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One woman land: Monica Raspi e il Chianti Classico di Fattoria Pomona

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

A quarant’anni suonati ha chiuso l’ambulatorio veterinario ed è salita sul trattore. Oggi a Castellina in Chianti coltiva sette ettari di vigna, produce Chianti Classico biologico e ha una parola precisa per raccontare il suo mestiere: coevoluzione

Chi arriva a Pomona, sulle colline di Castellina in Chianti, si accorge presto di una cosa che Monica Raspi racconta come se fosse un dettaglio irrilevante: la vigna sta dall’altra parte della strada. Sette ettari, esattamente di fronte a casa, con il crinale che corre da est a ovest e i trecentosessanta metri di altitudine che in Chianti fanno la differenza fra un’annata comoda e una da rincorrere. Attorno, il bosco. Sono le piante e i ruscelli, spiega lei, a mitigare le temperature quando l’estate stringe.

È una distanza di pochi metri, che però Monica Raspi ha impiegato una vita a percorrere. Fino al 2007 faceva un altro mestiere: era veterinaria, aveva un ambulatorio avviato, una professione costruita con gli anni e con le notti passate a rispondere alle emergenze. Poi quell’ambulatorio lo ha chiuso, si è procurata un manuale di enologia e ha imparato a guidare il trattore.

Nel 2007 c’era una sola alternativa, e non le piaceva

La ragione di quella svolta, quando la si sente raccontare da lei, ha poco dell’illuminazione romantica e molto della responsabilità presa in carico. “A metà della mia vita ho deciso di fare vino,” dice Monica Raspi, “l’alternativa era l’abbandono dell’agricoltura e la vendita della terra.”

Vale la pena soffermarsi su questo bivio, perché è più duro di come suona. Da una parte c’era la possibilità di vendere: una scelta legittima, praticata da moltissime famiglie toscane negli ultimi trent’anni, e nel Chianti Classico degli anni Duemila anche piuttosto redditizia. Dall’altra parte c’era l’ipotesi di ricominciare da capo in un settore che non conosceva, in un’età in cui di solito si consolida ciò che si è costruito invece di rimetterlo in discussione. Monica Raspi ha scelto la seconda, e la definisce ancora oggi “una delle decisioni più folli e meravigliose” che abbia mai preso. L’ordine degli aggettivi, con “folli” che precede “meravigliose”, racconta parecchio di quanto le costò allora.

A Pomona lei vive dal 1991, in quello che descrive come il cuore più tradizionale, territoriale e — aggiunge — familiare del Chianti Classico. Ma abitare un posto e prendersene la responsabilità produttiva sono due cose diverse, e nel 2007 quella differenza le si è presentata davanti sotto forma di una decisione che non poteva essere rimandata oltre.

Il bisnonno, la fornace e due vecchi vigneti recuperati nell’82

La storia dell’azienda comincia molto prima di lei, e comincia con un cambio di destinazione d’uso. Nel 1890 il bisnonno Giovanni Bandino Bandini compra la fornace Riccieri e la trasforma in azienda agricola. Un impianto per laterizi che diventa terra da coltivare: già allora, in piena era di industrializzazione nascente, un movimento in controtendenza.

Poi passano decenni difficili per l’agricoltura chiantigiana, quelli della fine della mezzadria e dello spopolamento delle campagne, e si arriva al 1982, quando Enzo e Inge — i genitori di Monica — recuperano due vecchi vigneti. Sul sito aziendale la vicenda è liquidata con una leggerezza tutta domestica: “e voilà… si prova a ripartire.” Venticinque anni dopo tocca a lei raccogliere il testimone.

Di quella stagione resta anche un oggetto, ed è forse il pezzo più bello di tutta l’azienda. Su una vasca di cemento della cantina è incisa una dedica scherzosa che mamma Inge scrisse per babbo Enzo, una parodia dantesca che comincia con “nel mezzo del cammin di nostra vita” e finisce dentro una botte oscura, in un mare di vino. Monica dice che la storia del vino di Fattoria Pomona, per lei, comincia esattamente lì, davanti a quella vasca. Non è un cimelio da museo: è una vasca che lavora, e ogni vendemmia la dedica ci finisce dentro insieme al Sangiovese.

Il gruppo di famiglia, oggi, è quello che tiene in piedi tutto. Inge, tedesca con accento toscano, viene definita dalla figlia “le mie radici” ed è nota in casa per una specialità che vale il viaggio: il caffè agricolo a base di vino e formaggi. Enrico, il marito, è l’uomo razionale della coppia, artigiano, quello che vigila e custodisce, e che in cucina detta legge insieme ai funghi che raccoglie. Cosimo, il figlio, è agronomo, e porta dentro l’azienda le competenze tecniche che sua madre si è dovuta costruire da autodidatta. Costanza ha il cuore a Pomona ma testa e mani nel mondo della moda, dove per una coincidenza che in famiglia fa ridere si occupa dei tannini della pelle. E poi c’è Zoe, che segue Monica in vigna e sul divano, odia la pioggia e passa le giornate a rincorrere lucertole.

Provare, sbagliare, assaggiare

La parte che interessa di più chi si occupa di leadership è come una veterinaria abbia colmato la distanza fra quello che sapeva fare e quello che le serviva sapere.

“Non sapevo nulla di natura e di Vino,” ammette senza costruirsi alibi. E subito dopo elenca chi l’ha aiutata: “grazie a mio marito, uomo di grande cultura e amore per la Natura, consulenti preziosi e amici vignaioli, ho trovato la mia strada, provando, sbagliando, assaggiando.” Tre persone nominate prima di se stessa, con una naturalezza che non ha niente della modestia di facciata.

Chi cambia mestiere a metà strada ha due modi di gestire la propria ignoranza: mascherarla dietro l’autorevolezza acquisita nel campo precedente, oppure trasformarla in una domanda permanente rivolta a chi ne sa di più. La seconda strada è più lenta e nel breve periodo molto meno gratificante, ma in agricoltura è l’unica che regga, perché il ciclo di verifica dura dodici mesi e l’errore fatto in primavera si scopre a vendemmia iniziata. Monica Raspi ha imparato con quel ritmo lì, un’annata dopo l’altra, e continua a lavorare così.

Qualcosa, in realtà, il vecchio mestiere gliel’ha lasciato in dote. La veterinaria insegna a osservare un organismo vivente e a leggerne i segnali prima che diventino sintomi conclamati, e quella capacità in vigna si trasferisce quasi per intero. “Mi piace produrre un vino con uva integralmente prodotta, mi piace osservare, curare e provare ad influenzare ogni grappolo,” racconta. Il verbo che sceglie è misurato: non parla di controllare né di determinare, parla di influenzare, che è il massimo a cui può ragionevolmente ambire chi lavora con una pianta e con il meteo.

Sette ettari dove l’erba cresce apposta

La gestione agronomica di Pomona segue i principi dell’agricoltura biologica, certificata in etichetta dal 2012, ma la certificazione è arrivata a formalizzare una postura che c’era già. “Lascio crescere l’erba tra i filari, pratico il sovescio, semino trifoglio e orzo, respiro con leggerezza ciò che andrà in bottiglia.”

Chi non frequenta le vigne fatica a capire quanto sia controintuitiva la prima di quelle scelte. Per generazioni la buona pratica agronomica ha coinciso con il suolo pulito e lavorato, l’erba tolta perché competeva con la vite per l’acqua. Lasciarla crescere significa accettare quella competizione, scommettendo che un suolo vivo restituisca in struttura, in microbiologia e in resistenza alla siccità molto più di quanto sottrae. È una scommessa che a Pomona è stata vinta, e che oggi trova conferma nella maggior parte della ricerca agronomica sul Sangiovese.

Le tre vigne hanno ciascuna un carattere che Monica Raspi conosce filare per filare. Sant’Ilario, impiantata nel 2004, guarda a est e cresce su marna, alberese e scisti argillosi. La Vigna del Termine, del 2004 e del 2014, ha terreni meno ricchi di argilla ma sempre fortemente calcarei, con un po’ di sabbia, e convive con la roverella, la ginestra e il ginepro. L’Omino, la più anziana, risale al 1998: calcare e argilla, alberese predominante, esposizione a ovest, terreno magro in cui le radici devono andarsi a cercare lo spazio in profondità, che è poi il motivo per cui da lì esce il vino più profondo dell’azienda.

Sotto ai piedi, la scala temporale è di quelle che ridimensionano chiunque. L’Alberese, riconducibile alla Formazione del Monte Morello, si è formato nell’Eocene, tra quaranta e cinquanta milioni di anni fa; il Galestro, la roccia sedimentaria toscana dalla caratteristica struttura a scagliette, viene dal Miocene; la Marna, calcare e argilla insieme, dal Pliocene. Da questa stratificazione, secondo l’azienda, nasce il carattere di una terra profonda e piena di memoria.

Con quei numeri in testa si capisce meglio la frase più netta di tutta l’intervista: “Sono di passaggio e voglio mantenere quello che mi circonda, per poi restituirlo così come mi è stato affidato. Nessuno è ‘Padrone’ della terra, ma, la Terra è un bene comune e come tale va protetta, curata e non piegata.” Sul sito la stessa idea è formulata come un obbligo: abitare un paesaggio unico è una fortuna, rispettarlo è un dovere morale.

Bottiglie che devono finire in allegria

Poi c’è il vino, che di tutto questo è insieme il risultato e il giudice. Il Chianti Classico di Pomona è 98% Sangiovese e 2% Colorino, dai vigneti Sant’Ilario e Vigna del Termine, e Monica lo descrive come lo spirito dell’azienda, gioventù che avanza ed energia che non svanisce. Le due Gran Selezione portano il nome delle vigne che le generano: “L’Omino”, che è il riferimento assoluto del suo Sangiovese perché è lì che ha mosso i primi passi da vignaiola, e “Vigna del Termine”, un Sangiovese che guarda a est circondato dai boschi e punta tutto su freschezza e bevibilità.

Ci sono poi un Cabernet Sauvignon, definito con affetto uno straniero in terra chiantigiana, piantato negli anni Ottanta per fare compagnia al Sangiovese; il Piero Rosso, che nasce dalle vigne più giovani, viene vinificato solo in acciaio e ricorda la leggerezza del fratello Piero; e la Pomonica, un divertimento vero e proprio, quattro filari di Trebbiano nella Vigna del Termine per un massimo di cinquecento bottiglie l’anno.

Sul senso di tutto questo Monica Raspi ha idee molto chiare e per niente accademiche. “Sono convinta che con vigne felici si produca un vino eccellente. L’importante è che la bottiglia finisca in allegria e semplicità,” dice, e poi mette subito il paletto perché sa dove porta l’equivoco: “Ma attenzione, un vino di buona beva non è un vino banale.” Fare Chianti Classico, per lei, significa trasferire a chi beve l’anima quotidiana del vino, quella che sta nel bicchiere e non nella scheda tecnica. Nel 2020, intervistata da Slowine, aveva già chiarito la sua posizione sui compromessi enologici, dichiarandosi sempre meno disposta a nascondere le spigolosità di una vendemmia imperfetta.

Accanto al vino c’è l’olio extravergine, con impianto tradizionale a bassa densità, inerbimento spontaneo e nessun prodotto di sintesi: Frantoio come cultivar principale, poi Pendolino, Moraiolo e Leccino, raccolta manuale, frangitura immediata e spremitura a freddo. E c’è l’orto, che chiude il cerchio alimentando la tavola di casa, con gli alberi da frutto, il compost naturale, le galline che girano libere, i funghi di Enrico e le api.

Buono, pulito e giusto, altro che trivelle

Un passaggio dell’intervista merita di essere riportato per intero, perché è il più politico e insieme il più divertente: “Sono più da Buono, Pulito e Giusto piuttosto che Drill, Baby Drill.”

Detta da chi gestisce sette ettari in un comparto dove esistono realtà da centinaia, non è una battuta di circostanza. Monica Raspi fa parte del Biodistretto del Chianti e della FIVI, la federazione che riunisce i vignaioli indipendenti, e siede al Tavolo regionale dell’agricoltura. Le ragioni le spiega con parole sue: “per difendere i nostri diritti, salvaguardare le nostre fragilità e cercare di mantenere in vita il settore delle microaziende.” Salvaguardare le fragilità, non negarle né camuffarle: è un vocabolario che si sente di rado in bocca a chi guida un’impresa, e proprio per questo dice molto sul tipo di leadership che si esercita a Pomona.

C’è però anche una motivazione più calda, che con la difesa di categoria c’entra fino a un certo punto. “Mi piace il senso di appartenenza e di cameraderie che si respira fra i vignaioli,” racconta, e chiunque abbia passato una giornata in una cantina toscana durante la vendemmia sa esattamente di cosa stia parlando.

Coevoluzione, che è una parola da rubare

Per descrivere il rapporto con la propria terra Monica Raspi usa un termine che vale la pena prendere in prestito anche fuori dall’agricoltura: “La mia è stata una coevoluzione con le vigne, ho imparato ad osservare, a conservare l’ambiente per cercare di avere equilibrio intorno a me e nel bicchiere.”

Coevoluzione significa che l’adattamento va in due direzioni. La vigna si è modificata per effetto del suo lavoro, certo, ma soprattutto è stata lei ad adattarsi ai tempi della vigna, ai suoi limiti, alle annate storte, a un calendario che non ammette rinvii. Chi arriva convinto di dover imporre un modello preconfezionato, in agricoltura, raccoglie poco e lo scopre in fretta. Chi accetta di farsi modificare dal contesto, invece, dopo quindici o vent’anni si ritrova con una competenza che nessun corso avrebbe potuto trasferirgli.

Sul futuro dell’azienda, del resto, a Pomona non c’è ansia. Cosimo è agronomo e sta già dentro le decisioni; sul sito la questione della successione è archiviata con una sicurezza che fa piacere leggere: l’anima di Pomona resta saldamente nelle mani della famiglia, e il futuro è già arrivato. Nel frattempo il cerchio aperto nel 1890 da un bisnonno che comprava una fornace passa per un ambulatorio veterinario chiuso in una mattina del 2007, e continua.

Salire fin lassù, possibilmente con calma

Questa storia si capisce davvero solo andando a vedere. Fattoria Pomona si trova in Località Pomona 39, a Castellina in Chianti, in provincia di Siena, e l’azienda accoglie visite in cantina su appuntamento: conviene prenotare con qualche giorno di anticipo, perché una microazienda familiare ha ritmi diversi da quelli di una grande cantina attrezzata per i pullman, e perché la differenza sta proprio nel fatto che a raccontarvi le vigne sarà probabilmente Monica in persona. Chi capita in zona a metà maggio può incrociarla anche a Bevo Castellina, la manifestazione che ogni anno porta i vignaioli del posto in paese.

Il sito ufficiale è www.fattoriapomona.it e vale una visita anche solo per la sezione dedicata al territorio, dove i suoli, le rocce e le tre vigne sono raccontati con la stessa cura che altrove si riserva ai ritratti di famiglia. Da lì si trovano le schede tecniche dei vini e i riferimenti per organizzare la degustazione.

Quello che si porta a casa da Pomona, oltre alle bottiglie, è l’esempio di una scelta presa nel momento in cui sarebbe stato più comodo non prenderla. Andateci, fatevi raccontare la vasca di cemento con la dedica di Inge, chiedete di camminare nella vigna dell’Omino. Poi aprite una bottiglia a casa, possibilmente come chiede lei: in allegria e semplicità.

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