Un giardino, pochi elementi, un’idea precisa di eleganza
A Forte dei Marmi, dove il lusso ha spesso il volto rumoroso delle vetrine e dei dehors affollati, c’è un giardino sotto i pini che ha scelto di fare l’esatto contrario: stare zitto, e lasciare che sia il piatto a parlare. È lì, tra gli spazi discreti dell’Hotel La Serena, che da pochi mesi ha aperto Lumarea, il ristorante di Giuseppe Intermite, Executive Chef che alla domanda su cosa sia davvero il suo locale risponde senza girarci troppo intorno: “Vogliamo offrire ai nostri ospiti un’esperienza di cucina raffinata ma che rispecchia i sapori del territorio, una cucina fatta di pochi elementi ma di altissima qualità.”
Non è una frase da comunicato stampa, per quanto potrebbe sembrarlo scritta così, nero su bianco. È, semmai, la sintesi onesta di un progetto che ha impiegato anni a maturare prima di trovare la propria casa, ed è proprio questa distanza tra il tempo dell’apertura — pochissimi mesi — e la solidità del pensiero che lo sostiene a colpire chi ci parla per la prima volta.
Da Taranto ai fornelli d’alta cucina
Giuseppe Intermite non è toscano. È originario della provincia di Taranto, e la cucina l’ha incontrata prestissimo, a 16 anni, in un’epoca della vita in cui la maggior parte dei coetanei sta ancora decidendo cosa fare da grande. Lui, invece, l’aveva già deciso: “Ho iniziato il mio percorso in cucina all’età di 16 anni, trasformando fin da subito la mia passione in una professione.”
Da lì in poi la carriera si è costruita mattone su mattone, tra ristoranti di alto livello e realtà stellate che gli hanno insegnato — dice — “tecnica, creatività e attenzione ai dettagli.” Sono parole che nella bocca di un altro potrebbero suonare come frasi fatte da curriculum, ma che in Giuseppe assumono un peso diverso quando le si mette in fila con il resto del racconto: un percorso fatto di cucine severe, orari impossibili, e quella disciplina quasi militare che chi ha lavorato in ambienti stellati conosce bene.
“La mia formazione è stata guidata da disciplina, sacrificio e da una costante ricerca dell’eccellenza,” racconta. “Ho imparato a lavorare in ambienti dove rigore, precisione e attenzione ai dettagli sono fondamentali, affrontando ogni sfida come un’opportunità di crescita.” Ed è qui che si intuisce qualcosa di più profondo della semplice competenza tecnica: la scelta consapevole di leggere la fatica non come un ostacolo subito, ma come materiale da cui imparare. “Credo nel miglioramento continuo,” aggiunge, “e nella ricerca della perfezione, intesa come uno stimolo a superare ogni giorno i miei limiti.”
Una cucina che toglie invece di aggiungere
C’è un equivoco diffuso, in certa ristorazione contemporanea, secondo cui la complessità sia sinonimo automatico di qualità: più elementi nel piatto, più tecniche mescolate, più stupore da mettere in tavola. Giuseppe Intermite sembra avere scelto la strada opposta, quella meno frequentata e forse più difficile: fare poco, ma farlo bene fino in fondo.
“La cucina è fatta di pochi elementi ma di altissima qualità,” ripete più volte durante la conversazione, quasi a voler sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento. Ma attenzione: pochi elementi non significa cucina semplice. Dietro l’apparente essenzialità di un piatto di Lumarea c’è, spiega lo chef, “tantissime tecniche che aiutano ad alzare e valorizzare gli elementi del piatto” — un lavoro che si nasconde, che non cerca l’applauso ma il risultato.
E poi c’è la brace, elemento quasi identitario del menu. Non un espediente scenografico, non una moda da Instagram, ma — a sentire Giuseppe — una presenza costante e strutturale: “Un’altra caratteristica è quella della brace, sempre presente nel nostro menu.” È un rimando a qualcosa di arcaico, di primordiale quasi, che convive senza contraddizioni con la raffinatezza fine dining dell’insieme. Il fuoco vivo accanto alla precisione tecnica: due mondi che a Lumarea trovano un punto d’incontro tutt’altro che scontato.
A questo si aggiunge un dettaglio che, raccontato di sfuggita, dice più di molte dichiarazioni d’intenti: ogni mattina, in cucina, si lavora con una pasta madre di sessant’anni, tramandata nel tempo. Non è semplicemente un ingrediente per il pane fatto in casa. È, in un certo senso, un pezzo di memoria che continua a lievitare, letteralmente, ogni giorno — un filo che lega la cucina di Lumarea a qualcosa che viene da prima, e che difficilmente si può replicare a comando.
Il territorio non come slogan, ma come regola
C’è un principio su cui Giuseppe non sembra disposto a trattare, ed è quello della stagionalità. In un luogo turistico come Forte dei Marmi, dove la domanda potrebbe facilmente spingere verso menu fissi tutto l’anno — comodi, prevedibili, sempre disponibili — la scelta di lavorare “solo con prodotti stagionali senza forzature” è quasi una dichiarazione di indipendenza.
Perché diciamolo chiaramente: rincorrere la stagione significa rinunciare alla comodità. Significa cambiare piatto quando cambia il fornitore, accettare che un ingrediente sparisca dal menu per mesi, costruire ogni settimana un rapporto vivo con chi lavora la terra e il mare del territorio. Il fine dining, storicamente, ha spesso ceduto alla tentazione opposta: uniformare l’offerta per garantirsi standard e margini prevedibili. Lumarea sembra andare nella direzione contraria, scommettendo che il territorio, ascoltato con pazienza, non abbia bisogno di travestimenti per meritarsi un tavolo elegante.
È un equilibrio complicato, quello tra rusticità della materia prima e raffinatezza della proposta finale, ed è proprio in quell’equilibrio che si gioca la scommessa più interessante del progetto: dimostrare che si può restare fedeli al territorio senza rinunciare all’eleganza, e restare eleganti senza tradire il territorio.
Un giardino sotto i pini, un servizio che non alza la voce
Chi ha già varcato la soglia di Lumarea racconta di un ambiente sospeso, quasi fuori dal tempo: un giardino che di giorno accoglie l’ombra dei pini e la sera si trasforma in una terrazza raccolta, illuminata appena, nel contesto discreto dell’Hotel La Serena. Un tributo, si potrebbe dire, allo spirito più autentico di Forte dei Marmi — quello che esisteva prima delle vetrine e delle boutique, fatto di semplicità mediterranea più che di sfarzo.
Accanto a Giuseppe, in sala, si muove Ricardo Segroni, restaurant & bar manager con un percorso altrettanto variegato: dai caffè storici toscani al mondo dei cocktail londinesi, fino alla disciplina rigorosa dello yachting di lusso. È un’esperienza che si traduce, al tavolo, in un’accoglienza fatta di gesti misurati più che di teatralità — la capacità, rara davvero, di leggere l’ambiente e anticipare un bisogno senza mai farsi notare troppo. Il bar che dirige riprende la stessa grammatica mediterranea della cucina: agrumi, erbe aromatiche, botaniche, linee di gusto pulite.
È in questa sinergia silenziosa tra cucina e sala che si costruisce, giorno dopo giorno, l’identità complessiva di Lumarea: un luogo dove ogni dettaglio — dalla consistenza di un piatto al ritmo con cui arriva in tavola — risponde a un’unica regia condivisa.
Leadership che non ha bisogno di alzare i toni
C’è, in questa storia, una lettura che va oltre la cucina e riguarda più in generale il modo in cui si guida un progetto, un’azienda, una squadra. La leadership di Giuseppe Intermite non si manifesta in discorsi motivazionali o proclami: si costruisce nella coerenza silenziosa tra quello che dice e quello che fa ogni giorno in cucina.
Quel rigore che ha assorbito negli anni di formazione — la “costante ricerca dell’eccellenza” di cui parla senza retorica — oggi si traduce nella capacità di guidare una brigata con obiettivi chiari, condivisi, mai imposti con la forza. Non è un caso che, ripensando alle difficoltà del proprio percorso, Giuseppe non le racconti come ferite subite ma come tappe utili: “ho imparato a lavorare in ambienti dove rigore, precisione e attenzione ai dettagli sono fondamentali, affrontando ogni sfida come un’opportunità di crescita.”
È un atteggiamento che ricorda da vicino i principi di leadership più solidi, quelli che si osservano in molti settori diversi dalla ristorazione: la capacità di trasformare la pressione in metodo, la disciplina in cultura condivisa, l’esperienza personale in un linguaggio che si può insegnare agli altri. La sua filosofia — “credo nel miglioramento continuo… come uno stimolo a superare ogni giorno i miei limiti” — non riguarda solo i fornelli: può parlare a chiunque, in qualunque settore, si trovi a guidare un progetto che ha bisogno di tempo per crescere davvero.
Guidare una cucina fine dining, del resto, significa molto più che inventare piatti nuovi. Significa costruire una visione e avere la pazienza di trasmetterla, aspettando che ogni tassello — il fornitore, il cameriere, la materia prima, la tecnica — si allinei a quella visione senza scorciatoie. È un lavoro fatto soprattutto di dettagli invisibili al cliente ma percepibili nel risultato finale: proprio come accade nelle organizzazioni più solide, dove la qualità del prodotto racconta sempre, senza bisogno di dirlo, la cultura che c’è dietro.
Un progetto giovane, radici già solide
Lumarea, va detto con chiarezza, è un progetto ancora molto giovane: pochi mesi di vita, un percorso appena all’inizio. Eppure, ascoltando Giuseppe raccontare, non si percepisce affatto l’incertezza tipica di chi ha aperto da poco. Si percepisce, semmai, la solidità di chi non ha improvvisato nulla, ma ha semplicemente atteso il momento giusto per mettere a frutto anni di gavetta in cucine importanti.
È una dinamica che ricorre spesso nelle storie di successo più credibili: la pazienza di costruirsi le competenze prima ancora di esporsi, la scelta di aprire un’attività propria solo quando la visione è già chiara nella propria testa. Lumarea nasce così non come una scommessa azzardata, ma come l’evoluzione naturale di un percorso professionale coerente — un percorso che oggi trova casa a Forte dei Marmi, sotto i pini e i limoni di un giardino destinato, con ogni probabilità, a diventare uno degli indirizzi da tenere d’occhio nella ristorazione toscana dei prossimi anni.
Vale la pena sottolineare come questa filosofia si respiri anche nei gesti più piccoli, quelli che spesso sfuggono a chi si limita a leggere un menu: il pane fatto ogni mattina con la pasta madre tramandata da generazioni, la brace tenuta viva come elemento identitario più che come semplice tecnica di cottura, la disponibilità — non scontata — a rinunciare a un piatto quando la materia prima non è all’altezza di quello che si vuole portare in tavola. Sono scelte che richiedono organizzazione, dialogo continuo con i produttori del territorio, e una forma di rigore quotidiano che, più di ogni intervista, racconta chi sia davvero Giuseppe Intermite.
C’è, in questo modo di procedere, anche una lezione che va oltre la ristorazione e riguarda chiunque si trovi a guidare un progetto nella sua fase più delicata, quella dell’avvio. La tentazione, quando si apre qualcosa di nuovo, è spesso quella di voler dimostrare subito tutto ciò che si sa fare, di caricare l’offerta per colpire immediatamente chi si siede al tavolo. Giuseppe sembra aver scelto la strada opposta: costruire fiducia con coerenza, un servizio alla volta, lasciando che sia la qualità costante — non l’effetto sorpresa — a consolidare nel tempo la reputazione di Lumarea. È una strategia meno immediata, probabilmente, ma più solida, ed è del tutto coerente con quella filosofia di miglioramento continuo che lo chef porta con sé fin dagli anni della formazione.
Un invito a scoprire Lumarea
La storia di Giuseppe Intermite è, in fondo, un invito a riscoprire il valore dell’essenzialità: in cucina, in sala, nella guida di un progetto imprenditoriale. In un mondo della ristorazione spesso tentato dall’eccesso, la scelta di lavorare con pochi elementi di altissima qualità, radicati nel territorio e valorizzati da una tecnica solida, rappresenta una lezione di stile che va ben oltre il piatto servito.
Se desiderate vivere questa esperienza, Lumarea vi aspetta all’interno dell’Hotel La Serena, a Forte dei Marmi, per una cena sotto i limoni che promette di raccontare, portata dopo portata, il territorio e la storia di chi lo interpreta ogni giorno con pazienza e rigore. Vale la pena prenotare un tavolo e lasciarsi guidare in un’esperienza gastronomica che unisce eleganza, autenticità e rispetto per la materia prima: un’esperienza che, come dimostra questa storia, nasce sempre da un lavoro fatto di disciplina, tempo e passione autentica.
Ed è forse proprio questo il messaggio più semplice, e insieme più prezioso, che si porta a casa dopo aver ascoltato Giuseppe Intermite raccontare i suoi primi mesi da Executive Chef a Lumarea: che non serve alzare la voce per farsi ricordare. Basta, a volte, scegliere pochi elementi giusti, tenerli fedeli a un’idea precisa, e avere la pazienza di lasciarli parlare da soli, sera dopo sera, sotto i limoni di un giardino che ha ancora tanto da raccontare.

