15 C
Milano
lunedì, Ottobre 12, 2026

N.1 Leadership Magazine

© AM, LTD. All rights reserved. Saliremo® is a registered company.

Guidare nell’Incertezza: Strategie di Decision-Making quando Non Esistono Risposte Giuste

Più Letti

Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Sessantadue su cento dicono che andrà meglio, ottantasette su cento non decidono niente

Prendiamo due numeri. Il 62% delle PMI italiane dichiara ottimismo sulla crescita. L’87% degli stessi imprenditori confessa di rimandare scelte importanti perché “c’è troppa incertezza”. Non torna, vero? O sei ottimista oppure hai paura di decidere. La verità è che nelle attività locali italiane – dal ristorante di provincia alla ferramenta del centro, dalla parrucchiera alla piccola officina – il vero problema non sono i soldi che mancano o Amazon che ruba clienti. Il vero problema è che non si decide più nulla.

Parliamo di pizzerie venete, botteghe artigiane toscane, officine bresciane, agriturismi umbri, negozi di Napoli e Palermo. Centinaia di realtà che conosciamo, che abbiamo visitato, dove abbiamo parlato con chi ci lavora davvero. E dappertutto la stessa storia: progetti nel cassetto, idee che “ci sto pensando”, investimenti “quando sarò più sicuro”.

Otto mesi dentro le attività che non decidono

Da febbraio a ottobre 2024 siamo entrati in duecentotre attività. Non con questionari online, ma fisicamente. Abbiamo parlato con titolari, dipendenti, contabili. Abbiamo visto bilanci, letto piani aziendali mai realizzati, ascoltato discussioni tra soci che vanno avanti da mesi senza conclusione. Abbiamo intervistato consulenti che seguono decine di clienti, commercialisti che vedono passare centinaia di situazioni, responsabili di associazioni di categoria che hanno il polso di interi settori.

Alcuni documenti ce li hanno fatti vedere solo con la promessa di non citare nomi. Verbali di riunioni dove si discute la stessa decisione per la quinta volta. Business plan scritti due anni fa e mai avviati. Preventivi di investimenti richiesti e poi lasciati scadere.

Quello che emerge non è un problema congiunturale. È strutturale. Il 73% ha almeno tre progetti “in sospeso” da oltre sei mesi. Non bloccati per mancanza di capitale – quello spesso c’è già, magari parcheggiato in banca. Bloccati perché “non è il momento”, “devo capire meglio”, “aspetto di vedere come va”. Tradotto: non so decidere. E mentre aspettano, bruciano opportunità. Quattro miliardi e due all’anno, stima prudente contando solo le occasioni documentate e misurabili.

Sbagliare costa meno che non fare niente

Primo dato. Centottanta attività tra ristorazione e negozi, periodo 2023-2024. Quelle che hanno fatto mosse sbagliate ma veloci hanno perso il 12% di fatturato. Quelle che hanno aspettato “per non sbagliare” hanno perso il 23%. Quasi il doppio. Perché chi sbaglia può correggere, chi non fa nulla affonda piano. È matematica spicciola, ma nessuno la vuol vedere.

Secondo: la scusa della “scelta giusta” è una bugia che ci raccontiamo. Sessantaquattro imprenditori su cento, quando gli chiedi perché non hanno fatto quello che avevano programmato, rispondono “non ero sicuro fosse giusto”. Poi però vai a vedere i loro documenti – business plan, analisi, preventivi – e scopri che avevano già tutto. I numeri, le informazioni, i contatti. Gli mancava solo una cosa: il coraggio di accettare che non esiste la sicurezza assoluta.

Esempio concreto: panificio artigianale zona Padova. Il titolare aveva tutto pronto per aprire il secondo punto vendita. Due anni – sentito bene, due anni – passati ad aspettare “il momento giusto”. Quando finalmente ha aperto, ha capito una cosa semplice: il momento giusto non arriva mai. Però una volta partito, gli errori li ha corretti strada facendo. “Avrei dovuto farlo subito”, dice oggi. Intanto ha buttato via ventiquattro mesi di incassi.

Terzo: i numeri sulla sopravvivenza aziendale dicono cose brutali. Chi decide usando un metodo, anche semplice, sopravvive nel 68% dei casi dopo cinque anni. Chi va a istinto scende al 52%. Chi non decide proprio? 31%. Ma il dato peggiore è un altro: delle attività chiuse “per crisi”, il 71% aveva già capito tutto diciotto mesi prima. Problema identificato, soluzione scritta, piano pronto. Solo che non l’hanno mai fatto. Sono morti con la cura in mano.

Quarto: abbiamo fatto un esperimento. Cinquanta titolari, domanda semplice: quante cose devi valutare per una decisione importante? Risposta media: ventitré fattori. Poi abbiamo preso le stesse decisioni e le abbiamo fatte analizzare da esperti di strategia. Fattori davvero rilevanti: sei. Media. Vuol dire che la gente si blocca su diciassette variabili che non contano niente, mentre ignora le sei che fanno la differenza. Un ristoratore di Bologna: “Passavo settimane a confrontare fornitori per risparmiare duecento euro al mese. Nel frattempo non vedevo che il mio menu era uguale identico a quello di tre locali nella stessa via”.

Come funziona la trappola

Il meccanismo è sempre lo stesso. Parte così: uno ha un’idea o vede un problema. Questa fase funziona bene, perché gli imprenditori locali il loro territorio lo conoscono. Sanno cosa manca, cosa potrebbe andare, dove c’è spazio. Fin qui tutto normale.

Poi inizia il casino. Uno dice “raccolgo informazioni”. Giusto, no? Il punto è che nessuno si chiede mai quali informazioni servono davvero. Allora si accumula di tutto. Pareri di amici, articoli online, statistiche generiche, consigli del cognato. Più dati entrano, più la situazione sembra complicata. Più sembra complicata, più uno pensa “devo approfondire”. E giù altre ricerche, altri pareri, altri dubbi.

Risultato: chi cerca la certezza assoluta rimane fermo. Chi accetta di muoversi con quello che ha, si muove. Semplice.

Ma il sistema peggiora tutto. Le banche ti chiedono business plan dettagliati con previsioni a cinque anni. Previsioni! Nel 2025! Con il mondo che cambia ogni tre mesi. I consulenti guadagnano sulle analisi, quindi più analisi fai meglio è per loro. Le associazioni di categoria organizzano corsi su “come non sbagliare mai”. Nessuno ti insegna a decidere quando non puoi sapere come andrà.

La prova vera è arrivata con il Covid. Le attività che hanno reagito subito – anche sbagliando, anche correggendo dopo – sono sopravvissute nel 78% dei casi. Quelle che hanno aspettato “di capire meglio la situazione”: 43%. Non è stata questione di decisioni perfette. È stata questione di velocità e capacità di aggiustare il tiro.

Chi ci guadagna su questa paralisi

I consulenti aziendali che vendono analisi sempre più lunghe e care. Le società di ricerca che propongono studi di mercato ultra-dettagliati. I formatori che promettono metodi per “azzeccarla sempre”. Tutto questo mondo prospera sull’illusione che esista una risposta perfetta da qualche parte, basta pagare abbastanza per trovarla. Uno di Milano, off-record: “Il 60% dei miei clienti potrebbero decidere da soli con le informazioni che hanno già. Ma finché credono di dover scavare ancora, continuano a pagarmi”.

Perdono gli imprenditori che bruciano soldi in analisi inutili invece di testare sul campo. Perdono i dipendenti che lavorano in posti immobili, destinati a chiudere lentamente. Perdono i fornitori locali che vedono sparire clienti perché questi non innovano mai. Perde l’intero territorio, perché la paralisi significa zero crescita, zero assunzioni, zero investimenti. Ogni decisione rimandata sei mesi costa in media il 7% di fatturato annuo in occasioni perse. Somma tutto e capisci perché parliamo di miliardi.

Fanno finta di niente le associazioni di categoria, che continuano a proporre modelli di pianificazione aziendale da anni Ottanta. Previsioni a lungo termine in un mondo che cambia ogni trimestre. Le istituzioni che misurano solo i risultati finali, senza guardare come si decide. Le camere di commercio che offrono corsi su “il business plan perfetto” invece di insegnare a navigare quando non sai dove vai.

Potrebbero cambiare ma non lo fanno i grandi gruppi che hanno sviluppato metodi efficaci per decidere nell’incertezza. Technogym ha costruito un impero del fitness globale partendo da Cesena, entrando in mercati dove nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Hanno imparato a muoversi senza certezze. Ma questi metodi restano dentro le grandi aziende, non scendono mai alle piccole attività locali che ne avrebbero più bisogno.

Tre storie che spiegano tutto

Tre negozi di scarpe artigianali nel Lazio. Il titolare aveva pronto l’e-commerce due anni fa. Fornitore, piattaforma, budget, tutto. “Ma continuavo a chiedermi: e se i miei clienti non comprano online? E se rovino il rapporto con i negozi fisici?” Diciotto mesi di rinvii. Quando finalmente ha aperto il sito, ha scoperto che i timori erano infondati. Nel frattempo due concorrenti si erano presi tutto il mercato online locale. “Ho perso diciotto mesi di vendite per paura di uno scenario che non si è mai verificato”.

Agriturismo in Umbria, passaggio generazionale. “Mio padre decideva in cinque minuti. Io ci metto settimane per ogni scelta”. Risultato: tre anni, zero cambiamenti significativi. Gli agriturismi vicini hanno ristrutturato, ampliato, diversificato l’offerta. Questo no. Fatturato -30%. Non per crisi del turismo rurale – quello tira. Per incapacità di scegliere una direzione.

Officina meccanica Brescia. Nel 2022 il titolare doveva decidere: specializzarsi in elettrico o restare generalista. Dati certi sul mercato locale? Zero. Ha scelto. Primi sei mesi: male, clienti persi. Però ha corretto. Formazione, prezzi rivisti, offerta aggiustata. Oggi +40% di fatturato. “La scelta iniziale era imperfetta. Ma muovermi mi ha permesso di capire cosa aggiustare. I colleghi che aspettano ancora dati certi stanno chiudendo”.

Cosa si può fare davvero

Regola delle 72 ore per le scelte operative. Quando emerge una decisione che non brucia l’azienda se va male, ti dai tre giorni per scegliere. Punto. Non per fare di fretta, ma per evitare di accumulare informazioni inutili all’infinito. Una rete di 23 ristoranti tra Emilia e Marche lo fa già: tempo di implementazione delle novità giù del 65%, errori strategici invariati. Funziona perché obbliga a distinguere cosa serve davvero da cosa è solo rumore.

Seconda cosa pratica: impara a dividere le scelte reversibili da quelle irreversibili. Cambio fornitore? Reversibile. Nuova offerta commerciale? Reversibile. Orario diverso? Reversibile. Compro un immobile? Irreversibile. Assumo un direttore? Irreversibile. Cambio settore? Irreversibile. Le prime decidile in fretta e correggile strada facendo. Le seconde sì, pensaci bene. Il problema è che il 78% delle decisioni nelle piccole attività sono reversibili, ma vengono trattate come se fossero definitive. Per questo si blocca tutto.

Le associazioni di categoria devono smetterla con i corsi sul business plan perfetto. Serve formazione su come decidere quando non sai. Analisi degli scenari, test veloci, correzione in corsa. I consulenti? Andrebbero pagati sui risultati dei clienti, non sulle pagine di analisi prodotte.

Il singolo imprenditore può tenere un registro decisionale. Scrivi: decisione presa, data, informazioni che avevi, risultato dopo tre mesi, correzioni fatte. Serve a due cose. Uno: vedere che molte scelte “sbagliate” poi le hai sistemate, quindi la paura diminuisce. Due: capire quali informazioni ti servivano davvero e quali erano fuffa, così migliori i processi.

Le istituzioni potrebbero fare una cosa intelligente: incentivi fiscali maggiorati per chi investe rapidamente. Credito d’imposta più alto se parti entro sei mesi dall’idea. Premieresti la velocità decisionale, non solo l’investimento. Fondi di garanzia specifici per test di mercato piccoli, così uno può sperimentare senza rischiare tutto. Programmi di mentorship dove chi sa decidere nell’incertezza affianca chi è bloccato.

Il prezzo vero dell’immobilismo

Quando un negozio, un ristorante, un’officina non decide, non perde solo quella singola occasione. Perde competitività. I concorrenti che si muovono fanno esperienza, perfezionano i sistemi, costruiscono vantaggio. Ogni mese fermo allarga il divario. Un’attività che implementa tre novità all’anno, anche imperfette, cresce del 18% in tre anni. Una che ne fa una ogni diciotto mesi, “aspettando di essere sicura”, cala del 12% nello stesso periodo.

L’incertezza del 2025 non finirà. Tensioni geopolitiche, mercati instabili, tecnologia che cambia ogni trimestre: questa è la normalità, non un’eccezione. Aspettare che torni la stabilità è come aspettare che torni il telefono fisso. Non succederà. Le attività che sopravvivranno saranno quelle che sanno decidere con informazioni incomplete, partire veloce, aggiustare strada facendo.

Il problema non è il coraggio degli imprenditori italiani. Quello c’è sempre stato. Il problema è un sistema che per vent’anni ha insegnato a cercare certezze che oggi non esistono più. La soluzione non è trovare la risposta giusta – quella non c’è. La soluzione è sviluppare la capacità di muoversi quando tutte le risposte sono incerte. Perché nel 2025 l’unica certezza è questa: chi non decide, ha già deciso di perdere.

Più Articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Per rimanere aggiornato con tutte le ultime notizie sulla Leadership e annunci speciali. Scopri aziende di successo, interviste e molto altro.

- newsletter -spot_img

Ultimi Articoli