Una famiglia di ristoratori romani dalla fine dell’Ottocento, un locale aperto davanti al Teatro Flavio Vespasiano e una carta costruita con le piccole aziende del territorio
Via Garibaldi 272, davanti al teatro
Di fronte al Teatro Flavio Vespasiano, nel centro storico di Rieti, dal dicembre scorso c’è un’insegna nuova: Osteria Antonelli. L’indirizzo è Via Giuseppe Garibaldi 272/274, a pochi passi dal Centro d’Italia, il punto che la città rivendica come cuore geografico della penisola. L’apertura risale al 18 dicembre 2025. Tra i tavoli, e in cucina davanti ai dolci, si muove Gianmarco Antonelli, titolare del locale.
Lo spiega lui stesso, senza giri di parole: “Il mio ruolo all’interno del ristorante è quello di titolare. Mi occupo direttamente del servizio di sala e, per quanto riguarda la cucina, seguo personalmente la linea dei dolci, curandone la preparazione e la proposta.” Il titolare, insomma, lavora dove i clienti lo vedono.
La carta dice molto di come è nata l’idea. Salumi e formaggi selezionati, olio extravergine della Sabina, uova, pasta fresca, vini e birre artigianali: ogni voce ha una provenienza e in gran parte una persona dietro. Gianmarco lo riassume così: il ristorante è nato con un’identità legata al territorio e con la volontà di valorizzarne le piccole eccellenze.
Per capire come ci si arriva bisogna fare un passo indietro. Di più di un secolo.
Il Pantheon, Termini e un supplì entrato nei modi di dire
La storia della famiglia Antonelli si legge sul sito e sui social dell’osteria, e Gianmarco ci ha lasciato la scelta se raccontarla. Lo facciamo volentieri, perché date e luoghi sono precisi e appartengono alla Roma che chiunque può ancora percorrere a piedi. La ricostruzione, sul sito, è attribuita a Fabio Antonelli.
Si comincia a fine Ottocento, vicino al Pantheon. Il Cavalier Augusto Antonelli, per tutti Sor Augusto, fratello del trisnonno di Gianmarco, apre il ristorante La Rosetta. Tra i primi locali della capitale a offrire un servizio di catering per alberghi e famiglie facoltose, si fa ricordare anche per i supplì: forma e dimensioni erano tali che la città ne ricavò un modo di dire. Al Pantheon lavorava anche il fratello Francesco, alla guida dello storico Bar Antonelli.
Ai primi del Novecento tocca a Federico, cugino del bisnonno Gildo, che apre un ristorante in via della Mercede. Secondo il racconto di famiglia, tra i clienti c’era il poliziotto italo-americano Joe Petrosino.
Ermenegildo, detto Gildo, è il bisnonno di Gianmarco. Dagli anni Trenta guarda alla Stazione Termini e intuisce il potenziale di quella vicinanza e apre un punto di ristoro che diventa un riferimento per chi arriva e parte. Gestisce anche la Fiaschetteria Gatti, vicino alla Fontana di Trevi, e Il Tinello, in via Cavour.
Da lì, con qualche generazione di mezzo, si arriva a Rieti. Nel modulo che ci ha inviato Gianmarco liquida la storia di famiglia in una riga, invitandoci a valutare se abbia interesse. Noi abbiamo valutato: sì, ne ha.
Dalla scuola alberghiera a un locale con il padre
Il percorso di Gianmarco parte da una formazione professionale nel settore alberghiero. Seguono le esperienze nei locali della zona, prima con gli stage, poi da dipendente. Ricorda quegli anni come il periodo in cui ha conosciuto realtà diverse e metodi di lavoro differenti, e ha cominciato a costruire, dice, “passo dopo passo, la mia identità professionale”.
L’ultima tappa prima dell’osteria l’ha vissuta con suo padre. Insieme hanno gestito un locale in provincia di Rieti, un’esperienza che Gianmarco definisce importante perché ha permesso a entrambi di consolidare competenze e consapevolezza. Solo dopo è arrivata “questa nuova avventura”, come la chiama lui.
Sulle difficoltà è diretto. Ci sono state, come in ogni percorso imprenditoriale. “Le abbiamo affrontate con impegno, cercando di trasformare ogni ostacolo in un’occasione di crescita,” racconta. A fare la differenza sono stati la consapevolezza dei propri mezzi e la disponibilità a rimettersi in gioco.
Il risultato è l’osteria di oggi, che Gianmarco descrive come un progetto personale e professionale dove esperienza, passione e legame con il territorio si incontrano ogni giorno. Detta così sembra una frase da brochure. Messa accanto alla sequenza di tappe che l’ha preceduta, diventa un riassunto piuttosto fedele.
Marco in cucina, Gianmarco in sala
Marco Antonelli, il padre, è uno chef con anni di esperienza alla guida di diversi ristoranti. L’ultimo è stato ad Antrodoco. È presidente della delegazione di Rieti dell’APCI, l’Associazione Professionale Cuochi Italiani, e oggi affianca il figlio come mentore in cucina.
Il sito dell’osteria gli attribuisce il rispetto della materia prima, la tecnica e il senso della misura maturati in anni di lavoro. A Gianmarco, indicato come fondatore, viene riconosciuta la visione contemporanea che dà forma al progetto. La cucina si guida in due, ciascuno con il proprio mestiere: il figlio tiene insieme sala e dolci, il padre porta la sua esperienza ai fornelli.
Come funzioni davvero la convivenza tra due generazioni nello stesso locale, Gianmarco non lo ha raccontato nel dettaglio. Del padre dice che “ancora oggi mi accompagna in questo percorso”, e con lui ha condiviso la gestione del locale precedente prima di aprire in Via Garibaldi. Sul lavoro di squadra ha un’idea netta: in un’attività come la loro, sostiene, il risultato è davvero frutto di quello che fanno insieme le persone del progetto.
Chi c’è dietro l’olio, il formaggio, il vino
La parte più netta del progetto riguarda le materie prime. Gianmarco la descrive con precisione: si privilegiano produttori locali, realtà artigianali e aziende di dimensioni contenute. Piccole cantine, caseifici, produttori ortofrutticoli, olivicoltori che lavorano nel rispetto della stagionalità, della qualità e delle caratteristiche del territorio.
Una scelta che si allontana dalle logiche della grande distribuzione organizzata, con l’obiettivo di costruire un rapporto più diretto con chi produce. Chi ha lavorato in un ristorante sa che cosa comporta: quantità limitate, stagioni che stabiliscono cosa arriva e cosa manca, rapporti da mantenere uno per uno. Gianmarco lo ammette senza drammi. “È una strada che richiede impegno, ricerca e spesso anche sacrifici,” dice, “ma crediamo che sia importante sapere cosa si vuole raccontare attraverso il proprio locale e mantenere quella direzione nel tempo.”
L’esempio più immediato è l’olio. L’extravergine della Sabina, che vanta una denominazione di origine protetta, sta in carta accanto ai salumi e ai formaggi ed è per l’osteria l’espressione di una tradizione agricola fatta di produttori e artigiani. Sul sito compaiono poi uova, pasta fresca, vini e birre artigianali, provenienti da piccole realtà sparse in tutto il Lazio.
Gianmarco parla di una filiera corta e riconoscibile, fatta di piccoli produttori selezionati per qualità, identità e capacità di esprimere il carattere del territorio. Il valore della proposta, sostiene, dipende anche dalla rete di relazioni che rende possibile il piatto finale. Dietro una fetta di formaggio o un filo d’olio c’è un nome e un luogo, e l’osteria cerca di far arrivare al tavolo anche quelli: il paesaggio, le persone, le tradizioni.
Amatriciana, tartare e cottura a bassa temperatura
In cucina convivono due filoni. Il primo è quello dei piatti che nel Lazio ci si aspetta di trovare: amatriciana, cacio e pepe, gricia. L’amatriciana ha un legame speciale con la zona, perché prende il nome da Amatrice, comune della stessa provincia di Rieti. All’osteria arriva sotto forma di tonnarelli, con salsa al pomodoro, guanciale, peperoncino e pecorino.
Il secondo filone usa tecniche più recenti. La tartare di manzo, per esempio, si serve con tartufo, tuorlo d’uovo cotto a bassa temperatura e fiori eduli. Il vitello tonnato viene impiattato su misticanza, con fiori di cappero a decorare.
Le cotture sottovuoto e a bassa temperatura servono a un obiettivo preciso, che l’osteria dichiara: rispettare i tempi naturali di ogni ingrediente e riportarlo in tavola tenero, saporito e riconoscibile. La cucina del territorio viene reinterpretata senza snaturarne l’identità. Sul sito la formula è diventata il motto del locale: “Le radici restano. La cucina evolve.” Il testo che la accompagna descrive un’osteria che non resta ferma nel tempo e non insegue nemmeno la sofisticazione, e interpreta la tradizione con rispetto e misura.
Chi arriva con l’idea di un piatto di pasta come quelli di una volta lo trova. Chi ha voglia di assaggiare una tartare con il tuorlo cotto a bassa temperatura ha la stessa possibilità, nello stesso menù.
Che cosa vuol dire guidare un locale
Quando si passa alla leadership Gianmarco sceglie parole molto pratiche. Gestire un ristorante, spiega, significa confrontarsi ogni giorno con molte responsabilità: “dal rapporto con i clienti alla gestione del personale, dall’organizzazione del lavoro alla ricerca delle materie prime, fino all’attenzione ai costi e alla sostenibilità economica dell’attività”.
Per lui guidare comporta essere i primi a mettersi in gioco, assumersi le proprie responsabilità e lavorare insieme alle persone che fanno parte del progetto. Detto da chi passa le serate in sala, l’indicazione ha un peso concreto: la squadra si guida dall’interno del servizio.
Una delle sfide più importanti, racconta, è stata trasformare un’idea in un’attività reale, con un’identità precisa e riconoscibile. Nel suo caso la risposta è stata puntare su qualità e territorio, creando rapporti diretti con piccoli produttori e realtà locali.
Il lavoro di squadra, per Gianmarco, comprende più figure di quelle che si vedono in sala. Ci sono i collaboratori, i produttori con cui si tratta direttamente, e i clienti che entrano ogni giorno. “La formazione è importante,” osserva, “ma lo è altrettanto il confronto quotidiano con il lavoro, con i propri collaboratori, con i produttori e con le persone che entrano nel nostro locale.”
Nelle sue parole il confronto con i produttori pesa quanto quello con i collaboratori e con i clienti: tutti e tre entrano ogni giorno nel modo in cui si lavora.
Si definisce una persona orientata alla crescita professionale e aggiunge che nel suo settore non si finisce mai di imparare. Ogni esperienza, ogni cliente e anche ogni difficoltà possono diventare un’occasione per migliorarsi.
Il consiglio a chi vuole cominciare
A chi pensa di intraprendere un percorso imprenditoriale, Gianmarco offre un consiglio semplice, da bottega: “Avere pazienza e non avere paura delle difficoltà.”
Poi la precisa. “Non tutto arriva subito e non tutto va sempre secondo i programmi. Bisogna essere pronti ad ascoltare, a mettersi in discussione e soprattutto a continuare a imparare.” Sono indicazioni pratiche, quasi da manuale di bottega, senza formule motivazionali.
C’è un ultimo punto, che secondo lui vale più degli altri: ricordarsi perché si è cominciato. “Per me significa continuare a credere nel territorio, nei piccoli produttori e nella qualità delle materie prime, cercando ogni giorno di fare un passo avanti senza perdere l’identità che abbiamo costruito.”
L’ospitalità prima della cucina
Che cosa sia oggi l’Osteria Antonelli, il sito lo dice mettendo l’ospitalità davanti alla cucina. Il locale si presenta come un luogo di ospitalità prima ancora che di cucina: un tavolo dove il territorio, con i suoi produttori, la stagionalità e le materie prime, arriva ogni giorno, raccontato attraverso la tradizione sabina e laziale.
Il percorso di Gianmarco, cresciuto tra la scuola alberghiera, gli stage e il servizio in sala, va nella stessa direzione. Anche il modo in cui l’osteria presenta se stessa lo conferma: un padre e un figlio nella stessa cucina, l’esperienza di una vita accanto allo sguardo di una generazione più giovane, uniti dall’idea di come si accoglie chi entra.
Da titolare, Gianmarco quell’accoglienza la esercita di persona. Segue la sala, cura la proposta dei dolci e costruisce rapporti diretti con i piccoli produttori. Sono compiti diversi, tutti orientati a far sì che il cliente capisca dove si trova: a Rieti, nella Sabina, a tavola con prodotti che hanno una provenienza.
Un tavolo a Rieti, davanti al teatro
L’Osteria Antonelli si trova in Via Giuseppe Garibaldi 272/274, nel centro storico di Rieti, di fronte al Teatro Flavio Vespasiano. È aperta a pranzo dalle 12:30 alle 15:00 e a cena dalle 19:30 alle 22:30, dal lunedì al sabato con la chiusura del mercoledì. La domenica si mangia solo a pranzo, dalle 12:30 alle 14:30.
Se passate da Rieti, sedetevi e ordinate un piatto di tonnarelli all’amatriciana, chiedete da quale produttore arriva l’olio della Sabina e lasciatevi raccontare la provenienza di quello che avete nel piatto. Alla fine del pasto chiedete il dolce: lo prepara personalmente Gianmarco.
Per scoprire il menù, la storia della famiglia e il territorio da cui parte la cucina, visitate il sito osteriaantonelli.it e prenotate il vostro tavolo.

