture formali che compensano. Se la comunicazione diretta tra titolare e team non funziona, non c’è piano B.
L’indecisione che uccide la credibilitÃ
Lunedì: “Puntiamo tutto sul delivery”. Mercoledì: “No, aspetta, meglio rifare il menu”. Venerdì: “In realtà chiudiamo per ristrutturazione”. Settimana dopo: “Era solo un’idea, lasciamo tutto com’è”.
Questa è indecisione mascherata da flessibilità . E ammazza qualsiasi residuo di credibilità . Come fai a seguire qualcuno che cambia idea ogni due giorni? Il team smette di prendere sul serio qualsiasi indicazione, perché “tanto tra due giorni cambia idea”.
Certo, bisogna saper cambiare rotta quando serve. Ma c’è una differenza enorme tra cambiare idea perché hai ottenuto nuove informazioni importanti (e lo spieghi), e cambiare idea perché sei in preda all’ansia. Il primo è leadership, il secondo è debolezza.
Quando l’integrità si sgretola un giorno alla volta
Michele Ferrero, quello della Nutella per capirci, scrisse delle regole di leadership oltre quarant’anni fa. Sono ancora attuali. Una diceva: “Diffidare di chi adula”. Un’altra: “Non prendere decisioni sotto l’influsso dell’ira”. Sembrano ovvietà , ma quanti le rispettano?
L’integrità non si perde tutta insieme. Si sgretola un pezzetto alla volta. Il nipote del titolare arriva sempre in ritardo ma non succede niente. Altri dipendenti vengono puniti per infrazioni minori. Due pesi, due misure. Il team lo nota. E perde fiducia.
Oppure il titolare predica onestà ma poi fa il nero. Chiede impegno ma lui è il primo a mollare quando si fa dura. Dice che conta il merito ma promuove chi gli sta simpatico. Ogni volta che parole e azioni non coincidono, l’autorevolezza perde un pezzo. Finché non resta niente.
Il problema di chi vuole essere amico invece che capo
Errore classico nelle piccole attività : il titolare che vuole essere amico di tutti. Non definisce bene gli obiettivi perché “tanto ci capiamo al volo”. Non dà feedback chiari perché “non voglio creare tensioni”. Non affronta i problemi perché “sono come una famiglia”.
Risultato? Nessuno sa esattamente cosa deve fare. Gli errori si ripetono perché nessuno li corregge. I conflitti covano sotto cenere. E quando esplodono, sono esplosioni devastanti proprio perché trattenute troppo a lungo.
Oppure c’è l’opposto: il titolare troppo distante. Non saluta mai nessuno. Non sa i nomi dei collaboratori. Non ha mai una parola di riconoscimento. In un’officina meccanica, un giovane apprendista ha detto a un ricercatore: “Qui mi salutano ogni mattina e mi chiedono come sto. Nel posto precedente ero invisibile”. Sembra poco, ma cambia tutto.
L’isolamento che uccide
Nelle piccole imprese italiane c’è un problema endemico: l’isolamento. Il titolare del ristorante vede gli altri ristoratori solo come concorrenti. Non parla con loro. Non partecipa ad associazioni. Non chiede consulenze esterne per orgoglio o per risparmiare cinquecento euro.
Risultato? Quando arrivano i problemi, è solo. Non sa a chi chiedere. Ripete gli stessi errori che altri hanno già fatto e risolto. Non sa che esistono soluzioni o strumenti che potrebbero salvarlo. Si affida al “secondo me”, che è la bussola più inaffidabile che esista.
Le ricerche mostrano che i manager più efficaci costruiscono reti. Parlano con colleghi. Chiedono aiuto. Non hanno paura di ammettere di non sapere. Ma nelle piccole attività italiane questo è ancora un tabù. Chiedere aiuto viene visto come debolezza, non come intelligenza.
La trappola del successo passato
Velasco lo ha spiegato bene durante uno dei suoi Leadership Day: “L’errore più comune che fanno gli allenatori ambiziosi è quello di allenare una squadra under 16, proiettandosi mentalmente già in una squadra di Serie A”. Tradotto: confondere le proprie ambizioni personali con l’obiettivo del gruppo. E questo vale per qualsiasi attività .
Studio interessante: hanno analizzato cinquantuno fallimenti aziendali eclatanti. Quasi sempre, a guidare c’era qualcuno che aveva avuto successo in passato. E proprio quel successo era diventato una trappola.
Funziona così: hai aperto dieci anni fa con grande successo. Tutto quello che toccavi funzionava. Adesso pensi di sapere tutto. Non ascolti i segnali che il mercato sta cambiando. Continui a fare le stesse cose che funzionavano prima, ma ora non funzionano più. Ti arrabbi con il mercato che “non capisce”, invece di adattarti.
L’arroganza è il primo sintomo. Prendere decisioni frettolose senza fare domande è il secondo. Equiparare il disaccordo con la slealtà è il terzo. Quando un dipendente dice “forse dovremmo cambiare qualcosa”, il titolare risponde “tu non capisci, si è sempre fatto così e ha sempre funzionato”. E continua dritto verso il baratro.
Velasco parla sempre di “cultura degli alibi”: lo schiacciatore che giustifica l’errore dicendo che la palla gli è stata alzata male, l’alzatore che se la prende con chi ha ricevuto. Ognuno scarica la responsabilità su qualcun altro. Ma un leader vero, dice Velasco, si assume le responsabilità . Sempre. Anche quando delega una decisione, la responsabilità finale è sua.
Chi ci perde davvero
I collaboratori pagano il conto più salato. Lavorano in ambienti dove non si sentono rispettati. Non capiscono gli obiettivi. Non ricevono feedback. Vivono nell’ansia. I migliori se ne vanno appena possono. Restano solo quelli che non hanno alternative. Il turnover arriva al 100% annuo: ogni dodici mesi devi rifare tutto il team. Costo enorme in formazione persa, qualità che crolla, errori che si ripetono.
I clienti subiscono servizio scadente, personale sempre nuovo che sbaglia, qualità altalenante. Provano una volta, non tornano più. Le recensioni peggiorano. Il passaparola diventa negativo.
Il titolare stesso è vittima dei propri errori. Lavora quattordici ore al giorno per risultati sempre peggiori. Non capisce perché i dipendenti non siano motivati “nonostante li pago”. Non comprende perché i clienti non tornino “nonostante il prodotto sia buono”. La frustrazione aumenta, lo stress diventa insostenibile, la salute va a pezzi.
E l’economia locale perde. Quando chiude un’attività per errori evitabili, spariscono posti di lavoro. Il tessuto commerciale si impoverisce. Il territorio diventa meno attraente. I dati Istat dicono che solo il 13,6% delle PMI italiane condivide dati elettronicamente con fornitori o clienti, contro il 23,5% della media europea. Questo gap non è tecnologico: è di leadership.
Cosa si può fare concretamente
Prima cosa: riconoscere che essere bravi nel mestiere tecnico non ti rende automaticamente capace di guidare persone. Un ottimo pizzaiolo può essere un pessimo gestore. Servono competenze diverse. E queste competenze si possono imparare, ma bisogna volerlo fare.
La formazione manageriale per piccole attività esiste. Non servono master da ventimila euro. Servono quaranta ore all’anno di formazione pratica su gestione del personale, comunicazione, processo decisionale, controllo di gestione. Alcune regioni danno voucher formativi. Le attività i cui titolari si formano hanno tassi di sopravvivenza superiori del 35%.
Seconda cosa: creare meccanismi di feedback. Non servono sistemi complessi. Basta un questionario anonimo trimestrale. “Come ti senti in questo team? Cosa migliorerebbe il tuo lavoro? Il titolare comunica chiaramente? Ti senti ascoltato?”. Le risposte possono fare male, ma sono oro. Rivelano problemi che tu non vedi ma che stanno distruggendo l’attività .
Terza cosa: uscire dall’isolamento. In Emilia-Romagna ci sono gruppi di ristoratori che si incontrano mensilmente. Non per fare accordi sui prezzi, ma per confrontarsi su problemi comuni. “Come gestisci il personale stagionale? Che software usi per il magazzino? Come affronti le recensioni negative?”. Il confronto con chi ha le tue stesse sfide genera soluzioni pratiche.
Quarta cosa: numeri alla mano. Non puoi gestire quello che non misuri. Esistono software semplici che anche chi odia la matematica può usare. Quanto ti costa davvero ogni piatto? Quanto incide il personale sul fatturato? Qual è il margine per coperto? Quando vedi i numeri ogni giorno, capisci subito se qualcosa non va. Invece di scoprire dopo sei mesi che stai perdendo soldi, lo vedi dopo una settimana e puoi correggere.
Quinta cosa: investire nelle persone, non solo nelle cose. Quando hai soldi da investire, la tentazione è comprare attrezzature nuove o rifare l’arredamento. Ma spesso l’investimento più redditizio è formare il team, assumere un consulente, fare un corso di leadership. Le attività che investono il 3% del fatturato in formazione hanno produttività superiore del 25% e turnover inferiore del 40%. Nessuna macchina nuova ti dà questi risultati.
Il tempo che non dedichi mai a guidare
Dato che fa riflettere: i manager dedicano in media il 7% del loro tempo ad ascoltare e supportare i collaboratori. Nelle piccole attività italiane scende sotto il 5%. Perché? Perché il titolare fa anche l’operativo. Cucina, serve, gestisce la cassa. Non ha tempo.
Ma è una scusa. Non si tratta di trovare tempo, si tratta di decidere che guidare le persone è parte essenziale del tuo lavoro. Michele Ferrero lo diceva: “Dedicate tempo necessario ai collaboratori, non briciole”. Significa strutturare la settimana diversamente. Un’ora il lunedì per fare il punto. Quindici minuti al giorno per conversazioni individuali. Un incontro mensile per confronto strategico.
Questi momenti non sono sottratti al lavoro. Sono il lavoro più importante. Perché se il team funziona, tutto il resto funziona meglio. Ma se il team è demotivato, confuso, spaventato, puoi avere le migliori attrezzature e il miglior prodotto: non basterà .
La paura del cambiamento che ti uccide
Ultimo punto. La resistenza all’innovazione. “Si è sempre fatto così”. È la frase che senti più spesso nelle attività italiane che stanno morendo. Il mercato cambia, i clienti evolvono, i concorrenti innovano. Ma tu resti fermo perché “quello che funzionava prima deve funzionare ancora”.
No. Non funziona così. Il 47,9% delle PMI italiane usa un software gestionale. Bene. Ma solo il 13,6% condivide dati elettronicamente con fornitori o clienti. Contro il 23,5% della media europea. Siamo indietro. E il 55,1% delle imprese dice che la mancanza di competenze è un ostacolo all’uso dell’intelligenza artificiale. Non è un problema di tecnologia: è un problema culturale.
Chi resiste al cambiamento per paura di perdere il controllo, paradossalmente perde il controllo della propria competitività . Rimanere fermi è l’unica strategia garantita per fallire. Ma cambiare fa paura. Soprattutto quando sei solo e sotto stress.
Dal riconoscimento all’azione
Gli errori che distruggono le attività locali italiane seguono pattern prevedibili. Non sono inevitabili. Non sono casuali. Sono il prodotto di un sistema che non prepara chi assume responsabilità di guida. Ma essendo sistematici, sono anche prevenibili e correggibili.
La differenza tra chi prospera e chi fallisce spesso non sta nella qualità del prodotto. Sta nella qualità della leadership. Un titolare che riconosce i propri limiti, che investe in formazione, che crea sistemi di feedback, che dedica tempo reale ai collaboratori, che accetta l’errore come strumento di apprendimento: questo titolare ha probabilità di successo incomparabilmente superiori.
Il cambiamento parte dal riconoscimento onesto. Non serve essere leader nati. Serve essere leader che imparano. Ogni giorno. Con metodo. Gli strumenti esistono. Le competenze si possono acquisire. Le reti di supporto si possono costruire. Quello che serve è decidere di iniziare. Oggi. A fare leadership invece di improvvisarla.

